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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Tosse allergica, come riconoscerla?
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 10:08:19 +0000

La tosse è un sintomo comune caratterizzato da uno spasmo violento e improvviso dell’apparato respiratorio, provocato dalla contrazione dei muscoli respiratori a contatto con agenti irritanti. La tosse può servire a espellere secrezioni bronchiali, oppure, quando è secca, associarsi a varie patologie, tra cui le allergie. Le allergie, risposta anomala del sistema immunitario a sostanze che per la maggior parte delle persone sono innocue, comportano infatti lo sviluppo di una serie di sintomi, tra cui la tosse stessa.

Come si riconosce la tosse allergica rispetto alla tosse associata ad altre patologie? Ne parliamo con il dottor Giovanni Paoletti del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Come si riconosce la tosse allergica?

La tosse è un sintomo molto comune nelle persone allergiche a sostanze inalanti, come i pollini, gli acari e le muffe. Si tratta di una tosse definita “stizzosa” perché è secca e non produce muco, ma che risulta molto fastidiosa per chi ne è interessato e può svilupparsi in diversi momenti della giornata. La tosse allergica, infatti, insorge quando la persona allergica si trova in ambienti in cui è presente l’allergene, che possono essere sia al chiuso sia, come nel caso dei pollini, all’aria aperta.

Bisogna prestare attenzione alle caratteristiche della tosse allergica, per non scambiarla erroneamente per un raffreddore comune, soprattutto quando il sintomo insorge in persone adulte che non sono mai state soggette ad allergie stagionali, come quelle primaverili.

Tosse allergica: cosa fare?

Chi dovesse sviluppare una tosse che ha le caratteristiche di una tosse allergica deve fare riferimento al medico, perché può trattarsi di un sintomo para-asmatico, preludio di patologie più gravi. In presenza di sospetto di tosse allergica bisogna quindi riferire allo specialista le situazioni in cui si verifica, in modo da poter isolare lo specifico allergene responsabile del disturbo.

Lo specialista per confermare la diagnosi può indicare test specifici cutanei, come il prick test, o con prelievo del sangue, in modo da identificare l’allergene con certezza e agire in maniera specifica sia per quanto riguarda il trattamento dei sintomi, in genere tramite una terapia con antistaminici, sia per eventuali ulteriori approfondimenti in caso la tosse possa associarsi a disturbi più severi, come l’asma bronchiale.

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A cura di mmaestri
Sinusite: sintomi e rimedi
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 09:32:46 +0000

La rinosinusite, conosciuta comunemente come sinusite, è un’infiammazione o infezione dei seni paranasali, le cavità pneumatiche scavate nel massiccio facciale che producono il muco necessario per detergere e drenare le vie respiratorie superiori. Se i seni paranasali producono troppo muco e il sistema di drenaggio è inefficace, si può sviluppare un’infiammazione con sintomi caratteristici e di entità più o meno grave: in questo caso si parla di rinosinusite.

Ne parliamo con il dottor Luca Malvezzi dell’Unità di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Sinusite: quali sono i sintomi?

I sintomi della rinosinusite sono molteplici e comprendono:

  • congestione nasale
  • iperproduzione di muco
  • ostruzione respiratoria
  • perdita o alterazione di olfatto e gusto
  • senso di stordimento
  • senso di ovattamento, pressione o dolore a livello del massiccio facciale.

Nelle forme di rinosinusite di origine virale, come il raffreddore comune, l’evoluzione dei sintomi è spontanea e si risolve completamente nel giro di 5-10 giorni. Tuttavia, in alcuni casi, la sintomatologia può essere prolungata, ripetitiva o cronicizzarsi (se i sintomi sono presenti per più di 12 settimane). In questo caso, allora, è necessario un intervento specialistico e multidisciplinare.

Come si cura la sinusite?

Le rinosinusiti virali, come abbiamo detto, si risolvono in genere fisiologicamente in poco tempo. In ogni caso i lavaggi nasali, i fumenti e i decongestionanti nasali possono favorire la detersione delle fosse nasali e lubrificare il muco. Se, invece, i sintomi si prolungano nel tempo, può essere necessario l’utilizzo di farmaci cortisonici nasali o, in alcuni casi, per prevenire le complicanze possono essere prescritti farmaci antibiotici e cortisonici per via sistemica.

Bisogna sempre ricordare che la rinosinusite non è sempre un semplice raffreddore e per questo non si devono sottovalutare i sintomi durevoli. La rinosinusite cronica, infatti, ha un impatto severo sulla qualità di vita e, in questi casi, è necessario un approccio multidisciplinare con un team di specialisti allergologi, pneumologi e immunologi, per pianificare un trattamento medico o chirurgico personalizzato sulle esigenze del singolo paziente e prevenire eventuali complicanze.

Come si tratta la sinusite?

Nelle rinosinusiti acute complicate può essere necessario l’intervento chirurgico in tempi molto brevi e anche nella sinusite cronica, ossia quando i sintomi persistono oltre le 12 settimane con un impatto importante sulla qualità della vita bisogna intervenire chirurgicamente. Si tratta di un intervento endoscopico sui seni paranasali, che semplifica la via di drenaggio del muco e garantisce anche un miglior accesso farmacologico locale per le terapie postoperatorie.

Per quanto riguarda, invece, l’aerosol, quello tradizionale è stato ideato per il trattamento delle basse vie respiratorie. Per il trattamento delle alte vie respiratorie, bisogna utilizzare aerosol con device specifici che atomizzano le particelle aerosoliche rendendole più grandi, in modo tale che non vengano filtrate dal naso ma abbiano efficacia terapeutica a livello del naso e dei seni paranasali. Da questo punto di vista, l’aerosol può essere prescritto per il trattamento delle rinosinusopatie sia prima che dopo eventuali interventi chirurgici.

La sinusite si può prevenire?

Le sinusiti virali si possono prevenire senza che sia necessario utilizzare farmaci. L’igiene del naso è fondamentale: bisogna eseguire lavaggi quotidianamente mattina e sera con la soluzione fisiologica, in modo che le vie respiratorie siano deterse e sia favorito il trasporto di muco. Inoltre, anche l’esercizio fisico stimola il sistema immunitario, aiutando a contrastare le patologie stagionali a carico delle vie respiratorie.

Importante anche indossare indumenti adeguati alle temperature e vestirsi a strati, soprattutto in previsione di sbalzi termici. Lo sbalzo termico, infatti, può determinare uno shock per l’organismo, favorendo un temporaneo abbassamento delle difese immunitarie e l’insorgenza di infiammazione di origine virale.

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A cura di mmaestri
Ecografia muscolo-tendinea: quando effettuarla
Data articolo:Thu, 15 Jan 2026 08:40:20 +0000

Ecografia muscolo-tendinea: quando è indicata?

L’ecografia muscolo-tendinea è un esame diagnostico non invasivo che sfrutta gli ultrasuoni per ottenere immagini dettagliate dei muscoli, dei tendini e dei legamenti, consentendo di individuare eventuali anomalie o lesioni. 

Grazie alla sua precisione e sicurezza, trova largo impiego in ambito sportivo per valutare e seguire l’evoluzione di infortuni o patologie negli atleti.

Ne parliamo con il dottor Nicola Magarelli, radiologo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Cos’è e a cosa serve l’ecografia muscolo-tendinea?

L’ecografia muscolo-tendinea serve per identificare varie patologie legate all’apparato muscolo-scheletrico. 

È un esame che viene richiesto dallo specialista dopo una visita ortopedica, fisiatrica o di medicina dello sport per confermare o escludere sospette diagnosi. Le principali patologie che possono essere rilevate sono:

  • lesioni muscolari
  • tendiniti
  • alterazioni dei legamenti
  • contusioni
  • ematomi
  • problematiche delle borse articolari
  • neuropatie da intrappolamento
  • infiammazioni articolari di origine reumatologica
  • fratture costali composte
  • alterazioni della cute e del tessuto sottocutaneo, come lipomi, cisti sebacee o ernie.

Come si fa l’ecografia muscolo-tendinea?

L’ecografia muscolo-tendinea viene eseguita applicando un gel sulla pelle vicino all’area da analizzare. Questo gel, oltre a migliorare il contatto tra la sonda e la cute, elimina la presenza di aria, che potrebbe ostacolare la trasmissione degli ultrasuoni. La sonda, a sua volta, invia gli echi riflessi dai tessuti al monitor, dove le immagini vengono interpretate dall’ecografista.

L’intera procedura dura generalmente tra i 15 e i 20 minuti. Prima dell’esame, è necessario rimuovere eventuali fasciature o medicazioni dalla zona da esplorare. Non è richiesta alcuna ulteriore preparazione da parte del paziente.

Quando è utile l’ecografia muscolo-tendinea?

La valutazione ecografica dinamica riveste un ruolo importantissimo nell’analisi di diverse condizioni patologiche. L’osservazione della contrazione muscolare, ad esempio, può rendere più evidente la presenza di lesioni sottili e difficili da rilevare nelle fibre muscolari. Inoltre, lo studio dinamico, che prevede il movimento attivo o passivo della zona interessata, permette di identificare e definire con maggiore precisione lesioni di tendini e legamenti, episodi di lussazione o sublussazione tendinea, formazione di ernie muscolari e/o viscerali, tra le problematiche più comuni.

Dopo quanto tempo da un infortunio va fatta l’ecografia?

Dopo un infortunio traumatico acuto, l’ecografia muscolo-tendinea può essere effettuata anche poche ore dopo l’evento. Per quanto riguarda le lesioni muscolari, l’esame è particolarmente utile nelle prime 48 ore dal trauma, periodo durante il quale la sua sensibilità risulta comparabile a quella della risonanza magnetica.

Anche nei casi di lesioni traumatiche che coinvolgono tendini e legamenti, l’ecografia può essere eseguita senza necessità di attendere.

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A cura di mmaestri
Dèdita, prevenzione assicurata. Il piano sanitario che unisce prevenzione e cura
Data articolo:Mon, 12 Jan 2026 08:46:04 +0000

Dèdita è il piano sanitario di Previsalute assicurato da Intesa Sanpaolo Protezione, con Humanitas come Medical Partner. Una collaborazione nata per offrire percorsi personalizzati dedicati alla prevenzione e la cura.

Un modo nuovo di prenderti cura di te

La prevenzione è la chiave per una vita in salute e per ridurre i rischi di molte malattie. Dèdita unisce prevenzione e cura, e pone la persona al centro, guidandola e supportandola nelle scelte che riguardano la propria salute.

I principali vantaggi di Dèdita:

1. Prevenzione personalizzata

Il percorso medico è personalizzato sulla base della storia clinica ed evolve anno dopo anno, adattandosi ai cambiamenti e ai bisogni della persona. Visite ed esami, programmati e orientati dai medici Humanitas, si svolgono nel corso dell’anno in base alle esigenze.

2. Supporto medico

Durante il percorso, il medico indirizza e consiglia eventuali approfondimenti sulla base di visite ed esami svolti. Tutto si svolge nei centri medici e negli ospedali Humanitas, garantendo standard elevati e continuità di cura.

3. Interventi chirurgici e diagnostica

Il piano sanitario copre i ricoveri a seguito di malattia e infortunio, per interventi chirurgici e prestazioni di alta diagnostica.

A chi si rivolge Dèdita

Dèdita si adatta alle esigenze specifiche di ogni età: under 45, da 45 a 65, e over 65 anni con percorsi dedicati.

Cosa comprende Dèdita

  • analisi di laboratorio mirate e visita internistica
  • screening consigliati sulla base della consulenza di medici Humanitas che possono riguardare gli ambiti cardiovascolare, dermatologico, endocrino-metabolico, ginecologico, osteoporosi/artrosi, senologico, urologico e uditivo
  • due ulteriori visite specialistiche orientate dai medici per continuità di cura e sulla base delle specifiche esigenze della persona
  • ricovero per un eventuale intervento chirurgico ed esami diagnostici, secondo i termini previsti.

Quando si può attivare Dèdita

Il piano sanitario può essere attivato in qualsiasi momento dell’anno e inizia dal primo giorno del mese successivo all’adesione.

Dove si può usufruire del percorso medico  

Le visite e gli esami si svolgono all’interno degli ospedali e dei centri medici Humanitas, garantendo qualità clinica, assistenza e continuità di cura.

Per maggiori dettagli sul piano sanitario o per prenotare una consulenza gratuita è possibile visitare la pagina dedicata.


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A cura di mmaestri
Tendinite dell’achilleo: il trattamento con le onde d’urto
Data articolo:Mon, 29 Dec 2025 11:02:14 +0000

Le patologie dell’Achilleo, nelle loro diverse forme, sono disturbi a carico del tendine d’Achille, struttura molto importante di collegamento fra i muscoli del polpaccio e il calcagno posteriormente. L’Achilleo è un tendine sottoposto a fortissime sollecitazioni (sia nelle attività quotidiane che nello sport), motivo per cui va incontro non raramente a processi degenerativi, su cui si innestano fenomeni infiammatori di diversa gravità, fino allo sviluppo anche di lesioni parziali o totali, il tutto associato a sintomi dolorosi e limitazione della funzionalità.

Per trattare con efficacia queste patologie, possono essere utilizzate le onde d’urto che, associate al percorso riabilitativo, stimolano meccanicamente i tessuti con effetti biologici terapeutici sul tendine.

Quali sono i benefici delle onde d’urto per le tendinopatie dell’Achilleo? Ne parliamo con la dottoressa Maria Cristina d’Agostino, Capo Sezione Onde d’Urto e Terapie Biofisiche, Unità Operativa di Riabilitazione Ortopedica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Tendinopatie dell’Achilleo: quando servono le onde d’urto?

La tendinopatia dell’Achilleo, per la complessità anatomica locale e le elevate richieste funzionali e biomeccaniche, rappresenta spesso una vera e propria sfida terapeutica, con sintomi che persistono anche per molti anni, talvolta con poca/nulla responsività alle terapie. 

In questo contesto, le onde d’urto, grazie ai loro effetti terapeutici, rappresentano una valida strategia di trattamento: l’azione micromeccanica di stimolazione, non crea un danno ai tessuti, ma si traduce nella modulazione di una serie di reazioni cellulari, che si concretizzano nella riduzione dei processi infiammatori, la riattivazione locale del microcircolo e un parziale ripristino dell’omeostasi tissutale.

L’azione terapeutica, inoltre, risulta efficace sia in presenza di una patologia degenerativo-infiammatoria a carico del corpo del tendine (la parte “libera”), sia in presenza di una patologia a carico dell’inserzione del tendine sull’osso (in questo caso “entesite”), anche quando è coinvolto l’osso stesso più in profondità (edema osseo).

In tutti questi casi, grazie alla strumentazione per le onde d’urto con guida ecografica, è possibile scegliere con esattezza la struttura anatomica da trattare e il livello di profondità a cui è indicato focalizzare la terapia, con possibilità di ottimizzare i risultati attesi.

Il ciclo standard di terapia prevede 3 trattamenti e il ciclo è ripetibile, in caso di risultato parziale. La terapia è pressoché priva di effetti collaterali e ben tollerata se correttamente eseguita; gli effetti clinici in genere non sono immediati, per cui è indicato attendere anche 5-6 settimane prima di valutarne il risultato.

La terapia con onde d’urto è sufficiente da sola?

Per curare con efficacia una patologia del tendine d’Achille, la terapia onde d’urto (così come per altre terapie biofisiche) va sempre associata a un percorso riabilitativo, ovvero a una serie di esercizi “personalizzati”, che il paziente esegue previa valutazione e con supervisione da parte del fisioterapista; gli esercizi appresi dovranno essere poi diligentemente proseguiti al domicilio per alcuni mesi. 

Inoltre è opportuno che lo specialista curante valuti anche la morfologia del piede, perché per alcuni pazienti può essere indicato l’utilizzo di ortesi plantari “su misura”, confezionate previa analisi baropodometrica e del passo, con cui si valutano sia l’appoggio “statico” che le modalità della camminata.

Da ultimo, ma non meno importante, in presenza di una tendinopatia dell’Achilleo (soprattutto se dura da molti  mesi/anni ed è poco responsiva alle terapie) è fondamentale verificare che la tendinopatia non rientri nel contesto di una patologia sistemica (per esempio iperuricemia o gotta) o immuno-reumatologica, malattie che nel loro decorso possono coinvolgere i tendini e le strutture osteoarticolari correlate. In questi casi, infatti, le onde d’urto potrebbero risolvere l’infiammazione solo temporaneamente e parzialmente, ma non agire sull’origine della tendinopatia stessa, per cui va associata terapia medica specifica, per curare la malattia sistemica.

Visita specialistica ortopedica

La visita ortopedica permette di verificare la presenza di eventuali problematiche a carico di ossa, articolazioni e muscoli.

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A cura di mmaestri
Petardi e botti di Capodanno: come proteggere le mani
Data articolo:Thu, 18 Dec 2025 16:24:57 +0000

Purtroppo come ogni anno, con l’avvicinarsi delle feste e soprattutto della notte di Capodanno, aumentano gli incidenti alle dita e alle mani dovuti allo scoppio di petardi e botti, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti. Non si tratta di ferite lievi, ma di traumi esplosivi ad alta energia che possono causare lesioni gravissime a tutte le strutture della mano.

Gli episodi più gravi che si verificano nei giorni prima e dopo le feste, sono per lo più la conseguenza dell’uso sconsiderato di prodotti pirotecnici illegali, contraffatti, realizzati artigianalmente o difettosi. Le lesioni che questi petardi producono su ossa, tendini, nervi e legamenti sono paragonabili a quelle delle mine da guerra o di una bomba a mano. Le mani e le dita, oltre al volto, sono le parti più esposte alle conseguenze di un’esplosione da petardo e, quindi, anche quelle più a rischio di lesioni molto gravi che possono lasciare esiti invalidanti, spesso permanenti.

Ne parliamo con il dottor Giorgio Pivato, Responsabile dell’Unità Operativa Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Cosa fare se un petardo scoppia in mano?

Se un petardo esplode in mano, genera una ferita da scoppio associata a lesioni da ustione che non si può medicare con “garza e cerotto”. La prima cosa da fare è applicare un laccio (una cintura, una fascia, uno straccio) a monte della lacerazione dei tessuti in modo da rallentare il sanguinamento, e recarsi al più vicino pronto soccorso o chiamare i soccorsi per essere accompagnati presso un Centro specializzato nel trattamento delle patologie della mano. Non applicare alcun tipo di tessuto sulla lacerazione per evitare residui di fibre, tenere l’arto sollevato e non rimuovere il laccio fino all’arrivo del personale dell’ambulanza o all’arrivo in pronto soccorso.

Nel migliore dei casi, l’esplosione potrebbe aver coinvolto un dito o una falange (una porzione di dito) che richiederà comunque una ricostruzione con un intervento di microchirurgia. Nel peggiore dei casi, invece, i danni potrebbero essere tali da richiedere l’amputazione delle dita o di tutta la mano, talvolta anche del polso a causa dell’impossibilità di una ricostruzione primaria. La perdita di un segmento della mano o di tutta la mano è un evento che pregiudica in maniera drammatica lo svolgimento delle proprie attività quotidiane, lavorative, hobbistiche o sportive, e lascia esiti nella maggior parte dei casi permanenti. In questi casi di gravi lesioni da scoppio, ancora troppo frequenti, non ci sono alternative alla chirurgia e il paziente è candidato all’uso di una protesi.

I consigli per proteggere le mani

Se la maggior parte delle lesioni da botti e fuochi d’artificio accadono nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, tuttavia è nei giorni successivi al Capodanno che avvengono più frequentemente i traumi nei bambini a causa della raccolta di petardi rimasti a terra inesplosi.

Per questo motivo l’appello è rivolto ai genitori affinché spieghino ai propri bambini e ragazzi quali sono i rischi che corrono a causa dell’uso improprio o dell’acquisto di botti illegali.

Alcuni consigli:

  • Non acquistare materiale esplosivo presso rivenditori non autorizzati e non utilizzare ordigni costruiti artigianalmente in casa: non esistono botti “sicuri”, anche quelli certificati CE, che possono essere venduti liberamente, devono obbligatoriamente riportare sulla confezione la certificazione del prodotto, la categoria di appartenenza, qual è la distanza di sicurezza e la modalità d’uso.
  • Rimanere sempre vigili nell’impiego di ogni tipo di petardo: una volta accesa la miccia, lanciare il petardo in direzione sicura (mai verso altre persone, mai da balconi e finestre) e allontanarsi velocemente. Non trattenere il petardo in mano perché nulla può proteggere gli arti dagli effetti dell’esplosione.
  • Leggere le etichette: i petardi devono sempre essere accesi lontano da case, automobili e altri oggetti infiammabili. Mai accenderli dentro contenitori di alcun tipo perché l’esplosione potrebbe generare schegge pericolose per se stessi e per le persone intorno.
  • Non avvicinarsi mai a un petardo che non è esploso: soprattutto mai maneggiarlo, prenderlo in mano o provare a riaccenderlo. Se un fuoco d’artificio non si accende subito non ritentare, buttalo via.
  • L’utilizzo di petardi e botti, se proprio non se ne può fare a meno, sarebbe raccomandato sempre in presenza di un adulto consapevole dei rischi.

Infine, tra tutte le raccomandazioni utili, quella che salva le mani è la più semplice: stiamo lontani dai petardi, evitiamo di farli esplodere e avvicinarci a chi li sta usando. I petardi non sono giocattoli, devono essere considerati per quello che sono realmente: “ordigni da scoppio”.

Ultimo aggiornamento: Dicembre 2025
Data online: Dicembre 2022

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A cura di cmaddaleni
Risultati Agenas: Istituto Clinico Humanitas conferma l’alta qualità delle cure
Data articolo:Tue, 09 Dec 2025 15:43:11 +0000

Sono stati presentati oggi a Roma i risultati del Programma Nazionale Esiti (Pne) dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), sviluppato su mandato del Ministero della Salute.

L’agenzia ha valutato 218 indicatori su 1117 strutture.

Per il quarto anno consecutivo, IRCCS Istituto Clinico Humanitas raggiunge la valutazione di qualità alta o molto alta in tutte e 7 le aree cliniche per cui è stato valutato (cardiocircolatorio, respiratorio, chirurgia generale, chirurgia oncologica, osteomuscolare, sistema nervoso, nefrologia).

«La qualità si fa ogni giorno, con l’attenzione di tutti: medici, infermieri, Oss, tecnici, personale sanitario non medico, servizio clienti e staff, cui va il mio grazie. Non si tratta solo di dotarsi di competenze e tecnologie, ma di una cultura del miglioramento basata sulla misurazione degli esiti clinici e dei processi. Questo si traduce in percorsi e organizzazione efficiente e sicura, per i pazienti e per gli operatori. La qualità clinica è una bussola e, col tempo, è diventata un linguaggio comune in cui si incontrano le azioni di ogni persona della nostra comunità al servizio dei pazienti. Grazie a tutti i colleghi e le colleghe per la passione con cui sono parte di questo percorso di miglioramento continuo». Riccardo Bui, Amministratore Delegato IRCCS Istituto Clinico Humanitas


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A cura di mmaestri
Strappo muscolare: i sintomi e cosa fare
Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 13:41:20 +0000

Lo strappo muscolare è oggi definito più correttamente danno muscolare strutturale: si tratta infatti di un’alterazione del muscolo che comporta un’interruzione delle fibre che lo compongono. La lesione caratteristica dello strappo muscolare si associa a uno stiramento improvviso del muscolo e può essere di vario grado, in base a percentuale e tipologia dei fasci muscolari coinvolti. Maggiore è la porzione di muscolo coinvolta, maggiore il danno provocato.

Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Strappo muscolare: quali sono i sintomi da cui riconoscerlo

Lo strappo muscolare comporta lo sviluppo di un forte dolore a livello del muscolo con un’importante limitazione della funzionalità dell’area interessata.

In particolare, in presenza di lesioni di primo grado si manifestano dolore lieve o crampi al momento della contrazione o allungamento del muscolo, in associazione alla sensazione di tensione muscolare, senza perdita di funzionalità.

Le lesioni di secondo grado comportano invece lo sviluppo di gonfiore ed ecchimosi nell’area interessata, un dolore immediato e più intenso e la perdita della funzionalità del muscolo.

Infine, le lesioni di terzo grado, le più gravi, si associano a uno strappo totale del muscolo, con dolore molto intenso, tumefazione e ampia ecchimosi. In questo caso il muscolo non riesce a eseguire nessun movimento, neanche il più semplice.

Da cosa è provocato lo strappo muscolare

Lo strappo muscolare in genere è associato ad attività fisica ed esercizi condotti in maniera non adeguata, senza un corretto allenamento, oppure in una condizione di fatica che provoca un’alterazione del controllo motorio che aumenta il rischio di strappo. In alcuni casi, il danno muscolare può avvenire come conseguenza di un trauma diretto, quindi se il muscolo viene colpito.

Cosa fare in caso di strappo muscolare

Nei primi giorni dalla comparsa del dolore è importante proteggere la parte interessata dallo strappo, muovendola il meno possibile. Per esempio, se a essere coinvolta dallo strappo è la gamba, non bisogna appoggiare il piede ed è utile mantenere l’arto in elevazione rispetto al corpo, per facilitare così il drenaggio dei liquidi. Nelle prime fasi è utile anche esercitare una compressione della parte interessata dallo strappo con una fasciatura, per evitare un eccesso di sanguinamento legato alla lesione, ed eseguire impacchi freddi per circa 15-20 minuti 3 volte al giorno.

In ogni caso, è utile sottoporsi a una valutazione medica dopo 24-48 circa dall’insorgenza dei sintomi, in modo da approfondire l’entità del danno tramite gli esami strumentali necessari, come l’ecografia o la risonanza magnetica. In base al grado dello strappo, infatti, cambiano sia la terapia sia i tempi di recupero. In genere, il riposo richiesto per la completa guarigione da uno strappo muscolare lieve è di circa 2 settimane e in alcuni casi viene prescritta anche una terapia farmacologica. Strappi muscolari più gravi richiedono invece 30 giorni o più di riposo e un trattamento riabilitativo.

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A cura di mmaestri
Polmonite: quali sono i sintomi 
Data articolo:Fri, 28 Nov 2025 10:12:20 +0000

La polmonite è un’infezione del parenchima polmonare, cioè del tessuto del polmone. È causata soprattutto da batteri e virus, mentre più raramente può essere associata a funghi o presentarsi in forme non infettive, come in alcune reazioni infiammatorie. In corso di polmonite, gli alveoli polmonari – le piccole sacche che consentono lo scambio di ossigeno – si infiammano e possono riempirsi di liquido e cellule infiammatorie, compromettendo l’apporto di ossigeno al sangue.

Ne parliamo con il professor Stefano Aliberti, Responsabile dell’Unità Operativa di Pneumologia I presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio di Humanitas University

I sintomi della polmonite 

Nelle persone immunocompetenti, cioè con un sistema immunitario in grado di rispondere adeguatamente alle infezioni, i sintomi possono essere sia respiratori sia generali.

I principali sintomi respiratori sono:

I principali sintomi sistemici sono:

Le persone immunodepresse o molto anziane possono presentare sintomi meno specifici e più sfumati, perché la risposta infiammatoria può essere ridotta.

Tra i sintomi più comuni in questi casi troviamo:

  • Febbricola o assenza di febbre
  • Riduzione dell’appetito
  • Stato confusionale o disorientamento
  • Riduzione della vigilanza
  • Marcata debolezza.

Come si diagnostica la polmonite

La diagnosi di polmonite si basa su anamnesi accurata, esame obiettivo ed esami di supporto tra cui esami radiologici come la radiografia o la TC del torace. Gli esami del sangue aiutano a valutare l’infiammazione e, in alcuni casi, a stimare la gravità. L’esame dell’espettorato, broncoscopie o tamponi specifici possono contribuire all’identificazione del patogeno.

Quando possibile, identificare il microrganismo responsabile permette di personalizzare la terapia, ma il trattamento non deve essere ritardato se ci sono segni clinici compatibili con polmonite batterica. 

Polmonite: come si cura?

La terapia antibiotica viene prescritta quando si sospetta un’origine batterica o quando la gravità clinica richiede un trattamento immediato. La scelta della terapia tiene conto dei fattori di rischio individuali, dell’età, dello stato immunitario e dell’eventuale esposizione a particolari patogeni. La durata della terapia antibiotica è in genere di 5-7 giorni, ma può variare in base alla gravità della malattia, alla risposta clinica e al tipo di agente identificato. È importante associare alla terapia riposo adeguato e una buona idratazione. La maggior parte dei sintomi tende a migliorare entro 3-4 giorni dall’inizio della terapia adeguata, mentre la tosse può persistere più a lungo.

La prevenzione passa attraverso alcune semplici misure: coprire bocca e naso quando si tossisce o starnutisce, lavare spesso le mani e smaltire correttamente i fazzoletti usati. Le persone più a rischio dovrebbero sottoporsi alla vaccinazione antinfluenzale, antipneumococcica e anti-SARS-CoV-2. È inoltre fondamentale evitare fumo di sigaretta.

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A cura di mmaestri
Bollini rosa: anche Humanitas tra gli ospedali premiati da Fondazione Onda
Data articolo:Thu, 27 Nov 2025 13:23:03 +0000

L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano è stato premiato da Fondazione Onda ETS per il biennio 2026-2027 con tre Bollini Rosa: un riconoscimento biennale di grande importanza, che viene assegnato agli ospedali italiani che promuovono la medicina di genere, con particolare attenzione a prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie a carico della popolazione femminile. Gli ospedali premiati acquisiscono quindi, grazie a questi aspetti, un valore distintivo rispetto al panorama sanitario nazionale, inserendosi in un network riconosciuto dalle istituzioni e che si contraddistingue per l’attenzione alla salute femminile.

Anche per il biennio 2026-2027 sono stati riconfermati durante la cerimonia presso il Ministero della Salute i tre bollini rosa precedentemente ricevuti dall’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano per le aree di Cardiologia, Diabetologia, Dietologia e nutrizione clinica, Endocrinologia e malattie del metabolismo, Medicina della riproduzione, Neurologia, Oncologia ginecologica, Oncologia medica, Pneumologia, Reumatologia, Senologia, che garantiscono alle pazienti un approccio personalizzato – talvolta con percorsi dedicati – anche in considerazione della loro appartenenza al sesso femminile.

A essere valutati per l’assegnazione dei bollini rosa sono i percorsi relativi sia a malattie e disturbi che hanno più ripercussioni dal punto di vista epidemiologico sulla salute femminile, sia le patologie a carico di entrambi i sessi ma affrontate con un approccio personalizzato e percorsi ospedalieri specifici realizzati in ottica di genere.

La certificazione del Bollino Rosa si riconferma nel nuovo biennio uno strumento fondamentale per tutte le donne che vogliono orientarsi e scegliere in modo consapevole un ospedale che offre percorsi di prevenzione, diagnosi e trattamento in un’ottica personalizzata e di genere.

I criteri per l’assegnazione dei Bollini Rosa

La valutazione e l’assegnazione dei Bollini Rosa – da 1 a 3 – si sono svolte considerando i questionari di candidatura composti da oltre 500 domande, a ciascuna delle quali è stato attribuito un valore prestabilito.

Tra i criteri di valutazione per l’assegnazione del riconoscimento troviamo: 

  • la presenza di specialità cliniche afferenti ai disturbi caratteristici del genere femminile o trasversali ad ambo i sessi e che pertanto devono essere affrontati con percorsi differenziati;
  • la tipologia e l’appropriatezza dei percorsi diagnostico terapeutici e dei servizi clinico assistenziali, considerati da una prospettiva multidisciplinare e gender oriented;
  • la presenza di servizi di accoglienza delle pazienti e di degenza a supporto dei percorsi diagnostico-terapeutici (volontari, mediazione culturale, assistenza sociale);
  • il livello di preparazione dell’istituto ospedaliero per la gestione di vittime di violenza, sia fisica sia verbale. 

Prestazioni cliniche e competenze specialistiche di alto livello associate ad attenzione gender oriented per il benessere delle pazienti e riguardo per le vittime di violenza, sono state quindi alla base dell’assegnazione dei Bollini Rosa; riconoscimento giunto quest’anno alla sua undicesima edizione.

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A cura di mmaestri
Allergia: i sintomi e come si cura
Data articolo:Thu, 27 Nov 2025 11:13:01 +0000

L’allergia è una risposta anomala e abnorme del sistema immunitario, che si attiva verso sostanze che, normalmente, sono innocue. Le forme allergiche possono essere verso sostanze inalanti, come pollini, epitelio di animali, acari della polvere o muffe, oppure verso alimenti, farmaci o imenotteri (gli insetti pungitori). La componente allergica può avere base ereditaria, ma è l’esposizione verso l’ambiente che favorisce lo sviluppo della sintomatologia nel singolo paziente. 

Quali sono i sintomi dell’allergia e come si cura? Ne parliamo con il dottor Giovanni Paoletti del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Allergie: quali sono i sintomi? 

In base al tipo di allergia, le manifestazioni sintomatiche possono essere a carico di diversi organi e tessuti dell’organismo. La reazione immunitaria che si scatena in seguito al contatto con l’allergene infatti, comporta il rilascio di istamina e altri mediatori chimici, con lo sviluppo della sintomatologia caratteristica a carico di occhi, mucose del naso e/o della bocca, pelle, vie respiratorie. 

I sintomi possono essere simili a quelli di un raffreddore (come congiuntivite e rinite), interessare la cute, per esempio con arrossamento, prurito, eruzioni cutanee, o desquamazione, ma possono avere luogo anche manifestazioni più gravi. Queste possono essere a carico della bocca e del viso, con gonfiore di labbra, lingua, gola e viso, delle vie aeree, con respiro affannato o asma, fino ad arrivare a forme severe di anafilassi, come lo shock anafilattico, una reazione molto grave e pericolosa per la vita del paziente. 

Come si diagnosticano le allergie? 

Le allergie vengono diagnosticate dallo specialista allergologo, con una visita allergologica e delle prove allergometriche. Tra queste, l’esame di primo livello è rappresentato dal prick test, un esame semplice in cui si posizionano sull’avambraccio degli estratti di allergeni e dunque si esegue in corrispondenza una piccola puntura. Se la persona è sensibile a uno degli allergeni si verifica una reazione cutanea simile alla puntura di zanzara.

In altri casi vengono eseguiti degli esami del sangue specifici, che consentono la ricerca di anticorpi di classe IgE. 

Come si curano le allergie? 

Il trattamento delle allergie varia a seconda del disturbo, quindi dopo aver stabilito se si tratta di allergia verso gli inalanti, verso gli alimenti o altre forme di allergie. Il trattamento, sia ambientale sia farmacologico, è sempre personalizzato sulle esigenze cliniche del singolo paziente.

In generale, è comune la prescrizione di antistaminici in compressa, spesso associati, in presenza di allergie inalatorie, a spray nasali a base di antistaminico e/o cortisone topico, che hanno un effetto antinfiammatorio. In caso di sintomi associati alla congiuntivite possono essere utili anche colliri specifici.
Per alcune allergie, inoltre, può essere indicata l’immunoterapia specifica, il cosiddetto “vaccino contro le allergie”, che comporta la somministrazione controllata dell’allergene fino all’attenuazione o alla perdita completa della sensibilizzazione all’allergene. Si tratta di una terapia continuativa, che va proseguita per almeno tre 3 anni.

Cosa fare in caso di shock anafilattico? 

In caso, invece, l’allergia comporti l’anafilassi, l’adrenalina è l’unico farmaco in grado di interrompere lo shock anafilattico e salvare la persona che ne è interessata. L’adrenalina viene prescritta alle persone con allergie gravi diagnosticate e viene fornita in forma auto-iniettabile. L’erogatore è infatti simile a una penna, con un cappuccio di sicurezza a un’estremità e, all’altra estremità, un ago che premuto contro la coscia inietta una singola dose di adrenalina. Successivamente alla somministrazione, la persona deve accedere al Pronto Soccorso per avere assistenza sanitaria e permettere che i sintomi siano controllati fino alla loro completa risoluzione.
Se la persona ha uno shock anafilattico deve chiamare immediatamente il 112.

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A cura di mmaestri
Avere sempre fame: le possibili cause
Data articolo:Thu, 27 Nov 2025 10:54:55 +0000

Perché ho sempre fame? Può essere capitato a diverse persone di porsi questa domanda, magari in alcuni periodi della propria vita. 

La nostra alimentazione e il modo in cui si consumano i cibi possono influire sulla frequenza con cui si percepisce la fame. La fame, infatti, può associarsi a un basso apporto di proteine, fibre e grassi con l’alimentazione, oppure a fattori come stress e mancanza di sonno.

Quali sono, quindi, le cause sottostanti un costante senso di fame e quali sono gli alimenti che favoriscono la sensazione di sazietà? Ne parliamo con la dottoressa Michela Seniga, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Fame: da cosa deriva? 

La fame generalmente insorge a circa 2-3 ore dall’ultimo pasto con manifestazioni come calo dell’energia e “brontolii” dello stomaco.  

Per questo può essere utile consumare piccoli pasti o spuntini tra i pasti principali con alimenti sani e nutrienti come cracker integrali, yogurt, frutta o frutta secca. Il consiglio è quello di assumere come spuntino alimenti non processati e composti da carboidrati complessi, fibre e proteine. 

Quando, invece, la fame deriva da una risposta emotiva, si può avvertire il desiderio di specifici alimenti e, una volta consumati è facile non avvertire una sensazione di pienezza, in quanto la causa sottostante non è fisica ma emotiva. In generale, una sensazione di fame costante può derivare da basso apporto di proteine, grassi e fibre, assunzione di carboidrati raffinati, scarsa idratazione, alimentazione disordinata, scarsa qualità del sonno o stress. 

Proteine, grassi e fibre: fondamentali per l’alimentazione 

Proteine carboidrati e grassi sono i tre macronutrienti di cui l’organismo ha bisogno per avere energia. Se assunti insieme all’interno di un pasto, contribuiscono a mantenere la sensazione di sazietà. Invece, pasti ricchi di carboidrati ma poveri di proteine e grassi rischiano di provocare un aumento dei livelli di zuccheri nel sangue che è seguito da un rapido ritorno della fame. Assumere le proteine in associazione ai carboidrati complessi, è utile per rallentare il picco glicemico, garantendo aumento e diminuzione graduale delle concentrazioni di zuccheri e contribuendo a un maggior senso di sazietà.

Tra gli alimenti che contengono proteine ci sono: legumi, latticini, uova, tofu, affettati, frutta secca, pesce e carne. 

Importante integrare nell’alimentazione anche gli acidi grassi omega-3, contenuti in alimenti come salmone, tonno, sardine, noci o semi di lino, che possono migliorare la regolazione dell’appetito. Un’alimentazione povera di grassi sani, infatti, favorisce l’assunzione di carboidrati e cibi ricchi di zuccheri. Per questo è fondamentale seguire un’alimentazione equilibrata, in cui sono presenti tutti e tre i macronutrienti. 

Anche le fibre apportano benefici all’organismo e regolano il controllo della fame. Alimenti ricchi di fibre come verdura, legumi, frutta e carboidrati integrali favoriscono il rilascio di ormoni che diminuiscono l’appetito e le fibre contenute offrono una rapida sensazione di sazietà. 

Carboidrati raffinati: perché non esagerare 

È importante prestare attenzione agli alimenti a base di carboidrati raffinati, come farina bianca, riso bianco, prodotti da forno e dolci. Si tratta infatti di ingredienti che, durante i processi di lavorazione, perdono nutrienti e fibre. Per questo motivo, consumarne in eccesso non fornisce una sensazione di sazietà a lungo termine, ma fa aumentare rapidamente i livelli di glicemia, con una nuova sensazione di fame quando questi calano. 

Infatti, quando si consumano carboidrati e zuccheri, si tende ad avere la sensazione di un aumento di energia, ma si tratta di una percezione momentanea. 

Sete: fondamentale una corretta idratazione 

Lo stimolo della fame a volte può essere confuso con quello della sete (facciamo molta fatica a livello cerebrale a distinguere lo stimolo idrico da quello alimentare). Bere un’adeguata quantità di acqua nel corso della giornata al posto di caffè, infatti, favorisce l’idratazione dell’organismo e diminuisce la sensazione di fame, o quanto meno ci aiuta a riconoscere la fame fisiologica da quella più emotiva. È consigliato bere circa 2 litri di acqua al giorno.

Mangiare in modo distratto 

Mangiare in maniera disordinata e distratta, magari davanti al pc mentre si lavora, può portare a non prestare attenzione alla quantità di cibo consumato. Nonostante si sappia di aver mangiato, infatti, il nostro cervello non registra effettivamente il pasto, proprio perché viene meno la consapevolezza di tutti quegli aspetti sensoriali legati al pasto (il gusto preponderante, la texture o consistenza, l’evoluzione/permanenza del sapore in bocca, la temperatura della pietanza, l’aroma olfattivo preponderante). 

Sonno: un equilibrio importante 

Bisognerebbe dormire tra le 7 e le 9 ore per notte e, quando si parla di peso corporeo, una diminuzione delle ore di sonno può associarsi a un aumento di peso. Il sonno, infatti, regola l’ormone grelina, che stimola l’appetito. In mancanza di riposo, i livelli di questo ormone tendono ad aumentare, con la comparsa di una sensazione di fame quando, invece, il corpo avrebbe bisogno di riposo. 

Il sonno è essenziale per permettere all’organismo di rigenerarsi e, se non si riesce a dormire a sufficienza di notte, può essere utile riposarsi brevemente anche durante il giorno. 

Stress e fame: quali correlazioni

In periodi di stress può capitare di ricorrere al cibo per alleviare l’agitazione e mangiare (soprattutto alcuni tipi di alimenti) può assumere un ruolo consolatorio. Si tratta di un atteggiamento al quale prestare attenzione: se infatti il cibo può conferire piacere e benessere, occorre però non trasformarlo nella risposta allo stress. Prendersi cura della propria salute, compresa quella mentale, è fondamentale per una condizione di benessere generale.

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A cura di mmaestri
Ci sono rimedi efficaci contro la tosse?
Data articolo:Wed, 26 Nov 2025 14:13:24 +0000

La tosse è un riflesso fondamentale dell’organismo, con una funzione di protezione delle vie respiratorie. Si attiva quando vengono stimolati i recettori della tosse, cellule nervose presenti lungo l’albero bronchiale, nella laringe, nella trachea e anche in altre strutture della gabbia toracica. Il suo obiettivo è eliminare sostanze irritanti, muco o agenti infettivi e rappresenta quindi un campanello d’allarme per condizioni che potrebbero danneggiare il sistema respiratorio.

Quali sono le cause della tosse e quali i rimedi? Ne parliamo con il professor Stefano Aliberti, Responsabile dell’Unità Operativa di Pneumologia I presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio di Humanitas University.

Cause e complicanze della tosse

La tosse può avere numerose cause, poiché molte patologie – non solo delle vie respiratorie – possono manifestarsi attraverso questo sintomo. Tra le cause più comuni troviamo infezioni respiratorie acute (come raffreddore, influenza o polmonite), asma bronchiale, bronchite cronica, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), bronchiectasie, reflusso gastroesofageo, sinusite cronica con gocciolamento retronasale, esposizione ad allergeni o irritanti ambientali. Anche alcune condizioni non patologiche, come l’aria molto secca o l’esposizione a sostanze irritanti, possono scatenare la tosse.

Esistono inoltre cause iatrogene, cioè dovute a farmaci. Un esempio frequente è la tosse provocata dagli ACE-inibitori, utilizzati per il trattamento dell’ipertensione arteriosa.

La tosse può associarsi a diverse complicanze. Le più comuni sono l’insonnia, soprattutto se la tosse peggiora nelle ore notturne, e l’incontinenza urinaria, in particolare nelle donne. Può anche causare dolore toracico e, nei casi più intensi e prolungati, portare a fratture costali. In età pediatrica, nelle forme persistenti, la tosse può influire temporaneamente sull’alimentazione e sulla crescita.

La tosse peggiora di notte?

La tosse tende spesso a peggiorare durante la notte, quando ci si trova in posizione distesa. Ciò accade per diversi motivi: il muco può spostarsi dalle basse vie aeree verso zone più centrali, stimolando maggiormente i recettori della tosse; il reflusso gastroesofageo aumenta in posizione supina e può a sua volta irritare le vie aeree. Anche la presenza di allergeni nella stanza da letto, come la polvere, oppure un ambiente troppo secco o troppo umido, può peggiorare la sintomatologia.

I rimedi contro la tosse

Per trattare la tosse è fondamentale identificarne la causa. Solo così è possibile adottare terapie specifiche e realmente efficaci. I farmaci sedativi della tosse disponibili senza ricetta possono essere utilizzati solo per brevi periodi e in situazioni particolari (per esempio quando la tosse impedisce il sonno o ha un impatto sociale significativo), ma non sostituiscono la valutazione medica, soprattutto se il sintomo persiste.

È importante rivolgersi allo pneumologo che coordina un team multidisciplinare costituito da altri specialisti: il gastroenterologo se si sospetta un reflusso gastroesofageo, oppure l’otorinolaringoiatra in caso di sinusite cronica o gocciolamento retronasale.

Cos’è nello specifico la tosse cronica?

La tosse cronica è definita come una tosse persistente per più di 8 settimane. Spesso si associa a malattie respiratorie croniche come asma, bronchite cronica, BPCO o bronchiectasie. Può però anche dipendere da cause non respiratorie, come reflusso gastroesofageo o patologie delle alte vie aeree (per esempio sinusite cronica o rinosinusite allergica).

La diagnosi richiede spesso alcune indagini, come radiografia del torace, spirometria e, quando indicato, esami approfonditi delle alte vie aeree o valutazioni gastroenterologiche. L’unico modo efficace per trattare la tosse cronica è identificarne la causa e intervenire su di essa. L’uso di sedativi della tosse senza aver prima definito la patologia sottostante può fornire un sollievo temporaneo, ma non risolve il problema e può ritardare una diagnosi corretta.

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A cura di mmaestri
Contrattura muscolare: i sintomi e i rimedi
Data articolo:Wed, 26 Nov 2025 13:34:54 +0000

Quando si parla di contrattura muscolare si fa riferimento a un dolore localizzato a livello di un muscolo che fatica a rilasciarsi. La contrattura non è associata a una lesione del muscolo, bensì a un accumulo di metaboliti tossici legati a un affaticamento. I sintomi che provoca, però, possono essere fastidiosi, con tensione e rigidità o, in alcuni casi, persino dolorosi.

Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Contrattura muscolare: da cosa è provocata?

La contrattura muscolare è la risposta dell’organismo a una sollecitazione muscolare eccessiva o a un movimento scorretto dell’articolazione.

Una contrattura muscolare può essere legata a varie cause. Tra le più comuni, per esempio, ci sono problemi posturali e posture non corrette mantenute per un periodo di tempo abbastanza lungo, come il dolore al collo che insorge quando si dorme con cuscini diversi da quelli utilizzati abitualmente. Le contratture possono poi essere provocate da un eccesso di attività fisica o di sport, interessando le braccia o le gambe in base all’attività svolta, o ancora da movimenti improvvisi e bruschi.

Altre cause di contrattura muscolare sono poi la mancanza di un adeguato riscaldamento prima dell’attività sportiva, la sedentarietà, lo stress e i trattamenti chirurgici.

I sintomi della contrattura muscolare

Le contratture muscolari sono caratterizzate da una sensazione di tensione e rigidità dell’area interessata. Spesso la contrattura provoca anche dolore e, in alcuni casi, la difficoltà a usare il muscolo contratto con una limitazione funzionale del movimento.

Quali sono i rimedi per la contrattura muscolare

In presenza di dolore si deve limitare l’attività fisica: i sintomi della contrattura, infatti, nelle fasi iniziali del disturbo sono simili a quelli associati a lesioni muscolari più importanti. Al riposo, che può essere in base alla gravità dei sintomi di qualche ora o di qualche giorno (dai 3 ai 7), può essere utile associare una terapia con farmaci antidolorifici e miorilassanti, che aiutano a rilasciare la muscolatura e possono essere utili a controllare i sintomi dolorosi. In caso di contratture più gravi o di persone che hanno necessità di un recupero più veloce, possono essere eseguiti trattamenti manipolativi, massoterapia decontratturante o terapie fisiche a rilascio di calore (laser, tecarterapia).

Se le contratture si ripresentano in modo recidivante o cronico e sono associate a problemi posturali può essere inoltre necessario il trattamento fisioterapico.

Per evitare l’insorgenza di una contrattura muscolare, è sempre consigliato avere uno stile di vita attivo e non sedentario e mantenere una buona postura. Chi pratica attività sportiva, inoltre, deve scegliere attività adatte alla propria condizione e preparazione fisica e fare riscaldamento e stretching adeguati, in modo da non rischiare l’esecuzione di movimenti bruschi a freddo.

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A cura di mmaestri
Asma: i sintomi e cosa fare in caso di un attacco
Data articolo:Wed, 26 Nov 2025 10:20:26 +0000

L’asma è una malattia infiammatoria delle vie respiratorie caratterizzata da un’iperattività dei bronchi, che può portare allo sviluppo di crisi acute. Queste crisi si manifestano con sintomi quali difficoltà respiratorie, oppressione toracica, respiro sibilante e tosse secca. Si tratta di una condizione cronica, che, se non diagnosticata e adeguatamente trattata, può compromettere significativamente la qualità della vita.

L’asma può manifestarsi a causa di stimoli di natura allergica, fisica o immunologica e può aggravarsi in presenza di patologie concomitanti tra le quali la rinosinusite cronica, la rinite e il reflusso gastroesofageo.

Quando l’asma non risponde adeguatamente a livelli molto elevati di terapia inalatoria, si parla di asma grave. Questa condizione si caratterizza per crisi asmatiche frequenti e di notevole entità, che spesso richiedono l’impiego di terapia cortisonica sistemica e, frequentemente, il ricovero in pronto soccorso.

Come si riconosce una crisi asmatica? E come si può intervenire? Ne parliamo con il professor Enrico Heffler, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia, presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Cosa succede durante un attacco d’asma?

In condizioni normali, l’aria passa attraverso i bronchi incontrando unicamente la resistenza fisiologica delle pareti bronchiali: lo stesso avviene anche in persone affette da asma, quando adeguatamente trattate.

In presenza di asma non trattata o non sufficientemente controllata, invece, l’infiammazione che caratterizza la malattia induce le cellule muscolari che contornano le pareti dei bronchi a contrarsi, determinando quello che viene definito “broncospasmo”, ossia una vera e propria chiusura delle vie aeree.

Inoltre, l’infiammazione stessa determina un’eccessiva produzione di muco che, in alcuni casi, può creare veri e propri tappi nei bronchi. Tutto ciò comporta una riduzione dello spazio che l’aria ha a disposizione per scorrere normalmente, con lo sviluppo dei sintomi caratteristici della patologia. Durante un attacco d’asma (la cosiddetta “esacerbazione”), inoltre, queste condizioni si verificano improvvisamente e la persona avverte una sensazione di mancanza di respiro.

Quali sono i sintomi di un attacco d’asma?

I sintomi caratteristici dell’asma sono:

Nella maggior parte dei casi, la persona è anche affetta da malattie delle alte vie aeree, come rinosinusite cronica e/o rinite, solitamente di natura allergica.

I sintomi dell’asma possono presentarsi con diversi livelli di intensità e di frequenza, a seconda della gravità del disturbo e della risposta alle terapie in corso.

Come diagnosticare e curare l’asma?

L’insorgenza dell’asma è imprevedibile, può esordire a qualunque età della vita: viene sospettata e diagnosticata quando insorgono le prime crisi, spesso in concomitanza con altre allergie.

In generale, se la crisi d’asma è particolarmente intensa, è indicata la terapia cortisonica orale e, in alcuni casi, può essere opportuno accedere tempestivamente al Pronto Soccorso, per ricevere le prime cure, far regredire i sintomi e – se si tratta delle prime manifestazioni di sospetta asma in quel singolo paziente – iniziare un percorso di diagnosi. La diagnosi dell’asma richiede un’attenta anamnesi e la conferma è data dall’esecuzione di esami specifici come la spirometria corredata da test di broncodilatazione o test di provocazione bronchiale. Altri esami utili a comprendere meglio la natura dell’asma sono la misura dell’infiammazione bronchiale attraverso analisi dell’ossido nitrico espirato (FENO), i test allergometrici ed eventuali altri esami valutati dallo specialista.

Una volta individuata la tipologia d’asma, va impostata una terapia farmacologica con corticosteroidi inalatori ed eventualmente altri farmaci associati (solitamente broncodilatatori inalatori). Nel caso in cui la terapia inalatoria massimale con corticosteroidi associati a broncodilatatori non dovesse risultare sufficiente a controllare l’asma e ad evitare le crisi ricorrenti (asma grave), sono indicati i farmaci biologici, che vanno scelti sulla base delle caratteristiche infiammatorie e cliniche del singolo paziente, e vengono solitamente somministrati inizialmente sotto controllo ospedaliero e – solo in un secondo momento – al domicilio. Un’altra strategia terapeutica indicata per i pazienti asmatici allergici lievi-moderati, è l’immunoterapia allergene-specifica, la cosiddetta “vaccinazione contro le allergie”, che comporta la somministrazione controllata e progressiva dell’allergene che causa le crisi d’asma per indurre l’organismo a tollerare l’esposizione naturale, e prevenire la progressione dell’asma da lieve-moderata a grave.

Come intervenire in caso di attacco d’asma notturno?

L’attacco d’asma notturno, esattamente come gli attacchi d’asma che si verificano di giorno, deve essere trattato immediatamente con farmaci inalatori che garantiscono una rapida dilatazione e, al contempo, abbassano l’infiammazione presente nei bronchi. Se, invece, l’attacco d’asma notturno non si risolve con l’utilizzo al bisogno del farmaco inalatorio, potrebbe essere necessario il trattamento con cortisone assunto oralmente e/o con un intervento sanitario al Pronto Soccorso.

Perché non si deve sottovalutare l’asma?

L’asma non va sottovalutata perché è una malattia con una presentazione accessionale: i suoi sintomi, infatti, possono alternativamente manifestarsi o non manifestarsi. L’infiammazione che ne è alla base, tuttavia, resta comunque presente nei bronchi e, se non adeguatamente curata, comporta con il tempo l’insorgenza di un’ostruzione bronchiale. Se l’ostruzione bronchiale si cronicizza, però, il paziente non riesce più a rispondere adeguatamente ai trattamenti e ad avere una qualità della vita normale.

Ultimo aggiornamento: Novembre 2025
Data online: Aprile 2025

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A cura di mmaestri
“Prendi in mano la salute del tuo pancreas”: evento in ospedale, tra sensibilizzazione e Ricerca
Data articolo:Wed, 19 Nov 2025 08:38:04 +0000

In occasione della Giornata mondiale del tumore del pancreas, giovedì 20 novembre 2025, l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas ha aperto le porte a cittadini e pazienti per una giornata di sensibilizzazione, conoscenza e incontro con i professionisti della Pancreas Unit.

Sotto il titolo “Prendi in mano la salute del tuo pancreas”, l’iniziativa ha voluto ricordare che ogni gesto può fare la differenza nella prevenzione e nella cura di una malattia che, ancora oggi, rappresenta una delle sfide più complesse per la medicina moderna.

Un’occasione per conoscere, toccare e capire

Durante la giornata, nel corner allestito nel corridoio principale dell’ospedale (building 2), è stato possibile scoprire da vicino com’è fatto il pancreas, toccando con mano un “phantom”, una riproduzione artificiale e altamente fedele dell’organo umano realizzata dai ricercatori di Humanitas e Politecnico di Milano, con il supporto del 3D Innovation Lab di Humanitas University.

Il modello, sviluppato grazie a sofisticate tecniche che replicano consistenza ed elasticità, rappresenta uno strumento innovativo di formazione per chirurghi e specializzandi e consente di testare strumenti – come fili di sutura capaci di resistere agli acidi pancreatici – in condizioni estremamente realistiche.

Diversi fattori, infatti, rendono la cura del tumore del pancreas molto complessa e spiegano la necessità di continuare a fare Ricerca: spesso la diagnosi avviene in stadio relativamente avanzato della malattia; la sede “nascosta” del pancreas e la sua vicinanza a grosse vene e arterie rendono difficile la chirurgia; la scarsa risposta alle cure, che devono prevedere un approccio multidisciplinare con chemioterapia, chirurgia quando possibile ed eventualmente radioterapia.

«Allenarsi su un organo artificiale così preciso permette di migliorare la sicurezza degli interventi e la preparazione dei giovani chirurghi – afferma il prof. Alessandro Zerbi, responsabile di Chirurgia pancreatica dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e docente Humanitas University –. È un esempio concreto di come la collaborazione tra medici, ricercatori e ingegneri oggi sia fondamentale per il progresso delle cure».

Il video racconta come si è arrivati a realizzare il pancreas artificiale, anche con il supporto dei cittadini attraverso Fondazione Humanitas per la Ricerca.

L’importanza di sani stili di vita e diagnosi precoce

Il pancreas è un organo piccolo ma essenziale, coinvolto sia nella digestione sia nella regolazione della glicemia. Prendersene cura significa proteggere il proprio equilibrio metabolico e digestivo. Quando si ammala, si possono sviluppare diverse forme tumorali. Tra queste, il più pericoloso è l’adenocarcinoma del pancreas. Secondo i dati AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) nel 2024 sono state stimate circa 13.585 nuove diagnosi: 6.873 negli uomini, 6.712 nelle donne.

Questo tumore resta uno dei più aggressivi e difficili da trattare, e spesso la sua diagnosi è tardiva. Anche per questo sono nate le Pancreas Unit, tra cui quella del Cancer Center di Humanitas: centri specializzati e organizzati secondo un modello multidisciplinare con l’obiettivo di migliorare gli esiti clinici e portare avanti Ricerca d’avanguardia.

«È importante fare attenzione alla comparsa di alcuni sintomi – aggiunge la dott.ssa Silvia Carrara, caposezione dell’ecoendoscopia diagnostica e terapeutica dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, docente di Humanitas University e presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP) -: ittero, cioè colorazione giallastra della pelle e del bianco degli occhi; dolore addominale o alla schiena, spesso sordo e costante; perdita di peso e appetito; dimagrimento inspiegabile e riduzione della fame; nausea e vomito, soprattutto se si manifestano insieme a una sensazione di sazietà precoce; debolezza e affaticamento marcati; cambiamenti nelle feci, che possono diventare grasse e molto chiare; comparsa improvvisa di diabete: in particolare in persone che non hanno una predisposizione familiare».

Durante la giornata è stato possibile confrontarsi con medici e ricercatori, per imparare a riconoscere i principali fattori di rischio noti per il tumore del pancreas: fumo di sigaretta, dieta ricca di grassi e povera di frutta e verdura, diabete, pancreatite cronica, età avanzata, familiarità per tumore del pancreas e alcune mutazioni genetiche, obesità.

L’incontro scientifico per fare il punto sulle novità e le prospettive di Ricerca

Martedì 2 dicembre 2025, in Humanitas, si terrà l’incontro scientifico “PDAC Innovation Summit: Shaping the Future of Pancreatic Cancer”, coordinato dal prof. Luigi Maria Terracciano, Direttore Scientifico dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, professore di Anatomia Patologica e Rettore di Humanitas University, e dal prof. Alessandro Zerbi.

L’appuntamento sarà un’occasione di confronto tra specialisti di diverse aree – dalla Gastroenterologia alla Chirurgia, dall’Oncologia alla Radiologia – per condividere esperienze, dati e prospettive future nella gestione delle malattie pancreatiche, con particolare attenzione all’innovazione terapeutica e alla personalizzazione dei trattamenti. Il Comitato organizzativo comprende infatti anche Salvatore Piscuoglio, professore di Genetica di Humanitas University, la dott.ssa Sara Lovisa, responsabile del Laboratorio di Plasticity, Fibrosis and Cancer, Direttore del Centre Européen de Calcul Atomique et Moléculaire Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL).

La giornata si aprirà con un focus su PNRR e innovazione computazionale, dove saranno illustrati i progressi nazionali nell’ambito dei Big Data e del quantum computing come strumenti per la Ricerca oncologica. Si parlerà di modelli paziente-derivati, analisi genomiche e infrastrutture digitali per la medicina personalizzata.

Nel pomeriggio, le sessioni si concentreranno sugli aspetti clinici e traslazionali del tumore pancreatico. Si discuteranno le più recenti innovazioni nella chirurgia e nella Radioterapia. Le successive sessioni esploreranno il collegamento tra Ricerca e clinica, con approfondimenti su biomarcatori, alterazioni molecolari e nuovi modelli preclinici.


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A cura di mmaestri


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