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L’iperattività bronchiale caratteristica dell’asma può comportare sintomi invalidanti e crisi acute, con la necessità di accesso al Pronto Soccorso. I sintomi dell’asma, infatti, sono la difficoltà respiratoria, l’oppressione toracica, il respiro sibilante e la tosse secca, e se la patologia non viene curata con una terapia adeguata, può aggravarsi e cronicizzarsi.
L’asma può avere cause diverse: allergiche, immunologiche o fisiche, e viene diagnosticata dallo specialista allergologo o dallo specialista pneumologo sulla base della valutazione dei sintomi e di esami diagnostici come la spirometria, il test di broncodilatazione e altri eventuali test di approfondimento.
Ne parliamo con il professor Enrico Heffler, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia, presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Trattandosi di un’infiammazione cronica, l’asma bronchiale si cura con la terapia antinfiammatoria. In particolare, si utilizzano farmaci corticosteroidi inalatori, non sistemici. Si tratta di device inalatori, che portano il farmaco direttamente all’interno dei bronchi. I device inalatori a disposizione sono di vario tipo, da quelli di utilizzo più semplice, ad altri più complessi. In questo caso è compito del medico spiegare al paziente la tecnica inalatoria ed è importante che il paziente si eserciti a utilizzare adeguatamente l’inalatore, perché se il farmaco inalato non arriva ai bronchi ma rimane nel cavo orale, non risulta efficace.
Ai corticosteroidi si associano poi in genere anche dei farmaci broncodilatatori che aiutano a mantenere aperti i bronchi e, se l’asma è lieve o moderato, si può eseguire l’immunoterapia allergene-specifica, o vaccinazione contro l’allergia, che consente la desensibilizzazione dall’allergene tramite l’assunzione controllata e progressiva di dosi dell’allergene stesso.
Nelle forme di asma più grave, invece, può essere necessario combinare ulteriori farmaci broncodilatatori e, se i sintomi non si attenuano, usare farmaci biologici, un tipo di terapia innovativa che ha positivamente cambiato le possibilità di guarigione dall’asma grave.
L’asma è considerato sotto controllo quando la terapia prescritta dallo specialista allergologo o dallo specialista pneumologo elimina efficacemente i sintomi. Il paziente, quindi, se la terapia è davvero efficace, non manifesta più sintomi, non deve utilizzare ulteriori farmaci e non rischia crisi di asma improvvise che possono comportare la necessità di accedere al Pronto Soccorso. In generale, l’asma non va mai sottovalutata perché si tratta di una malattia che si presenta in maniera accessuale, quindi con sintomi che non sono sempre presenti e che hanno esordio improvviso. Tuttavia, anche in assenza di sintomi, l’infiammazione alla base della patologia continua a persistere all’interno dei bronchi e, se non adeguatamente curata, nel corso del tempo può comportare una chiusura sempre più marcata dei bronchi. Si verifica in questo caso un’ostruzione bronchiale che può cronicizzarsi, con conseguenze molto negative sulla quotidianità di chi ne è interessato.
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La spondilolistesi è una patologia che comporta uno scivolamento vertebrale, che si verifica per difetti congeniti, processi di invecchiamento e usura della colonna o dopo traumi e infezioni. La spondilolistesi si manifesta generalmente con un dolore in area lombare (schiena bassa) e irradiato alle gambe, che può aumentare in posizione eretta. Viene trattata con terapie conservative farmacologiche o, quando è in fase avanzata, con un trattamento chirurgico.
In particolare, la chirurgia robotica della colonna vertebrale permette di intervenire in modo estremamente preciso sulla specifica condizione del singolo paziente. Si tratta quindi di una tecnologia avanzata che, grazie al supporto di sistemi guida e immagini molto dettagliate, consente al chirurgo un controllo e una precisione maggiori rispetto all’intervento tradizionale.
Ne parliamo con il dottor Gabriele Capo, Capo sezione di Neurochirurgia cranica e spinale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La spondilolistesi è una condizione della colonna vertebrale in cui una vertebra “scivola” rispetto a quella sottostante. Questo spostamento, associato a una micro-instabilità, può provocare dolore e interferire con la corretta funzionalità della colonna vertebrale. Può essere causata da diversi fattori, tra cui: usura e invecchiamento della colonna vertebrale, traumi o microtraumi ripetuti, difetti congeniti (spondilolistesi istmica), infezioni o altre patologie che indeboliscono le strutture spinali.
Le vertebre più spesso interessate da spondilolistesi sono le lombari inferiori, in particolare quarta lombare (L4), quinta lombare (L5) e prima sacrale (S1) e i sintomi dipendono principalmente alla gravità dello scivolamento della vertebra. Il sintomo più comune è il dolore in area lombare, che può manifestarsi in maniera episodica o essere cronico e, in alcuni casi, irradiarsi alle gambe. La spondilolistesi tende a peggiorare con il tempo e per un uso scorretto della colonna vertebrale. In alcuni casi, tuttavia, la spondilolistesi è asintomatica e viene diagnosticata per caso nel corso di accertamenti eseguiti per altri motivi.
Per evitare l’insorgenza di spondilolistesi è bene intervenire sulle condizioni che la favoriscono. Bisogna quindi evitare sovraccarichi della colonna vertebrale, in modo da diminuire il rischio di deterioramento e rottura delle vertebre, e proteggere la colonna dal rischio di traumi. Anche in questo caso è importante mantenere uno stile di vita sano, con un’alimentazione equilibrata e un’attività fisica leggera praticata in modo regolare secondo consiglio medico.
Se la spondilolistesi è asintomatica in genere non vengono prescritti trattamenti. Quando, invece, si manifestano sintomi dolorosi, in base alla gravità del disturbo il trattamento può essere conservativo o chirurgico. Per contenere il dolore sono indicate terapie con farmaci antinfiammatori e analgesici e periodi di riposo. Utile anche eseguire delle sedute di ginnastica posturale per rinforzare la schiena, da evitare però quando il dolore si acutizza. Se, invece, i sintomi sono particolarmente intensi, è necessario ricorrere alla chirurgia di artrodesi del rachide lombare, che consente di consolidare e stabilizzare le vertebre.
Per eseguire l’intervento chirurgico per risolvere la spondilolistesi si ricorre all’ausilio di una tecnica avanzata che, grazie alla robotica, consente una maggior precisione in fase di pianificazione e svolgimento del trattamento. Ciascuna colonna vertebrale è infatti diversa, e la tecnologia alla base della chirurgia robotica, con immagini TAC estremamente dettagliate, permette di pianificare l’intervento sulle necessità del singolo paziente. Inoltre, i sistemi di guida degli strumenti chirurgici supportano lo specialista per tutto l’intervento, assicurando una maggior precisione e un maggior controllo. La chirurgia robotica della colonna vertebrale è inoltre mininvasiva e permette di diminuire il trauma ai tessuti durante l’intervento e di ricorrere a incisioni più piccole. In questo modo anche il dolore post-operatorio è inferiore a quello che si sviluppa in seguito a un intervento tradizionale e il recupero della funzionalità della colonna vertebrale è più rapido.
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Quando si parla di chirurgia, i tumori polmonari possono richiedere in associazione all’intervento chirurgico un trattamento post operatorio (adiuvante) a scopo preventivo per cercare di ridurre il rischio di ricadute.
Ne parliamo con il professor Giuseppe Marulli, Responsabile dell’Unità di Chirurgia Toracica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e docente di Humanitas University.
In presenza di tumori polmonari di stadio intermedio, quindi di dimensione superiore a 3 centimetri o con coinvolgimento dei linfonodi ilari, prossimi al tumore, o con una singola stazione linfonodale, viene generalmente previsto un trattamento post operatorio con lo scopo di ridurre il rischio di recidiva. Tale trattamento viene definito sulla base delle risultanze dell’esame istologico e di esami molecolari.
Anche grazie allo sviluppo sempre maggiore di immunoterapia e terapie biologiche, oggi accedono alle terapie post operatorie anche pazienti con tumori di stadio IB, quindi localizzati e senza coinvolgimento linfonodale (ma, come abbiamo detto, superiori ai 3 centimetri). In questa categoria di pazienti sono spesso presenti o iperespresse delle mutazioni genetiche, per il cui trattamento abbiamo oggi a disposizione farmaci a bersaglio molecolare molto efficaci che riducono notevolmente (fino all’80%) il rischio di recidiva.
La chirurgia è sempre preceduta da accurate analisi pre-operatorie, con metodiche non invasive come PET e TAC, o con metodiche mininvasive come la broncoscopia o l’analisi dei linfonodi per via endoscopica (EBUS). Tuttavia, vi sono casi in cui nonostante durante queste indagini abbiano escluso la presenza di localizzazioni secondarie ai linfonodi, si trovino comunque durante l’intervento o all’esame istologico definitivo delle micrometastasi. In questi pazienti, l’individuazione di microlocalizzazioni a livello dei linfonodi che avviene in modo imprevisto comporta comunque il completamento dell’intervento chirurgico in maniera radicale. Successivamente però dato l’aumentato rischio di possibile recidiva della malattia a lungo termine, si rende necessario anche un trattamento post operatorio adiuvante.
Anche la scoperta in sede di chirurgia di piccoli noduli pleurici non evidenziati dalle analisi, comporta una modifica del trattamento: è opportuno interrompere l’intervento e sottoporre successivamente il paziente a una terapia oncologica.
In una percentuale ridotta di casi che presentano tumori localmente avanzati, con (per esempio) infiltrazione della parete toracica a livello delle vertebre, o infiltrazione dei grossi vasi, può residuare una minima parte di malattia, che viene evidenziata all’esame istologico. Ci possono anche essere residui di malattia macroscopici, che fisicamente non è possibile resecare. Sono situazioni per cui può essere necessario eseguire un trattamento post operatorio che, in base alle caratteristiche del residuo, può comportare una radioterapia localizzata nella sede di residuo della malattia, o un trattamento combinato oncologico e radioterapico.
In alcuni casi si può inoltre ricorrere a immunoterapia e terapie biologiche. In particolare, l’efficacia dell’immunoterapia può aumentare se combinata a un trattamento radioterapico, che contribuisce a stimolare il sistema immunitario.
Grazie a immunoterapia e terapie biologiche, nel trattamento del tumore polmonare si possono ottenere risultati superiori rispetto a quelli della chemioterapia tradizionale. Pazienti che prima risultavano non idonei alla chirurgia, non solo con il supporto di queste terapie risultano tecnicamente operabili, ma con l’associazione di trattamenti chemioimmunoterapici spesso hanno una risposta patologica completa, ossia non presentano più residuo attivo di malattia (dai dati degli studi circa il 20-25%) all’esame istologico postoperatorio. La chirurgia, quindi, diventa effettivamente curativa. In questi casi, però, il trattamento chirurgico è complesso e richiede l’accesso del paziente in centri altamente specializzati, con un team multidisciplinare di specialisti con grande esperienza e in grado di trattare eventuali complicanze in tutti i loro aspetti.
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Il pericardio è la membrana che riveste e protegge il cuore ed è formato da due foglietti separati da un sottile strato di liquido.
L’infiammazione del pericardio prende il nome di pericardite, e può o meno associarsi a un incremento del liquido pericardico, che in alcuni casi può comprimere il cuore causando il tamponamento cardiaco.
Quali sono le cause di questo processo infiammatorio e quali le conseguenze sulla funzionalità cardiaca? Ne parliamo con il dottor Davide Romagnolo, cardiologo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Sebbene nella maggior parte dei casi non venga identificata una chiara causa della pericardite (pericardite “idiopatica”) si ritiene che più frequentemente l’infiammazione dei foglietti pericardici sia ascrivibile a un’infezione virale. Fra i virus più frequentemente implicati troviamo svariati virus influenzali e parainfluenzali, i virus delle malattie esantematiche, il virus della mononucleosi (EBV), ma anche il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), il virus dell’epatite C ed il SARS-CoV-2 legato a COVID. Questo spiega come mai frequentemente l’esordio della pericardite acuta sia preceduto da febbre, sintomi respiratori (tosse, raucedine) o gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea). Molto più raramente, è causata da batteri o altri patogeni infettivi, come accade nel caso del micobatterio della tubercolosi.
Fra le cause non infettive, vanno ricordati i tumori, i trattamenti chemio- e radioterapici, ma anche alcuni farmaci o tossine, nonché malattie sistemiche come l’insufficienza renale cronica o i disturbi tiroidei e le patologie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico, l’artrite reumatoide e la sarcoidosi.
Inoltre, frequentemente la pericardite può essere conseguente a un danno del muscolo cardiaco. Per esempio, la pericardite può associarsi a un’infiammazione del muscolo cardiaco (miocardite), e in tal caso si parla di miopericardite, nonché osservarsi come infiammazione locale conseguente ad un esteso infarto del miocardio (pericardite epistenocardica) o presentarsi come risposta autoimmunitaria a distanza dal danno cardiaco (sindrome di Dressler). Inoltre la pericardite può insorgere in seguito a interventi cardiochirurgici, che tipicamente richiedono il taglio dei foglietti pericardici e del muscolo cardiaco, o conseguire a traumi contusivi al torace, con conseguente risposta infiammatoria.
Individuare la causa scatenante può essere determinante nella scelta del trattamento; infatti, se non viene trattata la causa sottostante, la pericardite potrebbe recidivare o cronicizzarsi. Inoltre, alcune forme di pericardite, come quelle da micobatteri o secondarie a tumori, possono associarsi a un decorso più severo, meritando un follow-up più ravvicinato.
Le manifestazioni cliniche della pericardite sono molto variabili. Nella maggior parte dei casi il sintomo tipico della pericardite acuta è il dolore toracico, che generalmente varia con la respirazione, tossendo o in base alla posizione, venendo tipicamente alleviato in posizione seduta reclinata in avanti, mentre peggiora se si è sdraiati. Altri eventuali sintomi della pericardite sono quelli associati a un contestuale danno miocardico, come nel caso della miopericardite, oppure sintomi correlati alla causa sottostante, come nel caso dei sintomi respiratori e digestivi che si associano alle sindromi influenzali.
L’infiammazione può talvolta associarsi a uno stravaso di liquido che si accumula fra i due foglietti del pericardio, nella cavità pericardica, determinando un versamento pericardico. Trattandosi di una sacca poco elastica, quando il fluido si accumula troppo rapidamente la pressione al suo interno può aumentare al punto da comprimere il cuore. In queste condizioni, il cuore non può riempirsi di sangue, e si verifica il tamponamento cardiaco, un’urgenza medica che richiede un tempestivo intervento con drenaggio del liquido in eccesso.
Se invece il processo infiammatorio è particolarmente intenso, recidivante o persistente nonostante i trattamenti, può determinare fibrosi e calcificazioni dei foglietti pericardici, il cui ispessimento e irrigidimento ostacolano la fisiologica espansione del cuore. Si determina così la pericardite costrittiva. In questi casi, nonostante il corretto funzionamento del muscolo cardiaco, l’inadeguato riempimento delle camere impedisce al cuore di pompare sangue a sufficienza, configurando un quadro di scompenso cardiaco.
Infine, occorre considerare che talvolta la pericardite può recidivare anche dopo un adeguato trattamento (pericardite ricorrente). Questi casi possono essere particolarmente difficili da trattare e richiedere terapie corticosteroidee particolarmente prolungate o l’utilizzo di farmaci immunosoppressori.
La prima linea nel trattamento della pericardite acuta è costituita dai farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) da assumere ad alte dosi al fine di spegnere l’infiammazione, per poi scalare progressivamente la dose per ridurre il rischio di recidive. I FANS vanno sempre associati a una terapia immunomodulante a base di colchicina, che rappresenta un vero cardine della terapia nel medio e lungo termine, efficace nel ridurre il rischio di recidive. Tuttavia, vi sono casi in cui la pericardite è refrattaria ai trattamenti di prima linea ed è necessario il ricorso a terapie immunosoppressive come la terapia corticosteroidea o, in casi selezionati, la terapia con inibitori di interleuchine e citochine, come l’anakinra.
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Avere un orecchio tappato è un sintomo piuttosto comune, spesso associato al raffreddore oppure a situazioni in cui si ha uno sbalzo di pressione, come un tuffo in acqua, un viaggio aereo o una salita in montagna.
Il disturbo può risolversi spontaneamente in breve tempo oppure richiedere un consulto con uno specialista, soprattutto quando persiste, anche perché si accompagna a udito ovattato e conseguente sforzo uditivo.
Quali sono le cause dell’orecchio tappato e quali i rimedi? Ne parliamo con la dottoressa Vanessa Rossi, otorinolaringoiatra presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas.
L’orecchio tappato può avere diverse cause, tra le più comuni troviamo:
Il cerume è una sostanza fisiologicamente secreta dal nostro organismo, che svolge funzione protettiva e antibatterica del condotto uditivo esterno.
Alcune persone sono predisposte a una maggior produzione di cerume e questo eccesso può causare la formazione di un tappo. La sua presenza si accompagna spesso a sintomi quali udito ovattato, calo dell’udito, acufene (ronzio/fischio nelle orecchie) e vertigini.
Anche una scorretta igiene dell’orecchio, per esempio utilizzando i cotton fioc, può favorire la formazione di tappi di cerume perché i bastoncini cotonati spingono il cerume in profondità e ne impediscono la naturale fuoriuscita. Inoltre potrebbero causare lesioni al timpano.
Uno sbalzo di pressione esterna può tappare le orecchie, come accade durante un tuffo in piscina o al mare, un volo aereo (in fase di decollo e atterraggio) o in montagna, quando aumenta l’altitudine.
L’orecchio tappato può accompagnarsi anche a dolore, che può derivare da un barotrauma, un danno ai tessuti causato da una variazione della pressione esterna. Questa situazione può portare a otite media, un’infezione della sezione dell’orecchio tra la membrana timpanica e la tuba di Eustachio. Quando la tuba di Eustachio non riesce a bilanciare adeguatamente la pressione, il dolore risulta essere più intenso, in particolare se c’è presenza di muco nella cassa timpanica. Questa condizione può manifestarsi facilmente durante voli a breve raggio, caratterizzati da rapidi cambiamenti di altitudine. Tuttavia, la causa del barotrauma può anche risiedere in una predisposizione individuale che rende la tuba di Eustachio incapace di compensare adeguatamente le significative variazioni di pressione.
L’otite esterna è un’infiammazione della cute del condotto uditivo esterno e della conca auricolare, la cui causa principale è un’infezione causata da batteri, funghi o più raramente virus.
L’otite media è un’infiammazione che coinvolge l’orecchio medio e interessa in particolare i bambini in età pediatrica (soprattutto tra i 6 mesi e i 6 anni); la causa risiede in un’infezione batterica o virale. L’otite media può verificarsi anche negli adulti e se monolaterale necessita di una visita accurata con endoscopia delle fosse nasali per valutare la rinofaringe.
La tromba di Eustachio (o tuba) è il condotto che collega il rinofaringe (ovvero la parte alta della faringe) con l’orecchio medio. Il muco può ostruire la tuba, per esempio in caso di raffreddore o allergia, con conseguente ovattamento auricolare e difficoltà uditive.
Un’improvvisa riduzione della capacità uditiva che può associarsi a patologie, eventi traumatici o terapie farmacologiche (ipoacusia acquisita). L’ipoacusia può manifestarsi a diversi gradi di intensità e, se non trattata, può comportare la perdita a lungo termine dell’udito.
Si tratta di patologie associate a un’alterazione della trasmissione del suono che può manifestarsi con la sensazione di “ovattamento” e di “orecchio chiuso”.
Se le orecchie sono tappate per via di uno sbalzo di pressione, in molti casi è sufficiente bere un po’ d’acqua, deglutire, sbadigliare oppure masticare per risolvere il disturbo.
Chi va in montagna o prende un aereo, se ha avuto passati episodi di otite media causata da variazioni pressorie, o chi tende ad avere le orecchie tappate in altitudine o dopo brevi immersioni in mare, dovrebbe adottare alcune precauzioni. L’orecchio, infatti, può essere allenato a gestire le variazioni di pressione esterna attraverso esercizi di compensazione come la manovra di Valsalva o usando un dispositivo come l’Otovent, un palloncino che viene gonfiato e sgonfiato attraverso il naso.
Se invece l’orecchio è tappato per altre ragioni è bene consultare il medico, che potrebbe suggerire lavaggi auricolari o altri prodotti utili a sciogliere il muco o il cerume oppure una terapia farmacologica, a seconda della diagnosi. In caso di catarro provocato da un episodio infettivo, per esempio, si ricorre in genere a una terapia antinfiammatoria o antibiotica. In presenza di ipoacusia improvvisa potrebbe essere necessario eseguire esami radiologici di approfondimento e seguire terapie iperbariche o steroidee. In alcuni casi, per esempio se la causa dell’orecchio tappato è una patologia come l’otosclerosi, può essere necessario il ricorso alla chirurgia.
Se il disturbo persiste è opportuno rivolgersi all’otorinolaringoiatra che provvederà a valutare le condizioni del paziente e stabilire l’eventuale trattamento più adeguato. In presenza di un tappo di cerume, per esempio, ricorrerà contestualmente alla visita a rimuovere il tappo con appositi aspiratori che in pochi secondi consentono l’espulsione del tappo.
In generale, se si avverte una sensazione di orecchio tappato, bisogna fare riferimento al medico per individuare la causa sottostante ed evitare invece i rimedi “fai da te”. L’utilizzo di presidi come cotton fioc o coni è da evitare perché può comportare sia un aumento dell’accumulo del cerume, laddove presente, sia il rischio, in particolar modo in assenza di cerume, di provocare lesioni del condotto uditivo e della membrana timpanica, con perforazioni che possono compromettere l’udito.
The post Orecchio tappato: le cause e i rimedi appeared first on Humanitas.
Il colangiocarcinoma fa parte dei tumori delle vie biliari ed è il secondo più comune tumore primitivo del fegato. Si tratta di un tumore particolarmente insidioso, che si sviluppa nei colangiociti (le cellule dei dotti biliari) per poi andare a intaccare il fegato al suo interno (colangiocarcinoma intraepatico), o al suo esterno (colangiocarcinoma extraepatico perilare e della colecisti) o a svilupparsi nella testa del pancreas (extraepatico distale). L’incidenza e la mortalità di colangiocarcinoma e di cancro della colecisti hanno visto inoltre un aumento nel corso degli ultimi due decenni, con un aumento dei pazienti sotto i 60 anni.
Ne parliamo con gli specialisti dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas: la professoressa Lorenza Rimassa, Responsabile UO Oncologia Epatobiliopancreatica, la professoressa Ana Lleo de Nalda, Capo Sezione di Epatologia, il professor Guido Torzilli, Responsabile di Chirurgia Generale Epatobiliare e il professor Alessandro Zerbi, Responsabile di Chirurgia pancreatica.
Il colangiocarcinoma è una forma di tumore rara (rappresenta il 3% delle neoplasie gastrointestinali e l’1% di tutte le neoplasie maligne), se pur in aumento di incidenza, dalle cause ancora incerte, con sintomi di presentazione molto vaghi e senza possibilità di screening. Per questo i dati che abbiamo oggi a disposizione sulla sua biologia sono scarsi ed è fondamentale un approccio multidisciplinare nel trattamento della patologia. Investire nella Ricerca e nella prevenzione e fornire ai pazienti informazioni corrette e aggiornate è estremamente importante e può fare la differenza per permettere una diagnosi il più possibile precoce del tumore e ampliare il ricorso ai test molecolari, fondamentali in tutto il percorso diagnostico-terapeutico.
Un nuovo Consensus statement pubblicato a dicembre 2025 su Nature e guidato da ricercatori dello European Network for the Study of Cholangiocarcinoma (ENSCCA) evidenzia gli ultimi progressi, come quelli in ambito molecolare e clinico, per la diagnosi e il trattamento del colangiocarcinoma. Allo studio hanno partecipato la professoressa Lorenza Rimassa, Responsabile UO Oncologia Epatobiliopancreatica dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, e la professoressa Ana Lleo de Nalda, Capo Sezione di Epatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas.
Il Consensus statement, coordinato dallo European Network for the Study of Cholangiocarcinoma, una rete internazionale e multidisciplinare di ricercatori ed esperti specializzati nei tumori delle vie biliari, offre una panoramica delle conoscenze e competenze attuali sul colangiocarcinoma, integrando studi e ricerche.
Il testo evidenzia gli aspetti di base, traslazionali e clinici del colangiocarcinoma, così come le ultime prospettive sulle strategie terapeutiche. Di fondamentale importanza il focus sulle possibili nuove direzioni di ricerca e le aree tematiche da prioritizzare.
L’incidenza del colangiocarcinoma è in continuo aumento e sono pochi i pazienti su cui le cure hanno un esito risolutivo. Questa situazione è determinata in particolar modo da due fattori: la vaghezza dei sintomi iniziali, che implica il rischio di attribuirli ad altre patologie, e l’assenza di programmi di screening specifici per cui la diagnosi viene spesso fatta in fase avanzata.
Il processo di diagnosi dunque, richiede un livello di sospetto della malattia molto alto che vede inizialmente il coinvolgimento del medico di base, e successivamente di specialisti quali gastroenterologo/epatologo, chirurgo e oncologo. È essenziale comunque riconoscere nella discussione collegiale multidisciplinare il momento fondante di ogni strategia terapeutica, laddove anche altre figure specialistiche possono risultare d’aiuto nel contribuire a finalizzare in modo appropriato eventuali approfondimenti, quali i radiologi interventisti e i radioterapisti.
Negli stadi iniziali del tumore è possibile che il paziente sia asintomatico, mentre spesso sintomi più definiti compaiono quando il tumore è in fase avanzata. In caso di colangiocarcinoma intraepatico si possono avvertire disturbi come dolore addominale, perdita di peso, nausea, malessere: per questo motivo la diagnosi è accidentale nel 20-25% dei casi. In caso di colangiocarcinoma extraepatico il 90% dei pazienti si presenta dallo specialista con ittero senza dolore e solo nel 10% dei casi si hanno sintomi riferibili a colangite, come dolore e febbre.
La diagnosi avviene nella maggior parte dei casi tardivamente quando l’intervento chirurgico non è indicato, a causa sia dell’assenza di sintomi nelle fasi iniziali del tumore, sia dell’assenza di test di screening ed esami diagnostici di routine che possano individuare la malattia precocemente. Quando il tumore è in stadio avanzato, dunque, l’indicazione è alla terapia sistemica o terapia medica, un trattamento che non è risolutivo ma contribuisce a controllare l’evoluzione della malattia.
Il paziente con colangiocarcinoma, all’inizio del suo percorso di diagnosi, si troverà ad affrontare una serie di esami, utili anche per la stadiazione del tumore, come ecografia, TAC torace e addome e risonanza magnetica per valutare lo stato del fegato, ecoendoscopia in caso di colangiocarcinoma distale. Possono inoltre venire richieste ulteriori indagini per escludere o confermare la presenza di metastasi, mentre sono sempre necessari gli esami di funzionalità epatica, così come la valutazione chirurgica ed eventualmente la biopsia per accertamento istologico.
Fondamentale, in tutto il percorso diagnostico-terapeutico dei colangiocarcinomi, la profilazione molecolare. Con la tecnologia NGS (Next Generation Sequencing), infatti, è possibile eseguire il sequenziamento parallelo di diversi geni, identificando alterazioni molecolari specifiche e, di conseguenza, quelle sottopopolazioni di pazienti che possono accedere alle terapie specifiche a bersaglio molecolare.
A oggi, i pazienti su cui è possibile agire chirurgicamente sono circa il 25%, ma l’operazione, se effettuata su una malattia in stadio iniziale, può avere esito risolutivo. Il tipo di intervento chirurgico è diverso a seconda di dove è localizzato il tumore: all’interno del fegato, nella via biliare principale, nella via biliare distale all’interno del pancreas.
Nel primo caso è necessaria una resezione epatica che può essere limitata oppure condizionante la rimozione di una voluminosa porzione di fegato. Nuovi concetti di chirurgia oncologica di cui Humanitas è riconosciuto riferimento internazionale e pubblicati recentemente su Annals of Surgical Oncology hanno permesso di incrementare significativamente il ricorso a interventi più mirati e meno demolitivi. Ove comunque si debba procedere alla rimozione di una cospicua quantità di fegato, l’organo deve essere preparato ipertrofizzando la parte da preservare attraverso procedure (embolizzazione portale o liver vein deprivation) che vedono centrale il ruolo dei radiologi interventisti. Questi ultimi assumono importanza insieme agli endoscopisti anche nel controllo preoperatorio dell’ittero che spesso è il primo segnale di malattia e che sostanzia l’ostruito deflusso della bile dal fegato all’intestino. La risoluzione dell’ittero è presidio necessario per procedere alla chirurgia e la modalità da attuare per ridurlo (endoscopica o percutanea) deve essere preventivamente concordata tra chirurghi, radiologi interventisti ed endoscopisti. Lo studio e la simulazione tridimensionale degli interventi e l’affinamento delle metodiche di supporto intra e postoperatorie rendono altresì interventi molto complessi comunque caratterizzati da un elevato standard di successo grazie anche al contributo di dedicate equipe anestesiologiche.
Nel caso di coinvolgimento della via biliare extraepatica intermedia può essere sufficiente l’asportazione di un tratto della via biliare. Nel caso invece di un coinvolgimento del tratto distale è indicata anche l’asportazione della testa del pancreas e del duodeno. In molti casi per migliorare i risultati della chirurgia dopo l’intervento verrà indicata una chemioterapia precauzionale. Sfortunatamente, circa il 70% dei pazienti presenta alla diagnosi un tumore in fase avanzata dove il trattamento deve essere di tipo medico sistemico. In passato l’unica opzione era rappresentata dalla chemioterapia mentre oggi, grazie ai risultati positivi di studi clinici, lo standard di cura di prima linea è rappresentato dalla combinazione di chemio-immunoterapia, mentre per le linee di terapia successive abbiamo a disposizione alcuni farmaci a bersaglio molecolare (terapie target) per alcuni tipi di colangiocarcinoma che presentano specifiche alterazioni molecolari. Qualora non vi siano alterazioni molecolari possibile bersaglio di farmaci, la chemioterapia rimane un’arma a disposizione.
Quando si parla di colangiocarcinoma, occorre sempre sottolineare che si tratta di un tumore che negli stadi iniziali spesso non presenta sintomi specifici e che può essere confuso con altre malattie, altri tumori del fegato o con metastasi epatiche da altri tumori, e, per questo, è spesso diagnosticato in fase avanzata quando la prognosi è sfavorevole.
È dunque fondamentale che i pazienti siano indirizzati e seguiti presso i Centri di riferimento, che l’approccio sia multidisciplinare e che venga offerta la profilazione molecolare: il colangiocarcinoma è una patologia complessa, le cui forme differiscono le une dalle altre, e che necessita della collaborazione di diversi specialisti, come epatologi/gastroenterologi, chirurghi, oncologi, radiologi, radiologi interventisti, radioterapisti, patologi e biologi molecolari.
L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas offre ai pazienti un team multidisciplinare di medici specializzati nel trattamento del colangiocarcinoma in grado di gestire il paziente in maniera organica e completa. Infine, in Italia è attiva APIC – Associazione Pazienti Italiani Colangiocarcinoma – totalmente dedicata al colangiocarcinoma/tumori delle vie biliari. L’associazione è nata e opera per aiutare i pazienti ad avere accesso a informazioni di difficile reperibilità, condividendo con loro e le loro famiglie notizie su questa malattia, possibilità di cura e centri di riferimento. APIC collabora inoltre con altre associazioni pazienti dedicate al colangiocarcinoma/tumori delle vie biliari a livello internazionale.
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In occasione degli Smile Days, in programma il 24 e 26 febbraio, Il Dental Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas promuove due giornate dedicate all’ortodonzia trasparente, durante le quali sarà possibile approfondirne i vantaggi e ricevere una consulenza personalizzata.
Per prenotare il tuo consulto, ti invitiamo a contattare il nostro Dental Center al numero 02 82246868 oppure scrivere all’indirizzo mail cup-odonto.ich@humanitas.it
Dental Center – IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Via Alessandro Manzoni 56, Rozzano, Building 2, Piano 1
Direttore Sanitario per i Servizi Odontoiatrici Dott. Robles Rodriguez Sergio – Iscr. all’Albo Provinciale degli Odontoiatri di Bergamo n.1141
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Il tumore della mammella è una malattia molto frequente e negli ultimi anni si osserva un lieve aumento dei casi, soprattutto tra le donne più giovani. Nasce da un’alterazione delle cellule della ghiandola mammaria, che iniziano a crescere in modo incontrollato. Oggi, però, le possibilità di cura sono molto più ampie rispetto al passato: non esiste più un’unica terapia, ma diverse opzioni che possono essere scelte e combinate in base alle caratteristiche della malattia e della paziente.
Ne parliamo con la professoressa Carmen Criscitiello, Responsabile di Oncologia Mammaria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas San Pio X.
Se, in svariati casi, è ancora fondamentale il ricorso alla chemioterapia, ci sono oggi trattamenti di diverso tipo per curare le pazienti con tumore della mammella, con un arricchimento delle possibilità terapeutiche sia in fase precoce sia in fase metastatica. Parliamo per esempio dei trattamenti endocrini (anti ormonali), dei farmaci biologici, oppure degli ADC – farmaci anticorpo-immunoconiugati, o ancora dell’immunoterapia.
Inoltre, non sono solo le ricerche sui nuovi farmaci a rappresentare una novità nell’ambito del tumore della mammella. Bisogna infatti considerare anche quelle terapie che si riescono a spostare in setting più precoci rispetto a quelli per cui sono state inizialmente applicate, oppure la possibilità di combinare tra loro diversi farmaci. In particolare gli anticorpi farmaco-coniugati (ADC) hanno mostrato benefici eccezionali in diversi sottotipi di tumore della mammella e in diverse fasi e contesti di malattia per cui in passato si avevano a disposizione meno opzioni terapeutiche.
I progressi terapeutici si sono in alcuni casi associati all’insorgenza di nuovi effetti collaterali. Non ci sono, infatti, trattamenti privi di tossicità, ma si tratta di effetti indesiderati conosciuti e valutati dal team di specialisti oncologi al momento della prescrizione del trattamento. La paziente viene inoltre sempre informata dei possibili effetti collaterali e attivamente coinvolta nel riscontro tempestivo e precoce di eventuali tossicità, in maniera da poterle gestire e contenerne gli effetti più fastidiosi.
Si parla spesso di medicina di precisione e medicina personalizzata. Con questi termini si intende il processo di identificazione della terapia più appropriata per ciascuna paziente, allontanandosi dal concetto di un’unica terapia valida per ciascun caso.
Il team di specialisti, quindi, valuta le condizioni cliniche della paziente nel loro complesso, con uno stretto lavoro di collaborazione con gli anatomo-patologi nell’analisi delle caratteristiche del tumore. Ma vengono anche presi in considerazione lo stile di vita, con le abitudini e necessità quotidiane della paziente e la sua sfera socio-familiare, lavorativa e di interessi. In questo modo è possibile identificare la terapia più appropriata per ciascuna persona.
La visita di oncologia mammaria è fondamentale per predisporre nuovi accertamenti e impostare una terapia specifica in caso di diagnosi di tumore alla mammella.
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Il nichel è un elemento presente come costituente della crosta terrestre e per questo ampiamente diffuso in natura, per esempio nell’acqua, in diversi alimenti. Il nichel si trova in diversi oggetti di uso comune, come gioielli e piercing, orologi, bottoni, monete, maniglie, chiavi, ma anche detergenti e cosmetici. Si tratta di un’allergia che può insorgere a qualsiasi età, in seguito a un’esposizione continuativa nel tempo a oggetti contenenti nichel.
Quali sono i sintomi dell’allergia al nichel e come si diagnostica? Ne parliamo con la dottoressa Maria Rita Messina del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’allergia al nichel si manifesta tipicamente come dermatite allergica da contatto nell’area del corpo che entra a contatto con materiali e oggetti in cui è presente questo metallo (per esempio bottoni, gioielli o cosmetici), con la comparsa di segni e sintomi quali:
In genere i sintomi della dermatite allergica da contatto insorgono dopo 12-48 ore dal contatto con il nichel e possono persistere anche per settimane. In alcuni casi, i segni dell’allergia possono localizzarsi anche in sedi corporee diverse da quelle che vengono a contatto con la sostanza responsabile. In presenza di manifestazioni cutanee che fanno sospettare la presenza di un’allergia, bisogna fare immediatamente riferimento allo specialista allergologo, per la diagnosi e per impostare un trattamento adeguato.
L’allergia al nichel viene diagnosticata dallo specialista allergologo durante la visita allergologica. Lo specialista ascolta i sintomi riportati dal paziente, l’occasione in cui si sono manifestati e valuta l’entità di eventuali sfoghi cutanei ancora presenti. Per confermare la diagnosi, in genere si esegue il patch test: un esame che comporta l’applicazione sulla schiena della persona interessata dall’allergia di cerotti con all’interno estratti delle sostanze che potrebbero essere responsabili della reazione, come il nichel. I cerotti devono essere mantenuti sulla pelle per 48-72 ore e nei giorni in cui il test è in corso di svolgimento, bisogna evitare di svolgere attività fisica, esporsi al sole o sudare. Al termine dell’esame, i cerotti vengono rimossi e il medico può valutare le reazioni cutanee nell’area interessata e impostare la terapia più adeguata, che in genere comprende l’utilizzo per via topica oppure orale di farmaci antistaminici e corticosteroidi. Chi ha una diagnosi di allergia al nichel deve inoltre evitare il contatto con oggetti che lo contengono.
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La malattia di Menière è una sindrome clinica caratterizzata da crisi vertiginose e ricorrenti, a volte invalidanti, che possono durare da mezz’ora fino a qualche ora. Spesso queste crisi sono precedute da manifestazioni come ronzii e rumori nell’orecchio (acufene) e a un senso di ovattamento dell’orecchio, e accompagnate da un’intensa sintomatologia neurovegetativa, con nausea e vomito.
Ne parliamo con il dottor Stefano Miceli, dell’Unità di Otorinolaringoiatria dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Le cause della malattia di Menière attualmente non sono conosciute. L’ipotesi più accreditata è che il disturbo dipenda da un’alterazione della normale distribuzione dei liquidi dell’orecchio interno (endolinfa e perilinfa). Questa alterazione, nel corso del tempo, provoca un danneggiamento e una dilatazione degli spazi endolinfatici, provocando la cosiddetta idrope endonlinfatica.
La malattia di Menière è caratterizzata da crisi vertiginose ricorrenti e a volte invalidanti, che durano da mezz’ora a qualche ora. Si associano a una sintomatologia neurovegetativa intensa, con nausea e vomito, e possono essere precedute o accompagnati da sintomi otologici, come la sensazione di ovattamento dell’orecchio e l’acufene, un ronzio percepito nell’orecchio. Nelle fasi in cui invece non sono presenti le crisi vertiginose è possibile avvertire una sordità monolaterale o bilaterale ad andamento fluttuante, ovvero variabile nel tempo.
Inoltre, in fase avanzata, la malattia di Menière può associarsi a un progressivo peggioramento della capacità uditiva, fino ad arrivare alla sordità irreversibile. La sordità è in genere monolaterale, mentre quella bilaterale è più rara.
La diagnosi della malattia di Menière viene eseguita dallo specialista otorinolaringoiatra, è principalmente clinica e si basa sulle caratteristiche delle crisi vertiginose (durata, frequenza e intensità) e dai sintomi che le accompagnano.
Possono inoltre essere richiesti esami di approfondimento, come:
L’obiettivo principale del trattamento della malattia di Menière è il controllo della frequenza delle crisi vertiginose. Purtroppo, invece, non è attualmente possibile prevenire o curare la sordità ingravescente che colpisce alcuni pazienti.
Il trattamento è quindi conservativo e si basa su una terapia farmacologica sistemica e su una terapia farmacologica intratimpanica. La terapia farmacologica sistemica serve a ridurre frequenza e intensità delle crisi vertiginose, ma se non risulta efficace è necessario ricorrere a trattamenti farmacologici intratimpanici con farmaci come la gentamicina o il cortisone.
L’introduzione dei trattamenti farmacologici intratimpanici, che consentono di controllare efficacemente la frequenza delle crisi vertiginose, ha ridotto gli interventi chirurgici più invasivi, come la sedazione del nervo vestibolare (neurectomia vestibolare) o l’ablazione chirurgica dell’organo dell’equilibrio (labirintectomia chirurgica).
Durante la crisi vertiginosa la persona deve solamente seguire la terapia sintomatica per ridurre i sintomi neurovegetativi, quindi la nausea e il vomito, che accompagnano la crisi. Le vertigini in genere si risolvono e autolimitano fisiologicamente entro 3-4 ore.
Tra una crisi vertiginosa e la successiva (fasi intercritiche) è consigliato praticare un’attività sportiva, sempre in base alle proprie condizioni cliniche. L’attività fisica, infatti, consente di aumentare il compenso vestibolare e quindi ridurre la sensazione di instabilità che spesso le persone interessate da questo disturbo avvertono nella loro quotidianità.
Non bisogna neppure avere paura di prendere l’aereo. Non esistono infatti controindicazioni a utilizzare l’aereo perché le variazioni della pressione atmosferica non influiscono sulla funzione dell’orecchio interno.
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Gli antistaminici sono una classe di farmaci prescritta in genere per trattare le manifestazioni sintomatiche delle allergie. Gli antistaminici possono essere di vario tipo (in genere suddivisi in antistaminici di prima generazione e antistaminici di seconda e terza generazione) e da assumere in diverse forme, come quella orale (capsule, compresse o sciroppo), quella in spray nasale, oppure in forma topica (creme e lozioni). In genere, il tipo di antistaminico e le sue modalità e tempistiche di assunzione sono valutate dallo specialista in base alle specifiche manifestazioni sintomatiche dell’allergia e alle necessità cliniche del paziente.
Ne parliamo con il dottor Giovanni Paoletti del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
In presenza di un’allergia l’organismo, quando entra a contatto con l’allergene che ne è la causa, rilascia istamina, una sostanza chimica che si lega ad alcuni recettori presenti sulla superficie cellulare scatenando la reazione allergica vera e propria con la sua sintomatologia specifica. La reazione allergica può essere di gravità variabile e comprendere sintomi analoghi al raffreddore, sintomi cutanei o sintomi più gravi a carico delle alte vie respiratorie.
In presenza di una reazione allergica, l’azione dell’antistaminico contrasta l’azione dell’istamina, contenendo così i sintomi associati. Per questo, in persone con allergie già diagnosticate, gli antistaminici possono essere utilizzati non solo al bisogno ma anche in via preventiva, per evitare lo sviluppo di sintomi quando c’è il rischio concreto di entrare a contatto con l’allergene.
I farmaci antistaminici sono prescritti e utilizzati come farmaco sintomatico. Per esempio, se la persona ha manifestazioni come prurito a livello di naso o occhi, o a livello cutaneo, l’antistaminico consente di limitare la severità del sintomo. Inoltre, in alcune forme di patologia come l’orticaria cronica, l’antistaminico può avere anche un lieve effetto immunomodulante, utile a gestire e trattare il disturbo.
Infine, in alcuni casi, gli antistaminici possono essere usati come terapia per l’insonnia o il mal d’auto, ma sempre sotto controllo medico. Gli antistaminici non vanno invece utilizzati in presenza di raffreddore comune, perché non sono utili alla risoluzione dei sintomi, nonostante questi siano molto simili a quelli delle allergie.
Gli antistaminici possono essere usati, a seconda del disturbo, soltanto per brevi periodi per gestire un sintomo momentaneo, oppure anche per diversi mesi all’interno dello stesso anno, o per diversi anni. Gli antistaminici sono farmaci molto sicuri e alcuni possono infatti essere prescritti anche durante la gravidanza. Inoltre, quelli di nuova generazione non provocano gli effetti collaterali degli antistaminici tradizionali, come la sonnolenza o la visione offuscata.
In tutti i casi, gli antistaminici vanno assunti seguendo attentamente le indicazioni del medico di riferimento, sia per quanto riguarda le modalità, sia per quanto riguarda le dosi.
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Il tumore della mammella in Italia rappresenta il 30% circa di tutti i tumori femminili (dati AIOM-AIRTUM), con una lieve crescita nella popolazione femminile più giovane. Dal tumore mammario è però possibile oggi guarire. Nel corso degli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito a un aumento degli screening, con diagnosi più precoci, e a un miglioramento significativo nella disponibilità di trattamenti, con conseguenti maggiori possibilità di guarigione.
Come viene scelto il trattamento più adeguato per la singola paziente? Ne parliamo con la professoressa Carmen Criscitiello, Responsabile di Oncologia Mammaria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas San Pio X.
Nella scelta del tipo di trattamento più adatto per una paziente con tumore mammario occorre prendere in considerazione vari parametri, tra cui le caratteristiche biologiche di malattia, le dimensioni del tumore, l’eventuale interessamento linfonodale e le preferenze e caratteristiche della paziente (età, patologie concomitanti, eventuali terapie in corso). Valutando nel complesso questi elementi si arriva così a una proposta che tiene conto della miglior efficacia possibile associata alla migliore qualità di vita per la paziente.
Per quanto riguarda l’analisi delle caratteristiche biologiche del tumore, negli ultimi anni, in aggiunta ai parametri tradizionali (come i recettori ormonali, il grado, l’indice proliferativo), si ha la possibilità di avvalersi anche di test molecolari. Si hanno a disposizione quindi esami come i test genomici per valutare, in fase precoce, la necessità o meno del ricorso al trattamento chemioterapico o, in fase metastatica, per identificare target molecolari utilizzabili a fini terapeutici con farmaci a bersaglio specifico.
Una delle sfide più importanti in oncologia è rappresentata dalla resistenza ai trattamenti. Nel corso del tempo, infatti, indipendentemente dal tipo di terapia che la paziente sta seguendo, potrebbe verificarsi quella che viene chiamata progressione di malattia. La progressione di malattia avviene se il tumore riesce a mettere in atto dei meccanismi di resistenza alla terapia per cui vanno individuati altri trattamenti che possono avere efficacia.
Il cambio di terapia, inoltre, può essere necessario anche in assenza di progressione, ma a causa di una mancata o scarsa tolleranza al trattamento in corso da parte dell’organismo. Bisogna, in ogni caso, considerare che qualsiasi necessità di cambiare trattamento va discussa tra oncologi e paziente.
Il rischio di recidiva, per le donne operate di tumore della mammella, è un’ipotesi concreta e che è importante affrontare dal momento della diagnosi. Per questo possono essere proposti dei trattamenti precauzionali, quindi con l’obiettivo di ridurre il più possibile il rischio. Il follow-up, da questo punto di vista, può variare a seconda delle esigenze della singola paziente, della biologia del tumore o di eventuali familiarità e mutazioni genetiche.
Se in corso di trattamento o al termine delle cure si dovessero individuare nuovi sintomi persistenti, o segni che prima non si erano notati e che destano perplessità, è importante non sottovalutarli e rivolgersi al medico. In questo modo è possibile valutare sia da un punto di vista clinico, sia con esami di approfondimento, un’eventuale presenza di recidiva di malattia, o di tossicità riconducibili al trattamento.
La visita di oncologia mammaria è fondamentale per predisporre nuovi accertamenti e impostare una terapia specifica in caso di diagnosi di tumore alla mammella.
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La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, una proteina presente in alimenti come grano, orzo, kamut e segale. Nelle persone con celiachia, l’assunzione di glutine innesca una risposta immunitaria anomala che danneggia l’intestino tenue. Questo processo porta a un’infiammazione persistente e a un appiattimento dei villi intestinali, fondamentali per l’assorbimento dei nutrienti. Di conseguenza, si può verificare malassorbimento, causa di gravi complicazioni a lungo termine.
Quali esami occorrono per la diagnosi di celiachia? E cosa succede se si assumono alimenti contenenti glutine? Ne parliamo con la dottoressa Roberta Elisa Rossi, gastroenterologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e i centri medici Humanitas Medical Care e Ricercatrice presso Humanitas University.
La celiachia non è un’allergia o un’intolleranza, ma una malattia autoimmune, che coinvolge quindi il sistema immunitario.
L’intolleranza al glutine, invece, non coinvolge il sistema immunitario ed è un fenomeno di ipersensibilità legato a un accumulo di glutine nella dieta. I sintomi sono simili a quelli della celiachia, come diarrea, gonfiore addominale, crampi e perdita di peso, ma non provoca danni permanenti all’intestino e i disturbi tendono a risolversi riducendo l’assunzione di glutine.
L’allergia al glutine si manifesta entro poche ore dall’ingestione.
I sintomi possono riguardare eruzioni cutanee, gonfiore, difficoltà respiratorie e disturbi gastrointestinali. A differenza della celiachia, l’allergia non causa danni permanenti all’intestino, ma può causare appunto reazioni allergiche anche gravi.
I sintomi della celiachia possono essere molto variabili e, in alcuni casi, la malattia è asintomatica. Tra i principali sintomi:
Possono inoltre manifestarsi segni meno specifici, come:
Nel sospetto clinico di celiachia, è fondamentale consultare un gastroenterologo prima di adottare una dieta priva di glutine, poiché questa influenza i risultati degli esami diagnostici.
La diagnosi si basa su un esame del sangue che ricerca gli anticorpi specifici della celiachia; in caso di sierologia positiva, il paziente viene quindi sottoposto a gastroscopia con biopsie multiple a livello del duodeno. Tutto il processo diagnostico deve essere effettuato in corso di dieta contenente glutine.
La celiachia, spesso diagnosticata in età adulta, è una malattia multifattoriale che richiede una predisposizione genetica. Il suo esordio è solitamente scatenato da fattori come infezioni gastrointestinali, interventi chirurgici o terapie mediche, che non sempre sono identificabili con precisione.
La celiachia è una malattia cronica dalla quale non è possibile guarire. Al momento l’unica terapia efficace è la rigorosa dieta senza glutine che permette di risolvere nella maggior parte dei casi i sintomi e di ripristinare la normale funzionalità della mucosa intestinale.
Sono dunque da evitare:
L’ingestione di glutine in un paziente con celiachia può provocare una reazione variabile, con sintomi che possono insorgere immediatamente o a distanza di ore. Alcuni individui non presentano alcun sintomo, mentre altri possono manifestare:
Indipendentemente dalla presenza o assenza di sintomi, il consumo di glutine, protratto nel tempo, danneggia la mucosa intestinale nei pazienti celiaci, causando infiammazione e malassorbimento.
Nella maggior parte dei casi, i sintomi si risolvono spontaneamente entro poche ore. Se però i disturbi persistono, bisogna consultare il proprio gastroenterologo per valutare eventuali trattamenti medici sintomatici.
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La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, una proteina presente per esempio nel grano, nell’orzo, nel kamut o nella segale.
L’assunzione di glutine in caso di celiachia scatena una risposta immunitaria che colpisce l’intestino tenue; il persistere di questa risposta produce un’infiammazione dei villi intestinali, strutture fondamentali dell’intestino tenue, ne causa un appiattimento con conseguente malassorbimento, ovvero incapacità di assorbire i nutrienti con effetti a lungo termine che possono essere piuttosto seri.
Quali sono i sintomi della celiachia e quali esami fare per la diagnosi? Ne parliamo con la dottoressa Roberta Elisa Rossi, gastroenterologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano e presso i centri medici Humanitas Medical Care e Ricercatrice presso Humanitas University.
I segni e i sintomi della celiachia possono variare notevolmente e in alcune persone la malattia è asintomatica.
I sintomi della celiachia sono:
Altri segni e sintomi che possono indicare la presenza di celiachia sono:
In presenza dei sintomi descritti o nel caso si sospetti una malattia celiaca, è opportuno consultare uno specialista gastroenterologo.
La visita gastroenterologica va effettuata prima di iniziare un’eventuale dieta priva di glutine, poiché interrompere o ridurre l’assunzione di glutine prima di sottoporsi ai test diagnostici potrebbe alterare i risultati.
Per diagnosticare la celiachia viene effettuato un esame del sangue con sierologia per la celiachia e in caso di risultato positivo, si procederà con una gastroscopia con biopsie multiple a livello del duodeno. Dopo una diagnosi confermata di celiachia anche attraverso l’esame istologico, è consigliabile consultare un gastroenterologo specializzato nella gestione della malattia celiaca, così da avere un’adeguata presa in carico, ricevere indicazioni sulla gestione della patologia e sul follow-up e ottenere l’esenzione per la patologia.
La diagnosi di celiachia viene spesso effettuata in età adulta: la celiachia infatti è una malattia multifattoriale che si sviluppa in persone geneticamente predisposte ma che viene scatenata da un fattore scatenante (come infezioni gastrointestinali o lo stato di gravidanza) che non sempre viene identificato in modo definitivo.
La celiachia è una malattia cronica dalla quale non è possibile guarire. Tuttavia, per ridurre i sintomi invalidanti e ripristinare la normale funzionalità della mucosa intestinale, i pazienti devono seguire sempre una dieta rigorosamente priva di glutine.
Ciò significa evitare pane, pasta, dolci e prodotti da forno contenenti cereali e farine a base di avena, frumento, farro, orzo, grano, kamut o malto. È necessario evitare anche lievito e seitan, piatti pronti che potrebbero contenere tracce di glutine, latte e yogurt a base di cereali e malto, salse, cubetti di brodo solubili, salumi e caramelle che contengono glutine come addensante.
Bevande come la birra e bevande solubili che potrebbero contenere tracce di glutine e tè aromatizzati sono vietate.
Le persone che seguono una rigorosa dieta priva di glutine possono condurre una vita normale, non riportano sintomi correlati alla celiachia e riducono significativamente il rischio di complicanze. Le complicanze della celiachia sono numerose e includono l’osteoporosi, disturbi della sfera sessuale e della gravidanza, nonché un aumentato rischio di sviluppare neoplasie, tra cui linfoma e adenocarcinoma dell’intestino tenue.
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Dal 5 al 22 febbraio 2026 si svolgeranno i Giochi Olimpici e Paralimpici Milano–Cortina 2026. Durante questo periodo potrebbero verificarsi impatti sulla mobilità, in particolare nei pressi del territorio di Assago.
In occasione delle manifestazioni sportive previste presso il Forum e la Milano Ice Skating Arena, infatti, sono possibili alcune ripercussioni sulla viabilità e sui trasporti, soprattutto in alcune fasce orarie.
Per questo motivo è consigliabile pianificare accuratamente il proprio viaggio verso l’ospedale e le strutture Humanitas.
Tutti gli aggiornamenti sulla mobilità saranno pubblicati sulla pagina dedicata.
Il piano di chiusure viabilistiche di Milano è consultabile a questo link.
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In medicina nucleare stanno emergendo diversi nuovi radiofarmaci. Nello specifico, per il tumore della prostata, è in fase di approvazione la terapia con PSMA, un antigene di membrana specifico, sovraespresso sulla superficie delle cellule tumorali di questa patologia. Si tratta di un radiofarmaco utilizzato sia in ambito terapeutico, sia in ambito diagnostico.
Ne parliamo con il dottor Marcello Rodari, Responsabile dell’Unità di Medicina Nucleare presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il PSMA può essere radiomarcato con due diverse sostanze: il fluoro 18 o il gallio 68. La principale differenza tra questi due radioisotopi è la via attraverso cui l’organismo elimina il radiofarmaco. Il PSMA marcato con il fluoro 18 viene infatti eliminato per via epatobiliare, mentre il PSMA marcato con il gallio 68 viene eliminato per via renale.
La PET con PSMA è l’esame più accurato per la diagnostica di metastasi o di diffusione del tumore della prostata, e lo stesso radiofarmaco può essere usato anche nel trattamento dello stesso del tumore.
Questa modalità diviene comunemente chiamata teranostica, ossia la possibilità di integrare diagnostica e terapia: si studia quindi con una molecola diagnostica, attraverso la PET, lo stato della malattia all’interno dell’organismo, e successivamente si utilizza la stessa molecola a fini terapeutici. Nel caso del tumore della prostata si tratta della terapia con il lutezio 177-PSMA.
La terapia con PSMA viene eseguita in stanze dedicate, schermate secondo la normativa vigente, e comporta l’infusione endovenosa del radiofarmaco. Il trattamento dura circa 20 minuti, e il paziente viene ricoverato con una degenza di una notte; in alcuni centri vi è la possibilità di eseguire la terapia in day-hospital. La terapia con PSMA può essere ripetuta da 4 a 6 cicli, intervallati l’uno dall’altro da una pausa di circa 6 settimane.
Gli effetti collaterali di questa terapia sono limitati e i più severi, che comportano di solito piastrinopenia e calo dei globuli rossi e dei globuli bianchi, molto rari. In generale quella con PSMA è una terapia ben tollerata e gli effetti collaterali sono meno frequenti rispetto ad altre terapie. Tra i cicli di terapia, inoltre, vengono fatti controlli dell’emocromo e della funzionalità epatica. La terapia con PSMA per il tumore della prostata è indicata in fase avanzata di malattia, quando il paziente ha già effettuato terapie ormonali di nuova generazione e chemioterapia. Al momento, la terapia con PSMA è stata approvata da AIFA quindi può essere eseguita in regime di SSN.
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