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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Proteine: quante ne servono al giorno
Data articolo:Tue, 11 Aug 2026 12:26:30 +0000

Le proteine sono fondamentali in moltissimi processi dell’organismo: partecipano alla costruzione e al mantenimento dei tessuti, entrano nella sintesi di enzimi, ormoni e molecole coinvolte in numerosi processi biologici. 

Capire quante proteine assumere ogni giorno, però, non è sempre semplice. Negli ultimi anni l’attenzione verso diete ricche di proteine è aumentata, così come i prodotti arricchiti di proteine.

Qual è l’apporto calorico proteico necessario? Ne parliamo con la dottoressa Martina Francia, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas.

Quante proteine servono al giorno?

Il fabbisogno proteico non è uguale per tutti. L’attività fisica modifica le richieste dell’organismo, perché chi si allena regolarmente necessita di più proteine per costruire e mantenere la massa muscolare. Anche l’età incide: nelle persone anziane un apporto proteico sufficiente contribuisce a rallentare la perdita di massa muscolare associata all’invecchiamento.

Gli obiettivi personali influenzano le scelte alimentari. Diete più ricche di proteine possono aiutare nel controllo del peso corporeo. Alcune malattie richiedono invece un apporto ridotto, come accade nella malattia renale cronica, dove limitare le proteine può rallentare il danno renale. Durante la gravidanza le necessità nutrizionali cambiano e aumenta anche la quantità di proteine raccomandata.

I quantitativi di proteine giornalieri sono indicati nei LARN (Livelli di assunzione di riferimento per la popolazione italiana), in generale per gli adulti sono 0,9 g/kg/die e aumentano con l’anzianità, il livello di attività fisica, in gravidanza e in allattamento.

Troppe proteine: quali sintomi?

In regimi alimentari molto ricchi di proteine e poveri di carboidrati il corpo può entrare in chetosi, cioè una fase in cui l’energia deriva soprattutto dai grassi. Durante questo processo viene prodotto acetone, una sostanza che può rendere l’alito fruttato o simile allo smalto per unghie.

Un alto consumo di proteine può aumentare la produzione di urina perché i reni lavorano di più per metabolizzarle. Di conseguenza cresce il rischio di disidratazione, soprattutto se l’apporto di liquidi non aumenta in parallelo.

Anche il peso corporeo può risentirne: se le proteine introdotte superano la capacità di utilizzo dell’organismo, l’eccesso calorico può favorire un aumento di peso non legato alla crescita muscolare. 

Diete ad alto contenuto proteico e povere di fibre possono portare a stitichezza, nausea, diarrea o dolore addominale. Alcuni alimenti proteici, come la carne, richiedono un lavoro digestivo maggiore, mentre integratori, frullati o barrette contenenti alcoli di zucchero possono accentuare i sintomi gastrointestinali.

Gli effetti dipendono anche dal tipo di proteine consumate. Pesce, frutti di mare e proteine vegetali provenienti da legumi, semi e frutta secca sono associati a effetti favorevoli sul sistema cardiovascolare. Al contrario, un consumo elevato di carne rossa e carni lavorate è stato collegato a un aumento del rischio di malattie cardiache.

Un eccesso proteico può diventare problematico soprattutto nelle persone con malattie renali o epatiche. Il metabolismo delle proteine produce ammoniaca, eliminata attraverso le urine. Quando reni o fegato funzionano con difficoltà, questa sostanza può accumularsi e raggiungere livelli tossici.

Carenza di proteine, come riconoscerla?

Una carenza proteica spesso si manifesta con stanchezza persistente e riduzione dell’energia. Le proteine contribuiscono anche alla produzione di energia e, quando scarseggiano, possono comparire debolezza fisica e mentale. Nei casi più gravi si osserva deperimento muscolare.

Capelli sottili e secchi, unghie fragili e pelle desquamata possono essere tra le prime conseguenze che si notano facilmente. Nei deficit più avanzati i capelli possono perdere pigmento e struttura, mentre la pelle diventa più fragile.

Le proteine forniscono aminoacidi necessari alla sintesi dei neurotrasmettitori che regolano l’umore, tra cui serotonina e noradrenalina. Una loro carenza può associarsi a irritabilità, ansia o sintomi depressivi.

Il gonfiore a gambe, piedi o mani è un segno tipico delle carenze gravi.

Quando l’apporto proteico è insufficiente, anche il sistema immunitario può indebolirsi. L’organismo produce meno anticorpi e citochine, molecole coinvolte nella difesa contro i microrganismi e nella riparazione dei tessuti, con maggiore frequenza di infezioni e una guarigione più lenta delle ferite.

Un’assunzione ridotta di proteine può contribuire alla perdita di massa e forza muscolare e accelerare il calo della densità minerale ossea legato all’età, aumentando la fragilità dello scheletro. 

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A cura di mmaestri
Una terapia innovativa per l’eczema cronico delle mani
Data articolo:Tue, 11 Aug 2026 10:59:37 +0000

L’eczema cronico delle mani è una patologia infiammatoria a carico della cute abbastanza comune. L’eczema, che può insorgere per cause irritative, allergiche, o atopiche, se persiste oltre i 3 mesi o se si riacutizza almeno due volte in un anno, viene considerato cronico. I sintomi dell’eczema delle mani sono facilmente riconoscibili e comprendono dolore e prurito intenso associati a rossore e ispessimento della pelle, desquamazione e comparsa di vescicole e fissurazioni. Nelle condizioni più severe, l’eczema può estendersi alla totalità della superficie della mano, con un impatto negativo sulla qualità della vita della persona interessata.

Ne parliamo con il dottor Luigi Gargiulo, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Eczema cronico delle mani: irritativo, allergico o atopico

L’eczema cronico delle mani può insorgere per cause di tipo irritativo, allergico o atopico. In ogni caso l’esito è l’insorgenza di un processo infiammatorio e di un’alterazione della barriera protettiva della cute. 

Nelle forme irritative, queste alterazioni sono causate da un contatto ripetuto e continuativo con l’acqua o con sostanze come disinfettanti, detergenti, prodotti chimici irritanti oppure da un uso prolungato di guanti. L’eczema di tipo irritativo è caratteristico di persone che lavorano in ambienti lavorativi umidi o che si occupano di attività di cura domestica e pulizia.

L’eczema di tipo allergico è provocato invece da una sensibilizzazione della persona ad allergeni contenuti in alimenti, piante, metalli, come il nichel, ma anche nei profumi, nei conservanti, nei detergenti o nei cosmetici. Possono inoltre provocare allergia anche sostanze che vengono utilizzate in luoghi di lavoro, come tinture o resine.

Le forme atopiche sono caratteristiche di chi è predisposto o ha familiarità con disturbi come asma, dermatite atopica e rinite allergica. Si tratta infatti di condizioni che comportano una maggiore fragilità della barriera cutanea, che risulta più reattiva agli stimoli irritanti e agli allergeni. Sono inoltre possibili anche forme miste di eczema cronico delle mani, in cui le alterazioni della pelle sono quindi provocate da più concause.

In Humanitas una terapia innovativa per l’eczema cronico delle mani

Il trattamento dell’eczema cronico delle mani, se eseguito correttamente, è fondamentale per contenere i sintomi, migliorare la qualità della vita della persona ed evitare che si presentino riacutizzazioni di malattia. La terapia è farmacologica e varia in base alla gravità del disturbo, ma in ogni caso è sempre opportuno seguire alcune buone norme, come applicare creme emollienti e idratanti, più volte al giorno, usare detergenti delicati per lavare le mani ed eliminare o, se non è possibile, ridurre, l’esposizione fattori allergizzanti o irritanti.

I trattamenti di prima linea per l’eczema cronico delle mani prevedono in genere l’utilizzo di creme e unguenti antinfiammatori, a base di corticosteroidi topici e di inibitori della calcineurina. Di recente è stato inoltre approvato un farmaco topico per le forme di eczema che non rispondono agli steroidi topici, delgocitinib crema. Si tratta di un farmaco topico antinfiammatorio particolarmente efficace e Humanitas è uno dei centri prescrittori a livello nazionale.

In caso la malattia risulti refrattaria alle terapie topiche si fa invece ricorso a farmaci ad azione sistemica, che si assumono per via orale.

Fonti

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A cura di mmaestri
Sciatica: i sintomi del nervo sciatico infiammato
Data articolo:Mon, 10 Aug 2026 12:41:14 +0000

La lombosciatalgia, o dolore sciatico o, talvolta più brevemente “sciatica”, è un dolore causato dall’infiammazione del nervo sciatico, il nervo più complesso e voluminoso del corpo umano. Il nervo sciatico è spesso soggetto a sindromi infiammatorie perché varie strutture, nel suo decorso, possono comprimerlo e quindi causarne un’anomala sollecitazione. Il processo infiammatorio causa una sintomatologia caratterizzata da un dolore acuto, che dalla zona sacrale e pelvica decorre posteriormente lungo la gamba.

Quali sono i sintomi della sciatica e cosa fare? Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, docente di Humanitas University e Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Sciatica: quali sono i sintomi?

Il dolore sciatico indica che è in corso un’irritazione di porzione di questo nervo, spesso a carico della sua radice nervosa, collocata nella parte bassa della schiena. Il dolore tipico, infatti, ha origine nella zona lombare e scende lungo il nervo stesso, passando lungo il gluteo e nella parte posteriore o laterale della gamba, fino a raggiungere il piede. I sintomi, quindi, dipendono dal decorso del nervo e dall’area in cui è compresso. In genere, il dolore interessa un solo lato del corpo e ha un’intensità estremamente variabile.

Il dolore è caratterizzato da una sensazione di bruciore e di “scossa elettrica” e risulta spesso invalidante. Nella maggior parte dei casi, la causa è una protrusione o un’ernia nel disco intervertebrale che comprime la radice nervosa nel tratto lombare. Possono inoltre essere associati sintomi quali formicolio, intorpidimento, mancanza di sensibilità o di forza del piede; in loro presenza è necessario fare tempestivamente riferimento al medico, in particolare quando al dolore si associa la perdita di forza, in modo da valutare il prima possibile il percorso di trattamento più adeguato per risolvere il disturbo.

Come ridurre il dolore

Il trattamento viene impostato in base alla causa sottostante.

Durante la fase acuta del dolore è preferibile stare a riposo e limitare un po’ le proprie attività, ma il riposo a letto non è consigliato. Per contrastare il dolore e ridurre l’infiammazione possono essere utili farmaci antinfiammatori, antidolorifici e farmaci che rilassano la muscolatura lombare.  

Anche i tempi di recupero variano in base alla causa sottostante l’infiammazione: se, quindi, in alcuni casi può essere sufficiente il trattamento farmacologico, in altri si deve ricorrere anche a trattamenti più invasivi, come l’esecuzione di infiltrazioni locali con l’ausilio di guida ecografica. Spesso è inoltre utile, previa specifica indicazione fisiatrica, il ricorso a un trattamento riabilitativo vero e proprio, con sedute mirate di fisioterapia.

Condurre una vita attiva gioca un ruolo di primo piano nel diminuire il rischio di incidenza di questi episodi così dolorosi.

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A cura di mmaestri
Diabete: i sintomi e la dieta
Data articolo:Mon, 10 Aug 2026 12:22:27 +0000

Il diabete è una patologia cronica che si caratterizza per un eccesso di glucosio nel sangue (iperglicemia). Il diabete può essere di due forme: il diabete di tipo 1, provocato da un’assenza di produzione da parte del pancreas dell’ormone che regola le concentrazioni di zuccheri nel sangue (insulina), e il diabete di tipo 2, provocato da un’alterazione dell’azione dell’insulina stessa.

Per il diabete di tipo 1 non è disponibile una cura e chi ne è interessato deve necessariamente assumere la terapia con iniezioni sottocutanee di insulina per tutta la vita, mentre per il diabete di tipo 2 sono oggi disponibili varie terapie. In entrambi i casi è fondamentale seguire una dieta adeguata.

Ne parliamo con il dottor Marco Mirani, Capo Sezione dell’Unità Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2: le differenze

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune che tende a manifestarsi in bambini e adolescenti, ma anche in età avanzata, dovuta alla presenza di autoanticorpi che distruggono le cellule pancreatiche responsabili della produzione di insulina. Il diabete di tipo 1 comporta quindi necessariamente una terapia insulinica, che va portata avanti per tutta la vita. Attualmente sono disponibili terapie innovative immunologiche per la prevenzione del diabete di tipo 1, per cui, in caso di diagnosi precoce, si può intervenire per cercare di rallentare l’insorgenza della malattia.

Il diabete di tipo 2, invece, non comporta la carenza assoluta di insulina. Tuttavia, quella prodotta non agisce in maniera adeguata. Il diabete di tipo 2 rappresenta la maggior parte dei casi di diabete (il 90% circa) e interessa soprattutto persone in età adulta e in età avanzata, seppur negli ultimi anni sia in costante aumento anche nei giovani, parallelamente all’incremento di sovrappeso e obesità. Si tratta di una patologia associata a familiarità, invecchiamento, sovrappeso e obesità e a uno stile di vita sedentario e con un’alimentazione non equilibrata.

I sintomi del diabete

Il diabete di tipo 1 ha in genere esordio immediato e con livelli di glicemia molto alti, mentre nel diabete di tipo 2 possono passare diversi anni prima della diagnosi e la malattia può restare silente comportando anche lo sviluppo di complicanze. Queste sono tendenzialmente di due tipi: macrovascolari e microvascolari.

Le complicanze macrovascolari sono a carico del sistema cardiovascolare e si associano un aumento del rischio di infarto, ictus e arteriopatie periferiche che possono provocare disturbi agli arti inferiori, tra cui il piede diabetico. Le complicanze microvascolari, invece, interessano l’occhio, con l’insorgenza di retinopatia diabetica, il rene, con la nefropatia diabetica, e i nervi, con la neuropatia diabetica. Per ridurre il rischio che si sviluppino queste complicanze è importante la diagnosi precoce e, una volta diagnosticato il diabete, un controllo regolare dei valori glicemici.

Le cause del diabete

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune, per cui il sistema immunitario distrugge le cellule beta, ossia le cellule pancreatiche che producono insulina. In questa forma di diabete, mancando del tutto la produzione di insulina, questa deve essere integrata per tutta la vita.

Il diabete di tipo 2, invece, è dovuto a un difetto nella funzionalità dell’insulina, non a una sua mancanza, a cui si aggiungono altre concause che concorrono allo sviluppo della patologia. Tra i fattori di rischio principali per il diabete di tipo 2 c’è la familiarità e altri fattori associati come alimentazione, sedentarietà, sovrappeso e obesità.

Esiste poi un terzo tipo di diabete, il diabete gestazionale. Questa forma di diabete insorge durante la gravidanza e si associa a fattori di rischio come età avanzata per la gestazione, familiarità, sovrappeso, obesità e sindrome dell’ovaio policistico. L’iperglicemia gestazionale in genere non presenta sintomi ma viene individuata tramite un programma di screening dedicato, con esami come la curva da carico orale di glucosio, un test eseguito tra la ventiquattresima e la ventottesima settimana di gestazione (o alla sedicesima se sono presenti fattori di rischio).

Diabete: quale alimentazione seguire

Il diabete di tipo 2 si può prevenire seguendo un’alimentazione equilibrata e praticando attività fisica in maniera regolare secondo le proprie condizioni cliniche. In genere, la raccomandazione è di svolgere 150 minuti di attività fisica alla settimana o 30 minuti tutti i giorni. Per quanto riguarda l’alimentazione, mangiare cibi molto zuccherati non aumenta di per sé il rischio di diabete, ma favorisce la comparsa di sovrappeso e obesità, due condizioni che sono annoverate tra i fattori di rischio per lo sviluppo di diabete. Per questo bisognerebbe sempre evitare un consumo eccessivo di zuccheri e carboidrati semplici.

In generale, la dieta delle persone con diabete deve essere equilibrata, quindi con un giusto apporto di carboidrati, lipidi e proteine. Bisogna inoltre preferire i carboidrati complessi, evitando invece gli zuccheri semplici e a rapido assorbimento. Sono da preferire gli alimenti integrali e quelli ricchi di fibre e poveri di grassi, come pane e pasta (assunti con moderazione), legumi, carni bianche e pesce, ed evitare le carni rosse.

Diabete: la cura

Il diabete di tipo 2 si può controllare con una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare a cui associare, quando necessario, la terapia farmacologica. Si tratta in questo caso di terapie con farmaci molto efficaci, di ultima generazione, che abbassano la glicemia e hanno una funzione protettiva nei confronti di cuore e reni. Con un trattamento adeguato, le persone con diabete di tipo 2 possono tornare ad avere valori di glicemia nella norma, perfino uguali a quelli delle persone senza diabete.

Dal diabete di tipo 1, invece, non è possibile guarire ed è necessaria l’infusione di insulina per mantenere la malattia sotto controllo. Alla terapia insulinica vanno in ogni caso associate comunque dieta equilibrata e attività fisica regolare, che aiutano a controllare più efficacemente la malattia.

Per quanto riguarda l’attività fisica, per entrambi i tipi di diabete è importante prendere in considerazione il tipo di terapia che si sta seguendo e le proprie condizioni fisiche e valutare con il medico curante sia l’attività più adeguata sia eventuali adattamenti della terapia all’attività che si inizia a praticare.

Visita diabetologica

La visita diabetologica consente allo specialista diabetologo di valutare lo stato di salute generale del paziente e l’andamento dei parametri metabolici per impostare o monitorare la terapia.

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A cura di mmaestri
Cosa sono le fratture da stress?
Data articolo:Mon, 10 Aug 2026 09:57:40 +0000

Per frattura si intende l’interruzione di un profilo osseo, a carico di ossa lunghe o ossa brevi. Le fratture possono essere determinate da scontri ad alta energia come contatti sportivi, incidenti o cadute, o da una carenza di resistenza ossea, per esempio in presenza di determinate patologie. Ci sono poi le fratture da stress, che si associano a microtraumi ripetuti e, pur provocando sintomi dolorosi, sono difficilmente riscontrabili con la radiografia.

Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Come si diagnosticano le fratture da stress?

Le fratture da stress provocano nel paziente dolore, ma non sempre sono visibili con la radiografia, che è il primo esame che si svolge per diagnosticare una frattura. Lo specialista, quindi, valuta in sede di visita con un esame clinico l’area interessata dai sintomi e raccoglie le informazioni circa lo stile di vita del paziente e potenziali fattori di rischio che potrebbero essere associati alla frattura da stress, come un utilizzo continuativo della parte interessata o un’alimentazione poco equilibrata.

Per confermare la diagnosi, lo specialista prescrive una risonanza magnetica, un esame diagnostico di secondo livello in grado di individuare la frattura che non è stata evidenziata dalla radiografia.

Cosa sono le fratture da stress e quali sono le cause?

Le fratture da stress sono fratture che non si associano a eventi traumatici ma a microtomi ripetuti. Per fare un esempio: un maratoneta che continuativamente esegue lunghi percorsi può presentare microtraumi a tibia, collo del femore e ossa del piede. Queste ossa, a causa dei microtraumi ripetuti, possono rompersi e sviluppare sintomi dolorosi.

Le fratture da stress non si sviluppano solo in persone allenate che sforzano sempre la medesima area del corpo per l’attività sportiva, ma possono interessare spesso anche persone non allenate. In particolare, le fratture da stress possono interessare persone di sesso femminile, molto magre o che seguono una dieta poco equilibrata.

Come trattare le fratture da stress?

Per trattare una frattura da stress bisogna per prima cosa individuare la causa che l’ha provocata, in modo da eliminare i fattori di rischio. Se la frattura è legata all’alimentazione, per esempio, bisogna seguire una dieta equilibrata e adeguata alle necessità della persona, se invece la frattura è legata a un overuse sportivo bisogna evitare di ripetere quel movimento e, in alcuni casi, immobilizzare l’arto, in modo da eliminare le micro sollecitazioni continue.

Per quanto riguarda la terapia, in genere questa prevede il ricorso a onde d’urto o a magnetoterapia, utili a favorire la consolidazione ossea che, in genere, avviene a circa 2-3 mesi dalla comparsa dei sintomi.

Visita specialistica ortopedica

La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.

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A cura di mmaestri
Infarto e arresto cardiaco: qual è la differenza?
Data articolo:Mon, 10 Aug 2026 09:09:54 +0000

Quando si parla di emergenze cardiache capita spesso che infarto e arresto cardiaco vengano confusi. I due eventi, pur avendo qualche punto di contatto, hanno natura e conseguenze molto diverse.

Ne parliamo con la dottoressa Cristina Panico, cardiologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Che differenza c’è tra infarto e arresto cardiaco?

L’infarto del miocardio è una patologia acuta causata dall’ostruzione delle arterie del cuore, che riduce il flusso di sangue che vi è diretto. Questa riduzione comporta un minor apporto di ossigeno e nutrienti al muscolo cardiaco, con conseguente sofferenza dei tessuti.

Tra le complicanze più importanti dell’infarto vi sono le aritmie cardiache, in particolare le aritmie ventricolari maligne, che possono evolvere fino all’arresto cardiaco. L’arresto cardiaco, però, non dipende esclusivamente dall’infarto del miocardio. Può infatti comparire anche in assenza di danno ischemico, come nelle aritmie ventricolari che insorgono in cuori strutturalmente sani ma con alterazioni elettriche, oppure nel contesto di cardiomiopatie, tra cui la cardiomiopatia ipertrofica.

L’arresto cardiaco può quindi essere una complicanza dell’infarto, ma può anche rappresentare la manifestazione di patologie primitive del sistema elettrico o del muscolo cardiaco. 

Infarto: le cause

L’infarto del miocardio è la necrosi di una parte del cuore per via dell’ostruzione di una coronaria, l’arteria responsabile della sua irrorazione con sangue ossigenato. L’ostruzione, che può essere parziale o totale, è in genere dovuta alla formazione di un trombo, un coagulo, sulle placche aterosclerotiche poste sulla parete del vaso, con conseguente mancanza di ossigeno al cuore.

Fumo, colesterolo elevato, pressione alta non trattata, diabete e predisposizione familiare favoriscono lo sviluppo di queste placche. Non sempre, però, è chiaro cosa scateni la comparsa improvvisa del trombo. In rari casi la causa può essere una malformazione della coronaria.

Quando il sangue non arriva più in modo corretto al cuore, il tessuto soffre e può andare incontro a complicazioni. Tra queste rientrano aritmie anche molto gravi, fino all’arresto cardiaco: più passa il tempo, maggiore è il rischio per la vita del paziente.

Arresto cardiaco: cos’è

L’arresto cardiaco rappresenta la perdita improvvisa dell’attività elettrica e/o meccanica del cuore. Il cuore smette di pompare, la persona cade a terra, perde coscienza e non respira più. In pochi minuti gli organi restano senza apporto di ossigeno e possono comparire danni irreversibili.

Le cause possono essere molte. Un’aritmia può scatenare l’arresto, ma anche un infarto esteso, uno scompenso avanzato, un trauma al torace, una grave miocardite o un blocco della respirazione.

Esistono anche forme genetiche, come la sindrome di Brugada o alcune canalopatie, che alterano il sistema elettrico del cuore e possono portare a un arresto improvviso.

I sintomi di infarto

Il segnale più comune è un dolore al petto descritto come un peso che non cambia con il movimento e non risponde ai comuni antidolorifici. Il dolore può irradiarsi verso collo, mandibola o braccio sinistro. Molte persone indicano anche spossatezza, sudorazione fredda, malessere intenso.

Alcuni infarti mostrano un quadro meno chiaro, con nausea, vomito o fastidi addominali. Questo tipo di esordio è più comune nella popolazione femminile e rischia di essere sottovalutato.

Quando l’ostruzione è totale, il dolore tende a durare a lungo; quando l’ostruzione è parziale possono comparire episodi brevi che tornano a distanza di giorni, una sorta di campanello d’allarme che non va trascurato.

Quali sono i sintomi dell’arresto cardiaco?

L’arresto cardiaco provoca una perdita immediata di coscienza. La persona non respira e non risponde e può verificarsi una perdita involontaria di urine o feci.

Prima del collasso possono comparire segnali legati alla causa scatenante:

  • dolore toracico nel caso di un infarto
  • palpitazioni in caso di aritmia veloci,
  • affanno, soprattutto se l’origine è respiratoria.

Tutto, però, evolve in pochi secondi e l’interruzione delle funzioni vitali è rapida.

Infarto o arresto cardiaco: cosa fare?

Quando compaiono sintomi compatibili con un evento cardiaco grave, su di sé o su un’altra persona, la prima azione da compiere è chiamare subito il 112 e descrivere con precisione ciò che sta accadendo. Il trattamento può essere effettuato solo in ospedale, perciò ogni minuto guadagnato prima dell’arrivo dei soccorsi può fare la differenza.

Dopo la conferma della diagnosi di infarto, l’obiettivo principale è riaprire rapidamente l’arteria coronaria bloccata, così da ristabilire il flusso di sangue al muscolo cardiaco attraverso una coronarografia e angioplastica: utilizzando un sottile catetere inserito da un’arteria del polso oppure dell’inguine, i medici raggiungono le coronarie e individuano il punto dell’ostruzione. In quella sede viene posizionato uno stent, un piccolo dispositivo che mantiene aperto il vaso e permette al sangue di tornare a circolare.

In alcune situazioni si può ricorrere anche a farmaci capaci di sciogliere il coagulo responsabile del blocco. Dopo la riapertura dell’arteria viene avviata una terapia farmacologica continuativa, pensata per proteggere lo stent e ridurre il rischio di nuovi eventi cardiaci intervenendo sui principali fattori di rischio.

L’arresto cardiaco richiede un intervento immediato perché il cuore smette di pompare sangue e gli organi non ricevono ossigeno e bisogna iniziare subito la rianimazione cardiopolmonare. Le manovre prevedono compressioni toraciche ritmate associate, quando possibile, alla ventilazione bocca a bocca.

Se nelle vicinanze è disponibile un defibrillatore automatico, va utilizzato seguendo le istruzioni vocali dell’apparecchio o quelle fornite dal personale sanitario del 112: la scarica elettrica può interrompere l’aritmia responsabile dell’arresto e consentire la ripresa dell’attività cardiaca.

Chi assiste all’evento, dopo aver allertato il 112, dovrebbe iniziare senza ritardi le manovre di rianimazione seguendo le indicazioni fornite dalla centrale operativa fino all’arrivo dei soccorritori. Successivamente la persona viene trasferita in ospedale, dove verranno stabilizzate le funzioni vitali e individuata la causa dell’arresto cardiaco.

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A cura di mmaestri
Salgono a due le sedi IRCCS di Humanitas
Data articolo:Thu, 06 Aug 2026 13:10:56 +0000

Il Ministero della Salute ha confermato il rinnovo dell’accreditamento dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas nelle aree tematiche di cardiologia-pneumologia, ematologia e immunologia, gastroenterologia e oncologia. L’accreditamento di Humanitas San Pio X nelle medesime aree, come estensione dell’IRCCS di Rozzano, è stato rilasciato in considerazione delle attività cliniche e di Ricerca sviluppate nell’ambito della ginecologia oncologica, della senologia e dell’oncologia senologica, oltre che della radioterapia oncologica.

Essere IRCCS – Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico – significa far parte della rete delle strutture italiane riconosciute dal Ministero della Salute che integrano assistenza clinica, Ricerca scientifica e percorsi di cura. Un riconoscimento di grande valore per tutta Humanitas, che conferma la qualità del lavoro svolto ogni giorno per mettere competenze diverse al servizio dei pazienti.

L’accreditamento delle due sedi, con l’estensione a Humanitas San Pio X, è indicativo di una collaborazione e integrazione sempre più stretta tra i due ospedali, nonché di una visione condivisa che ha al centro le necessità dei pazienti. Un traguardo raggiunto in San Pio X grazie all’impegno e alla dedizione dei professionisti impegnati nell’attività clinica e scientifica, con particolare riferimento all’area dei tumori femminili. Grazie quindi a tutti i colleghi e le colleghe che hanno contribuito e reso possibile in entrambi i nostri ospedali questo importante risultato, di cui l’intera comunità Humanitas può essere orgogliosa e che rappresenta uno stimolo a proseguire con passione, competenza e spirito di collaborazione nel percorso di miglioramento continuo della qualità clinica, assistenziale e della Ricerca” – commenta Riccardo Bui, Amministratore Delegato IRCCS Istituto Clinico Humanitas e IRCCS Humanitas San Pio X.

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A cura di mmaestri
Il tuo dentista Humanitas anche ad agosto
Data articolo:Tue, 04 Aug 2026 09:58:40 +0000

Ad agosto puoi rivolgerti al Dental Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas dal 3 al 7 e dal 24 al 31 agosto.

Se hai bisogno di una visita urgente

Se il tuo Centro è chiuso, chiama il 3402205616:

  • dal lunedì al venerdì, dalle 9:00 alle 19:00;
  • il sabato, dalle 9:00 alle 13:00, tranne il 15 agosto.

Ti aiuteremo a trovare il Centro aperto più vicino o, se non ce ne sono nella tua zona, uno studio dentistico disponibile.

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Direttore Sanitario: Dott.ssa Simona Sancini – Direttore Sanitario per i Servizi Odontoiatrici Dott. Robles Rodriguez Sergio, Albo Provinciale degli Odontoiatri di Bergamo, n. 1141.

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A cura di mmaestri
Onde d’urto focali: applicazioni e benefici in ortopedia e riabilitazione
Data articolo:Tue, 28 Jul 2026 08:47:40 +0000

L’ambito muscolo-scheletrico rappresenta per le onde d’urto focali un settore ampio e primario, trovando applicazione sia per il trattamento delle patologie dei tendini e dell’osso, sia delle fasce muscolari, sia nelle fasi iniziali di malattia che nelle forme più avanzate, così come per la risoluzione di complicanze, quali esiti e postumi di interventi chirurgici. Pressoché prive di effetti collaterali di rilievo, rappresentano non una semplice terapia “palliativa” per il dolore, ma un trattamento specificatamente “curativo”, in virtù dell’azione biologica sui tessuti, in quanto in grado di modulare l’infiammazione e riattivare localmente il microcircolo, con effetti di tipo anche “rigenerativo” in alcuni casi.

Ne parliamo con la dottoressa Maria Cristina d’Agostino, Capo Sezione Onde d’Urto dell’Unità di Riabilitazione Ortopedica – e con la dottoressa Elisabetta Tibalt, dell’Unità di Riabilitazione Ortopedica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Il trattamento muscolo-scheletrico con le onde d’urto

Il trattamento del tessuto muscolare è una delle più recenti acquisizioni della terapia con onde d’urto focali, supportata dall’evidenza scientifica, che sembra evidenziare, anche in questo ambito, un effetto trofico rigenerativo, sia sul microcircolo locale, sia diretto sui precursori staminali delle cellule muscolari, rendendo possibile l’applicazione con successo anche nel trattamento dei disturbi muscolari di origine post-traumatica, acuti e cronici.

Le onde d’urto focali inoltre favoriscono il rilassamento muscolare e per questo possono essere utili per trattare molte sindromi dolorose che comportino contratture o alterazioni funzionali del muscolo stesso.

Sfruttando poi il loro effetto di modulazione dell’infiammazione e “rigenerazione” tissutale, trovano interessante applicazione in molte patologie che coinvolgono più frequentemente gli atleti, come per esempio gli esiti delle lesioni muscolari, caratterizzate dalla presenza di tessuto cicatriziale fibrotico, a causa del quale si può avere un ritardato/mancato recupero muscolare, condizionante a sua volta un rischio più elevato di nuovi infortuni. In questo caso, le onde d’urto focali acquistano una duplice valenza: valida terapia per la risoluzione del dolore e dell’infiammazione da una parte e interessante ausilio per accelerare il percorso riabilitativo e il “ritorno in campo” o la ripresa dell’attività sportiva o lavorativa dall’altro.

Altrettanto valida e interessante applicazione muscolare delle onde d’urto focali è quella nel DOMS (Delayed Onset Muscle Soreness), una sorta di “infiammazione” muscolare acuta, quale possibile conseguenza di un intenso sovraccarico funzionale, caratterizzata da importante dolore muscolare, per cui una rapida risoluzione è di fondamentale importanza per prevenire danni maggiori.

È possibile inoltre intervenire con le onde d’urto anche sulle fasce muscolari, quando interessate da sindromi dolorose, spesso refrattarie a tutte le altre terapie conservative, in particolare a livello degli arti inferiori, ma non solo. Studi recenti hanno infatti dimostrato che la stimolazione con onde d’urto focali può da un lato inibire i recettori del dolore a tale livello1, ma anche stimolare la produzione di collagene e acido ialuronico da parte delle cellule connettivali derivate dalle fasce muscolari, con effetto analgesico e di miglioramento del benessere (trofismo) delle fasce stesse2. In ambito di sindromi dolorose miofasciali è più che mai importante il corretto inquadramento diagnostico, con l’individuazione di tutti i punti dolorosi da trattare, e una tecnica particolare di applicazione, in modo da raggiungerli tutti e ottenere il massimo del beneficio.

Patologie tendinee e ossee: la terapia con onde d’urto

Anche sul tessuto tendineo l’azione delle onde d’urto focali è “biologica e curativa”, non semplicemente “palliativa”. La stimolazione micromeccanica prodotta dalle onde d’urto, infatti, evoca una serie di reazioni cellulari che si traducono in un controllo dell’infiammazione negli stadi di patologia tendinea più acuta e di recente insorgenza, e si associa anche a un controllo dell’omeostasi locale, innescando una sorta di “rinnovamento” del tessuto tendineo, negli stadi più cronici, dove invece prevale la degenerazione del tendine (tendinopatie).

Per tutte le patologie in ambito muscolare, tendineo e miofasciale, il trattamento con onde d’urto deve sempre essere inserito in un percorso di terapia integrato, in cui la riabilitazione non deve mancare, al fine di ottimizzare i risultati e ottenere il successo terapeutico.

Il trattamento con onde d’urto focali nelle patologie ossee è indicato per i ritardi di consolidazione delle fratture e le pseudoartrosi. Le onde d’urto hanno infatti uno specifico effetto rigenerativo sull’osso, sia per azione diretta di stimolo delle cellule che producono matrice (gli osteoblasti e i loro precursori staminali), sia indiretta, per rallentamento contestuale del riassorbimento osseo.

Un’altra applicazione delle onde d’urto focali è sugli edemi ossei, che si possono sviluppare sia a causa di traumi, sia a causa di sovraccarichi o di altre patologie di tipo traumatico e degenerativo. Ne derivano una significativa riduzione del dolore e un più rapido recupero funzionale. 

Terapia con onde d’urto: quali sono i benefici

I vantaggi della terapia con onde d’urto focali sono molti e importanti:

  • è una forma di trattamento non invasivo, che non comporta quindi alcun rischio per il paziente;
  • i cicli di terapia sono ripetibili (soprattutto nelle patologie più croniche e refrattarie ad altri tipi di trattamento);
  • il trattamento con onde d’urto è compatibile con molti altri tipi di terapie, soprattutto infiltrative locali con acido ialuronico, collagene o PRP (ma non con cortisonico);
  • non viene preclusa la possibilità di intervento chirurgico, nel caso si rendesse necessario;
  • le onde d’urto focali possono essere applicate anche per favorire la risoluzione dei postumi/esiti di un intervento chirurgico, sia a livello della cute (ferita che non guarisce o cicatrice dolorosa), sia dei tessuti osteo-muscolo-tendinei, anche in presenza di edema (gonfiore), fibrosi cicatriziale e/o mancata consolidazione ossea;
  • in ambito riabilitativo, possono rappresentare un valido ausilio di supporto all’esercizio terapeutico, accelerando i tempi di recupero funzionale;
  • se vengono applicate con perizia e strumentazione adeguata sono ben tollerate dal paziente.
Fonti
Visita specialistica ortopedica

La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.

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A cura di mmaestri
Frattura scomposta e frattura composta: come distinguerle
Data articolo:Fri, 17 Jul 2026 14:57:20 +0000

Le fratture sono delle interruzioni della continuità ossea provocate da eventi traumatici o condizioni patologiche, come l’osteoporosi. Possono essere composte o scomposte e sono in genere accompagnate da un forte dolore ed evidenti limitazioni funzionali dell’area interessata.

Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Frattura: che cos’è e quali sono le cause

La frattura comporta l’interruzione di un profilo osseo. Può interessare ossa lunghe, come femore, tibia o omero, oppure ossa brevi, come clavicola, osso metacarpale e ossa delle mani e dei piedi.

Le fratture si associano quasi sempre a cause traumatiche, per esempio incidenti, scontri nel corso di uno sport di contatto, cadute. In generale i traumi che causano una frattura prevedono sempre uno scontro ad alta energia che supera la capacità dell’osso di sopportarla.

Le fratture possono inoltre associarsi a una diminuzione della resistenza ossea. Si parla in questo caso di fratture patologiche e possono essere causate da patologie come osteoporosi grave, patologie oncologiche o infezioni.

Quali sono i diversi tipi di fratture?

Le fratture possono essere classificate in composte o scomposte. Le fratture composte presentano i due monconi ossei perfettamente allineati nonostante l’interruzione del profilo osseo. Per questo, in alcuni casi il trattamento di una frattura composta può essere conservativo. Nelle fratture scomposte, invece, i muscoli che si attaccano ai due differenti distretti ossei spostano i due monconi, che non risultano più allineati.

Le fratture si suddividono inoltre in chiuse ed esposte. Nelle fratture chiuse, che sono quelle che si verificano nella maggior parte dei casi, non si assiste a una comunicazione tra osso e ambiente esterno. Nelle fratture esposte, invece, l’osso fuoriesce dalla pelle oppure l’interruzione del profilo della cute è tale da poter favorire l’ingresso di germi e il rischio di sviluppare un’infezione.

Frattura scomposta e frattura composta: come distinguerle

Le fratture, sia composte sia scomposte, sono in genere associate a dolore.

Nella frattura scomposta in genere l’area interessata, come la caviglia o l’avambraccio, risulta deforme e il profilo non è più simmetrico alla controparte sana.

In caso di dubbi, vengono eseguiti specifici esami diagnostici, come la radiografia, che mostra immediatamente se vi sia o meno una scomposizione del focolaio di frattura.

Frattura: quali esami per la diagnosi?

L’esame più importante è quello clinico, che permette allo specialista di valutare la possibilità che l’osso sia fratturato. Successivamente l’esame che viene eseguito per confermare la diagnosi è la radiografia.

In alcuni casi specifici, può essere prescritta anche una TAC, utile per esempio per valutare la possibilità di intervenire chirurgicamente ed eventualmente pianificare nel dettaglio l’intervento.

Se radiografia e TAC non dovessero risultare dirimenti per la diagnosi può essere indicata una risonanza magnetica.

Visita specialistica ortopedica

La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.

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Dermatite seborroica e cuoio capelluto: cosa fare?
Data articolo:Fri, 17 Jul 2026 14:18:14 +0000

La dermatite seborroica è un’infiammazione cronica della pelle a carico – soprattutto ma non solo – di viso e cuoio capelluto. Comporta l’insorgenza di forme di desquamazione da lievi, come la forfora, a placche eritematose con squame unte e di colore giallastro. Si tratta di una patologia cronica e recidivante che peggiora con il cambio di stagione e nei periodi di accentuato stress psicofisico.

Ne parliamo con il dottor Mario Valenti, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Dermatite seborroica: i sintomi e le cause

La dermatite seborroica è un’infiammazione cutanea caratterizzata da un aumento della desquamazione e da un’iperproduzione di sebo (iperseborrea), tipicamente localizzata su cuoio capelluto, zona infrapettorale, zona glabellare, quindi tra fronte e radice del naso, e aree nasogeniene, ai lati del naso.

La dermatite seborroica è associata alla proliferazione del lievito Malassezia furfur, presente normalmente sulla cute, ma che può proliferare eccessivamente in presenza di determinate condizioni come squilibri ormonali, momenti di stress psicofisico e cambiamenti stagionali.

Dermatite seborroica e cuoio capelluto: cosa fare?

La dermatite seborroica si localizza prevalentemente sul cuoio capelluto. Per questo può essere utile intervenire utilizzando farmaci specifici a base di sostanze come ketoconazolo, solfuro di selenio o ciclopirox. Queste sostanze, infatti, hanno un’azione di riduzione della desquamazione e contrastano la proliferazione del lievito Malassezia furfur.

Bisogna anche evitare di grattarsi o di staccare manualmente le squame, per evitare l’insorgenza di ulteriore infiammazione e aumento della dermatite.

Dermatite seborroica e stress: c’è un legame?

Lo stress tende a peggiorare diverse patologie infiammatorie della cute, tra cui anche la dermatite seborroica. Un periodo di forte tensione lavorativa, personale o emotiva, infatti, può associarsi a una riacutizzazione della patologia. Lo stress è un fattore da considerare unitamente ai cambi di stagione: in particolare, infatti, il passaggio alla stagione più fredda e secca si associa a una riesacerbazione di malattia.

Né lo stress né il cambio di stagione possono però essere considerate le cause scatenanti alla base dell’insorgenza della dermatite seborroica, bensì fattori peggiorativi.

Le cure per la dermatite seborroica

Le cure per la dermatite seborroica comprendono in genere trattamenti locali, da applicare in crema o in shampoo in base alla localizzazione della malattia, a base delle sostanze già indicate: ketoconazolo, solfuro di selenio, ciclopirox o altri agenti in grado di contrastare la desquamazione e la proliferazione del lievito Malassezia furfur.

In presenza di casi più severi di dermatite seborroica potrebbero essere necessari anche trattamenti antifungini per via orale o terapie con farmaci steroidei per brevi cicli. Queste terapie vanno assunte seguendo con attenzione le indicazioni del medico e in genere sono limitate nel tempo per evitare effetti di riacutizzazione della patologia al momento della sospensione.

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Come si cura la sindrome mielodisplastica?
Data articolo:Fri, 17 Jul 2026 13:30:27 +0000

Le sindromi mielodisplastiche sono malattie del sangue che insorgono prevalentemente dopo i 70-75 anni d’età e che sono caratterizzate dall’incapacità del midollo osseo di avere una produzione efficiente di cellule del sangue. La conseguenza di questa alterazione è un abbassamento dei livelli di globuli bianchi, globuli rossi e piastrine nel sangue periferico, con un rischio di insorgenza di leucemia acuta.

Quali sono i sintomi della sindrome mielodisplastica? E quali sono i possibili trattamenti? Ne parliamo con il professor Matteo Della Porta, Capo Sezione Leucemie dell’Unità di Ematologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Sindrome mielodisplastica: quali sono i sintomi?

I sintomi della sindrome mielodisplastica sono in genere molto lievi e, per questo, non immediatamente riconosciuti dal paziente.

Tra i sintomi, che sono associati al deficit di produzione di cellule del sangue da parte del midollo osseo, ci sono:

  • affaticamento, astenia cronica e difficoltà respiratorie, a causa dell’abbassamento dei livelli di globuli rossi;
  • eventi emorragici in assenza di traumi, soprattutto a livello cutaneo e delle mucose, a causa dei bassi livelli di piastrine;
  • infezioni ricorrenti, provocate dall’abbassamento della concentrazione di globuli bianchi.

Questi sintomi non vanno mai ignorati e, soprattutto se persistono, bisogna comunicarli al medico di medicina generale per iniziare un percorso di diagnosi.

Come si cura la sindrome mielodisplastica?

Il trattamento delle sindromi mielodisplastiche dipende da vari fattori, tra cui il grado di severità della malattia nella singola persona (e, quindi dal rischio di evoluzione in leucemia) e la gravità dell’insufficienza midollare, quindi l’abbassamento delle cellule nel sangue periferico.

Una volta valutati questi aspetti, le strategie di trattamento sono molteplici, ma l’unico trattamento oggi potenzialmente curativo è il trapianto di cellule staminali emopoietiche, che può essere eseguito fino ai 75 anni. Nei casi meno gravi, il trattamento è mirato alla risoluzione del singolo difetto di produzione, utilizzando farmaci che stimolano la produzione delle cellule nel midollo (per esempio dei globuli rossi in caso di anemia) in base alle specifiche esigenze cliniche.

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Dati sintetici: Humanitas accelera sulla Ricerca, dal cancro alle malattie del fegato
Data articolo:Thu, 09 Jul 2026 08:06:38 +0000

Utilizzare l’Intelligenza Artificiale per generare dati sintetici sicuri e affidabili, capaci di supportare la Ricerca clinica e accelerare lo sviluppo della Medicina personalizzata. È questo il percorso che Humanitas sta portando avanti dal 2021, a partire dall’Oncoematologia e oggi esteso ad altri ambiti: dalla Gastroenterologia all’Epatologia fino alla Reumatologia.

I dati sintetici sono generati artificialmente da algoritmi di AI che replicano le caratteristiche statistiche e biologiche dei dati reali senza contenere informazioni riconducibili ai singoli pazienti.

Si tratta di una tecnologia complessa, ma che può contribuire a superare alcune delle principali criticità della Ricerca clinica, come la limitata disponibilità di dati e la frammentazione delle informazioni, garantendo al contempo la massima tutela della privacy.

Sulla spinta di questa sfida è nato Train, spin-off di Humanitas fondato nel 2023 con lo scopo di sviluppare non solo dati sintetici ma anche digital twin e soluzioni gestionali efficaci e sostenibili. Un’esperienza potenziata dall’ecosistema di Humanitas, in cui clinici, ricercatori, ingegneri e data scientist lavorano in stretta connessione attraverso Humanitas AI Center, il primo centro integrato di ricerca sull’intelligenza artificiale in un IRCCS italiano.

Dal lavoro transdisciplinare del team è nata la piattaforma per la creazione di dati sintetici, con prime applicazioni nelle sindromi mielodisplastiche e leucemie mieloidi acute. Una tecnologia che ora viene messa a disposizione di tutti i ricercatori.

“La piattaforma consente ai ricercatori di generare dataset sintetici a partire da dati clinici reali, mantenendo questi all’interno dell’infrastruttura ospedaliera e garantendone il controllo e la sicurezza. Accanto alla generazione, il sistema integra SAFE (Synthetic vAlidation FramEwork), un framework di validazione che valuta fedeltà statistica, utilità clinica e protezione della privacy dei dati prodotti, offrendo dashboard interattive e report dedicati per una verifica trasparente e riproducibile della qualità”, spiega Saverio D’Amico, CEO di Train.

“L’AI ha valore quando trasforma dati sicuri e validati in nuova conoscenza scientifica e in strumenti concreti per accelerare la Ricerca clinica a beneficio dei pazienti. Obiettivo che ci siamo dati con questa piattaforma”, sottolinea Victor Savevski, Direttore di Humanitas AI Center.

Malattie del fegato: le prime coorti sintetiche presentate a Barcellona

Tra i risultati presentati da Humanitas al recente congresso dell’EASL (European Association for the Study of the Liver) di Barcellona figurano due studi dedicati a malattie rare del fegato: l’epatite delta e la colangite biliare primitiva. In entrambi i casi, la generazione di dati sintetici rappresenta una sfida particolarmente complessa, poiché si tratta di patologie non genetiche la cui evoluzione è influenzata da molteplici fattori ambientali.

“La prima è una malattia dovuta ad una rara infezione virale, con una rapida evoluzione in cirrosi e un elevato rischio di sviluppare tumore del fegato – spiega il prof. Alessio Aghemo, responsabile Epatologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas. Esiste un unico trattamento in commercio ma richiede punture sottocutanee quotidiane; fortunatamente nuovi trattamenti sono in fase di sperimentazione. Sarà necessario avere gli strumenti per poter valutare l’efficacia dei nuovi farmaci in diversi sottogruppi di pazienti che fanno (o hanno fatto) terapie approvate. Grazie alla piattaforma per i dati sintetici, siamo riusciti a creare una coorte sintetica che performa allo stesso modo della coorte di pazienti reali”.

“La colangite biliare primitiva – prosegue la prof.ssa Ana Lleo de Nalda, epatologa responsabile del laboratorio di Immunopatologia Epatobiliare dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas – è una malattia rara del fegato che evolve lentamente e determina un danno irreversibile. Esistono due farmaci disponibili grazie ad un’approvazione condizionale in attesa della conferma dell’efficacia tramite studi di Fase 4. Arruolare pazienti per questi tipi di trial clinici è complesso, perché è difficile disegnare studi su casistiche ampie e avere rappresentanza di sottogruppi etnici e di genere e, soprattutto, avere un braccio placebo mentre il farmaco è già in commercio. Anche in questo caso, la coorte sintetica ha performato come quella reale e rappresenta uno strumento con grande potenziale per aumentare la numerosità delle corti placebo con dati sintetici”.

Questi risultati confermano che la tecnologia dei dati sintetici può essere applicata con successo anche a patologie non strettamente genetiche, con andamenti e storie naturali diverse. In prospettiva, le coorti sintetiche potrebbero affiancare o sostituire i gruppi placebo e favorire l’inclusione nei trial clinici di sottogruppi di pazienti oggi difficilmente rappresentati.

I risultati in ambito oncoematologico

L’impegno di Humanitas sui dati sintetici si inserisce in un percorso scientifico di collaborazione internazionale. Nel 2021 l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas ha partecipato al progetto europeo GenoMed4All, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Horizon 2020, con l’obiettivo di sviluppare piattaforme per la condivisione e l’analisi di dati genomici e clinici nelle malattie ematologiche. Successivamente è stato avviato SYNTHEMA, progetto europeo coordinato da Humanitas e dedicato allo sviluppo di tecnologie basate sull’AI per la generazione di dati sintetici e “patient avatar” nelle malattie ematologiche rare. Il progetto ha ottenuto un finanziamento europeo nell’ambito di Horizon 2020.

I traguardi più rilevanti del team coordinato dal prof. Matteo Della Porta, responsabile Leucemie dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, si basano sulla tecnologia di creazione dei dati sintetici. Nel 2023 il Journal of Clinical Oncology pubblicava i risultati dello studio che mostra la solidità prognostica del cosiddetto “score molecolare IPSS-M”, un nuovo strumento per migliorare sensibilmente la capacità di predire il rischio di evoluzione leucemica e l’aspettativa di vita in pazienti con sindromi mielodisplastiche. Lo score molecolare serve ad analizzare le informazioni sui dati genomici di ciascun paziente, concentrandosi in particolare su 31 geni.

E ancora, nel 2024, su JCO, è stato presentato un nuovo strumento per assistere i medici nel determinare il momento più opportuno per eseguire il trapianto di cellule staminali nei pazienti con sindromi mielodisplastiche, malattie che possono preludere a una leucemia. Questo strumento, una volta entrato nella pratica clinica, aiuterà a elaborare informazioni sul profilo genetico della malattia e del paziente.

Nel 2026, i risultati di uno studio internazionale ideato e coordinato da Humanitas sono stati pubblicati da JCO. Obiettivo: proporre un nuovo approccio per migliorare la gestione della leucemia mielomonocitica cronica (CMML), una rara neoplasia del sangue caratterizzata da elevata variabilità tra i pazienti e da esiti spesso sfavorevoli. Integrando informazioni molecolari, parametri clinici e modelli computazionali avanzati, i ricercatori hanno sviluppato strumenti in grado di stimare più accuratamente l’evoluzione della malattia e supportare decisioni terapeutiche personalizzate.

Le prospettive: dati sintetici sicuri e affidabili per la Ricerca del futuro

L’accesso ai dati rappresenta ancora oggi uno dei principali ostacoli alla Ricerca clinica. La raccolta di informazioni di qualità richiede tempi lunghi, risorse significative e il rispetto di stringenti requisiti normativi ed etici. Queste difficoltà risultano ancora più evidenti nelle malattie rare e nelle popolazioni di pazienti numericamente limitate.

“In questo scenario, i dati sintetici possono rappresentare uno strumento complementare in grado di supportare la progettazione degli studi clinici, simulare scenari di Ricerca, facilitare collaborazioni multicentriche e internazionali e contribuire allo sviluppo di nuovi modelli di intelligenza artificiale per la medicina – conclude il prof. Matteo Della Porta -. L’obiettivo è mettere a disposizione della comunità scientifica strumenti affidabili, validati e trasparenti che consentano di ampliare le opportunità di Ricerca, accelerare la generazione di conoscenza e favorire lo sviluppo di nuove soluzioni diagnostiche e terapeutiche, con una prospettiva finale sempre orientata al miglioramento della cura dei pazienti”.

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A cura di mmaestri
Tumore al polmone: i rischi del fumo
Data articolo:Thu, 09 Jul 2026 07:13:10 +0000

Il tumore al polmone rappresenta una delle forme oncologiche più diffuse. In Italia, secondo i dati AIRTUM – Associazione Italiana Registri Tumori, nel 2025 sono stati registrati 27.100 nuovi casi di tumore del polmone nella popolazione maschile e 16.400 in quella femminile. 

Il fumo è il principale fattore di rischio per questa neoplasia. Approfondiamo l’argomento con il professor Giuseppe Marulli, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia toracica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Che cos’è e come si sviluppa il tumore al polmone?

Il tumore del polmone ha origine da una proliferazione incontrollata delle cellule che rivestono gli alveoli, le strutture responsabili dello scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni. Quando queste cellule subiscono alterazioni, perdono la loro funzione e iniziano a crescere in maniera disorganizzata, danneggiando il tessuto circostante. Se nelle prime fasi l’organismo tenta di riparare i danni provocati dalle sostanze tossiche, nel tempo le continue aggressioni rendono inefficaci questi meccanismi di difesa, facilitando la formazione della massa tumorale. Questa può compromettere il passaggio dell’aria nei bronchi, causare sanguinamenti e ostacolare le normali funzioni respiratorie.

Quali sono i sintomi del tumore del polmone?

Una delle difficoltà principali nel contrastare il tumore polmonare è l’assenza di sintomi nelle fasi iniziali. La malattia tende a manifestarsi in maniera silenziosa, e spesso viene identificata solo quando ha già raggiunto uno stadio avanzato. Per questo è fondamentale prestare attenzione ad alcuni segnali che, sebbene possano sembrare comuni, devono essere indagati soprattutto in presenza di fattori di rischio.

Tra questi:

  • tosse persistente
  • difficoltà a respirare
  • dolore al torace
  • perdita di peso non intenzionale
  • presenza di sangue nel catarro
  • episodi di tosse ematica.

Tumore del polmone: fondamentale la diagnosi

Nonostante la sua aggressività, il tumore al polmone può essere affrontato con migliori probabilità di successo grazie agli attuali strumenti diagnostici e terapeutici. La diagnosi precoce gioca un ruolo cruciale, permettendo di intervenire quando la malattia è ancora in fase localizzata. In questo contesto, gli screening rappresentano una risorsa fondamentale, soprattutto per i soggetti a rischio. Tecniche moderne come la tomografia computerizzata a bassa dose (TAC spirale) consentono di individuare alterazioni polmonari anche di piccole dimensioni, riducendo l’esposizione alle radiazioni e aumentando l’efficacia del controllo.

Il legame tra fumo e tumore del polmone

Quando si parla del fumo come principale fattore di rischio del tumore al polmone, è fondamentale sgomberare il campo da un equivoco diffuso: fumare è una vera e propria dipendenza, attivata dalla nicotina, una sostanza in grado di creare assuefazione sia a livello fisico che psicologico.

Il corpo sviluppa una tolleranza che rende difficile smettere, innescando sintomi da astinenza come irritabilità, ansia e agitazione. A livello cerebrale, la nicotina agisce legandosi a specifici recettori che stimolano il rilascio di ormoni associati al benessere, creando un ciclo di gratificazione che rafforza l’abitudine al fumo.

Oltre alla nicotina, le sigarette contengono un mix estremamente pericoloso di sostanze: il catrame, che racchiude migliaia di agenti tossici e cancerogeni, e il monossido di carbonio, che riduce la quantità di ossigeno trasportata dal sangue, costringendo l’organismo a produrre più globuli rossi e aumentando così la densità ematica, con il conseguente rischio di infarti e ictus. Ma i danni non si limitano all’apparato cardiovascolare: le sostanze cancerogene della sigaretta agiscono su tutto l’organismo e sono correlate allo sviluppo di diversi tipi di tumore, non solo ai polmoni ma anche a pancreas, rene, vescica e area testa-collo.

È importante sottolineare che il rischio non dipende solo dal numero di sigarette fumate ogni giorno, ma soprattutto dagli anni di esposizione: più a lungo si fuma, più aumenta il pericolo di sviluppare gravi patologie. Anche le sigarette elettroniche non rappresentano una soluzione sicura: pur evitando la combustione, contengono comunque nicotina e altre sostanze potenzialmente dannose.

In Humanitas un protocollo per la cura del tumore al polmone

Presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano è disponibile un protocollo innovativo di dimissione precoce associata a telemedicina (NEW ERAS), validato nell’ambito di uno studio clinico dell’Unità di Chirurgia Toracica, che consente la dimissione a 48 dall’intervento chirurgico e il monitoraggio al domicilio del paziente. La chirurgia mininvasiva con cui si effettuano gli interventi tumore al polmone, infatti, consente un recupero post-operatorio più veloce rispetto alla chirurgia tradizionale, che, con la telemedicina e il supporto da remoto degli specialisti Humanitas, può svolgersi in tutta la comodità dal domicilio del paziente. Per accedere a questo programma è necessaria la presenza di un caregiver, che verrà informato insieme alla persona che deve effettuare l’intervento sulla strumentazione per la telemedicina da utilizzare post-intervento e che viene fornita direttamente da Humanitas.

Al momento della dimissione, che avviene in questo caso generalmente a 48 ore dalla chirurgia e con ancora il drenaggio, il paziente torna presso il domicilio con la possibilità di mantenersi in contatto diretto con infermieri, anestesisti e medici grazie al device di telemedicina. Sia la misurazione dei parametri (come temperatura corporea, saturazione, frequenza cardiaca, pressione arteriosa), sia la gestione del drenaggio, vengono effettuati da paziente e caregiver seguendo le istruzioni in televisita e dopo 3-4 giorni il paziente può tornare in ospedale per la rimozione del drenaggio e l’avvio al normale follow-up in base all’esito istologico. A disposizione di paziente e caregiver, inoltre, ci sono numeri telefonici dedicati per poter gestire eventuali urgenze e dirimere eventuali dubbi. 

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A cura di Valeria Leone
Tanti auguri Pierina, 100 anni!
Data articolo:Wed, 01 Jul 2026 12:35:35 +0000

Da otto anni, la signora Pierina festeggia il suo compleanno in Dialisi. Questa volta però la ricorrenza è stata davvero speciale: Pierina ha compiuto 100 anni!

A festeggiarla, prima della terapia, i figli, la nuora, la nipote e il team di Humanitas che, per l’occasione, le ha scritto una commovente lettera a testimonianza del grande impatto che Pierina ha avuto sulle loro vite. Il suo sorriso, la sua gentilezza, il suo desiderio di presentarsi sempre in ordine – “dopo ogni seduta le pettiniamo i capelli”, ricorda un’infermiera accorsa a baciarla – sono memoria condivisa dal reparto.

A chi le chiede il segreto della sua longevità, Pierina risponde: “Il segreto? Quello di non dirlo a nessuno!”. E aggiunge ridendo: “Sono sempre stata un po’ birichina… sarà il nome. Tant’è che di secondo nome mi hanno messo Angela, per riequilibrare”. La torta della nonna, portata dai parenti per l’occasione, non manca di cogliere lo spirito di leggerezza di Pierina, con una bella scritta che recita: “I miei primi 100 anni”.

La figlia Carolina e il figlio Sergio, commossi, ringraziano tutto il team per essersi preso cura della loro mamma e averle donato tanti anni di vita.

Commozione condivisa a nome di tutto il team da Elena Alterchi, coordinatrice infermieristica dell’area, e dalla dottoressa Silvia Finazzi, responsabile del servizio di Dialisi, che hanno seguito Pierina fin dal suo primo giorno in reparto.

Ancora tanti auguri, Pierina!

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A cura di mmaestri
Proteine animali o proteine vegetali: le differenze nutrizionali
Data articolo:Mon, 29 Jun 2026 13:19:43 +0000

Quando si parla di proteine, una delle domande più frequenti riguarda la scelta tra fonti animali e vegetali. La decisione dipende da diversi elementi: obiettivi nutrizionali personali, fattori di rischio individuali, preferenze alimentari e anche motivazioni culturali o etiche che orientano il modo di mangiare.

Conoscere le differenze tra queste due categorie aiuta a comprendere cosa cambia davvero sul piano nutrizionale e quali aspetti considerare prima di privilegiare una fonte rispetto all’altra.

Ne parliamo con la dottoressa Martina Francia, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Le caratteristiche delle proteine animali

Le proteine provenienti da alimenti di origine animale forniscono nutrienti che sono meno disponibili o assenti nelle fonti vegetali. Contengono tutti gli amminoacidi essenziali necessari alla crescita e allo sviluppo muscolare.

Queste fonti apportano anche zinco, ferro, vitamina B12, selenio e fosforo. Alcuni micronutrienti, come ferro, zinco, vitamina A e vitamina D, vengono assorbiti e utilizzati più facilmente quando derivano da alimenti animali. 

Per questo motivo molti alimenti di questa categoria presentano un’alta concentrazione di vitamine e minerali in rapporto alle calorie introdotte.

Non tutte le proteine animali hanno però le stesse caratteristiche nutrizionali. Le carni altamente lavorate, come i salumi, possono contenere elevate quantità di grassi, sodio, nitrati e nitriti. Il loro consumo è stato associato a obesità, malattie cardiache, diabete e alcuni tumori. La qualità della fonte proteica diventa quindi un elemento determinante tanto quanto la quantità consumata.

Tra le principali fonti animali rientrano carne bovina, pollo, tacchino, uova, latte e derivati, yogurt greco, salmone, tonno e crostacei.

Le caratteristiche delle proteine vegetali

Anche le proteine vegetali forniscono nutrienti importanti, ma per raggiungere la stessa quantità proteica spesso è necessario consumare porzioni più abbondanti rispetto agli alimenti animali. Alcuni vegetali contengono calcio, ma raggiungere le quantità raccomandate solo attraverso queste fonti è più difficile.

Gli alimenti vegetali, a differenza di quelli animali, contengono molte fibre alimentari, che contribuiscono al funzionamento intestinale, favoriscono la regolarità e sono state associate a una riduzione del rischio di tumore del colon-retto, malattie cardiache e mortalità generale, oltre a sostenere la sensibilità all’insulina e l’equilibrio metabolico. Le fonti vegetali hanno inoltre meno grassi saturi rispetto a molte proteine animali.

Tra le principali fonti vegetali indichiamo legumi come fagioli, ceci e piselli, frutta secca e creme derivate, avena, quinoa, semi di chia, canapa, zucca, sesamo e girasole, oltre agli alimenti a base di soia come tofu, tempeh e bevande vegetali.

La differenza nella digeribilità

La digeribilità delle proteine varia in base a diversi fattori, tra cui modalità di lavorazione, conservazione e cottura degli alimenti. In generale le proteine animali risultano più facilmente digeribili. Carne, pesce, formaggi e latte vengono assorbiti con maggiore efficienza dall’organismo.

Le proteine vegetali, invece, contengono fibre che attraversano in parte l’apparato digerente senza essere completamente digerite. Questo contribuisce ad aumentare il volume delle feci e a renderle più morbide e influenzare il transito intestinale.

L’impatto ambientale

Oltre agli aspetti nutrizionali, la scelta tra proteine animali e vegetali ha anche una dimensione ambientale. La produzione di carne richiede generalmente più risorse idriche e territoriali rispetto alla produzione di alimenti vegetali, con un impatto ambientale maggiore.

I sostituti vegetali della carne disponibili in commercio sembrano avere un impatto inferiore, anche se il loro utilizzo non è ancora diffuso su larga scala. 

Inoltre, nei sostituiti vegetali occorre prestare attenzione all’etichetta: spesso la lista ingredienti è molto lunga, con oli raffinati, alto contenuto di sale, conservanti, additivi e amidi. Sarebbe dunque meglio preferire scelte vegetali al naturale (es. insalata di ceci, cereali e verdure fresche) e preparate in casa (es. hummus).

Proteine animali o vegetali: quale scegliere?

Il confronto tra proteine animali e vegetali non porta a una risposta unica. Le proteine animali danno nutrienti altamente biodisponibili e una maggiore digeribilità, mentre quelle vegetali apportano fibre e quantità inferiori di grassi saturi, oltre a un impatto ambientale più contenuto.

La scelta finale dipende dall’equilibrio tra esigenze nutrizionali personali, preferenze alimentari e obiettivi individuali.

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A cura di mmaestri


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