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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Strappo muscolare: i sintomi e cosa fare
Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 13:41:20 +0000

Lo strappo muscolare è oggi definito più correttamente danno muscolare strutturale: si tratta infatti di un’alterazione del muscolo che comporta un’interruzione delle fibre che lo compongono. La lesione caratteristica dello strappo muscolare si associa a uno stiramento improvviso del muscolo e può essere di vario grado, in base a percentuale e tipologia dei fasci muscolari coinvolti. Maggiore è la porzione di muscolo coinvolta, maggiore il danno provocato.

Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Strappo muscolare: quali sono i sintomi da cui riconoscerlo

Lo strappo muscolare comporta lo sviluppo di un forte dolore a livello del muscolo con un’importante limitazione della funzionalità dell’area interessata.

In particolare, in presenza di lesioni di primo grado si manifestano dolore lieve o crampi al momento della contrazione o allungamento del muscolo, in associazione alla sensazione di tensione muscolare, senza perdita di funzionalità.

Le lesioni di secondo grado comportano invece lo sviluppo di gonfiore ed ecchimosi nell’area interessata, un dolore immediato e più intenso e la perdita della funzionalità del muscolo.

Infine, le lesioni di terzo grado, le più gravi, si associano a uno strappo totale del muscolo, con dolore molto intenso, tumefazione e ampia ecchimosi. In questo caso il muscolo non riesce a eseguire nessun movimento, neanche il più semplice.

Da cosa è provocato lo strappo muscolare

Lo strappo muscolare in genere è associato ad attività fisica ed esercizi condotti in maniera non adeguata, senza un corretto allenamento, oppure in una condizione di fatica che provoca un’alterazione del controllo motorio che aumenta il rischio di strappo. In alcuni casi, il danno muscolare può avvenire come conseguenza di un trauma diretto, quindi se il muscolo viene colpito.

Cosa fare in caso di strappo muscolare

Nei primi giorni dalla comparsa del dolore è importante proteggere la parte interessata dallo strappo, muovendola il meno possibile. Per esempio, se a essere coinvolta dallo strappo è la gamba, non bisogna appoggiare il piede ed è utile mantenere l’arto in elevazione rispetto al corpo, per facilitare così il drenaggio dei liquidi. Nelle prime fasi è utile anche esercitare una compressione della parte interessata dallo strappo con una fasciatura, per evitare un eccesso di sanguinamento legato alla lesione, ed eseguire impacchi freddi per circa 15-20 minuti 3 volte al giorno.

In ogni caso, è utile sottoporsi a una valutazione medica dopo 24-48 circa dall’insorgenza dei sintomi, in modo da approfondire l’entità del danno tramite gli esami strumentali necessari, come l’ecografia o la risonanza magnetica. In base al grado dello strappo, infatti, cambiano sia la terapia sia i tempi di recupero. In genere, il riposo richiesto per la completa guarigione da uno strappo muscolare lieve è di circa 2 settimane e in alcuni casi viene prescritta anche una terapia farmacologica. Strappi muscolari più gravi richiedono invece 30 giorni o più di riposo e un trattamento riabilitativo.

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A cura di mmaestri
Polmonite: quali sono i sintomi 
Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 10:12:20 +0000

La polmonite è un’infezione del parenchima polmonare, cioè del tessuto del polmone. È causata soprattutto da batteri e virus, mentre più raramente può essere associata a funghi o presentarsi in forme non infettive, come in alcune reazioni infiammatorie. In corso di polmonite, gli alveoli polmonari – le piccole sacche che consentono lo scambio di ossigeno – si infiammano e possono riempirsi di liquido e cellule infiammatorie, compromettendo l’apporto di ossigeno al sangue.

Ne parliamo con il professor Stefano Aliberti, Responsabile dell’Unità Operativa di Pneumologia I presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio di Humanitas University

I sintomi della polmonite 

Nelle persone immunocompetenti, cioè con un sistema immunitario in grado di rispondere adeguatamente alle infezioni, i sintomi possono essere sia respiratori sia generali.

I principali sintomi respiratori sono:

I principali sintomi sistemici sono:

Le persone immunodepresse o molto anziane possono presentare sintomi meno specifici e più sfumati, perché la risposta infiammatoria può essere ridotta.

Tra i sintomi più comuni in questi casi troviamo:

  • Febbricola o assenza di febbre
  • Riduzione dell’appetito
  • Stato confusionale o disorientamento
  • Riduzione della vigilanza
  • Marcata debolezza.

Come si diagnostica la polmonite

La diagnosi di polmonite si basa su anamnesi accurata, esame obiettivo ed esami di supporto tra cui esami radiologici come la radiografia o la TC del torace. Gli esami del sangue aiutano a valutare l’infiammazione e, in alcuni casi, a stimare la gravità. L’esame dell’espettorato, broncoscopie o tamponi specifici possono contribuire all’identificazione del patogeno.

Quando possibile, identificare il microrganismo responsabile permette di personalizzare la terapia, ma il trattamento non deve essere ritardato se ci sono segni clinici compatibili con polmonite batterica. 

Polmonite: come si cura?

La terapia antibiotica viene prescritta quando si sospetta un’origine batterica o quando la gravità clinica richiede un trattamento immediato. La scelta della terapia tiene conto dei fattori di rischio individuali, dell’età, dello stato immunitario e dell’eventuale esposizione a particolari patogeni. La durata della terapia antibiotica è in genere di 5-7 giorni, ma può variare in base alla gravità della malattia, alla risposta clinica e al tipo di agente identificato. È importante associare alla terapia riposo adeguato e una buona idratazione. La maggior parte dei sintomi tende a migliorare entro 3-4 giorni dall’inizio della terapia adeguata, mentre la tosse può persistere più a lungo.

La prevenzione passa attraverso alcune semplici misure: coprire bocca e naso quando si tossisce o starnutisce, lavare spesso le mani e smaltire correttamente i fazzoletti usati. Le persone più a rischio dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione antinfluenzale, antipneumococcica e anti-SARS-CoV-2. È inoltre fondamentale evitare fumo di sigaretta.

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A cura di mmaestri
Bollini rosa: anche Humanitas tra gli ospedali premiati da Fondazione Onda
Data articolo:Thu, 27 Nov 2025 13:23:03 +0000

L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano è stato premiato da Fondazione Onda ETS per il biennio 2026-2027 con tre Bollini Rosa: un riconoscimento biennale di grande importanza, che viene assegnato agli ospedali italiani che promuovono la medicina di genere, con particolare attenzione a prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie a carico della popolazione femminile. Gli ospedali premiati acquisiscono quindi, grazie a questi aspetti, un valore distintivo rispetto al panorama sanitario nazionale, inserendosi in un network riconosciuto dalle istituzioni e che si contraddistingue per l’attenzione alla salute femminile.

Anche per il biennio 2026-2027 sono stati riconfermati durante la cerimonia presso il Ministero della Salute i tre bollini rosa precedentemente ricevuti dall’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano per le aree di Cardiologia, Diabetologia, Dietologia e nutrizione clinica, Endocrinologia e malattie del metabolismo, Medicina della riproduzione, Neurologia, Oncologia ginecologica, Oncologia medica, Pneumologia, Reumatologia, Senologia, che garantiscono alle pazienti un approccio personalizzato – talvolta con percorsi dedicati – anche in considerazione della loro appartenenza al sesso femminile.

A essere valutati per l’assegnazione dei bollini rosa sono i percorsi relativi sia a malattie e disturbi che hanno più ripercussioni dal punto di vista epidemiologico sulla salute femminile, sia le patologie a carico di entrambi i sessi ma affrontate con un approccio personalizzato e percorsi ospedalieri specifici realizzati in ottica di genere.

La certificazione del Bollino Rosa si riconferma nel nuovo biennio uno strumento fondamentale per tutte le donne che vogliono orientarsi e scegliere in modo consapevole un ospedale che offre percorsi di prevenzione, diagnosi e trattamento in un’ottica personalizzata e di genere.

I criteri per l’assegnazione dei Bollini Rosa

La valutazione e l’assegnazione dei Bollini Rosa – da 1 a 3 – si sono svolte considerando i questionari di candidatura composti da oltre 500 domande, a ciascuna delle quali è stato attribuito un valore prestabilito.

Tra i criteri di valutazione per l’assegnazione del riconoscimento troviamo: 

  • la presenza di specialità cliniche afferenti ai disturbi caratteristici del genere femminile o trasversali ad ambo i sessi e che pertanto devono essere affrontati con percorsi differenziati;
  • la tipologia e l’appropriatezza dei percorsi diagnostico terapeutici e dei servizi clinico assistenziali, considerati da una prospettiva multidisciplinare e gender oriented;
  • la presenza di servizi di accoglienza delle pazienti e di degenza a supporto dei percorsi diagnostico-terapeutici (volontari, mediazione culturale, assistenza sociale);
  • il livello di preparazione dell’istituto ospedaliero per la gestione di vittime di violenza, sia fisica sia verbale. 

Prestazioni cliniche e competenze specialistiche di alto livello associate ad attenzione gender oriented per il benessere delle pazienti e riguardo per le vittime di violenza, sono state quindi alla base dell’assegnazione dei Bollini Rosa; riconoscimento giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.

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A cura di mmaestri
Allergia: i sintomi e come si cura
Data articolo:Thu, 27 Nov 2025 11:13:01 +0000

L’allergia è una risposta anomala e abnorme del sistema immunitario, che si attiva verso sostanze che, normalmente, sono innocue. Le forme allergiche possono essere verso sostanze inalanti, come pollini, epitelio di animali, acari della polvere o muffe, oppure verso alimenti, farmaci o imenotteri (gli insetti pungitori). La componente allergica può avere base ereditaria, ma è l’esposizione verso l’ambiente che favorisce lo sviluppo della sintomatologia nel singolo paziente. 

Quali sono i sintomi dell’allergia e come si cura? Ne parliamo con il dottor Giovanni Paoletti del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Allergie: quali sono i sintomi? 

In base al tipo di allergia, le manifestazioni sintomatiche possono essere a carico di diversi organi e tessuti dell’organismo. La reazione immunitaria che si scatena in seguito al contatto con l’allergene infatti, comporta il rilascio di istamina e altri mediatori chimici, con lo sviluppo della sintomatologia caratteristica a carico di occhi, mucose del naso e/o della bocca, pelle, vie respiratorie. 

I sintomi possono essere simili a quelli di un raffreddore (come congiuntivite e rinite), interessare la cute, per esempio con arrossamento, prurito, eruzioni cutanee, o desquamazione, ma possono avere luogo anche manifestazioni più gravi. Queste possono essere a carico della bocca e del viso, con gonfiore di labbra, lingua, gola e viso, delle vie aeree, con respiro affannato o asma, fino ad arrivare a forme severe di anafilassi, come lo shock anafilattico, una reazione molto grave e pericolosa per la vita del paziente. 

Come si diagnosticano le allergie? 

Le allergie vengono diagnosticate dallo specialista allergologo, con una visita allergologica e delle prove allergometriche. Tra queste, l’esame di primo livello è rappresentato dal prick test, un esame semplice in cui si posizionano sull’avambraccio degli estratti di allergeni e dunque si esegue in corrispondenza una piccola puntura. Se la persona è sensibile a uno degli allergeni si verifica una reazione cutanea simile alla puntura di zanzara.

In altri casi vengono eseguiti degli esami del sangue specifici, che consentono la ricerca di anticorpi di classe IgE. 

Come si curano le allergie? 

Il trattamento delle allergie varia a seconda del disturbo, quindi dopo aver stabilito se si tratta di allergia verso gli inalanti, verso gli alimenti o altre forme di allergie. Il trattamento, sia ambientale sia farmacologico, è sempre personalizzato sulle esigenze cliniche del singolo paziente.

In generale, è comune la prescrizione di antistaminici in compressa, spesso associati, in presenza di allergie inalatorie, a spray nasali a base di antistaminico e/o cortisone topico, che hanno un effetto antinfiammatorio. In caso di sintomi associati alla congiuntivite possono essere utili anche colliri specifici.
Per alcune allergie, inoltre, può essere indicata l’immunoterapia specifica, il cosiddetto “vaccino contro le allergie”, che comporta la somministrazione controllata dell’allergene fino all’attenuazione o alla perdita completa della sensibilizzazione all’allergene. Si tratta di una terapia continuativa, che va proseguita per almeno tre 3 anni.

Cosa fare in caso di shock anafilattico? 

In caso, invece, l’allergia comporti l’anafilassi, l’adrenalina è l’unico farmaco in grado di interrompere lo shock anafilattico e salvare la persona che ne è interessata. L’adrenalina viene prescritta alle persone con allergie gravi diagnosticate e viene fornita in forma auto-iniettabile. L’erogatore è infatti simile a una penna, con un cappuccio di sicurezza a un’estremità e, all’altra estremità, un ago che premuto contro la coscia inietta una singola dose di adrenalina. Successivamente alla somministrazione, la persona deve accedere al Pronto Soccorso per avere assistenza sanitaria e permettere che i sintomi siano controllati fino alla loro completa risoluzione.
Se la persona ha uno shock anafilattico deve chiamare immediatamente il 112.

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A cura di mmaestri
Avere sempre fame: le possibili cause
Data articolo:Thu, 27 Nov 2025 10:54:55 +0000

Perché ho sempre fame? Può essere capitato a diverse persone di porsi questa domanda, magari in alcuni periodi della propria vita. 

La nostra alimentazione e il modo in cui si consumano i cibi possono influire sulla frequenza con cui si percepisce la fame. La fame, infatti, può associarsi a un basso apporto di proteine, fibre e grassi con l’alimentazione, oppure a fattori come stress e mancanza di sonno.

Quali sono, quindi, le cause sottostanti un costante senso di fame e quali sono gli alimenti che favoriscono la sensazione di sazietà? Ne parliamo con la dottoressa Michela Seniga, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Fame: da cosa deriva? 

La fame generalmente insorge a circa 2-3 ore dall’ultimo pasto con manifestazioni come calo dell’energia e “brontolii” dello stomaco.  

Per questo può essere utile consumare piccoli pasti o spuntini tra i pasti principali con alimenti sani e nutrienti come cracker integrali, yogurt, frutta o frutta secca. Il consiglio è quello di assumere come spuntino alimenti non processati e composti da carboidrati complessi, fibre e proteine. 

Quando, invece, la fame deriva da una risposta emotiva, si può avvertire il desiderio di specifici alimenti e, una volta consumati è facile non avvertire una sensazione di pienezza, in quanto la causa sottostante non è fisica ma emotiva. In generale, una sensazione di fame costante può derivare da basso apporto di proteine, grassi e fibre, assunzione di carboidrati raffinati, scarsa idratazione, alimentazione disordinata, scarsa qualità del sonno o stress. 

Proteine, grassi e fibre: fondamentali per l’alimentazione 

Proteine carboidrati e grassi sono i tre macronutrienti di cui l’organismo ha bisogno per avere energia. Se assunti insieme all’interno di un pasto, contribuiscono a mantenere la sensazione di sazietà. Invece, pasti ricchi di carboidrati ma poveri di proteine e grassi rischiano di provocare un aumento dei livelli di zuccheri nel sangue che è seguito da un rapido ritorno della fame. Assumere le proteine in associazione ai carboidrati complessi, è utile per rallentare il picco glicemico, garantendo aumento e diminuzione graduale delle concentrazioni di zuccheri e contribuendo a un maggior senso di sazietà.

Tra gli alimenti che contengono proteine ci sono: legumi, latticini, uova, tofu, affettati, frutta secca, pesce e carne. 

Importante integrare nell’alimentazione anche gli acidi grassi omega-3, contenuti in alimenti come salmone, tonno, sardine, noci o semi di lino, che possono migliorare la regolazione dell’appetito. Un’alimentazione povera di grassi sani, infatti, favorisce l’assunzione di carboidrati e cibi ricchi di zuccheri. Per questo è fondamentale seguire un’alimentazione equilibrata, in cui sono presenti tutti e tre i macronutrienti. 

Anche le fibre apportano benefici all’organismo e regolano il controllo della fame. Alimenti ricchi di fibre come verdura, legumi, frutta e carboidrati integrali favoriscono il rilascio di ormoni che diminuiscono l’appetito e le fibre contenute offrono una rapida sensazione di sazietà. 

Carboidrati raffinati: perché non esagerare 

È importante prestare attenzione agli alimenti a base di carboidrati raffinati, come farina bianca, riso bianco, prodotti da forno e dolci. Si tratta infatti di ingredienti che, durante i processi di lavorazione, perdono nutrienti e fibre. Per questo motivo, consumarne in eccesso non fornisce una sensazione di sazietà a lungo termine, ma fa aumentare rapidamente i livelli di glicemia, con una nuova sensazione di fame quando questi calano. 

Infatti, quando si consumano carboidrati e zuccheri, si tende ad avere la sensazione di un aumento di energia, ma si tratta di una percezione momentanea. 

Sete: fondamentale una corretta idratazione 

Lo stimolo della fame a volte può essere confuso con quello della sete (facciamo molta fatica a livello cerebrale a distinguere lo stimolo idrico da quello alimentare). Bere un’adeguata quantità di acqua nel corso della giornata al posto di caffè, infatti, favorisce l’idratazione dell’organismo e diminuisce la sensazione di fame, o quanto meno ci aiuta a riconoscere la fame fisiologica da quella più emotiva. È consigliato bere circa 2 litri di acqua al giorno.

Mangiare in modo distratto 

Mangiare in maniera disordinata e distratta, magari davanti al pc mentre si lavora, può portare a non prestare attenzione alla quantità di cibo consumato. Nonostante si sappia di aver mangiato, infatti, il nostro cervello non registra effettivamente il pasto, proprio perché viene meno la consapevolezza di tutti quegli aspetti sensoriali legati al pasto (il gusto preponderante, la texture o consistenza, l’evoluzione/permanenza del sapore in bocca, la temperatura della pietanza, l’aroma olfattivo preponderante). 

Sonno: un equilibrio importante 

Bisognerebbe dormire tra le 7 e le 9 ore per notte e, quando si parla di peso corporeo, una diminuzione delle ore di sonno può associarsi a un aumento di peso. Il sonno, infatti, regola l’ormone grelina, che stimola l’appetito. In mancanza di riposo, i livelli di questo ormone tendono ad aumentare, con la comparsa di una sensazione di fame quando, invece, il corpo avrebbe bisogno di riposo. 

Il sonno è essenziale per permettere all’organismo di rigenerarsi e, se non si riesce a dormire a sufficienza di notte, può essere utile riposarsi brevemente anche durante il giorno. 

Stress e fame: quali correlazioni

In periodi di stress può capitare di ricorrere al cibo per alleviare l’agitazione e mangiare (soprattutto alcuni tipi di alimenti) può assumere un ruolo consolatorio. Si tratta di un atteggiamento al quale prestare attenzione: se infatti il cibo può conferire piacere e benessere, occorre però non trasformarlo nella risposta allo stress. Prendersi cura della propria salute, compresa quella mentale, è fondamentale per una condizione di benessere generale.

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A cura di mmaestri
Ci sono rimedi efficaci contro la tosse?
Data articolo:Wed, 26 Nov 2025 14:13:24 +0000

La tosse è un riflesso fondamentale dell’organismo, con una funzione di protezione delle vie respiratorie. Si attiva quando vengono stimolati i recettori della tosse, cellule nervose presenti lungo l’albero bronchiale, nella laringe, nella trachea e anche in altre strutture della gabbia toracica. Il suo obiettivo è eliminare sostanze irritanti, muco o agenti infettivi e rappresenta quindi un campanello d’allarme per condizioni che potrebbero danneggiare il sistema respiratorio.

Quali sono le cause della tosse e quali i rimedi? Ne parliamo con il professor Stefano Aliberti, Responsabile dell’Unità Operativa di Pneumologia I presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio di Humanitas University.

Cause e complicanze della tosse

La tosse può avere numerose cause, poiché molte patologie – non solo delle vie respiratorie – possono manifestarsi attraverso questo sintomo. Tra le cause più comuni troviamo infezioni respiratorie acute (come raffreddore, influenza o polmonite), asma bronchiale, bronchite cronica, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), bronchiectasie, reflusso gastroesofageo, sinusite cronica con gocciolamento retronasale, esposizione ad allergeni o irritanti ambientali. Anche alcune condizioni non patologiche, come l’aria molto secca o l’esposizione a sostanze irritanti, possono scatenare la tosse.

Esistono inoltre cause iatrogene, cioè dovute a farmaci. Un esempio frequente è la tosse provocata dagli ACE-inibitori, utilizzati per il trattamento dell’ipertensione arteriosa.

La tosse può associarsi a diverse complicanze. Le più comuni sono l’insonnia, soprattutto se la tosse peggiora nelle ore notturne, e l’incontinenza urinaria, in particolare nelle donne. Può anche causare dolore toracico e, nei casi più intensi e prolungati, portare a fratture costali. In età pediatrica, nelle forme persistenti, la tosse può influire temporaneamente sull’alimentazione e sulla crescita.

La tosse peggiora di notte?

La tosse tende spesso a peggiorare durante la notte, quando ci si trova in posizione distesa. Ciò accade per diversi motivi: il muco può spostarsi dalle basse vie aeree verso zone più centrali, stimolando maggiormente i recettori della tosse; il reflusso gastroesofageo aumenta in posizione supina e può a sua volta irritare le vie aeree. Anche la presenza di allergeni nella stanza da letto, come la polvere, oppure un ambiente troppo secco o troppo umido, può peggiorare la sintomatologia.

I rimedi contro la tosse

Per trattare la tosse è fondamentale identificarne la causa. Solo così è possibile adottare terapie specifiche e realmente efficaci. I farmaci sedativi della tosse disponibili senza ricetta possono essere utilizzati solo per brevi periodi e in situazioni particolari (per esempio quando la tosse impedisce il sonno o ha un impatto sociale significativo), ma non sostituiscono la valutazione medica, soprattutto se il sintomo persiste.

È importante rivolgersi allo pneumologo che coordina un team multidisciplinare costituito da altri specialisti: il gastroenterologo se si sospetta un reflusso gastroesofageo, oppure l’otorinolaringoiatra in caso di sinusite cronica o gocciolamento retronasale.

Cos’è nello specifico la tosse cronica?

La tosse cronica è definita come una tosse persistente per più di 8 settimane. Spesso si associa a malattie respiratorie croniche come asma, bronchite cronica, BPCO o bronchiectasie. Può però anche dipendere da cause non respiratorie, come reflusso gastroesofageo o patologie delle alte vie aeree (per esempio sinusite cronica o rinosinusite allergica).

La diagnosi richiede spesso alcune indagini, come radiografia del torace, spirometria e, quando indicato, esami approfonditi delle alte vie aeree o valutazioni gastroenterologiche. L’unico modo efficace per trattare la tosse cronica è identificarne la causa e intervenire su di essa. L’uso di sedativi della tosse senza aver prima definito la patologia sottostante può fornire un sollievo temporaneo, ma non risolve il problema e può ritardare una diagnosi corretta.

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A cura di mmaestri
Contrattura muscolare: i sintomi e i rimedi
Data articolo:Wed, 26 Nov 2025 13:34:54 +0000

Quando si parla di contrattura muscolare si fa riferimento a un dolore localizzato a livello di un muscolo che fatica a rilasciarsi. La contrattura non è associata a una lesione del muscolo, bensì a un accumulo di metaboliti tossici legati a un affaticamento. I sintomi che provoca, però, possono essere fastidiosi, con tensione e rigidità o, in alcuni casi, persino dolorosi.

Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Contrattura muscolare: da cosa è provocata?

La contrattura muscolare è la risposta dell’organismo a una sollecitazione muscolare eccessiva o a un movimento scorretto dell’articolazione.

Una contrattura muscolare può essere legata a varie cause. Tra le più comuni, per esempio, ci sono problemi posturali e posture non corrette mantenute per un periodo di tempo abbastanza lungo, come il dolore al collo che insorge quando si dorme con cuscini diversi da quelli utilizzati abitualmente. Le contratture possono poi essere provocate da un eccesso di attività fisica o di sport, interessando le braccia o le gambe in base all’attività svolta, o ancora da movimenti improvvisi e bruschi.

Altre cause di contrattura muscolare sono poi la mancanza di un adeguato riscaldamento prima dell’attività sportiva, la sedentarietà, lo stress e i trattamenti chirurgici.

I sintomi della contrattura muscolare

Le contratture muscolari sono caratterizzate da una sensazione di tensione e rigidità dell’area interessata. Spesso la contrattura provoca anche dolore e, in alcuni casi, la difficoltà a usare il muscolo contratto con una limitazione funzionale del movimento.

Quali sono i rimedi per la contrattura muscolare

In presenza di dolore si deve limitare l’attività fisica: i sintomi della contrattura, infatti, nelle fasi iniziali del disturbo sono simili a quelli associati a lesioni muscolari più importanti. Al riposo, che può essere in base alla gravità dei sintomi di qualche ora o di qualche giorno (dai 3 ai 7), può essere utile associare una terapia con farmaci antidolorifici e miorilassanti, che aiutano a rilasciare la muscolatura e possono essere utili a controllare i sintomi dolorosi. In caso di contratture più gravi o di persone che hanno necessità di un recupero più veloce, possono essere eseguiti trattamenti manipolativi, massoterapia decontratturante o terapie fisiche a rilascio di calore (laser, tecarterapia).

Se le contratture si ripresentano in modo recidivante o cronico e sono associate a problemi posturali può essere inoltre necessario il trattamento fisioterapico.

Per evitare l’insorgenza di una contrattura muscolare, è sempre consigliato avere uno stile di vita attivo e non sedentario e mantenere una buona postura. Chi pratica attività sportiva, inoltre, deve scegliere attività adatte alla propria condizione e preparazione fisica e fare riscaldamento e stretching adeguati, in modo da non rischiare l’esecuzione di movimenti bruschi a freddo.

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A cura di mmaestri
Asma: i sintomi e cosa fare in caso di un attacco
Data articolo:Wed, 26 Nov 2025 10:20:26 +0000

L’asma è una malattia infiammatoria delle vie respiratorie caratterizzata da un’iperattività dei bronchi, che può portare allo sviluppo di crisi acute. Queste crisi si manifestano con sintomi quali difficoltà respiratorie, oppressione toracica, respiro sibilante e tosse secca. Si tratta di una condizione cronica, che, se non diagnosticata e adeguatamente trattata, può compromettere significativamente la qualità della vita.

L’asma può manifestarsi a causa di stimoli di natura allergica, fisica o immunologica e può aggravarsi in presenza di patologie concomitanti tra le quali la rinosinusite cronica, la rinite e il reflusso gastroesofageo.

Quando l’asma non risponde adeguatamente a livelli molto elevati di terapia inalatoria, si parla di asma grave. Questa condizione si caratterizza per crisi asmatiche frequenti e di notevole entità, che spesso richiedono l’impiego di terapia cortisonica sistemica e, frequentemente, il ricovero in pronto soccorso.

Come si riconosce una crisi asmatica? E come si può intervenire? Ne parliamo con il professor Enrico Heffler, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia, presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Cosa succede durante un attacco d’asma?

In condizioni normali, l’aria passa attraverso i bronchi incontrando unicamente la resistenza fisiologica delle pareti bronchiali: lo stesso avviene anche in persone affette da asma, quando adeguatamente trattate.

In presenza di asma non trattata o non sufficientemente controllata, invece, l’infiammazione che caratterizza la malattia induce le cellule muscolari che contornano le pareti dei bronchi a contrarsi, determinando quello che viene definito “broncospasmo”, ossia una vera e propria chiusura delle vie aeree.

Inoltre, l’infiammazione stessa determina un’eccessiva produzione di muco che, in alcuni casi, può creare veri e propri tappi nei bronchi. Tutto ciò comporta una riduzione dello spazio che l’aria ha a disposizione per scorrere normalmente, con lo sviluppo dei sintomi caratteristici della patologia. Durante un attacco d’asma (la cosiddetta “esacerbazione”), inoltre, queste condizioni si verificano improvvisamente e la persona avverte una sensazione di mancanza di respiro.

Quali sono i sintomi di un attacco d’asma?

I sintomi caratteristici dell’asma sono:

Nella maggior parte dei casi, la persona è anche affetta da malattie delle alte vie aeree, come rinosinusite cronica e/o rinite, solitamente di natura allergica.

I sintomi dell’asma possono presentarsi con diversi livelli di intensità e di frequenza, a seconda della gravità del disturbo e della risposta alle terapie in corso.

Come diagnosticare e curare l’asma?

L’insorgenza dell’asma è imprevedibile, può esordire a qualunque età della vita: viene sospettata e diagnosticata quando insorgono le prime crisi, spesso in concomitanza con altre allergie.

In generale, se la crisi d’asma è particolarmente intensa, è indicata la terapia cortisonica orale e, in alcuni casi, può essere opportuno accedere tempestivamente al Pronto Soccorso, per ricevere le prime cure, far regredire i sintomi e – se si tratta delle prime manifestazioni di sospetta asma in quel singolo paziente – iniziare un percorso di diagnosi. La diagnosi dell’asma richiede un’attenta anamnesi e la conferma è data dall’esecuzione di esami specifici come la spirometria corredata da test di broncodilatazione o test di provocazione bronchiale. Altri esami utili a comprendere meglio la natura dell’asma sono la misura dell’infiammazione bronchiale attraverso analisi dell’ossido nitrico espirato (FENO), i test allergometrici ed eventuali altri esami valutati dallo specialista.

Una volta individuata la tipologia d’asma, va impostata una terapia farmacologica con corticosteroidi inalatori ed eventualmente altri farmaci associati (solitamente broncodilatatori inalatori). Nel caso in cui la terapia inalatoria massimale con corticosteroidi associati a broncodilatatori non dovesse risultare sufficiente a controllare l’asma e ad evitare le crisi ricorrenti (asma grave), sono indicati i farmaci biologici, che vanno scelti sulla base delle caratteristiche infiammatorie e cliniche del singolo paziente, e vengono solitamente somministrati inizialmente sotto controllo ospedaliero e – solo in un secondo momento – al domicilio. Un’altra strategia terapeutica indicata per i pazienti asmatici allergici lievi-moderati, è l’immunoterapia allergene-specifica, la cosiddetta “vaccinazione contro le allergie”, che comporta la somministrazione controllata e progressiva dell’allergene che causa le crisi d’asma per indurre l’organismo a tollerare l’esposizione naturale, e prevenire la progressione dell’asma da lieve-moderata a grave.

Come intervenire in caso di attacco d’asma notturno?

L’attacco d’asma notturno, esattamente come gli attacchi d’asma che si verificano di giorno, deve essere trattato immediatamente con farmaci inalatori che garantiscono una rapida dilatazione e, al contempo, abbassano l’infiammazione presente nei bronchi. Se, invece, l’attacco d’asma notturno non si risolve con l’utilizzo al bisogno del farmaco inalatorio, potrebbe essere necessario il trattamento con cortisone assunto oralmente e/o con un intervento sanitario al Pronto Soccorso.

Perché non si deve sottovalutare l’asma?

L’asma non va sottovalutata perché è una malattia con una presentazione accessionale: i suoi sintomi, infatti, possono alternativamente manifestarsi o non manifestarsi. L’infiammazione che ne è alla base, tuttavia, resta comunque presente nei bronchi e, se non adeguatamente curata, comporta con il tempo l’insorgenza di un’ostruzione bronchiale. Se l’ostruzione bronchiale si cronicizza, però, il paziente non riesce più a rispondere adeguatamente ai trattamenti e ad avere una qualità della vita normale.

Ultimo aggiornamento: Novembre 2025
Data online: Aprile 2025

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A cura di mmaestri
“Prendi in mano la salute del tuo pancreas”: evento in ospedale, tra sensibilizzazione e Ricerca
Data articolo:Wed, 19 Nov 2025 08:38:04 +0000

In occasione della Giornata mondiale del tumore del pancreas, giovedì 20 novembre 2025, l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas ha aperto le porte a cittadini e pazienti per una giornata di sensibilizzazione, conoscenza e incontro con i professionisti della Pancreas Unit.

Sotto il titolo “Prendi in mano la salute del tuo pancreas”, l’iniziativa ha voluto ricordare che ogni gesto può fare la differenza nella prevenzione e nella cura di una malattia che, ancora oggi, rappresenta una delle sfide più complesse per la medicina moderna.

Un’occasione per conoscere, toccare e capire

Durante la giornata, nel corner allestito nel corridoio principale dell’ospedale (building 2), è stato possibile scoprire da vicino com’è fatto il pancreas, toccando con mano un “phantom”, una riproduzione artificiale e altamente fedele dell’organo umano realizzata dai ricercatori di Humanitas e Politecnico di Milano, con il supporto del 3D Innovation Lab di Humanitas University.

Il modello, sviluppato grazie a sofisticate tecniche che replicano consistenza ed elasticità, rappresenta uno strumento innovativo di formazione per chirurghi e specializzandi e consente di testare strumenti – come fili di sutura capaci di resistere agli acidi pancreatici – in condizioni estremamente realistiche.

Diversi fattori, infatti, rendono la cura del tumore del pancreas molto complessa e spiegano la necessità di continuare a fare Ricerca: spesso la diagnosi avviene in stadio relativamente avanzato della malattia; la sede “nascosta” del pancreas e la sua vicinanza a grosse vene e arterie rendono difficile la chirurgia; la scarsa risposta alle cure, che devono prevedere un approccio multidisciplinare con chemioterapia, chirurgia quando possibile ed eventualmente radioterapia.

«Allenarsi su un organo artificiale così preciso permette di migliorare la sicurezza degli interventi e la preparazione dei giovani chirurghi – afferma il prof. Alessandro Zerbi, responsabile di Chirurgia pancreatica dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e docente Humanitas University –. È un esempio concreto di come la collaborazione tra medici, ricercatori e ingegneri oggi sia fondamentale per il progresso delle cure».

Il video racconta come si è arrivati a realizzare il pancreas artificiale, anche con il supporto dei cittadini attraverso Fondazione Humanitas per la Ricerca.

L’importanza di sani stili di vita e diagnosi precoce

Il pancreas è un organo piccolo ma essenziale, coinvolto sia nella digestione sia nella regolazione della glicemia. Prendersene cura significa proteggere il proprio equilibrio metabolico e digestivo. Quando si ammala, si possono sviluppare diverse forme tumorali. Tra queste, il più pericoloso è l’adenocarcinoma del pancreas. Secondo i dati AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) nel 2024 sono state stimate circa 13.585 nuove diagnosi: 6.873 negli uomini, 6.712 nelle donne.

Questo tumore resta uno dei più aggressivi e difficili da trattare, e spesso la sua diagnosi è tardiva. Anche per questo sono nate le Pancreas Unit, tra cui quella del Cancer Center di Humanitas: centri specializzati e organizzati secondo un modello multidisciplinare con l’obiettivo di migliorare gli esiti clinici e portare avanti Ricerca d’avanguardia.

«È importante fare attenzione alla comparsa di alcuni sintomi – aggiunge la dott.ssa Silvia Carrara, caposezione dell’ecoendoscopia diagnostica e terapeutica dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, docente di Humanitas University e presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP) -: ittero, cioè colorazione giallastra della pelle e del bianco degli occhi; dolore addominale o alla schiena, spesso sordo e costante; perdita di peso e appetito; dimagrimento inspiegabile e riduzione della fame; nausea e vomito, soprattutto se si manifestano insieme a una sensazione di sazietà precoce; debolezza e affaticamento marcati; cambiamenti nelle feci, che possono diventare grasse e molto chiare; comparsa improvvisa di diabete: in particolare in persone che non hanno una predisposizione familiare».

Durante la giornata è stato possibile confrontarsi con medici e ricercatori, per imparare a riconoscere i principali fattori di rischio noti per il tumore del pancreas: fumo di sigaretta, dieta ricca di grassi e povera di frutta e verdura, diabete, pancreatite cronica, età avanzata, familiarità per tumore del pancreas e alcune mutazioni genetiche, obesità.

L’incontro scientifico per fare il punto sulle novità e le prospettive di Ricerca

Martedì 2 dicembre 2025, in Humanitas, si terrà l’incontro scientifico “PDAC Innovation Summit: Shaping the Future of Pancreatic Cancer”, coordinato dal prof. Luigi Maria Terracciano, Direttore Scientifico dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, professore di Anatomia Patologica e Rettore di Humanitas University, e dal prof. Alessandro Zerbi.

L’appuntamento sarà un’occasione di confronto tra specialisti di diverse aree – dalla Gastroenterologia alla Chirurgia, dall’Oncologia alla Radiologia – per condividere esperienze, dati e prospettive future nella gestione delle malattie pancreatiche, con particolare attenzione all’innovazione terapeutica e alla personalizzazione dei trattamenti. Il Comitato organizzativo comprende infatti anche Salvatore Piscuoglio, professore di Genetica di Humanitas University, la dott.ssa Sara Lovisa, responsabile del Laboratorio di Plasticity, Fibrosis and Cancer, Direttore del Centre Européen de Calcul Atomique et Moléculaire Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL).

La giornata si aprirà con un focus su PNRR e innovazione computazionale, dove saranno illustrati i progressi nazionali nell’ambito dei Big Data e del quantum computing come strumenti per la Ricerca oncologica. Si parlerà di modelli paziente-derivati, analisi genomiche e infrastrutture digitali per la medicina personalizzata.

Nel pomeriggio, le sessioni si concentreranno sugli aspetti clinici e traslazionali del tumore pancreatico. Si discuteranno le più recenti innovazioni nella chirurgia e nella Radioterapia. Le successive sessioni esploreranno il collegamento tra Ricerca e clinica, con approfondimenti su biomarcatori, alterazioni molecolari e nuovi modelli preclinici.


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A cura di mmaestri
Epicondilite: i sintomi e i benefici delle onde d’urto
Data articolo:Thu, 13 Nov 2025 14:03:53 +0000

L’epicondilite, spesso definita come “gomito del tennista”, è una patologia infiammatoria-degenerativa che interessa l’articolazione del gomito e coinvolge uno o più tendini estensori del polso e delle dita che si inseriscono sulla regione dell’omero detta epicondilo, che corrisponde alla sporgenza ossea che troviamo nella parte laterale del gomito. Si tratta di un disturbo piuttosto comune, spesso caratterizzato da intenso dolore e che, se non trattato, può comportare una degenerazione del tendine. Le onde d’urto focali, una terapia biofisica e non invasiva con azione antinfiammatoria e antidolorifica, risultano particolarmente utili non solo per tale problematica, ma anche per altri disturbi del gomito come le epitrocleiti (o “gomito del golfista”) e le tendinopatie del bicipite brachiale distale.

Ne parliamo con la dottoressa Elisabetta Tibalt, specialista del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero Funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Epicondilite: i sintomi

L’epicondilite è indotta nella maggior parte dei casi da un “overuse”, ossia un uso continuativo ed eccessivo del gomito che determina un sovraccarico funzionale dei tendini estensori. Tale situazione si verifica frequentemente in chi pratica sport come il tennis in cui i movimenti ripetuti in estensione del polso e del gomito, soprattutto durante i rovesci, e i continui stress meccanici legati all’assorbimento delle forze durante la risposta ai colpi avversari sono alla base della genesi della patologia. L’uso di strumentazioni non adeguate come una racchetta troppo pesante, con una presa non adeguata alle caratteristiche fisiche personali o corde troppo tese, così come una scarsa tecnica di gioco sono ulteriori fattori di rischio. Tuttavia anche sollecitazioni di minore entità ma continuative, come la digitazione su tastiera nel lavoro d’ufficio, può essere sufficiente a scatenare il problema.

Il sintomo più comune dell’epicondilite è il dolore laterale del gomito, in particolare quando si effettuano movimenti di estensione di polso e mano, nelle prese di oggetti e, nei casi più gravi, nell’estensione del gomito dopo un periodo di riposo a gomito piegato. L’aggravamento e la cronicizzazione del disturbo limita enormemente le attività di vita quotidiana, influendo negativamente sul benessere generale della persona.

Epicondilite: a cosa servono le onde d’urto

Il trattamento dell’epicondilite si basa principalmente su terapie conservative: farmacologiche, stimolazioni biofisiche e fisioterapia. Solo nei casi più resistenti ci si avvale della terapia infiltrativa e, solo in pochissimi casi, dell’intervento chirurgico. Tra le terapie biofisiche, le onde d’urto focali sono particolarmente efficaci sia nelle fasi acute che in quelle croniche di malattia.

Le onde d’urto focali sono onde acustiche in grado di penetrare in profondità nei tessuti e di stimolare una risposta biologica cellulare. Gli effetti indotti dalla terapia sono molteplici, ma possiamo riassumerli in quattro punti fondamentali: azione antinfiammatoria, antidolorifica, antiedemigena e rigenerativa tessuto specifica.

Come funzionano le onde d’urto

Le onde d’urto focali nel trattamento delle patologie tendinee, come nell’epicondilite, non presentano particolari controindicazioni. Risulta comunque fondamentale un corretto inquadramento clinico-diagnostico e che l’indicazione al trattamento sia fornita da un medico. La terapia, se effettuata correttamente e con apparecchiature adeguate, è ben tollerata e non induce effetti collaterali particolari; inoltre può essere associata a percorsi riabilitativi personalizzati.

Le reazioni biologiche tissutali indotte dalle onde d’urto sono complesse e richiedono tempi di risposta variabili che dipendono dalla capacità di risposta riparativa del tessuto stimolato. Nel caso dei tendini il tempo necessario per ottenere una riduzione del dolore può arrivare fino a 2-3 mesi dalla fine del trattamento. Generalmente il ciclo terapeutico consiste in 3 sedute a scadenza settimanale. Tra una seduta e l’altra è possibile avvertire una momentanea riacutizzazione della sintomatologia dolorosa: in tal caso non bisogna spaventarsi, si tratta infatti di una normale e fisiologica risposta dell’organismo alla stimolazione e all’attivazione dei processi di rigenerazione.

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A cura di mmaestri
Colesterolo alto: cosa mangiare
Data articolo:Thu, 13 Nov 2025 09:21:10 +0000

Il colesterolo è un grasso (lipide) fondamentale per la crescita delle cellule ma, se presente nel sangue in quantità eccessive rispetto alla norma (ipercolesterolemia), è tra i principali fattori di rischio per l’insorgenza di patologie cardiovascolari. Il colesterolo infatti, si suddivide in colesterolo ldl, o “colesterolo cattivo” che tende ad accumularsi nei vasi sanguigni (placche aterosclerotiche) impedendo il corretto flusso del sangue e provocando eventi come ictus e infarto del miocardio, e colesterolo hdl, anche conosciuto come “colesterolo buono”, che invece favorisce la rimozione del colesterolo ldl dal sangue.

L’aumento di colesterolo si associa a varie cause, tra cui anche un’alimentazione ricca di cibi che ne favoriscono l’apporto e che, quindi, in presenza di ipercolesterolemia, va modificata. In particolare, gli alimenti che presentano una maggior concentrazione di colesterolo sono i formaggi, gli insaccati, le uova (in particolare il tuorlo) e i crostacei. 

Cosa bisogna mangiare con il colesterolo alto? Ne parliamo con la dottoressa Cristina Panico, dell’Unità di Cardiologia Clinica, Interventistica e Ucc presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Cereali e vegetali: i cibi che favoriscono il controllo del colesterolo 

L’alimentazione più adatta per il controllo del colesterolo è la dieta mediterranea. Ricca di vegetali, legumi e cereali che non contengono colesterolo e aiutano ad abbassarne i livelli. I vegetali, infatti, sono alimenti ricchi di fibre, che diminuiscono l’assorbimento del colesterolo assunto con il cibo da parte dell’intestino. In particolare si consiglia di consumare 2-3 porzioni di verdure al giorno e 2 porzioni di frutta

Anche i cereali integrali sono ricchi di fibre, per cui è consigliato preferirli a quelli lavorati. Sarebbero quindi da integrare nell’alimentazione riso, pasta e pane integrali, e altri cereali come il farro, l’orzo e l’avena. 

Le fonti di proteine 

I legumi, oltre a non contenere colesterolo, sono anche una fonte di proteine. Per questo, le persone con colesterolo alto dovrebbero consumarli circa 2-4 volte a settimana.

Le altre fonti di proteine a bassa concentrazione di colesterolo sono il pesce e le carni bianche. 

Le persone interessate da colesterolo alto dovrebbero consumare il pesce 2-3 volte alla settimana, favorendo cotture alla griglia, al vapore o al cartoccio ed evitando invece le fritture. I molluschi e i crostacei sono invece più grassi e il consumo deve quindi essere limitato. 

Colesterolo: ridurre i grassi saturi 

I grassi insaturi di origine vegetale contribuiscono a ridurre il colesterolo ldl. Per questo si consiglia di utilizzare come condimento dei propri piatti l’olio extravergine di oliva (in quantità moderate) ed evitare invece i grassi saturi presenti nel burro ma anche nello strutto e nel lardo. I grassi saturi di origine animale, infatti, si associano a un aumento di colesterolo ldl nel sangue. 

I grassi da evitare in presenza di ipercolesterolemia sono in particolare quelli presenti nei formaggi, nelle uova e negli insaccati. Si può invece consumare con moderazione la carne bianca e rossa preferendo i tagli magri ed eliminando il grasso visibile prima della cottura.

Per quanto riguarda il latte, bisogna utilizzare quello scremato al posto di quello intero. In generale, infine, per qualsiasi alimento, vanno preferite cotture come quella al vapore, al forno, al microonde, alla griglia o la bollitura, mentre si deve evitare la frittura in padella o in friggitrice.

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A cura di mmaestri
Amiloidosi cardiaca: che cos’è e quali sono i sintomi
Data articolo:Tue, 11 Nov 2025 13:34:15 +0000

Con amiloidosi si fa riferimento a un gruppo eterogeneo di patologie che comportano l’accumulo di un complesso insolubile di proteine (amiloide) nei tessuti di vari organi, tra cui il cuore, le cui funzioni vengono inficiate. L’amiloide, infatti, si diffonde negli interstizi tra le cellule contrattili cardiache, contribuisce al loro danneggiamento, ne inficia il corretto funzionamento e provoca un irrigidimento delle pareti del miocardio.

Un tempo, l’amiloidosi era considerata una patologia rara, ma, recentemente, un miglioramento degli strumenti diagnostici e una maggiore attenzione alle manifestazioni precoci della malattia stanno portando a un crescente numero dei casi diagnosticati. 

Ne parliamo con il dottor Guido Del Monaco, cardiologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

I sintomi dell’amiloidosi 

L’amiloidosi tende a manifestarsi in maniera progressiva nel tempo e a causare segni e sintomi dovuti al coinvolgimento degli organi. In particolare, il coinvolgimento cardiaco può determinare in maniera importante la prognosi. 

I sintomi cardiaci comprendono: 

Le manifestazioni dell’amiloidosi legate all’interessamento di tutti gli altri organi e apparati possono essere moltissime, tra cui:

  • sindrome del tunnel carpale bilaterale (che può insorgere anche 10 anni prima del coinvolgimento cardiaco e d’organo);
  • complicazioni a livello dei tendini (per esempio la rottura del bicipite brachiale);
  • parestesie e diminuzione della sensibilità degli arti;
  • dolore ai nervi periferici;
  • alterazioni della funzionalità renale, del fegato, della milza e dell’apparato gastrointestinale;
  • edema degli arti e addominale;
  • petecchie (macchie cutanee) provocate da sanguinamento cutaneo;
  • sanguinamento periorbitario;
  • macroglossia (ingrossamento della lingua). 

I depositi di amiloide, infatti, possono trovarsi a livello di uno o più organi in combinazioni diverse, provocando una sintomatologia estremamente variegata. 

Quali sono le cause dell’amiloidosi? 

Alla base dell’amiloidosi possono esserci cause differenti. Le forme più comuni di amiloidosi sono due: l’amiloidosi da catene leggere (amiloidosi AL) e l’amiloidosi da transtiretina (amiloidosi ATTR).

L’amiloidosi AL non è ereditaria ed è scatenata da una sovrapproduzione di catene leggere, ossia frammenti di anticorpi da parte di un clone di plasmacellule. Si associa tipicamente a patologie del sangue (ematologiche).

L’amiloidosi ATTR, invece, è determinata dall’accumulo della proteina transtiretina e può manifestarsi sia in assenza di mutazione, sia in forma mutata e, dunque, ereditaria. La forma non genetica è tipica delle persone anziane mentre quella genetica in genere si manifesta prima.

Gli organi che sono maggiormente coinvolti dall’amiloidosi sono il cuore e il sistema nervoso periferico, ma nell’amiloidosi AL possono essere coinvolti anche rene e organi viscerali tra cui fegato e milza. 

Più rare, invece, altre forme: la forma provocata da un deposito di apolipoproteina A, quella associata a depositi di beta 2-microglobulina associata a lunghi trattamenti di dialisi, o la forma associata a patologie infiammatorie croniche

Gli esami per diagnosticare l’amiloidosi 

I test per giungere alla diagnosi sono diversi e comprendono: 

Quando la diagnosi è di amiloidosi da transtiretina è opportuna un’analisi genetica per individuare le forme ereditarie associate a mutazione. 

Come trattare l’amiloidosi cardiaca 

Quando si parla di amiloidosi cardiaca, lo scompenso cardiaco è un rischio concreto e inoltre non è possibile prevenirla. Per questo, una corretta informazione sulla malattia è di particolare importanza perché aiuta a individuare precocemente la malattia e a intervenire tempestivamente con il trattamento più adeguato per contenere i sintomi.

Per le due forme più comuni di amiloidosi, quella a catena leggera e l’amiloidosi ATTR, sono disponibili nuovi farmaci, tenendo anche in considerazione la possibile associazione di sintomi neurologici, mentre, se la causa sottostante è una patologia ematologica, si interviene direttamente sulla malattia. Per ciascuna forma di amiloidosi, infatti, si eseguono terapie mirate. Tuttavia, per l’amiloidosi AL, che è tipicamente associata a patologie ematologiche, è possibile guarire completamente con una terapia che in genere prevede la combinazione di chemioterapia e trapianto di midollo osseo, mentre le terapie attualmente disponibili non consentono una completa risoluzione dell’amiloidosi ATTR. Le terapie per l’amiloidosi ATTR oggi consentono in ogni caso di stabilizzare la malattia, ma sono in fase di studio terapie più avanzate.

Il trattamento dell’amiloidosi è quindi complesso e prevede il coinvolgimento di un team multidisciplinare di specialisti, ma con un intervento precoce è possibile trattare o contenere la progressione della sintomatologia.

Fonti

Ultimo aggiornamento: Novembre 2025
Data online: Settembre 2022

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A cura di mmaestri
Colesterolo HDL e colesterolo LDL: le differenze
Data articolo:Tue, 11 Nov 2025 11:36:33 +0000

Il colesterolo è un grasso (lipide) presente nel sangue e nei tessuti. È parte integrante della membrana cellulare, per cui è fondamentale per la crescita di cellule sane. Tuttavia, se il colesterolo è presente in eccesso rispetto alle quantità fisiologiche necessarie alla costruzione delle cellule, rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiache. Il colesterolo in eccesso (ipercolesterolemia), infatti, si associa alla formazione di depositi di grasso sulle pareti dei vasi sanguigni (placche aterosclerotiche), che ostruiscono il regolare passaggio del sangue. 

Cosa comporta l’ipercolesterolemia? Ne parliamo con la dottoressa Cristina Panico, dell’Unità di Cardiologia Clinica, Interventistica e Ucc presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Colesterolo HDL e colesterolo LDL: quali sono le differenze? 

L’ipercolesterolemia è uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari e comporta un aumento dei grassi che circolano nel sangue. 

I grassi che si possono misurare attraverso gli esami del sangue sono suddivisi in:

  • trigliceridi: i grassi alimentari che si assumono col cibo;
  • colesterolo hdl: il “colesterolo buono”, utilizzato dai muscoli come fonte di energia o portato al fegato, dove viene smaltito;
  • colesterolo ldl: il “colesterolo cattivo”, si può depositare all’interno delle arterie e formare le placche aterosclerotiche, che rappresentano una delle principali cause di ictus o di infarto del miocardio.

Che cos’è il rischio cardiovascolare? 

Quando si parla di riduzione del colesterolo e del suo controllo ci si riferisce principalmente al colesterolo ldl, responsabile della formazione di placche aterosclerotiche. La valutazione varia da persona a persona, in base al rischio cardiovascolare individuale, per ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari o di sviluppare nuovi eventi cardiovascolari se il paziente è già interessato da una malattia nota. 

Il medico di base e/o lo specialista cardiologo valutano quindi il rischio individuale, valutando la presenza o l’assenza dei fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, tra cui per esempio diabete, ipertensione e fumo di sigaretta. I dati, aggregati, consentono di decidere di quanto vada abbassata la concentrazione di colesterolo ldl nel sangue. 

Ipercolesterolemia: cosa fare? 

Quando si riscontrano alti livelli di colesterolo nel sangue tramite esami del sangue, bisogna fare riferimento al medico di base e/o allo specialista cardiologo, che, come abbiamo detto, valutano il rischio cardiovascolare e inquadrano nel contesto clinico della persona l’ipercolesterolemia. Sono infatti possibili anche cause secondarie dell’ipercolesterolemia (come la malattia della tiroide) che vanno escluse o confermate per essere adeguatamente trattate.

Escluse le cause secondarie di ipercolesterolemia, è necessario valutare anche l’eventuale presenza di forme di ipercolesterolemia familiare. Le forme più gravi sono caratterizzate da elevati valori di colesterolo fin dalla giovane età. Il primo approccio terapeutico, in questo caso, può non essere farmacologico e comportare un’alimentazione priva di colesterolo e lo svolgimento regolare di attività fisica di tipo aerobico

L’alimentazione per ridurre il colesterolo 

Per ridurre il colesterolo nel sangue bisogna evitare gli alimenti che ne sono ricchi. I cibi che presentano una maggior concentrazione di colesterolo sono in particolare i formaggi, le uova (soprattutto il tuorlo), gli insaccati e i crostacei. 

L’alimentazione più adatta per il controllo del colesterolo è la dieta mediterranea, che è ricca di vegetali, legumi e cereali. I vegetali sono ricchi di fibre, che diminuiscono l’assorbimento del colesterolo assunto con il cibo da parte dell’intestino. In particolare si consiglia di consumare 2-3 porzioni di verdure al giorno e 2 porzioni di frutta.

Anche i cereali integrali sono ricchi di fibre, per cui è consigliato preferirli a quelli lavorati. Sarebbero quindi da integrare nell’alimentazione riso, pasta e pane integrali, il farro, l’orzo e l’avena. 

I legumi sono una fonte proteica e non contengono colesterolo. Per questo, le persone con colesterolo alto dovrebbero consumarli circa 2-4 volte a settimana.

Le altre fonti di proteine a bassa concentrazione di colesterolo sono il pesce e le carni bianche.

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A cura di mmaestri
Ricerca contro il cancro: tornano i Cioccolatini di AIRC
Data articolo:Tue, 04 Nov 2025 14:40:39 +0000

A novembre 2025 tornano I giorni della Ricerca, l’appuntamento con la sensibilizzazione sul cancro che ogni anno mantiene accesi i riflettori su una malattia che presenta dati di incidenza ancora estremamente alti. Dalle televisioni pubbliche, agli stadi, alle scuole superiori, Fondazione AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), in occasione dei 60 anni dalla sua fondazione, coinvolgerà i cittadini in un ricco programma di informazione sui progressi della Ricerca sulle patologie oncologiche. Nonostante, infatti, le probabilità di guarigione siano oggi notevolmente aumentate, in Italia solo nell’ultimo anno sono state effettuate oltre 390.000 nuove diagnosi, oltre 1000 al giorno.

I volontari AIRC saranno nelle piazze e nelle scuole sabato 8 novembre 2025 con circa 2400 punti di distribuzione dei Cioccolatini della Ricerca. I cioccolatini saranno disponibili anche dal 10 novembre nelle filiali di Banco BPM o ordinabili online per tutto il mese su amazon.it, per riceverli direttamente a casa. In Humanitas sarà presente un banchetto dedicato nelle giornate di giovedì 6 e venerdì 7 novembre.

A fronte di una donazione minima di 15 euro, si potrà ritirare la propria confezione di Cioccolatini della Ricerca da 200 grammi firmata Venchi e la Guida informativa sui traguardi raggiunti da AIRC in sessant’anni di impegno nella Ricerca oncologica. Ma perché proprio i cioccolatini sono stati scelti come ambasciatori di questo importante messaggio? Perché, se assunto in quantità limitate, il cioccolato fondente è un alleato della salute, a causa del suo contenuto di flavonoidi, sostanze della famiglia dei polifenoli ricche di proprietà antiossidanti e antinfiammatorie.

I Giorni della Ricerca continuano fino al 16 novembre: un’occasione per approfondire i risultati della Ricerca sul cancro AIRC 2024, i progetti in corso e i nuovi traguardi da raggiungere in termini di diagnosi, prevenzione e trattamenti.

Si possono trovare notizie e informazioni approfondite sul sito airc.it, con i dettagli per chi volesse sostenere tramite un’ulteriore donazione il lavoro dei ricercatori AIRC.

AIRC si unisce inoltre per tutto il mese a Movember, un movimento globale volto alla promozione dell’importanza di avere abitudini sane per la salute degli uomini. AIRC contribuisce a Movember con la campagna digital “Sinonimi & Controlli”, per sensibilizzare sulla prevenzione dei tumori maschili attraverso i controlli consigliati e per raccogliere fondi per la Ricerca. Nel 2024, infatti, sono stati diagnosticati circa 214.000 nuovi casi di tumori tra gli uomini.

Ricerca sul cancro: perché è fondamentale

Nonostante i dati di incidenza siano ancora elevati, gli italiani che hanno superato una diagnosi di tumore e raggiunto la completa guarigione sono oggi aumentati del 50% circa. L’informazione e la sensibilizzazione su questa patologia, garantita anche da giornate come quelle promosse da AIRC, è fondamentale per mettere al corrente i cittadini su fattori di rischio e campanelli d’allarme. 

La prevenzione, la diagnosi precoce e le nuove terapie sono strumenti di grande importanza per contrastare lo sviluppo del cancro. L’aggiornamento della popolazione su queste tematiche, unita al lavoro di specialisti e ricercatori, contribuisce a individuare e trattare efficacemente e in modo meno invasivo un tumore quando si trova ancora nelle fasi iniziali.

Regalando o scegliendo per sé i Cioccolatini della Ricerca si può aiutare concretamente AIRC a sostenere il lavoro di circa 5400 ricercatori in 96 istituzioni in tutto il Paese, con un pizzico di dolcezza. Per ulteriori informazioni, consulta il sito della campagna di AIRC.


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A cura di mmaestri
Humanitas Channel: la piattaforma di streaming che raccoglie voci ed esperienze del mondo Humanitas
Data articolo:Mon, 03 Nov 2025 11:11:16 +0000

Un nuovo spazio digitale per condividere storie, innovazione e ricerca: è online Humanitas Channel, la piattaforma video del Gruppo Humanitas che raccoglie voci, esperienze e approfondimenti dal mondo della cura.

Pensato come un luogo di racconto e incontro, Humanitas Channel nasce per valorizzare i progetti e le persone che ogni giorno contribuiscono a costruire eccellenza in ambito clinico, scientifico e umano.

Dalle testimonianze dei pazienti alle interviste con i nostri specialisti, dai video dedicati alla prevenzione ai dietro le quinte dei grandi eventi, il canale propone un viaggio dentro le storie di chi vive la sanità con passione, competenza e dedizione.

All’interno della piattaforma trovano spazio format diversi: brevi reportage, videointerviste, podcast e rubriche tematiche che raccontano la medicina, la ricerca e l’innovazione in modo semplice e accessibile, con un linguaggio vicino alle persone.

Con Humanitas Channel, il racconto della salute si apre a nuove forme di comunicazione, capaci di connettere professionisti, studenti, pazienti e cittadini attraverso immagini, voci e volti.

Un modo per far conoscere più da vicino l’impegno quotidiano di chi lavora in Humanitas e per diffondere una cultura della salute fondata sulla conoscenza, sulla condivisione e sulla fiducia.

Mettetevi comodi:


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A cura di mmaestri
Obesità: in Italia una legge la riconosce come malattia
Data articolo:Tue, 21 Oct 2025 15:11:33 +0000

Da molti anni l’obesità è considerata dal mondo scientifico una malattia complessa e multifattoriale che comporta un accumulo eccessivo di tessuto adiposo alterato per struttura e funzione, che influisce negativamente sulla salute generale aumentando il rischio di altre gravi patologie (come le malattie cardiovascolari, il diabete di tipo 2 e alcune neoplasie) e che riduce la qualità e l’aspettativa di vita. 

Dal 1 ottobre, con l’approvazione definitiva del Senato, l’Italia è il primo Paese al mondo a riconoscere l’obesità come malattia con una specifica legge e ad adottare una cornice normativa completa, che include prevenzione, cura e sensibilizzazione sociale. Per legge, le persone con obesità – riconosciuta ufficialmente come malattia progressiva e recidivante – potranno in futuro usufruire delle prestazioni contenute nei livelli essenziali di assistenza (LEA) erogati dal Servizio sanitario nazionale, al fine di assicurare l’equità e l’accesso alle cure.

Come sottolinea il professor Roberto Vettor, direttore scientifico del Centro Malattie del Metabolismo e della Nutrizione dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano: l’obesità non è una semplice conseguenza di scelte personali indulgenti verso un’eccessiva alimentazione, ma una patologia che coinvolge fattori genetici, ambientali, neuroendocrini e squilibri complessi nella regolazione dell’appetito e del peso corporeo. 

L’approvazione di questa legge è un passo che unisce prevenzione, cura, sensibilizzazione sociale e sostegno istituzionale, tracciando la strada per le future politiche sanitarie europee e globali.

Lo stigma sociale verso l’obesità

L’obesità è stata definita dalla World Obesity Federation come una malattia cronica, progressiva e recidivante; risponde ai criteri per definire una malattia clinica perché ne è stata suggerita un’eziologia, presenta segni e sintomi che la connotano e una serie di alterazioni strutturali e funzionali che producono delle conseguenze patologiche.

É verosimile che lo stigma verso questa malattia sia stata la causa primaria del ritardo del suo riconoscimento come malattia. Infatti, le persone con obesità sono spesso bersaglio di stereotipi che le ritraggono come pigre, golose o prive di forza di volontà. Lo stigma porta a discriminazioni in vari ambiti, come scuola, lavoro e relazioni e può anche manifestarsi in ambiente sanitario. È fondamentale avviare tra i medici e nell’opinione pubblica un cambiamento culturale e un approccio medico con competenze specifiche e che sia più inclusivo e consapevole, che riconosca l’obesità come malattia e combatta lo stigma, ma soprattutto l’ignoranza e la disinformazione. 



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A cura di mmaestri


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