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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Neoplasie mieloidi terapia-correlate: Humanitas nel progetto europeo PRECISION tMN
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 14:06:35 +0000

Humanitas partecipa al progetto europeo PRECISION tMN (Precision Medicine for Therapy-related Myeloid Neoplasms), finanziato nell’ambito del programma EP PerMed (European Partnership for Personalised Medicine) e sostenuto dal programma di ricerca e innovazione Horizon Europe dell’Unione Europea. Il progetto mira a migliorare la gestione delle neoplasie mieloidi terapia-correlate (tMN), una grave complicanza dei trattamenti oncologici ancora associata a prognosi sfavorevole e opzioni terapeutiche limitate.

Il progetto si inserisce nel panorama della ricerca traslazionale europea e riunisce un consorzio internazionale composto da 6 partner in 4 Paesi, tra istituzioni accademiche e centri clinici, tutti impegnati a comprendere meglio i meccanismi alla base della progressione della malattia e della resistenza ai trattamenti. In questo contesto, la ricerca integra approcci di medicina di precisione con analisi multi-omiche – genomica, epigenomica e trascrittomica – oltre a strumenti avanzati di bioinformatica e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di aprire nuove prospettive terapeutiche.

L’Italia è rappresentata nel consorzio dall’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, con il professor Matteo Giovanni Della Porta come responsabile scientifico, e con il supporto della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica (FRRB).

Il contributo di Humanitas si concentra sull’identificazione di biomarcatori per la stratificazione del rischio e di potenziali nuovi target terapeutici, anche attraverso l’utilizzo di modelli derivati da pazienti e tecnologie a singola cellula. La partecipazione a PRECISION-tMN rafforza ulteriormente il ruolo di Humanitas nelle reti di ricerca internazionali e contribuisce a promuovere un approccio all’oncologia sempre più preciso, innovativo e personalizzato.


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A cura di mmaestri
Tiroidite di Hashimoto: sintomi e cura
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 08:51:35 +0000

La tiroidite di Hashimoto è una malattia infiammatoria cronica della tiroide a patogenesi autoimmune. Il sistema immunitario, per ragioni non ancora del tutto chiarite, perde la tolleranza verso i tessuti tiroidei e produce autoanticorpi diretti contro di essi, determinando una progressiva distruzione del parenchima ghiandolare. La riduzione della massa funzionante si traduce in un calo della produzione ormonale e, nel tempo, in ipotiroidismo. La malattia può insorgere a qualsiasi età, ma colpisce con maggiore frequenza la popolazione femminile in età adulta, tra i 30 e i 50 anni

Quali sono i sintomi della tiroidite di Hashimoto e come si cura? Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Tiroidite di Hashimoto: sintomi

Il quadro clinico della tiroidite di Hashimoto è strettamente correlato al grado di insufficienza tiroidea. Nelle forme di ipotiroidismo lieve la malattia può decorrere in modo del tutto asintomatico. Quando i sintomi sono presenti, sono spesso aspecifici e a insorgenza graduale, il che ne rende difficile il riconoscimento precoce. Le manifestazioni più frequenti comprendono: 

Tiroidite di Hashimoto: chi è a rischio?

I principali fattori di rischio associati alla malattia sono il sesso femminile, l’età adulta (30-50 anni), la presenza di altre patologie autoimmuni – quali artrite reumatoide, diabete mellito di tipo 1 o lupus eritematoso sistemico – la familiarità per patologie tiroidee o autoimmuni, la gravidanza e un eccessivo apporto di iodio.

Come curare la tiroide di Hashimoto?

Non tutti i pazienti con tiroidite di Hashimoto richiedono un trattamento farmacologico: la terapia è indicata quando si sviluppa un ipotiroidismo clinicamente significativo. 

In questi casi, il trattamento si basa sulla somministrazione di levotiroxina, un analogo sintetico della tiroxina (T4) endogena. L’obiettivo terapeutico è ristabilire e mantenere nel tempo livelli ormonali adeguati, con conseguente regressione della sintomatologia ipotiroidea. Si tratta di una terapia sostitutiva cronica, che richiede un monitoraggio periodico della funzione tiroidea per adeguare il dosaggio alle variazioni del quadro clinico e metabolico del paziente.

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A cura di mmaestri
Allergia ai farmaci: che cos’è e cosa fare
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 08:38:38 +0000

Si deve sospettare un’allergia a un farmaco quando, dopo l’assunzione di un medicinale che nella maggior parte delle persona aiuta a risolvere certi sintomi, si manifesta invece una reazione più o meno grave del sistema immunitario.

Alcune persone, più frequentemente individui adulti e predisposti, ogni volta che assumono determinati tipi di farmaci, manifestano reazioni avverse di tipo allergico.

Ne parliamo con la dottoressa Maria Rita Messina del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Allergia ai farmaci: che cos’è?

L’allergia ai farmaci si può sviluppare a causa della sensibilizzazione a determinati farmaci che in un individuo con una predisposizione personale, può causare una reazione allergica. In genere, le allergie ai farmaci si sviluppano verso una singola categoria farmacologica, mentre le allergie a vari farmaci contemporaneamente, per quanto possibili, sono più rare.

In alcuni casi, la reazione allergica può essere provocata dagli eccipienti, ovvero dalle sostanze inattive contenute all’interno del medicinale che servono alla conservazione e all’assorbimento, per esempio. Le allergie ai farmaci non sono più comuni in persone allergiche a sostanze inalatorie come i pollini oppure ad alimenti, ma hanno uguale possibilità di manifestarsi nei soggetti predisposti.

I sintomi dell’allergia ai farmaci

I sintomi di una reazione allergica a un farmaco possono manifestarsi entro 10 minuti dall’assunzione del farmaco fino a distanza di giorni. Solo in casi rarissimi la reazione allergica a un farmaco può coinvolgere, oltre che la pelle, altri organi come fegato, rene, polmoni.

Le allergie ai farmaci si possono manifestare con:

  • gonfiore di labbra e palpebre (angioedema)
  • reazioni cutanee come arrossamenti, pomfi, bolle
  • sintomi cardiovascolari, respiratori, gastrointestinali, anche gravi, come abbassamento della pressione arteriosa, mancanza di fiato, perdita di coscienza

Il trattamento dipende dalla gravità dei sintomi e può comprendere: 

  • Antistaminici e corticosteroidi in caso di reazioni lievi-moderate come per esempio con solo manifestazioni cutanee.
  • Adrenalina: somministrata in caso di reazioni severe come l’anafilassi, cioè quando la reazione allergica coinvolge più organi contemporaneamente (difficoltà respiratoria, calo della pressione, orticaria e gonfiore, vomito, diarrea).
  • Qualora la persona che manifesti la reazione allergica grave non fosse dotata di adrenalina, bisogna chiamare immediatamente il 112.

Una grave reazione allergica può avere un’evoluzione drammatica e fatale in breve tempo. In attesa dell’intervento medico si possono somministrare cortisone, antistaminici o broncodilatatori, ma l’assunzione di adrenalina resta fondamentale per la remissione della reazione anafilattica. In caso la persona che presenti un’anafilassi vada in arresto cardiocircolatorio (shock anafilattico), oltre a chiamare i soccorsi, bisogna iniziare immediatamente la rianimazione cardiopolmonare, che verrà continuata dal personale sanitario una volta giunto sul posto

Cosa fare se si sospetta di aver avuto un’allergia ai farmaci? 

Se si sospetta una reazione a farmaci bisogna rivolgersi allo specialista allergologo, riferendo gli eventuali farmaci che potrebbero aver scatenato la reazione allergica. Dopo la visita allergologica, se vi è indicazione, lo specialista allergologo può pianificare dei test allergometrici cutanei specifici, come ad esempio per la classe antibiotica delle penicilline.

In alcuni casi inoltre, lo specialista può prescrivere il test di provocazione orale, che consiste nell’assunzione per via orale e in maniera controllata del farmaco sospettato di essere responsabile di una reazione allergica. Tale test viene eseguito in ambiente protetto come un day hospital.

Quando viene posta diagnosi di allergia a un farmaco, lo specialista allergologo fornisce al paziente indicazioni sui farmaci da evitare e su quelli che possono essere assunti senza problemi.

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A cura di mmaestri
Laringospasmo: cos’è e quali sono i sintomi
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 08:29:07 +0000

Il laringospasmo è una contrazione improvvisa acuta della laringe provocata da cause infiammatorie, infettive o allergiche. Può inoltre associarsi anche a patologie come il reflusso gastroesofageo e, più raramente, ad alcune forme tumorali. In particolare nei bambini, inoltre, il risveglio dall’anestesia dopo un’operazione può provocare l’insorgenza di un laringospasmo.

Il laringospasmo è pericoloso? E da quali sintomi si può riconoscere? Ne parliamo con la dottoressa Vanessa Rossi dell’Unità di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

I sintomi del laringospasmo 

Il laringospasmo si manifesta improvvisamente con una contrazione della laringe. Il sintomo principale della patologia quindi è la dispnea, ovvero una sgradevole sensazione di difficoltà respiratoria. 

La sensazione di avere la gola chiusa e non riuscire a respirare in alcuni casi può associarsi alla tosse, stimolata dal tentativo di liberare le vie aeree che il soggetto interessato dal laringospasmo avverte chiuse. Un altro sintomo provocato dalla sensazione di dispnea è l’ansia

Laringospasmo: cosa fare? 

Il laringospasmo non è un evento pericoloso e in genere, a meno che non sia associato a cause allergiche, si risolve fisiologicamente. Può provocare però in chi ne è interessato degli intensi stati d’ansia, per cui il consiglio è per prima cosa cercare di mantenersi tranquilli aspettando che il sintomo si risolva. Se il laringospasmo si presenta al risveglio dall’anestesia, inoltre, il paziente si trova in una condizione di osservazione medica, con un team di specialisti in grado di intervenire efficacemente. Tuttavia se il laringospasmo tende a ripresentarsi più volte bisogna fare riferimento al medico per indagare le cause sottostanti. 

Quando invece, come abbiamo detto, il laringospasmo è provocato da un’allergia va trattato tempestivamente perché può associarsi alla presenza di shock anafilattico, una reazione allergica estremamente grave e potenzialmente fatale. L’unico farmaco che può far regredire lo shock anafilattico e salvare la vita è l’adrenalina, che viene venduta in singole dosi autoiniettanti e che chi soffre di gravi allergie note deve avere sempre con sé. Se si assiste a uno shock anafilattico bisogna chiamare immediatamente i soccorsi al 112 perché la persona, anche se assume tempestivamente l’adrenalina, deve ricevere cure mediche d’urgenza. 

Un’altra causa frequente del laringospasmo può essere la malattia da reflusso gastroesofageo, la risalita del gas o degli acidi irrita cronicamente la laringe e può indurre l’episodio.

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A cura di mmaestri
Vitamina D: a cosa serve?
Data articolo:Tue, 14 Apr 2026 15:22:16 +0000

La vitamina D non è una vitamina in senso stretto, ma un vero e proprio pro-ormone. A differenza della maggior parte dei micronutrienti, l’organismo è in grado di sintetizzarla autonomamente grazie all’esposizione alla luce solare. La quota prodotta per via cutanea rappresenta la fonte principale, mentre quella di origine alimentare è minoritaria. Una volta sintetizzata o assunta con la dieta, la vitamina D viene immagazzinata nel tessuto adiposo e nel fegato, da cui viene rilasciata gradualmente secondo le esigenze metaboliche. 

La vitamina D si presenta in due forme principali: l’ergocalciferolo (vitamina D2), di origine vegetale e fungina, e il colecalciferolo (vitamina D3), sintetizzato dalla cute in seguito all’esposizione ai raggi UVB e presente in alcuni alimenti di origine animale. Entrambe le forme richiedono una doppia attivazione enzimatica – a livello epatico e renale – per diventare biologicamente attive. 

Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

A cosa serve la vitamina D?

Il ruolo principale della vitamina D è la regolazione del metabolismo del calcio e del fosforo. Favorisce l’assorbimento intestinale del calcio e ne riduce l’escrezione renale, sostenendo così la mineralizzazione ossea, la crescita scheletrica in età pediatrica e il fisiologico rimodellamento dell’osso in età adulta. Un deficit prolungato può manifestarsi come rachitismo nel bambino, o come osteomalacia e fragilità ossea nell’adulto. Alla vitamina D vengono inoltre attribuiti possibili effetti sul sistema immunitario, la funzione muscolare e la regolazione della risposta infiammatoria. 

Dove si trova la vitamina D?

La principale fonte di vitamina D è l’esposizione alla luce solare: l’irradiazione UVB sulla cute innesca la conversione del 7-deidrocolesterolo in colecalciferolo. Un’esposizione di circa 15-30 minuti su braccia e gambe, più volte alla settimana nelle ore centrali della giornata, è generalmente sufficiente nei mesi estivi. Nei mesi invernali o in condizioni di scarsa irradiazione solare, la sintesi cutanea si riduce significativamente. 

Sul piano alimentare, le fonti più rilevanti includono i pesci grassi (salmone, sgombro, tonno), l’olio di fegato di merluzzo, il tuorlo d’uovo e alcuni alimenti fortificati. Tuttavia, la dieta da sola difficilmente copre il fabbisogno giornaliero. 

Vitamina D bassa: i sintomi

La carenza di vitamina D è spesso asintomatica nelle fasi iniziali e viene identificata casualmente attraverso un esame ematochimico. Quando il deficit si protrae nel tempo, possono comparire astenia, dolori muscolo-scheletrici diffusi, maggiore suscettibilità alle infezioni e alterazioni del tono dell’umore. Nei bambini, una carenza grave può causare rachitismo, con deformità scheletriche e ritardo della crescita. Negli adulti, le conseguenze più frequenti sono osteopenia e osteoporosi, con conseguente aumento del rischio di fratture da fragilità. 

Quando prendere gli integratori di vitamina D?

L’integrazione di vitamina D è indicata quando l’esposizione solare e l’apporto alimentare risultano insufficienti a mantenere livelli ematici adeguati. La decisione terapeutica deve essere guidata dal medico, sulla base del dosaggio sierico della 25-idrossivitamina D, e non intrapresa autonomamente. La forma più utilizzata è il colecalciferolo (vitamina D3), disponibile in formulazioni per somministrazione giornaliera, settimanale o mensile per via orale. Il dosaggio e la frequenza di somministrazione vengono stabiliti in funzione del grado di carenza e delle caratteristiche del paziente. 

Come prevenire la carenza di vitamina D?

La prevenzione si basa su un’adeguata esposizione solare, una dieta che includa le principali fonti alimentari di vitamina D e uno stile di vita sano. È opportuno evitare l’abuso di alcol, poiché interferisce con il metabolismo epatico della vitamina D, e segnalare al medico l’assunzione di farmaci che possono ridurne i livelli, tra cui alcuni antiepilettici, corticosteroidi e rifampicina.

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A cura di mmaestri
Occhi: i sintomi da non sottovalutare
Data articolo:Tue, 14 Apr 2026 15:10:28 +0000

La vista è uno dei sensi più importanti per la qualità della vita. Attraverso il sistema visivo interpretiamo l’ambiente che ci circonda, leggiamo, lavoriamo e svolgiamo la maggior parte delle attività.

Il processo della visione è però estremamente complesso e dipende dalla perfetta integrazione tra diverse strutture dell’occhio e specifiche aree del cervello che elaborano gli stimoli luminosi.

La luce entra nell’occhio attraversando strutture trasparenti come la cornea, l’umor acqueo, il cristallino e il corpo vitreo fino a raggiungere la retina. Qui viene trasformata in impulsi nervosi che viaggiano lungo il nervo ottico fino al cervello, dove l’immagine viene interpretata.

Alterazioni in una qualsiasi di queste strutture possono provocare disturbi visivi. Nella maggior parte dei casi si tratta di sintomi benigni o temporanei. Tuttavia alcuni segnali non dovrebbero mai essere sottovalutati, perché possono rappresentare il primo campanello d’allarme di patologie oculari anche importanti.

Uno degli errori più frequenti è la tendenza asottovalutare alcuni sintomi oculari, pensando che siano semplicemente legati alla stanchezza o al computer. In realtà alcuni disturbi apparentemente banali possono essere il primo segnale di patologie oculari che, se riconosciute precocemente, possono essere trattate in modo molto più efficace. Ne parliamo con il dottor Lorenzo Crepaldi, oculista dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Miodesopsie (mosche volanti)

Le miodesopsie sono piccoli punti, filamenti o ombre che sembrano muoversi nel campo visivo. Molti pazienti le descrivono come “mosche volanti” o piccoli filamenti che si spostano quando si muove lo sguardo.

Questi fenomeni sono dovuti a piccole opacità del corpo vitreo, la sostanza gelatinosa che riempie l’interno dell’occhio.

Con il passare degli anni il vitreo può andare incontro a modificazioni strutturali che portano alla comparsa di queste opacità. Nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno benigno. Tuttavia la comparsa improvvisa di numerose miodesopsie, soprattutto se associata a lampi luminosi (fotopsie), può indicare un distacco posteriore del vitreo o, più raramente, la presenza di lesioni retiniche.

Quando le mosche volanti compaiono improvvisamente o aumentano rapidamente di numero è sempre consigliabile effettuare un controllo oculistico per escludere eventuali problemi retinici.

Occhio rosso

L’arrossamento dell’occhio è uno dei sintomi oculari più frequenti. È causato dalla dilatazione dei vasi sanguigni della congiuntiva e può essere legato a diverse condizioni.

Le cause più comuni includono irritazioni della superficie oculare, allergie, infezioni congiuntivali o affaticamento visivo. Nella maggior parte dei casi si tratta di disturbi benigni e transitori.

Tuttavia quando l’occhio rosso è associato a dolore, sensibilità alla luce (fotofobia) o riduzione della vista, potrebbe indicare patologie oculari più importanti come cheratite, uveite o glaucoma acuto.

Lacrimazione eccessiva

La lacrimazione persistente, chiamata anche epifora, può essere causata da irritazioni della superficie oculare, allergie, infezioni o presenza di corpi estranei.

In alcuni casi può dipendere da un’alterazione del sistema di drenaggio delle lacrime, come nelle ostruzioni delle vie lacrimali.

Quando la lacrimazione è continua o associata ad altri sintomi oculari è utile effettuare una visita oculistica per individuare la causa e impostare il trattamento più adeguato.

Visione doppia (diplopia)

La diplopia è la percezione di due immagini di uno stesso oggetto.

Può essere monoculare, quando interessa un solo occhio ed è spesso legata a problemi della superficie oculare o del cristallino, oppure binoculare, quando dipende da un disallineamento tra i due occhi.

La comparsa improvvisa di visione doppia deve sempre essere valutata da uno specialista, poiché può essere associata anche a disturbi neurologici o muscolari.

Calo improvviso della vista

La riduzione della vista può manifestarsi con visione offuscata, presenza di ombre nel campo visivo o sensazione di una “tenda” davanti all’occhio.

Questo sintomo può essere associato a diverse patologie oculari, tra cui distacco di retina, occlusioni vascolari retiniche o patologie del nervo ottico.

In questi casi una valutazione oculistica tempestiva è fondamentale per evitare danni permanenti alla funzione visiva.

Riduzione del campo visivo

La perdita della visione periferica può dare la sensazione di osservare l’ambiente attraverso un tunnel. Nel contesto oculistico il glaucoma rappresenta una delle cause più frequenti di questo disturbo.

Si tratta di una patologia spesso asintomatica nelle fasi iniziali, che può provocare una progressiva riduzione del campo visivo.

Una diagnosi precoce consente di rallentare la progressione della malattia e preservare la funzione visiva.

Occhio secco e prurito oculare

La sindrome dell’occhio secco è una condizione molto diffusa e può provocare bruciore, sensazione di corpo estraneo, arrossamento e lacrimazione paradossa (ovvero eccessiva ma di scarsa qualità).

È particolarmente frequente nelle persone che trascorrono molte ore davanti al computer, dove la riduzione dell’ammiccamento favorisce l’evaporazione del film lacrimale.

Il prurito oculare invece è spesso associato a congiuntiviti allergiche, scatenate da pollini, polvere o pelo di animali.

Quando è importante rivolgersi all’oculista

Alcuni sintomi oculari richiedono una valutazione specialistica in tempi rapidi.

In particolare è importante rivolgersi rapidamente all’oculista in presenza di:

  • calo improvviso della vista
  • comparsa improvvisa di numerose mosche volanti o lampi luminosi
  • dolore oculare intenso
  • visione doppia improvvisa
  • perdita del campo visivo.

Tre consigli per proteggere la salute degli occhi

  • Effettuare controlli oculistici periodici, soprattutto dopo i 40 anni o in presenza di miopia elevata o familiarità per glaucoma.
  • Ridurre l’affaticamento visivo durante l’uso prolungato di computer e dispositivi digitali, facendo pause regolari.
  • Non trascurare la comparsa di sintomi oculari improvvisi o persistenti e rivolgersi allo specialista.

Molti disturbi oculari sono benigni, ma alcuni sintomi possono rappresentare il primo segnale di patologie che richiedono attenzione. Per questo motivo è sempre consigliabile non trascurare i cambiamenti della vista e sottoporsi a una valutazione oculistica quando i sintomi compaiono o persistono.

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A cura di mmaestri
Ormoni: cosa sono e a cosa servono
Data articolo:Mon, 13 Apr 2026 13:10:27 +0000

Gli ormoni sono molecole prodotte dalle ghiandole endocrine e rilasciate nel flusso sanguigno.

Pur essendo prodotti in piccole quantità, gli ormoni hanno un impatto significativo sull’organismo. Alterazioni nel livello degli ormoni, sia in aumento, sia in diminuzione, possono provocare problemi di salute.

Come prendersi cura della salute ormonale e quali sintomi non sottovalutare? Ne parliamo con il professor Andrea Lania, Responsabile dell’Unità Operativa di Endocrinologia e Diabetologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e docente di Humanitas University.

Ormoni: a cosa servono

Gli ormoni sono molecole, che possono essere proteine o steroidi derivati dai grassi, prodotte da ghiandole endocrine, come:

  • ipofisi
  • ghiandola pineale
  • timo
  • tiroide
  • ghiandole surrenali
  • pancreas.

Attraverso il sangue, gli ormoni agiscono come messaggeri chimici, trasportando informazioni e istruzioni da un tessuto a un altro, e hanno un ruolo fondamentale nella regolazione di vari processi vitali, tra cui:

  • accrescimento e sviluppo
  • metabolismo
  • funzione sessuale
  • riproduzione
  • sviluppo psichico e regolazione dell’umore.

Gli ormoni viaggiano attraverso il flusso sanguigno raggiungendo specifiche cellule che dispongono dei recettori corrispondenti per quel particolare ormone; se un ormone si lega al suo recettore, si scatena un effetto. Le cellule dotate dei recettori per un determinato ormone formano il suo tessuto bersaglio. Gli ormoni esercitano i loro effetti caratteristici sulle cellule bersaglio alterandone l’attività cellulare.

I recettori degli ormoni proteici interagiscono con la superficie cellulare attraverso proteine recettoriali, innescando una sequenza di eventi relativamente rapida. Al contrario, gli ormoni steroidei penetrano direttamente nelle cellule, interagendo con i recettori interni e provocando una risposta più lenta.

Quali fattori influenzano il corretto funzionamento degli ormoni?

I livelli ormonali sono influenzati da una varietà di fattori, tra cui la crescita e lo sviluppo, lo stress, le infezioni e i cambiamenti nell’equilibrio dei liquidi e dei minerali nel sangue.

Ormoni: i sintomi da non sottovalutare

La Società Europea di Endocrinologia consiglia di rivolgersi al medico in presenza dei seguenti segnali:

Salute ormonale: i consigli 

  • praticare regolare attività fisica, essenziale per un sano equilibrio ormonale. Sono sufficienti 1,5-2,5 ore alla settimana di esercizio fisico per aiutare l’organismo a produrre ormoni.
  • avere un’alimentazione sana, che comprenda molta frutta e verdure fresche, cereali integrali e ridurre al minimo i cibi confezionati. 
  • dormire almeno 7 ore a notte.
  • mantenere un buon apporto di vitamina D mangiando pesce grasso, come il salmone e le sardine. In inverno, quando l’esposizione al sole è scarsa, si può optare per l’assunzione di integratori di vitamina D, come l’olio di fegato di merluzzo.
  • consumare alimenti ricchi di iodio, come frutti di mare, alghe, uova e latticini.
  • consumare alimenti ricchi di calcio, come yogurt, mandorle, fagioli e verdure a foglia verde.
  • usare contenitori di vetro o di acciaio inossidabile invece di contenitori di plastica. Bere acqua dal rubinetto, ricordandosi di non mettere mai la plastica nel microonde.
  • migliorare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi. L’aria dentro e fuori casa può contenere sostanze interferenti con il sistema endocrino. Passare regolarmente l’aspirapolvere, spolverare e far prendere aria alle camere sono azioni che possono ridurre la presenza di particelle di polvere.
  • scegliere con attenzione i prodotti per l’igiene e i cosmetici. Questi prodotti possono contenere sostanze interferenti con il sistema endocrino. Vanno evitati i cosmetici che contengono sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino, come ftalati, parabeni e triclosan.
  • prestare attenzione ai propri sintomi.

Scopri le 10 raccomandazioni della Società Italiana di Endocrinologia e della Società Europea di Endocrinologia in occasione del World Hormone Day.

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A cura di mmaestri
Tumori testa-collo: i progressi in oncologia al Congresso AIOCC in Humanitas
Data articolo:Mon, 13 Apr 2026 12:57:02 +0000

Si terrà presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano il Congresso Nazionale AIOCC (Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica) dedicato ai progressi nell’oncologia dei tumori testa-collo. Alla sua dodicesima edizione, il Congresso Nazionale AIOCC 2026, dal titolo Verso nuove frontiere: innovazione e collaborazione nell’oncologia dei tumori testa-collo, sarà dal 15 al 17 aprile

Il Congresso, con presidenti tre specialisti di Humanitas, il professor Giuseppe Spriano, Responsabile dell’Unità di Otorinolaringoiatria, il professor Paolo Bossi, Responsabile dell’Unità di Oncologia Medica – Tumori testa-collo, cute e tumori gastroenterici e la professoressa Marta Scorsetti, responsabile di Radioterapia e Radiochirurgia, mira a rafforzare l’approccio internazionale e condiviso per un modello di oncologia integrata, grazie al confronto con specialisti e società scientifiche da tutto il mondo. 

In questo modo, l’evento 2026 può rappresentare un ponte tra laboratorio e pratica clinica, dando evidenza di come l’innovazione tecnologica e quella molecolare stiano influenzando attivamente la pratica terapeutica. 

Il programma del congresso 

I tre giorni di evento si aprono con una lectio magistralis del professor Alberto Mantovani, presidente di Fondazione Humanitas per la Ricerca ed esperto mondiale di infiammazione e immunologia, dedicata alla ricerca sulla immunoterapia e, in particolare, al rapporto tra tumori, infiammazione e immunità innata, e una seconda lectio magistralis del professor Robert Ferris della University of North Carolina, sull’interazione tra tumore e risposta immunologica. 

Tra gli altri incontri, un panel moderato dalla professoressa Marta Scorsetti e dedicato all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale per una valutazione sempre più precisa delle possibilità terapeutiche, con un aumento delle diagnosi precoci e una diminuzione degli effetti collaterali. Interverranno nel panel il dottor Alberto Paderno, specialista in Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, il professor Christian Simon dell’Università di Losanna e il professor Hisham Mehanna dell’Università di Birmingham.

Due simposi plenari, con focus sulle prospettive e le sfide del prossimo futuro in oncologia, sono organizzati dalle società EHNS (European Head and Neck Society) e IFHNOS (International Federation of Head and Neck Oncologic Societies) e saranno inoltre esposti casi clinici multidisciplinari, con momenti di confronto diretto tra specialisti e modalità di supporto interattive. 

Cosa sono i tumori testa-collo? 

Le neoplasie a carico del distretto testa-collo in Italia rappresentano il 3% circa della totalità dei tumori e dai dati AIRTUM risultano interessare soprattutto la popolazione maschile. In particolare, le percentuali dei tumori orofaringei sono aumentate in tutta Europa, in associazione a un aumento delle infezioni da HPV, causa di circa il 60-70% di questi tumori, mentre altri, come le neoplasie della laringe, sono diminuiti (in questo caso in concomitanza di una diminuzione del consumo di tabacco). 

In generale la diagnosi precoce è fondamentale quando si parla di tumori testa-collo e aumenta il tasso di sopravvivenza fino all’80-90%, mentre se il tumore viene diagnosticato in fase avanzata le aspettative di guarigione sono sensibilmente più basse. 

Tumori testa-collo: prevenzione e trattamento 

Anche per questo tipo di tumore la prevenzione rappresenta un aspetto fondamentale. In particolare, per evitare l’infezione da HPV è importante sottoporre a vaccinazione contro questo virus le generazioni più giovani oggi candidabili, in modo che possano raggiungere una copertura con ciclo completo e beneficiare così successivamente di una prospettata riduzione di incidenza dei tumori orofaringei.

Per il trattamento dei tumori testa-collo è necessario mettere in campo un approccio multidisciplinare, in cui all’oncologo si affiancano specialisti in chirurgia, radioterapia, radiologia, anatomia patologica, nutrizione e logopedia, in modo che la presa in carico del paziente possa coprire tutte le aree di interesse. Oltre al raggiungimento della guarigione dal tumore, infatti, l’aspettativa è di poter garantire la migliore qualità di vita possibile ai pazienti interessati da questi tumori.


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A cura di mmaestri
In Humanitas arriva l’AI che aiuta i medici durante le visite. Così l’assistente virtuale compila il referto
Data articolo:Mon, 13 Apr 2026 10:04:09 +0000

L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas avvia la collaborazione con Tandem Health con l’arrivo di un innovativo sistema di trascrizione basato su intelligenza artificiale, diventando tra i primi ospedali in Europa a introdurre questa tecnologia nella pratica clinica quotidiana.

La collaborazione partirà con le prime 9 Unità Operative con l’obiettivo di ridurre l’impegno compilativo dei medici durante le visite ambulatoriali e restituire tempo prezioso alla cura, migliorando la qualità della relazione con il paziente.

Si tratta di un sistema di supporto basato sull’AI che, durante la visita, trascrive automaticamente il colloquio tra medico e paziente e lo organizza in una prima bozza di referto clinico. In questo modo, il professionista sanitario può concentrarsi maggiormente sull’ascolto attivo, sul dialogo e sulla valutazione clinica, senza dover compilare documentazione in tempo reale.

Il sistema, allenato ad hoc per queste situazioni, si integra nei flussi clinici già esistenti, senza modificare le modalità operative dei medici e senza impatto sui pazienti. Durante la visita, il medico mantiene sempre il pieno controllo del processo clinico: ogni referto generato dal sistema viene revisionato, verificato e firmato dal professionista, che ne garantisce accuratezza. L’inserimento di questo strumento avviene nel rispetto delle normative vigenti in materia di protezione dei dati e privacy.

«Questo strumento ci permette di cambiare il modo in cui conduciamo la visita – afferma il prof. Andrea Lania, responsabile di Endocrinologia IRCCS Istituto Clinico Humanitas, e tra i primi a usare il dispositivo -: possiamo concentrarci di più sul paziente, guardarlo e ascoltarlo senza interruzioni, mentre l’intelligenza artificiale ci supporta nella compilazione del referto. Alla fine il contenuto resta sempre sotto la responsabilità clinica, è il processo che cambia».

«In un contesto sanitario caratterizzato da crescente complessità, strumenti di AI rappresentano un’evoluzione importante: più tempo per il paziente – afferma Riccardo Bui, Amministratore Delegato dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e di Humanitas San Pio X -. L’intelligenza artificiale diventa così un alleato per migliorare l’esperienza di cura e la qualità dell’interazione medico-paziente».

«Siamo orgogliosi di affiancare Humanitas in un progetto che porta l’intelligenza artificiale europea, conforme e integrata, dentro la pratica clinica in modo concreto, sicuro e utile – dichiara Gionata Fiorentini, Country Director Italia di Tandem Health -. Il nostro obiettivo, grazie alla nostra tecnologia, è semplificare il lavoro documentale dei medici, migliorare la qualità della refertazione e restituire tempo prezioso alla relazione con il paziente. Crediamo che l’AI debba integrarsi nei flussi clinici esistenti in modo naturale, lasciando sempre al professionista il pieno controllo del processo clinico».

«L’innovazione tecnologica in sanità non riguarda più solo l’adozione di nuovi strumenti, riguarda la costruzione di infrastrutture che rendano il lavoro clinico più sostenibile, più efficiente e maggiormente centrato sul paziente», aggiunge Victor Savevski, Chief Innovation Officer del Gruppo Humanitas.

Humanitas, sempre più Smart Hospital

La collaborazione con Tandem Health, una delle realtà europee più importanti nel campo dell’AI clinica, si inserisce nel percorso di innovazione continua di Humanitas, che studia modi per integrare tecnologia e competenze mediche per migliorare i percorsi di cura. Un impegno che è valso a Humanitas il titolo di primo Smart Hospital italiano nella classifica Newsweek per 4 anni consecutivi.

Humanitas è da anni impegnata nello sviluppo e nell’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito clinico e di Ricerca, anche grazie all’AI Center, uno dei primi centri integrati all’interno di un IRCCS, che riunisce medici, ricercatori e data scientist. Qui, in collaborazione con il prof. Matteo Della Porta, sono stati sperimentati primi modelli di compilazione con AI a supporto dell’attività ambulatoriale in ambito Oncoematologico. Nell’ambito della Ricerca, uno degli ambiti di frontiera di Humanitas AI Center è quello sui Digital Twin: rappresentazioni virtuali dei pazienti, generate dall’analisi di dati clinici, genomici, immagini mediche, trattamenti e risultati. Questi modelli, allo studio in ambito Oncoematologico, consentiranno di simulare l’evoluzione della malattia e di prevedere la risposta ai trattamenti in ogni paziente, personalizzando le cure in base alle caratteristiche individuali.

A livello clinico, negli ospedali Humanitas sistemi di AI sono già integrati nei mammografi, dove supportano i professionisti migliorando qualità e accuratezza degli esami per la diagnosi precoce del tumore al seno, e in Endoscopia, dove consentono di aumentare significativamente l’individuazione di lesioni e polipi durante la colonscopia.


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A cura di mmaestri
Ripensare la salute: l’incontro dedicato a prevenzione e cura delle principali patologie oncologiche e cardiovascolari
Data articolo:Thu, 09 Apr 2026 12:17:20 +0000

“Ripensare la salute: prevenzione, protezione e benessere”, organizzato da Allianz Bank Financial Advisors Spa, Banca Private del Gruppo Allianz in Italia, è un incontro pensato per affrontare la prevenzione e la cura delle principali patologie oncologiche e cardiovascolari, con uno sguardo clinico ma anche attento alla persona nel suo insieme.

L’evento nasce con l’obiettivo di promuovere una maggiore consapevolezza sull’importanza della prevenzione e di un approccio integrato e multidisciplinare alla salute.

Con la partecipazione di Paola Pietrafesa, Vice Direttore Generale di Allianz S.p.A. e Amministratore Delegato di Allianz Bank Financial Advisors e di Alex Carini, Chief of Business Development Humanitas Group e CEO Humanitas Mater Domini e 3C.

Interverranno:

  • Prof. Armando Santoro – Direttore Cancer Center, Humanitas
  • Dott. Alberto Testori – Responsabile Senologia di Humanitas PIOX e Capo Sezione Chirurgia Toracica di Humanitas Rozzano, Humanitas
  • Prof. Giulio Stefanini – Cardiologo clinico, Humanitas
  • Prof. Nicola Sorrentino – Direttore scientifico IULM Food Academy e Direttore della Columbus Clinc Diet Center Milano
  • Dott.ssa Fiammetta Fabris – CEO di Allianz Value
  • Dott.ssa Anna Vigliotti – Head of Institutional Business Development Italy Allianz Global Investors

Vi aspettiamo martedì 14 aprile 2026, dalle 18:00 alle 21:00, presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Ospedale ad alta specializzazione e centro di Ricerca.

Per partecipare, è possibile scrivere all’indirizzo email comunicazione.esterna@allianzbank.it . I posti sono limitati.


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A cura di mmaestri
Acne: c’è un legame con stress e alimentazione?
Data articolo:Fri, 03 Apr 2026 12:32:45 +0000

L’acne è un’infiammazione a carico della pelle e coinvolge in particolare i follicoli piliferi e le ghiandole sebacee. Si manifesta con la comparsa di specifiche lesioni: con comedoni (punti neri e bianchi), papule e pustole e, nei casi più seri, possono aversi anche noduli o cisti. Le aree maggiormente interessate dall’acne sono viso, collo, torace e dorso.

Nel trattamento dell’acne, oltre alle terapie mediche, bisogna fare attenzione anche a comportamenti e stile di vita: stress, alimentazione non equilibrata e abitudini come schiacciare brufoli e comedoni, possono infatti comportare un aumento dell’infiammazione della pelle. 

Ne parliamo con la dottoressa Alessandra Narcisi, dermatologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Stress e acne: quale legame? 

Tra le cause dello sviluppo dell’acne svolge un ruolo anche lo stress, psicologico o fisico. Lo stress, intervenendo a livello del sistema nervoso sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, induce il rilascio di mediatori pro-infiammatori. Questi neurotrasmettitori agiscono sul muscolo piloerettore alla base del follicolo pilifero, inducendo un aumento dello stato infiammatorio della pelle e contribuendo così alla formazione di nuove pustole e nuove papule. Tuttavia, l’acne può a sua volta causare stress, perché il problema estetico che rappresenta può provocare un disagio psicologico, creando così un circolo. 

Alimentazione: come influenza l’acne? 

Oggi si ritiene che non ci sia una correlazione diretta tra acne e specifici alimenti, ma che il consumo quotidiano di alcuni cibi possa peggiorare la patologia. Ne sono un esempio alimenti ricchi di grassi insaturi, come fritti, formaggi stagionati, insaccati e cioccolato, ma anche alimenti come carboidrati raffinati, pane, pasta e dolci. 

Per questo motivo si consiglia di seguire un’alimentazione equilibrata, con una buona varietà di cibi e ricca di verdure e di frutta, in particolare durante l’adolescenza, quando è più facile che l’acne si sviluppi e la dieta tende a essere più disordinata. 

Acne: come curare la pelle?

Oltre a seguire le prescrizioni del medico, in presenza di acne è importante avere particolarmente cura dell’igiene personale. Bisogna per esempio detergere la pelle mattina e sera con detergenti adeguati a una cute acneica, per non aumentare l’irritazione e la produzione di sebo. Occorre anche prestare attenzione all’utilizzo dei cosmetici, scegliendo quelli non comedogenici e ricordandosi di rimuovere il trucco prima di andare a dormire.

Inoltre è bene evitare di schiacciare punti neri e brufoli perché questa abitudine può aumentare l’infiammazione e il rischio di sviluppare sovrainfezioni e cicatrici. Spesso, infatti, lo schiacciamento dei brufoli si associa allo sviluppo di croste e segni importanti, con la conseguente diffusione di infiammazione e infezione a livello dei tessuti più profondi della pelle, che aumenta gli stati acneici e contribuisce allo sviluppo di cicatrici. Per esempio, l’acne papulo-pustolosa, la forma più comune di acne, raramente comporta l’insorgenza di cicatrici se non si schiacciano i brufoli. Purtroppo, invece, una volta sviluppate, le cicatrici sono difficili da eliminare.

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A cura di Maddalena Costa
Pericardite recidivante: cos’è e i sintomi
Data articolo:Tue, 31 Mar 2026 12:34:53 +0000

La pericardite è l’infiammazione del pericardio, ovvero della membrana che protegge e riveste il cuore. Il pericardio è formato da due foglietti separati da uno strato di liquido sottile, che può accumularsi e comprimere il cuore.

Il primo sintomo della pericardite è un dolore forte a livello toracico, che può variare durante la respirazione o i colpi di tosse, può peggiorare se ci si sdraia e, in genere, si allevia se si sta seduti inclinati in avanti.

Le cause della pericardite sono spesso non chiare (si parla di pericardite idiopatica), ma possono essere infettive o non infettive.

Che cos’è la pericardite recidivante e come evitarla? Ne parliamo con il professor Giulio Stefanini, cardiologo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Pericardite: le cause

La pericardite è spesso causata da infezioni, in particolare virali. Tra i virus più comuni vi sono i virus influenzali, parainfluenzali, quelli delle malattie esantematiche e SARS-CoV-2, responsabile di COVID-19. L’infezione può manifestarsi con sintomi precedenti come febbre, tosse o disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea). Meno frequentemente, la pericardite è provocata da batteri o altri patogeni infettivi, ma in questi casi può avere un decorso più severo.

Le cause non infettive includono tumori, trattamenti con radioterapia, alcuni farmaci o tossine, insufficienza renale e disturbi tiroidei. Anche le malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico, possono esserne responsabili.

Inoltre, la pericardite può derivare da un danno al cuore, come nelle infiammazioni del muscolo cardiaco (miocardite), negli infarti estesi o a seguito di interventi cardiochirurgici. In questi casi, il trauma ai tessuti innesca una risposta infiammatoria. Identificare la causa è fondamentale per evitare, o almeno prevedere, recidive o cronicizzazioni.

La pericardite può essere recidivante?

La pericardite ha una spiccata tendenza a recidivare, motivo per cui non deve mai essere sottovalutata e richiede un trattamento intensivo e prolungato nel tempo. Non basta intervenire con una terapia antinfiammatoria efficace: è fondamentale che questa venga mantenuta anche dopo la risoluzione dei sintomi e il ritorno alla normalità degli indici infiammatori. Spesso, infatti, il miglioramento clinico porta i pazienti a interrompere o seguire meno attentamente la terapia, aumentando il rischio di ricadute.

Nonostante i progressi farmacologici, non esistono ancora trattamenti specifici mirati per la pericardite: vengono utilizzati farmaci antinfiammatori potenti ma non selettivi.

Si stima che il 15-30% dei pazienti con pericardite idiopatica non trattata adeguatamente con terapia antinfiammatoria possa avere ricadute intermittenti per mesi o anni. Inoltre, se non trattata correttamente, la pericardite può evolvere in una forma cronica, provocando un’infiammazione persistente che danneggia in modo irreversibile il pericardio, la membrana che avvolge il cuore. 

L’obiettivo principale, quindi, è evitare questa cronicizzazione, che rappresenta la complicanza più temibile della patologia. 

Come trattare la pericardite?

Il trattamento della pericardite si basa su una terapia antinfiammatoria mirata, che può includere diverse categorie di farmaci. Tra i più utilizzati indichiamo:

  • acido acetilsalicilico
  • farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) come l’ibuprofene ad alte dosi,
  • corticosteroidi,
  • colchicina
  • farmaci biologici a base di anticorpi monoclonali.

La scelta del trattamento dipende dalle caratteristiche specifiche del paziente, considerando eventuali controindicazioni o reazioni.

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A cura di mmaestri
Prediabete: la giusta alimentazione per prevenire il diabete
Data articolo:Tue, 31 Mar 2026 10:06:19 +0000

Il prediabete è una condizione clinica che precede il diabete di tipo 2, caratterizzata da una riduzione della sensibilità dell’organismo all’insulina e una secrezione di insulina da parte del pancreas progressivamente insufficiente a compensare l’iperglicemia.

Il diabete di tipo 2 si associa a un aumento del rischio di sviluppare eventi cardiovascolari, per esempio l’infarto del miocardio e l’ictus, oltre a complicanze sistemiche come la retinopatia, la nefropatia e la neuropatia diabetica.

Le persone con prediabete possono ritardare o addirittura prevenire l’insorgenza di diabete di tipo 2 modificando lo stile di vita, in particolare attraverso l’alimentazione e l’attività fisica. In pazienti con sovrappeso o con obesità, una riduzione moderata e sostenuta nel tempo del peso corporeo (>5% del peso iniziale) può migliorare significativamente la sensibilità all’insulina e ridurre il rischio di evoluzione verso il diabete.

Ne parliamo con il dottor Marco Mirani, Capo Sezione di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Glicemia e prediabete

Il prediabete comporta un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue (glicemia), senza raggiungere i valori tipici del diabete di tipo 2. Per ritardare o evitare l’insorgenza di diabete è quindi opportuno ridurre i livelli di glicemia. Per farlo bisogna apportare delle modifiche allo stile di vita, per esempio praticando regolarmente attività fisica, in maniera adeguata alle proprie condizioni di salute, e intervenendo attraverso l’alimentazione.

Cosa mangiare con il prediabete

Non esistono “cibi proibiti”, ma alcune scelte possono aiutare a mantenere stabile la glicemia e ad aiutare nel controllo del peso corporeo. 

È opportuno ridurre l’apporto di carboidrati semplici, come lo zucchero raffinato, ma anche l’eccesso di pane, pasta e riso non integrali e alimenti come cracker e patatine, che vengono rapidamente assorbiti dall’organismo comportando un improvviso e veloce aumento della glicemia. Sono quindi da limitare o evitare i cibi ricchi di zuccheri aggiunti, come i dolci in generale, le caramelle, le gelatine, gli sciroppi e le marmellate, il miele e i prodotti da forno confezionati.

È consigliabile privilegiare carboidrati integrali, ricchi di fibre, come cereali integrali (pane, pasta, riso, orzo, quinoa, bulgur), legumi, patate dolci e verdure amidacee. Le fibre rallentano l’assorbimento degli zuccheri e favoriscono la sazietà, riducendo i picchi glicemici.

Anche le bevande zuccherate sono da assumere con moderazione: in particolare le bibite gassate, i succhi di frutta e le limonate, le bevande energetiche, il tè e il caffè zuccherati. Tè e caffè senza zucchero o con dolcificanti a basso impatto glicemico sono alternative preferibili.

Le proteine contribuiscono a stabilizzare la glicemia e a mantenere la massa muscolare. Ogni pasto può includere una fonte proteica come legumi, uova, yogurt greco, formaggi magri, tofu, pesce o carni magre. Chi ha patologie cardiovascolari può preferire pesce e carni bianche rispetto alla carne rossa.

Non tutti i grassi sono da evitare: olio extravergine d’oliva, frutta secca, semi e avocado apportano grassi “buoni” che migliorano la salute cardiovascolare e supportano il senso di sazietà, evitando eccessi calorici.

Verdure in abbondanza, frutta con moderazione

Le verdure sono ricche di fibre, sostanze utili a rallentare sia la digestione, sia l’assorbimento di zuccheri. In questo modo diminuiscono i picchi glicemici e aumenta il senso di sazietà tra un pasto e quello successivo. In particolare è consigliato il consumo di verdure come quelle a foglia verde, le crucifere (come broccoli, cavoli e cavolfiori), asparagi, cetrioli, barbabietole, carote, sedano, peperoni, melanzane, funghi e cipolle.

La frutta è consigliata quotidianamente, senza eccessi. Frutti come kiwi, mele, pere e frutti di bosco hanno un contenuto di zuccheri relativamente basso e possono essere abbinati a proteine o grassi salutari (yogurt, noci, semi) per ridurre l’impatto glicemico.

Attenzione all’alcol e alla quantità dei pasti

Anche l’assunzione di alcol è da evitare o quantomeno da diminuire drasticamente. L’assunzione di alcol, infatti, oltre a essere un fattore di rischio per varie patologie, comporta un introito calorico privo di nutrienti e interferisce con il corretto metabolismo del glucosio. 

Inoltre, un consiglio riguarda i momenti in cui si mangia: la vicinanza o lontananza dei pasti, infatti, può influire sulle concentrazioni di glicemia. In particolare è consigliato non saltare i pasti, altrimenti si rischia di arrivare al pasto successivo con una fame maggiore e assumere porzioni più abbondanti della norma. I pasti devono anche essere lontani dal momento in cui si va a dormire e colazione e pranzo dovrebbero essere più abbondanti della cena, che deve essere invece più leggera.

La dieta mediterranea rimane un modello efficace per chi ha prediabete: ricca di verdure, legumi, cereali integrali, frutta, pesce e grassi salutari, permette di bilanciare nutrienti e mantenere sotto controllo la glicemia.

Visita diabetologica

La visita diabetologica consente allo specialista diabetologo di valutare lo stato di salute generale del paziente e l’andamento dei parametri metabolici per impostare o monitorare la terapia.

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A cura di mmaestri
Acne cistica: le cause e come si cura
Data articolo:Mon, 23 Mar 2026 15:26:54 +0000

L’acne è un disturbo della pelle che colpisce persone di età diversa e che può manifestarsi con differenti gradi di severità.

Si caratterizza per l’infiammazione delle unità pilosebacee, ossia il follicolo pilifero e la ghiandola sebacea associata, che si manifesta attraverso comedoni aperti (punti neri), comedoni chiusi (punti bianchi), papule, pustole, noduli e cisti.

Esistono diverse tipologie di acne, tra le quali l’acne cistica. Quali sono le cause e come curarla? Ne parliamo con la dottoressa Chiara Perugini, specialista in dermatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Che cos’è l’acne cistica?

L’acne cistica rappresenta, insieme alla forma conglobata, la forma più grave di acne ed è caratterizzata dalla comparsa di lesioni cistiche multiple di dimensioni variabili, che possono andare da pochi millimetri fino a diversi centimetri. Queste lesioni si sviluppano principalmente su viso e tronco e tendono all’ascessualizzazione, aumentando il rischio di infiammazioni più profonde e cicatrici permanenti.

I sintomi dell’acne cistica

L’acne cistica si manifesta attraverso la formazione di cisti piene di pus, profonde e dolorose sotto la pelle. Le cisti possono variare in dimensione, da piccole come un pisello a grandi come una monetina. Possono anche presentare un’estremità da cui fuoriesce pus, che può essere biancastro-giallastro, e possono ricoprirsi di croste. A volte, la pelle circostante appare arrossata e può esserci la sensazione di prurito o fastidio. 

L’acne cistica si sviluppa frequentemente sul viso, ma può comparire anche su schiena, glutei, petto, collo, spalle e parte superiore delle braccia. 

Quali sono le cause dell’acne cistica?

Le cause dell’acne cistica sono molteplici e includono fattori ormonali, genetici, batterici e ambientali. L’acne cistica si sviluppa quando i pori della pelle si ostruiscono per una iperproduzione di sebo e anormale cheratinizzazione delle cellule cutanee, con presenza anche di colonizzazione batterica. 

  • Età. Gli adolescenti sono più inclini a sviluppare l’acne cistica a causa dei cambiamenti ormonali che avvengono durante la pubertà.
  • Ormoni. Gli squilibri ormonali, in particolare durante l’adolescenza e talvolta durante la menopausa, possono stimolare le ghiandole sebacee a produrre più sebo, aumentando il rischio di acne.
  • Predisposizione genetica, infatti circa il 50% dei pazienti ha un consanguineo di primo grado che ha avuto l’acne.
  • Alcuni batteri come il Cutibacterium acnes, che possono colonizzare i pori ostruiti, portando all’infiammazione e alla formazione di cisti.
  • Pori ostruiti a causa di eccesso di sebo e anormale cheratinizzazione delle cellule del dotto follicolare, che possono intrappolare batteri e causare infiammazione.

Esistono altri fattori che possono favorire la comparsa o il peggioramento dell’acne, tra cui lo stress, l’uso di alcuni farmaci, l’inquinamento ambientale, esposizione solare eccessiva, agenti ossidanti come fumo e alcol, e una dieta con cibi ad alto indice glicemico. Anche una scorretta igiene personale, lavarsi con troppa frequenza o con saponi non appropriati possono peggiorare l’acne.

Come avviene la diagnosi di acne cistica?

La diagnosi di acne cistica viene effettuata da un dermatologo attraverso un esame clinico della pelle e delle cisti presenti.

Oltre all’esame visivo, il dermatologo raccoglie informazioni importanti sulla storia clinica della persona, inclusi eventuali casi di acne in famiglia, la presenza di squilibri ormonali e altri fattori che potrebbero contribuire all’insorgenza dell’acne. Questo processo di anamnesi aiuta a identificare le possibili cause e a personalizzare il trattamento. 

Il dermatologo può anche distinguere l’acne cistica da altre forme di acne, come l’acne nodulare. Entrambe causano protuberanze dolorose sotto la pelle, le cisti sono piene di pus, mentre i noduli sono più solidi e non contengono fluido. Inoltre, l’acne cistica è più incline a causare cicatrici e richiede un approccio terapeutico specifico.

Come trattare l’acne cistica?

I trattamenti per l’acne cistica si concentrano sulla riduzione dell’infiammazione, l’eliminazione dei batteri e la prevenzione delle cicatrici. Generalmente, si utilizzano antibiotici topici o sistemici per combattere i batteri e ridurre l’infiammazione. I dermatologi possono prescrivere creme, gel o lozioni contenenti antibiotici. 

Altri trattamenti topici possono comprendere principi attivi come il perossido di benzoile per ridurre i batteri sulla pelle, o l’acido glicolico e l’acido salicilico per eliminare “le cellule morte” della pelle. Anche i retinoidi, derivati della vitamina A, hanno un’azione cheratolitica e possono essere applicati topicamente o assunti per via orale. L’isotretinoina è un retinoide orale molto efficace, ma richiede stretto controllo medico a causa dei possibili effetti collaterali. 

In alcuni casi molto gravi di acne conglobata, caratterizzata da noduli e cisti infiammatorie tendenti alla fistolizzazione, o nelle forme acute di acne fulminans si può ricorrere contestualmente anche alla terapia steroidea sistemica.

Per la popolazione femminile, in caso di verificate sindromi o squilibri endocrinologici, le terapie anti- androgeniche o la pillola estroprogestinica possono essere prescritte al fine di modulare i valori ormonali che contribuiscono all’acne. 

Per trattare le cicatrici da acne, invece, si possono utilizzare varie tipologie di laser, come il laser CO2 ablativo, con lo scopo di stimolare la rigenerazione cutanea e ridurre la profondità delle cicatrici e le macchie scure.

Il trattamento laser viene eseguito quando l’acne non è più in fase infiammatoria.

È importante anche seguire alcune buone pratiche per la cura della pelle, come lavare il viso delicatamente con un detergente specifico, usare prodotti non comedogenici, evitare di toccare il viso, e non schiacciare i brufoli. Non meno importante è seguire una dieta equilibrata, limitando i cibi ad alto indice glicemico.

Bibliografia

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A cura di mmaestri
Psoriasi: cos’è, cause e cura
Data articolo:Mon, 23 Mar 2026 13:57:00 +0000

La psoriasi è una delle più comuni malattie infiammatorie della cute: si stima infatti che a livello mondiale la psoriasi colpisca il 2-4% della popolazione generale. Si tratta di una malattia immunomediata, in cui il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale. In particolare, i linfociti T, una classe di globuli bianchi, normalmente coinvolta nella difesa delle infezioni da virus e batteri, nei pazienti con psoriasi attaccano erroneamente le cellule della cute.

La psoriasi può interessare quasi tutte le aree corporee, soprattutto cuoio capelluto, gomiti, ginocchia, e regione lombosacrale. La psoriasi si manifesta nella sua forma più comune con delle placche eritematose rosso-violacee infiammate e coperte da una fine desquamazione bianco-argentea. Possono esserci forme di psoriasi più aggressive, con un coinvolgimento generale di tutto il corpo, ma anche forme più limitate, con un coinvolgimento cutaneo ristretto.

Ne parliamo con il dottor Luigi Gargiulo, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Psoriasi: le cause 

La psoriasi ha diverse cause ma la principale è quella genetica. Esistono infatti fattori di predisposizione che vengono ereditati ed è comune che parenti di persone con psoriasi tendano a svilupparla.

Trattandosi di una malattia infiammatoria della cute non è provocata da infezioni virali, batteriche e fungine e, quindi, non è una patologia contagiosa. La psoriasi non può essere trasmessa con contatto stretto, per via respiratoria o per via sessuale e non si può avere trasmissione della malattia neppure toccando lesioni psoriasiche sanguinanti. I pazienti con psoriasi non sono quindi in alcun modo infettivi. 

Riacutizzazioni della patologia possono invece essere associate allo stress. Le riacutizzazioni della psoriasi, infatti, possono essere imprevedibili, in quantità variabile e, spesso, anche in pazienti già in trattamento, si manifestano in associazione a periodi particolarmente stressanti. Lo stress può essere di natura psicologica, ma anche fisica, come per esempio infezioni, interventi chirurgici, vaccinazioni e patologie concomitanti. Lo stress, però, non va considerato una causa scatenante della psoriasi, ma un fattore che può peggiorarla e riacutizzarla.

Le diverse forme di psoriasi 

La psoriasi è una malattia che può avere diverse forme cliniche, come:

  • psoriasi a placche o psoriasi volgare: si manifesta con placche eritematose con associata desquamazione che possono colpire diverse aree del corpo;
  • psoriasi guttata: molto diffusa negli adolescenti, insorge spesso a seguito di infezioni del tratto respiratorio superiore, con lesioni molto piccole a forma di goccia;
  • psoriasi pustolosa generalizzata: una forma di psoriasi molto grave che può mettere a rischio la vita del paziente e che si manifesta con lesioni pustolose che possono ricoprire tutta la cute e sintomi generali come febbre alta e dolori muscolari e articolari;
  • psoriasi eritrodermica: una forma grave che si manifesta con un eritema molto vasto che interessa circa il 90% della pelle nella sua interezza e che necessità un accesso immediato al Pronto Soccorso.

Psoriasi: i sintomi 

Uno dei sintomi più comuni della psoriasi è il prurito, molto invalidante e particolarmente accentuato quando interessa determinate aree corporee, come il cuoio capelluto. Quando invece la psoriasi interessa le mani si possono sviluppare fissurazioni ragadiformi dolorose, con spaccature a livello delle placche psoriasiche, che possono rendere complicate normali attività quotidiane.

Un altro sintomo spesso associato alla psoriasi è lo sviluppo di stati d’ansia e depressivi. Si stima infatti che la percentuale di pazienti con psoriasi che sviluppano comorbidità psicologiche sia quasi analoga a quella dei pazienti oncologici. 

Come si cura la psoriasi 

La tipologia di trattamento della psoriasi viene scelta dallo specialista in base alle caratteristiche e alla gravità della malattia e alle necessità individuali del paziente. In genere, per la psoriasi lieve-moderata si fa ricorso a farmaci topici, da applicare direttamente sulla cute, che consentono di lenire la sintomatologia pruriginosa e l’infiammazione associata. I rimedi più comuni sono a base di derivati della vitamina D e corticosteroidi locali: la combinazione di questi due principi attivi, infatti, consente di proseguire il trattamento più a lungo rispetto ai corticosteroidi topici.
In presenza di psoriasi è inoltre utile prediligere indumenti in tessuti naturali e traspiranti, evitando quelli acrilici e sintetici. 

Per la psoriasi moderata-severa, invece, è necessario ricorrere a terapie sistemiche. Gli anticorpi monoclonali sono farmaci biologici di nuova generazione che vengono somministrati in forma di puntura sottocutanea e che colpiscono determinate molecole del sistema immunitario, come l’interleuchina 17 e l’interleuchina 23, fondamentali nella cascata infiammatoria della psoriasi. Si tratta di farmaci estremamente sicuri, che in casi specifici possono essere utilizzati anche da pazienti adolescenti e che consentono di avere un controllo a lungo termine della patologia, anche con solo 4-5 somministrazioni nel corso di un anno. La psoriasi è una patologia cronica, quindi le terapie devono essere a lungo termine e sotto supervisione specialistica, trattandosi di farmaci prescrivibili esclusivamente in Centri ospedalieri dedicati. 

Psoriasi e cuoio capelluto: cosa fare 

Per quanto riguarda il trattamento del cuoio capelluto, bisogna sfatare il mito che i capelli vadano lavati meno del normale. Anzi, i pazienti interessati da psoriasi dovrebbero lavare spesso i capelli proprio per intervenire sull’accumulo di squame. Esistono inoltre per la psoriasi del cuoio capelluto degli shampoo specifici medicati a base di corticosteroidi. Se questi trattamenti non dovessero risultare efficaci si può ricorrere ai farmaci sistemici, in forma di compressa o iniezione sottocutanea. 

Psoriasi: si può prendere il sole? 

Con la psoriasi non vi è necessariamente la controindicazione a esporsi ai raggi solari. Anzi, diversi pazienti possono avere un miglioramento clinico spontaneo durante i mesi estivi e/o con l’esposizione solare. Chiaramente bisogna sempre seguire alcune buone norme. Bisogna infatti applicare sempre la protezione solare, preferendo l’SPF 50+, ed evitare di stare all’aperto nelle ore centrali della giornata, in cui i raggi del sole sono più intensi.

L’esposizione solare va invece evitata in presenza di forme molto acute di psoriasi, o di psoriasi particolarmente infiammata, perché può peggiorare la sintomatologia. Inoltre, non bisogna esporre la pelle al sole neanche se si è in trattamento con farmaci cortisonici topici, per evitare la formazione di chiazze scure in corrispondenza delle pregresse placche psoriasiche (iperpigmentazione).

Bibliografia

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A cura di mmaestri
Infertilità maschile e femminile: le cause
Data articolo:Fri, 20 Mar 2026 09:56:26 +0000

Con fertilità si intende la capacità di concepire tra un maschio e una femmina e, più nello specifico, la capacità di creare un embrione, ossia l’unione tra lo spermatozoo e l’ovocita. Si definisce infertile una coppia che, dopo circa 12 mesi di rapporti non protetti, non concepisce. Le cause possono essere femminili, maschili, miste o non identificabili (infertilità idiopatica)

Ne parliamo con la dottoressa Clara Gargasole, ginecologa del Fertility Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Le cause di infertilità femminile

Le cause di infertilità femminile sono:

  • età: le percentuali di concepimento al di sopra dei 40 anni sono inferiori al 10%
  • disfunzioni ormonali, della tiroide, dell’ipofisi o dell’ovaio (per esempio l’ovaio policistico)
  • infezioni e danni post-chirurgici a livello delle tube
  • malformazioni uterine, acquisite o congenite
  • endometriosi: una malattia infiammatoria cronica che può indurre infertilità agendo su ovaio, tube e utero.

Le cause di infertilità maschile

L’infertilità maschile costituisce il 20% delle cause di infertilità di coppia, ma coesiste nel 50% dei casi di infertilità.

Le cause di infertilità maschile si distinguono in cause pre-testicolari, cause testicolari e cause post-testicolari:

  • le cause pre-testicolari sono alterazioni dell’ipotalamo, dell’ipofisi o altre patologie endocrine
  • le cause testicolari sono alterazioni della spermatogenesi, ossia della formazione di spermatozoi
  • le cause post-testicolari sono forme ostruttive, quindi che alterano la produzione degli spermatozoi, disfunzioni erettili, oppure patologie autoimmuni che provocano la produzione di anticorpi contro gli spermatozoi.

Età e infertilità: ci sono correlazioni?

L’età può influire sulla fertilità di coppia. La possibilità di concepimento da parte di una coppia con partner femminile di età superiore ai 35 anni, infatti, inizia lentamente a decrescere e si riduce al di sotto del 10% al superamento dei 40 anni. 

Questo accade perché ogni donna nasce con un numero di ovogoni predeterminato (1-2 milioni circa), che si riduce progressivamente nel corso della vita fino ad arrivare alla subfertilità e, poi, alla menopausa. La menopausa coincide con la completa assenza sulle ovaie dei follicoli che contengono gli ovociti.

Fonti

Visita ginecologica per infertilità

La visita specialistica permette di definire gli esami e gli approfondimenti clinico-strumentali necessari a comprendere le possibili origini dell’infertilità.

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A cura di mmaestri


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