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#news #ospedale #humanitas #Rozzano #Milano
La pericardite è l’infiammazione del pericardio, ovvero della membrana che protegge e riveste il cuore. Il pericardio è formato da due foglietti separati da uno strato di liquido sottile, che può accumularsi e comprimere il cuore.
Il primo sintomo della pericardite è un dolore forte a livello toracico, che può variare durante la respirazione o i colpi di tosse, può peggiorare se ci si sdraia e, in genere, si allevia se si sta seduti inclinati in avanti.
Le cause della pericardite sono spesso non chiare (si parla di pericardite idiopatica), ma possono essere infettive o non infettive.
Che cos’è la pericardite recidivante e come evitarla? Ne parliamo con il professor Giulio Stefanini, cardiologo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La pericardite è spesso causata da infezioni, in particolare virali. Tra i virus più comuni vi sono i virus influenzali, parainfluenzali, quelli delle malattie esantematiche e SARS-CoV-2, responsabile di COVID-19. L’infezione può manifestarsi con sintomi precedenti come febbre, tosse o disturbi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea). Meno frequentemente, la pericardite è provocata da batteri o altri patogeni infettivi, ma in questi casi può avere un decorso più severo.
Le cause non infettive includono tumori, trattamenti con radioterapia, alcuni farmaci o tossine, insufficienza renale e disturbi tiroidei. Anche le malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico, possono esserne responsabili.
Inoltre, la pericardite può derivare da un danno al cuore, come nelle infiammazioni del muscolo cardiaco (miocardite), negli infarti estesi o a seguito di interventi cardiochirurgici. In questi casi, il trauma ai tessuti innesca una risposta infiammatoria. Identificare la causa è fondamentale per evitare, o almeno prevedere, recidive o cronicizzazioni.
La pericardite ha una spiccata tendenza a recidivare, motivo per cui non deve mai essere sottovalutata e richiede un trattamento intensivo e prolungato nel tempo. Non basta intervenire con una terapia antinfiammatoria efficace: è fondamentale che questa venga mantenuta anche dopo la risoluzione dei sintomi e il ritorno alla normalità degli indici infiammatori. Spesso, infatti, il miglioramento clinico porta i pazienti a interrompere o seguire meno attentamente la terapia, aumentando il rischio di ricadute.
Nonostante i progressi farmacologici, non esistono ancora trattamenti specifici mirati per la pericardite: vengono utilizzati farmaci antinfiammatori potenti ma non selettivi.
Si stima che il 15-30% dei pazienti con pericardite idiopatica non trattata adeguatamente con terapia antinfiammatoria possa avere ricadute intermittenti per mesi o anni. Inoltre, se non trattata correttamente, la pericardite può evolvere in una forma cronica, provocando un’infiammazione persistente che danneggia in modo irreversibile il pericardio, la membrana che avvolge il cuore.
L’obiettivo principale, quindi, è evitare questa cronicizzazione, che rappresenta la complicanza più temibile della patologia.
Il trattamento della pericardite si basa su una terapia antinfiammatoria mirata, che può includere diverse categorie di farmaci. Tra i più utilizzati indichiamo:
La scelta del trattamento dipende dalle caratteristiche specifiche del paziente, considerando eventuali controindicazioni o reazioni.
The post Pericardite recidivante: cos’è e i sintomi appeared first on Humanitas.
Il prediabete è una condizione clinica che precede il diabete di tipo 2, caratterizzata da una riduzione della sensibilità dell’organismo all’insulina e una secrezione di insulina da parte del pancreas progressivamente insufficiente a compensare l’iperglicemia.
Il diabete di tipo 2 si associa a un aumento del rischio di sviluppare eventi cardiovascolari, per esempio l’infarto del miocardio e l’ictus, oltre a complicanze sistemiche come la retinopatia, la nefropatia e la neuropatia diabetica.
Le persone con prediabete possono ritardare o addirittura prevenire l’insorgenza di diabete di tipo 2 modificando lo stile di vita, in particolare attraverso l’alimentazione e l’attività fisica. In pazienti con sovrappeso o con obesità, una riduzione moderata e sostenuta nel tempo del peso corporeo (>5% del peso iniziale) può migliorare significativamente la sensibilità all’insulina e ridurre il rischio di evoluzione verso il diabete.
Ne parliamo con il dottor Marco Mirani, Capo Sezione di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il prediabete comporta un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue (glicemia), senza raggiungere i valori tipici del diabete di tipo 2. Per ritardare o evitare l’insorgenza di diabete è quindi opportuno ridurre i livelli di glicemia. Per farlo bisogna apportare delle modifiche allo stile di vita, per esempio praticando regolarmente attività fisica, in maniera adeguata alle proprie condizioni di salute, e intervenendo attraverso l’alimentazione.
Non esistono “cibi proibiti”, ma alcune scelte possono aiutare a mantenere stabile la glicemia e ad aiutare nel controllo del peso corporeo.
È opportuno ridurre l’apporto di carboidrati semplici, come lo zucchero raffinato, ma anche l’eccesso di pane, pasta e riso non integrali e alimenti come cracker e patatine, che vengono rapidamente assorbiti dall’organismo comportando un improvviso e veloce aumento della glicemia. Sono quindi da limitare o evitare i cibi ricchi di zuccheri aggiunti, come i dolci in generale, le caramelle, le gelatine, gli sciroppi e le marmellate, il miele e i prodotti da forno confezionati.
È consigliabile privilegiare carboidrati integrali, ricchi di fibre, come cereali integrali (pane, pasta, riso, orzo, quinoa, bulgur), legumi, patate dolci e verdure amidacee. Le fibre rallentano l’assorbimento degli zuccheri e favoriscono la sazietà, riducendo i picchi glicemici.
Anche le bevande zuccherate sono da assumere con moderazione: in particolare le bibite gassate, i succhi di frutta e le limonate, le bevande energetiche, il tè e il caffè zuccherati. Tè e caffè senza zucchero o con dolcificanti a basso impatto glicemico sono alternative preferibili.
Le proteine contribuiscono a stabilizzare la glicemia e a mantenere la massa muscolare. Ogni pasto può includere una fonte proteica come legumi, uova, yogurt greco, formaggi magri, tofu, pesce o carni magre. Chi ha patologie cardiovascolari può preferire pesce e carni bianche rispetto alla carne rossa.
Non tutti i grassi sono da evitare: olio extravergine d’oliva, frutta secca, semi e avocado apportano grassi “buoni” che migliorano la salute cardiovascolare e supportano il senso di sazietà, evitando eccessi calorici.
Le verdure sono ricche di fibre, sostanze utili a rallentare sia la digestione, sia l’assorbimento di zuccheri. In questo modo diminuiscono i picchi glicemici e aumenta il senso di sazietà tra un pasto e quello successivo. In particolare è consigliato il consumo di verdure come quelle a foglia verde, le crucifere (come broccoli, cavoli e cavolfiori), asparagi, cetrioli, barbabietole, carote, sedano, peperoni, melanzane, funghi e cipolle.
La frutta è consigliata quotidianamente, senza eccessi. Frutti come kiwi, mele, pere e frutti di bosco hanno un contenuto di zuccheri relativamente basso e possono essere abbinati a proteine o grassi salutari (yogurt, noci, semi) per ridurre l’impatto glicemico.
Anche l’assunzione di alcol è da evitare o quantomeno da diminuire drasticamente. L’assunzione di alcol, infatti, oltre a essere un fattore di rischio per varie patologie, comporta un introito calorico privo di nutrienti e interferisce con il corretto metabolismo del glucosio.
Inoltre, un consiglio riguarda i momenti in cui si mangia: la vicinanza o lontananza dei pasti, infatti, può influire sulle concentrazioni di glicemia. In particolare è consigliato non saltare i pasti, altrimenti si rischia di arrivare al pasto successivo con una fame maggiore e assumere porzioni più abbondanti della norma. I pasti devono anche essere lontani dal momento in cui si va a dormire e colazione e pranzo dovrebbero essere più abbondanti della cena, che deve essere invece più leggera.
La dieta mediterranea rimane un modello efficace per chi ha prediabete: ricca di verdure, legumi, cereali integrali, frutta, pesce e grassi salutari, permette di bilanciare nutrienti e mantenere sotto controllo la glicemia.
La visita diabetologica consente allo specialista diabetologo di valutare lo stato di salute generale del paziente e l’andamento dei parametri metabolici per impostare o monitorare la terapia.
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L’acne è un disturbo della pelle che colpisce persone di età diversa e che può manifestarsi con differenti gradi di severità.
Si caratterizza per l’infiammazione delle unità pilosebacee, ossia il follicolo pilifero e la ghiandola sebacea associata, che si manifesta attraverso comedoni aperti (punti neri), comedoni chiusi (punti bianchi), papule, pustole, noduli e cisti.
Esistono diverse tipologie di acne, tra le quali l’acne cistica. Quali sono le cause e come curarla? Ne parliamo con la dottoressa Chiara Perugini, specialista in dermatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’acne cistica rappresenta, insieme alla forma conglobata, la forma più grave di acne ed è caratterizzata dalla comparsa di lesioni cistiche multiple di dimensioni variabili, che possono andare da pochi millimetri fino a diversi centimetri. Queste lesioni si sviluppano principalmente su viso e tronco e tendono all’ascessualizzazione, aumentando il rischio di infiammazioni più profonde e cicatrici permanenti.
L’acne cistica si manifesta attraverso la formazione di cisti piene di pus, profonde e dolorose sotto la pelle. Le cisti possono variare in dimensione, da piccole come un pisello a grandi come una monetina. Possono anche presentare un’estremità da cui fuoriesce pus, che può essere biancastro-giallastro, e possono ricoprirsi di croste. A volte, la pelle circostante appare arrossata e può esserci la sensazione di prurito o fastidio.
L’acne cistica si sviluppa frequentemente sul viso, ma può comparire anche su schiena, glutei, petto, collo, spalle e parte superiore delle braccia.
Le cause dell’acne cistica sono molteplici e includono fattori ormonali, genetici, batterici e ambientali. L’acne cistica si sviluppa quando i pori della pelle si ostruiscono per una iperproduzione di sebo e anormale cheratinizzazione delle cellule cutanee, con presenza anche di colonizzazione batterica.
Esistono altri fattori che possono favorire la comparsa o il peggioramento dell’acne, tra cui lo stress, l’uso di alcuni farmaci, l’inquinamento ambientale, esposizione solare eccessiva, agenti ossidanti come fumo e alcol, e una dieta con cibi ad alto indice glicemico. Anche una scorretta igiene personale, lavarsi con troppa frequenza o con saponi non appropriati possono peggiorare l’acne.
La diagnosi di acne cistica viene effettuata da un dermatologo attraverso un esame clinico della pelle e delle cisti presenti.
Oltre all’esame visivo, il dermatologo raccoglie informazioni importanti sulla storia clinica della persona, inclusi eventuali casi di acne in famiglia, la presenza di squilibri ormonali e altri fattori che potrebbero contribuire all’insorgenza dell’acne. Questo processo di anamnesi aiuta a identificare le possibili cause e a personalizzare il trattamento.
Il dermatologo può anche distinguere l’acne cistica da altre forme di acne, come l’acne nodulare. Entrambe causano protuberanze dolorose sotto la pelle, le cisti sono piene di pus, mentre i noduli sono più solidi e non contengono fluido. Inoltre, l’acne cistica è più incline a causare cicatrici e richiede un approccio terapeutico specifico.
I trattamenti per l’acne cistica si concentrano sulla riduzione dell’infiammazione, l’eliminazione dei batteri e la prevenzione delle cicatrici. Generalmente, si utilizzano antibiotici topici o sistemici per combattere i batteri e ridurre l’infiammazione. I dermatologi possono prescrivere creme, gel o lozioni contenenti antibiotici.
Altri trattamenti topici possono comprendere principi attivi come il perossido di benzoile per ridurre i batteri sulla pelle, o l’acido glicolico e l’acido salicilico per eliminare “le cellule morte” della pelle. Anche i retinoidi, derivati della vitamina A, hanno un’azione cheratolitica e possono essere applicati topicamente o assunti per via orale. L’isotretinoina è un retinoide orale molto efficace, ma richiede stretto controllo medico a causa dei possibili effetti collaterali.
In alcuni casi molto gravi di acne conglobata, caratterizzata da noduli e cisti infiammatorie tendenti alla fistolizzazione, o nelle forme acute di acne fulminans si può ricorrere contestualmente anche alla terapia steroidea sistemica.
Per la popolazione femminile, in caso di verificate sindromi o squilibri endocrinologici, le terapie anti- androgeniche o la pillola estroprogestinica possono essere prescritte al fine di modulare i valori ormonali che contribuiscono all’acne.
Per trattare le cicatrici da acne, invece, si possono utilizzare varie tipologie di laser, come il laser CO2 ablativo, con lo scopo di stimolare la rigenerazione cutanea e ridurre la profondità delle cicatrici e le macchie scure.
Il trattamento laser viene eseguito quando l’acne non è più in fase infiammatoria.
È importante anche seguire alcune buone pratiche per la cura della pelle, come lavare il viso delicatamente con un detergente specifico, usare prodotti non comedogenici, evitare di toccare il viso, e non schiacciare i brufoli. Non meno importante è seguire una dieta equilibrata, limitando i cibi ad alto indice glicemico.
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La psoriasi è una delle più comuni malattie infiammatorie della cute: si stima infatti che a livello mondiale la psoriasi colpisca il 2-4% della popolazione generale. Si tratta di una malattia immunomediata, in cui il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale. In particolare, i linfociti T, una classe di globuli bianchi, normalmente coinvolta nella difesa delle infezioni da virus e batteri, nei pazienti con psoriasi attaccano erroneamente le cellule della cute.
La psoriasi può interessare quasi tutte le aree corporee, soprattutto cuoio capelluto, gomiti, ginocchia, e regione lombosacrale. La psoriasi si manifesta nella sua forma più comune con delle placche eritematose rosso-violacee infiammate e coperte da una fine desquamazione bianco-argentea. Possono esserci forme di psoriasi più aggressive, con un coinvolgimento generale di tutto il corpo, ma anche forme più limitate, con un coinvolgimento cutaneo ristretto.
Ne parliamo con il dottor Luigi Gargiulo, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La psoriasi ha diverse cause ma la principale è quella genetica. Esistono infatti fattori di predisposizione che vengono ereditati ed è comune che parenti di persone con psoriasi tendano a svilupparla.
Trattandosi di una malattia infiammatoria della cute non è provocata da infezioni virali, batteriche e fungine e, quindi, non è una patologia contagiosa. La psoriasi non può essere trasmessa con contatto stretto, per via respiratoria o per via sessuale e non si può avere trasmissione della malattia neppure toccando lesioni psoriasiche sanguinanti. I pazienti con psoriasi non sono quindi in alcun modo infettivi.
Riacutizzazioni della patologia possono invece essere associate allo stress. Le riacutizzazioni della psoriasi, infatti, possono essere imprevedibili, in quantità variabile e, spesso, anche in pazienti già in trattamento, si manifestano in associazione a periodi particolarmente stressanti. Lo stress può essere di natura psicologica, ma anche fisica, come per esempio infezioni, interventi chirurgici, vaccinazioni e patologie concomitanti. Lo stress, però, non va considerato una causa scatenante della psoriasi, ma un fattore che può peggiorarla e riacutizzarla.
La psoriasi è una malattia che può avere diverse forme cliniche, come:
Uno dei sintomi più comuni della psoriasi è il prurito, molto invalidante e particolarmente accentuato quando interessa determinate aree corporee, come il cuoio capelluto. Quando invece la psoriasi interessa le mani si possono sviluppare fissurazioni ragadiformi dolorose, con spaccature a livello delle placche psoriasiche, che possono rendere complicate normali attività quotidiane.
Un altro sintomo spesso associato alla psoriasi è lo sviluppo di stati d’ansia e depressivi. Si stima infatti che la percentuale di pazienti con psoriasi che sviluppano comorbidità psicologiche sia quasi analoga a quella dei pazienti oncologici.
La tipologia di trattamento della psoriasi viene scelta dallo specialista in base alle caratteristiche e alla gravità della malattia e alle necessità individuali del paziente. In genere, per la psoriasi lieve-moderata si fa ricorso a farmaci topici, da applicare direttamente sulla cute, che consentono di lenire la sintomatologia pruriginosa e l’infiammazione associata. I rimedi più comuni sono a base di derivati della vitamina D e corticosteroidi locali: la combinazione di questi due principi attivi, infatti, consente di proseguire il trattamento più a lungo rispetto ai corticosteroidi topici.
In presenza di psoriasi è inoltre utile prediligere indumenti in tessuti naturali e traspiranti, evitando quelli acrilici e sintetici.
Per la psoriasi moderata-severa, invece, è necessario ricorrere a terapie sistemiche. Gli anticorpi monoclonali sono farmaci biologici di nuova generazione che vengono somministrati in forma di puntura sottocutanea e che colpiscono determinate molecole del sistema immunitario, come l’interleuchina 17 e l’interleuchina 23, fondamentali nella cascata infiammatoria della psoriasi. Si tratta di farmaci estremamente sicuri, che in casi specifici possono essere utilizzati anche da pazienti adolescenti e che consentono di avere un controllo a lungo termine della patologia, anche con solo 4-5 somministrazioni nel corso di un anno. La psoriasi è una patologia cronica, quindi le terapie devono essere a lungo termine e sotto supervisione specialistica, trattandosi di farmaci prescrivibili esclusivamente in Centri ospedalieri dedicati.
Per quanto riguarda il trattamento del cuoio capelluto, bisogna sfatare il mito che i capelli vadano lavati meno del normale. Anzi, i pazienti interessati da psoriasi dovrebbero lavare spesso i capelli proprio per intervenire sull’accumulo di squame. Esistono inoltre per la psoriasi del cuoio capelluto degli shampoo specifici medicati a base di corticosteroidi. Se questi trattamenti non dovessero risultare efficaci si può ricorrere ai farmaci sistemici, in forma di compressa o iniezione sottocutanea.
Con la psoriasi non vi è necessariamente la controindicazione a esporsi ai raggi solari. Anzi, diversi pazienti possono avere un miglioramento clinico spontaneo durante i mesi estivi e/o con l’esposizione solare. Chiaramente bisogna sempre seguire alcune buone norme. Bisogna infatti applicare sempre la protezione solare, preferendo l’SPF 50+, ed evitare di stare all’aperto nelle ore centrali della giornata, in cui i raggi del sole sono più intensi.
L’esposizione solare va invece evitata in presenza di forme molto acute di psoriasi, o di psoriasi particolarmente infiammata, perché può peggiorare la sintomatologia. Inoltre, non bisogna esporre la pelle al sole neanche se si è in trattamento con farmaci cortisonici topici, per evitare la formazione di chiazze scure in corrispondenza delle pregresse placche psoriasiche (iperpigmentazione).
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Con fertilità si intende la capacità di concepire tra un maschio e una femmina e, più nello specifico, la capacità di creare un embrione, ossia l’unione tra lo spermatozoo e l’ovocita. Si definisce infertile una coppia che, dopo circa 12 mesi di rapporti non protetti, non concepisce. Le cause possono essere femminili, maschili, miste o non identificabili (infertilità idiopatica)
Ne parliamo con la dottoressa Clara Gargasole, ginecologa del Fertility Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Le cause di infertilità femminile sono:
L’infertilità maschile costituisce il 20% delle cause di infertilità di coppia, ma coesiste nel 50% dei casi di infertilità.
Le cause di infertilità maschile si distinguono in cause pre-testicolari, cause testicolari e cause post-testicolari:
L’età può influire sulla fertilità di coppia. La possibilità di concepimento da parte di una coppia con partner femminile di età superiore ai 35 anni, infatti, inizia lentamente a decrescere e si riduce al di sotto del 10% al superamento dei 40 anni.
Questo accade perché ogni donna nasce con un numero di ovogoni predeterminato (1-2 milioni circa), che si riduce progressivamente nel corso della vita fino ad arrivare alla subfertilità e, poi, alla menopausa. La menopausa coincide con la completa assenza sulle ovaie dei follicoli che contengono gli ovociti.
La visita specialistica permette di definire gli esami e gli approfondimenti clinico-strumentali necessari a comprendere le possibili origini dell’infertilità.
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La dengue è una malattia virale che si trasmette all’uomo tramite un artropode vettore, la zanzara delle specie Aedes aegypti e Aedes albopictus e successivamente da persona infetta a persona non infetta. Dopo la puntura di una zanzara vettore, il virus risulta presente nel sangue della persona infetta per circa 2-7 giorni. La dengue è particolarmente diffusa nelle aree subtropicali e tropicali ed è in progressiva diffusione, con focolai epidemici in centro America, sud America, Africa e sud est asiatico.
Ne parliamo con il dottor Filippo Medioli, dell’Unità di Infettivologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano.
La dengue è una febbre emorragica che, soprattutto negli adulti, si presenta con sintomi associati alla febbre come:
Questi sintomi si manifestano in 5-6 giorni dal momento dell’infezione possono essere accompagnati da una complicanza grave: una sintomatologia emorragica che comporta la perdita di sangue dagli orifizi. La dengue in alcuni casi può essere fatale e per questo va trattata in ambito ospedaliero d’urgenza.
La dengue può essere contratta più volte poiché ne esistono 4 sierotipi: Den-1, Den-2, Den-3 e Den-4. Per questo, chi sta pianificando un viaggio in aree in cui la patologia è endemica, come centro America, Africa o sud est asiatico, dovrebbe sottoporsi a vaccinazione. Il vaccino è tetravalente vivo attenuato e protegge quindi da tutti i sierotipi. Viene inoculato in due fasi e affinché abbia piena efficacia si consiglia di terminare il ciclo vaccinale prima della partenza.
Una volta contratta la dengue non può essere curata con una terapia antivirale specifica. Il trattamento infatti è volto principalmente al contenimento dei sintomi con farmaci antipiretici, riposo e attenzione a un’adeguata idratazione.
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L’infarto del miocardio si verifica quando si sviluppa una necrosi in una parte del muscolo cardiaco a causa dell’ostruzione di una delle arterie coronarie che, quindi, impedisce l’adeguato apporto di ossigeno e sangue tramite la circolazione arteriosa. L’infarto del miocardio può insorgere durante o dopo uno sforzo, per un’emozione intensa o a riposo e i sintomi da cui è riconoscibile sono diversi tra la popolazione maschile e quella femminile.
Come si riconosce un infarto? Ne parliamo con la dottoressa Cristina Panico, cardiologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’infarto del miocardio si riconosce dai sintomi che provoca. Il sintomo caratteristico dell’infarto è il dolore retrosternale, di frequente descritto come una sorta di “pugno” sullo sterno, che spesso si irradia alle spalle e al braccio, in genere quello sinistro. Al dolore toracico si possono associare anche la mancanza di fiato (dispnea) e/o un dolore retroscapolare irradiato al dorso.
Nella popolazione femminile l’infarto tende a manifestarsi con sintomi atipici. È spesso quindi assente il dolore toracico mentre sono più comunemente presenti sintomi come la mancanza di fiato, che può manifestarsi per sforzi minimi o anche a riposo e/o il dolore alle mascelle, ossia un dolore che dallo sterno si irradia fino alla mandibola.
L’infarto del miocardio è una patologia acuta, caratterizzata da un’ostruzione delle arterie del cuore, con una riduzione dell’afflusso di sangue al cuore e una conseguente riduzione di nutrienti e ossigenazione. Il tessuto va quindi incontro a sofferenza, con l’insorgenza dei sintomi caratteristici e di complicanze secondarie. Le principali conseguenze dell’infarto sono le aritmie cardiache, aritmie ventricolari maligne che possono causare un arresto cardiaco.
Ci sono anche altre cause di arresto cardiaco non conseguenti all’infarto del miocardio, come le aritmie ventricolari in cuori sani, associate a patologie del tipo elettrico, o aritmie ventricolari nel contesto di cardiomiopatie: tra queste la cardiomiopatia ipertrofica è la principale causa di arresto cardiaco. L’arresto cardiaco, quindi può manifestarsi sia come complicanza dell’infarto del miocardio, sia essere provocato da malattie elettriche del cuore o da patologie del tessuto cardiaco.
In presenza dei sintomi descritti, che possono indicare la presenza di infarto, è importante accedere il prima possibile al Pronto Soccorso. Infatti, la presenza di un infarto del miocardio può essere esclusa solo con l’esecuzione di elettrocardiogramma ed esami del sangue. La principale terapia per l’infarto è l’apertura dell’arteria che sta provocando l’infarto (rivascolarizzazione coronarica) e prima viene impostata, minori saranno le complicanze. Quando si parla di infarto è fondamentale intervenire tempestivamente, perché minore è il tempo che trascorre tra l’insorgenza del dolore e l’accesso della persona al Pronto Soccorso e migliore sarà la prognosi.
Fattori psichici e fisici possono instabilizzare le placche aterosclerosiche, provocando l’infarto del miocardio. Esiste inoltre una cardiopatia specifica associata a stimoli stressanti (cardiopatia da stress): si tratta di una transitoria disfunzione del miocardio associata a fattori stressanti sia di natura psicologica, sia di natura fisica.
L’attacco di panico spesso si può manifestare con un dolore toracico retrosternale, che assomiglia molto al dolore che si sviluppa in presenza di un infarto del miocardio. Distinguere tra attacco di panico e infarto, quindi, può essere complesso. Inoltre, una persona con infarto del miocardio può sviluppare sintomi associati a stati d’ansia e panico, sia per il dolore sia per l’agitazione legata al momento.
È quindi fondamentale, in presenza di dolore toracico, accedere nel minor tempo possibile al Pronto Soccorso, in modo che sia possibile eseguire accertamenti come elettrocardiogramma ed esami del sangue che confermano o escludono la patologia cardiaca.
Una volta esclusa la presenza di patologia cardiaca è importante impostare con lo specialista di riferimento un trattamento per intervenire sugli stati d’ansia.
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Humanitas sviluppa un percorso dedicato alla Sindrome VEXAS, una patologia complessa e ancora poco conosciuta, che richiede competenze integrate tra ematologi, reumatologi, immunologi e genetisti.
All’interno del Cancer Center e dell’Immuno Center, Humanitas è tra i primi ospedali in Italia ad aver attivato un percorso multidisciplinare dedicato, con l’obiettivo di offrire diagnosi precise, terapie personalizzate e accesso a studi clinici innovativi.
La Sindrome VEXAS (acronimo inglese di Vacuoles, E1 enzyme, X-linked, autoinflammatory, somatic) è una malattia rara descritta solo negli ultimi anni. È causata da una mutazione “somatica” – cioè acquisita nel corso della vita e non ereditaria – in un gene chiamato UBA1, localizzato sul cromosoma X.
Questa mutazione interessa le cellule del sangue e può provocare due effetti strettamente collegati:
La VEXAS rappresenta in modo esemplare il legame tra infiammazione e tumori del sangue: una mutazione che nasce nelle cellule ematologiche può generare una risposta infiammatoria grave e debilitante. È la dimostrazione patogenetica di un collegamento tra infiammazione e tumori che la Ricerca ipotizzava da tempo.
Poiché il gene coinvolto si trova sul cromosoma X, la forma classica con mutazione UBA1 colpisce quasi esclusivamente uomini, in genere dopo i 50 anni. È possibile che attualmente questa patologia sia sottodiagnosticata e che molti pazienti abbiano ricevuto altre diagnosi, anche perché il test molecolare non è disponibile in tutti i laboratori. Inoltre, esistono condizioni in cui, nonostante un quadro clinico suggestivo per sindrome VEXAS, il test molecolare risulti negativo. Questo accade più frequentemente nelle donne, ponendo nuove domande per la ricerca: esistono altri geni coinvolti oltre UBA1? Esistono altri meccanismi che collegano infiammazione e alterazioni delle cellule del sangue? Come migliorare il percorso diagnostico-terapeutico dei pazienti sintomatici ma UBA1-negativi?
Uno degli aspetti più complessi della VEXAS è la diagnosi. I pazienti arrivano spesso all’attenzione dei medici per:
In Humanitas, il paziente viene accolto nell’ambito di un ambulatorio multidisciplinare, che prevede il test molecolare validato e codificato per questa patologia, eseguito in laboratorio.
Per rispondere a queste sfide, è stato creato un gruppo multidisciplinare che coinvolge specialisti del Cancer Center e dell’Immuno Center, tra cui reumatologi, ematologi e genetisti.
Il team – coordinato dal dottor Gabriele Todisco, ematologo e ricercatore del team del prof. Matteo Della Porta, e dalla prof.ssa Maria De Santis, reumatologa e ricercatrice del team del prof. Carlo Selmi – si riunisce per discutere ogni caso.
Il percorso clinico prevede due possibili “porte di ingresso”, a seconda dei sintomi iniziali:
In entrambi i casi, il paziente viene seguito in modo integrato, evitando trattamenti frammentati e talvolta poco efficaci. L’adeguatezza della terapia fin dall’inizio è fondamentale, perché questi pazienti possono avere un decorso complesso e un rischio aumentato di complicanze.
Attualmente non esistono terapie “su misura” per la VEXAS: si utilizzano farmaci delle malattie oncoematologiche o reumatologiche. Per questo è cruciale essere seguiti in un centro che dia accesso a clinical trial e a farmaci innovativi.
In Humanitas, la Sindrome VEXAS è al centro di un importante progetto di Ricerca finanziato da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS nell’ambito del programma “My First AIRC Grant”, vinto dal dottor Gabriele Todisco.
Il progetto – intitolato “Dissecting dysfunctional immune response in patients with chronic myeloid neoplasms and unexplained inflammation” – parte da un’ipotesi innovativa: la VEXAS potrebbe rappresentare solo la punta dell’iceberg di una condizione più ampia, in cui alterazioni genetiche delle cellule del sangue e infiammazione cronica si alimentano a vicenda.
L’obiettivo è:
L’obiettivo finale è comprendere meglio i meccanismi che legano infiammazione cronica e tumori del sangue per aprire la strada a trattamenti personalizzati, capaci di modificare la storia naturale delle neoplasie mieloidi e delle sindromi correlate.
“La Sindrome VEXAS è una malattia rara, ma il suo studio ha un valore che va oltre i singoli pazienti. Rappresenta un modello biologico che dimostra come una mutazione acquisita nelle cellule del sangue possa generare una grave infiammazione sistemica, con conseguenze molto gravi per chi ne è portatore”, afferma il dottor Gabriele Todisco.
“Riconoscere precocemente i campanelli d’allarme e rivolgersi a centri specializzati può fare la differenza, sia per prevenire quadri più gravi sia anche per migliorare la qualità della vita dei pazienti e per il progresso della Ricerca”, conclude la prof.ssa Maria De Santis.
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Il cerume riveste un ruolo importante per la salute delle orecchie. Prodotto dalle cellule ceruminose presenti nel condotto uditivo esterno, il cerume protegge infatti il canale uditivo dall’ingresso di microorganismi, particelle e polvere, ma anche da irritazioni che possono insorgere con il contatto con l’acqua.
In alcuni casi, però, l’organismo può produrre una quantità di cerume superiore a quanto effettivamente necessario all’orecchio, con lo sviluppo di un tappo, che blocca il canale uditivo. Nella maggior parte dei casi questo tappo non è direttamente collegato all’aumento della produzione di cerume, quanto a tentativi errati di rimuoverlo in autonomia e che, invece di eliminare il cerume, lo spingono più in profondità.
Ne parliamo con la dottoressa Vanessa Rossi, otorinolaringoiatra presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
I principali sintomi che possono far sospettare la presenza di un tappo di cerume sono:
Se non rimosso, il tappo di cerume può contribuire allo sviluppo di un’infezione e, se il paziente prova autonomamente a rimuoverlo con metodi errati, possono insorgere manifestazioni più severe, tra cui:
Variazioni di colore del cerume, dal giallo chiaro al marrone scuro, non sono invece associate necessariamente alla presenza di un tappo.
In presenza di un tappo di cerume, è importante non cercare di rimuoverlo in autonomia. L’orecchio, infatti, si auto-deterge fisiologicamente e, utilizzando presidi come i cotton fioc, si rischia invece di accumulare il cerume, aumentare il disturbo e provocare lesioni (da sanguinamenti con croste a gravi lesioni della membrana timpanica) o l’insorgenza di infezioni e infiammazioni, come l’otite.
Quando si riscontra un aumento di cerume, quindi, non bisogna mai utilizzare il cotton fioc né i “coni”, ma si può provare ad ammorbidire il tappo con apposite gocce acquistabili in farmacia. Anche sciacquare l’orecchio con acqua tiepida più volte di seguito, può essere utile.
In ogni caso, in presenza di un tappo di cerume o se si sospetta un’infezione all’orecchio, è sempre opportuno fare riferimento al medico o allo specialista otorinolaringoiatra, che valuterà le condizioni dell’orecchio e, in presenza di tappo, provvederà a rimuoverlo. Per rimuovere il tappo di cerume lo specialista otorinolaringoiatra può fare ricorso a diversi presidi, come il lavaggio auricolare, l’utilizzo di specifici uncini o aspiratori.
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Una mancanza di sonno o una sua scarsa qualità impatta sul funzionamento del sistema immunitario, circolatorio e ormonale e ostacola la capacità dell’organismo di ripararsi e rigenerarsi.
Per la maggior parte degli adulti un riposo compreso tra sette e nove ore per notte è considerato la norma, ma la quantità ideale varia da persona a persona e può cambiare con l’età e le fasi della vita. Alcuni hanno necessità di dormire più a lungo, altri meno.
Tra i disturbi più comunemente legati alla mancanza del sonno troviamo il mal di testa. Ne parliamo con il dottor Vincenzo Tullo, neurologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il ritmo sonno-veglia (ritmo circadiano) è fondamentale per mantenere l’equilibrio dell’organismo, dato il suo ruolo nel corretto funzionamento degli organi e nella regolazione delle attività cerebrali.
I principali fattori che alterano questo ritmo sono:
Alterazioni del ritmo sonno-veglia possono favorire l’insorgenza di disturbi, come il mal di testa.
Altri disturbi del sonno che possono associarsi a mal di testa sono:
L’emicrania è una forma di cefalea, spesso ereditaria, che colpisce soprattutto la popolazione femminile. Gli episodi hanno intensità moderata, possono impedire le attività quotidiane, peggiorano con il movimento e a volte si accompagnano a nausea, vomito, sensibilità alla luce (fotofobia) e ai rumori (fonofobia).
Le principali varianti sono due: l’emicrania con aura, caratterizzata da sintomi neurologici transitori, spesso visivi (lampi, luci o perdita parziale del campo visivo), e l’emicrania senza aura, più comune, dove mancano questi sintomi.
L’emicrania può diventare, con il tempo, invalidante, in particolare quando evolve da forma episodica a cronica.
La cefalea tensiva è la forma più diffusa. Si manifesta con dolore bilaterale, descritto come un “cerchio” o un “peso” sulla testa, di intensità moderata.
La durata varia da mezz’ora a una settimana e può associarsi a contrazione dei muscoli cranici. Oltre a una predisposizione individuale, questo tipo di cefalea è spesso correlato a tensione emotiva o fisica.
La cefalea a grappolo interessa principalmente il sesso maschile ed è caratterizzata da dolore orbitale molto intenso, unilaterale, che senza trattamento può durare dai 15 ai 180 minuti. Gli attacchi si presentano in periodi definiti “grappoli”, con frequenza che può andare da uno ogni due giorni fino a otto al giorno. Questi cicli durano da due settimane a tre mesi e sono seguiti da fasi di remissione di durata variabile, anche di anni.
Il dolore si accompagna a sintomi come lacrimazione, arrossamento della congiuntiva, congestione nasale, rinorrea e sudorazione del volto e della fronte. Durante l’attacco la persona appare agitata e tende a muoversi. La forma è definita cronica quando gli episodi persistono per oltre un anno con periodi di remissione inferiori a trenta giorni.
Il trattamento del mal di testa legato alla privazione di sonno dipende dalla causa. Prima di stabilire una terapia, il medico può richiedere un diario del sonno e del dolore, utile per registrare:
Oltre a lavorare sul miglioramento delle abitudini del sonno, lo specialista può suggerire interventi mirati quando il mal di testa si presenta con frequenza, come nel caso dell’emicrania o della cefalea tensiva.
Nei casi più leggeri è possibile ricorrere a farmaci da banco, mentre per le forme più intense o ricorrenti il medico può prescrivere terapie specifiche, utili sia per bloccare un attacco in corso sia per ridurre il numero degli episodi.
Anche la prevenzione ha un ruolo importante. Quando non sono presenti altre malattie che interferiscono con il sonno, creare una routine stabile, coricandosi e svegliandosi sempre alla stessa ora, aiuta l’organismo a mantenere un ritmo costante.
Una camera da letto silenziosa, buia e con una temperatura confortevole favorisce il sonno profondo, mentre è utile evitare nelle ore serali sostanze che lo disturbano, come alcol, caffeina o pasti abbondanti. Anche l’attività fisica contribuisce a migliorare la qualità del sonno, purché non venga svolta troppo vicino al momento di andare a letto. Infine, è importante non andare a letto con smartphone o altri dispositivi elettronici a portata di mano, così da prevenire distrazioni e stimoli luminosi che interferiscono con l’addormentamento.
La visita specialistica neurologica per disturbi del sonno è utile a diagnosticare le cause dietro la difficoltà a dormire e a trovare il giusto percorso terapeutico.
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Che cosa chiedono le persone all’Intelligenza Artificiale sul tumore al colon-retto? E quello che trovano è sufficiente?
A partire dal mese di marzo, dedicato alla prevenzione di questo tumore, Humanitas inaugura un nuovo format di contenuti video: “(H)AI una domanda?”, in cui due specialisti rispondono a domande che i pazienti fanno online, affidandosi all’Intelligenza Artificiale.
Nella serie di reel che verranno pubblicati su Instagram, il prof. Alessandro Repici, Direttore del Dipartimento di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, e il prof. Antonino Spinelli, Responsabile della Chirurgia del Colon e del Retto dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, replicano l’esperienza di ogni persona in cerca di informazioni online, con qualcosa in più: analizzano la risposta data dall’AI, la verificano e la completano, chiarendo eventuali semplificazioni o imprecisioni.
Il dialogo parte dalle domande tipiche che i pazienti si fanno. Ad esempio: è vero che la colonscopia è dolorosa? Quali sono i sintomi del tumore del colon? Quando si deve iniziare a fare prevenzione? La chirurgia con robot è meglio di quella tradizionale?
AI ed esperienza umana si integrano, creando un modo nuovo per parlare di prevenzione, screening e diagnosi precoce.
L’obiettivo è orientare gli utenti nell’oceano di informazioni di salute cui oggi è possibile accedere, tenendo acceso lo spirito critico per valutare completezza e precisione dei contenuti. Il confronto con l’esperienza clinica e umana dei professionisti diventa, dunque, il valore aggiunto.
Guarda il trailer:
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La mononucleosi infettiva è una malattia virale molto comune causata da un herpes virus: l’Epstein Barr virus (EBV). La mononucleosi si contrae soprattutto in età adolescenziale o tardo-adolescenziale e si trasmette tramite contatto con la saliva di una persona infetta o con oggetti contaminati dalla saliva.
La mononucleosi può presentarsi in maniera asintomatica o con sintomi che potrebbero essere riconducibili a un’influenza comune o alla tonsillite e, in alcuni casi, si associa a complicanze che vanno tenute sotto controllo.
Ne parliamo con il dottor Filippo Medioli, dell’Unità di Infettivologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano.
I sintomi principali della mononucleosi infettiva sono:
In alcuni casi, tuttavia, la patologia può presentarsi in forma completamente asintomatica.
Per la mononucleosi non esiste un trattamento specifico: l’infezione provocata dal virus dura 2-4 settimane circa durante le quali, se sono presenti sintomi, bisogna riposarsi e fare eventualmente ricorso a terapie sintomatiche con farmaci antinfiammatori, antipiretici e in alcuni casi corticosteroidi. I farmaci vanno presi seguendo attentamente le indicazioni del medico: è importante infatti non assumerne in eccesso per evitare di danneggiare il fegato.
A volte la linfoadenomegalia evolve in tonsillite: in questo caso il sintomo potrebbe trarre in inganno e comportare un trattamento erroneo con antibiotici che tuttavia, in caso di mononucleosi, non devono mai essere somministrati. L’utilizzo errato di antibiotici in presenza di mononucleosi infatti, oltre a risultare inutile è anche dannoso, poiché potrebbe portare allo sviluppo di rash cutanei.
La mononucleosi infettiva, in genere, non è una malattia pericolosa, ma in alcuni casi può associarsi a un ingrossamento della milza (splenomegalia). Le persone interessate da splenomegalia per evitare la rottura della milza, devono astenersi dall’attività fisica per almeno 3 settimane dal momento della diagnosi, soprattutto se praticano sport che comportano contatto. La rottura della milza, che si manifesta con sintomi come dolore acuto all’area sinistra dell’addome e debolezza importante, è infatti un evento grave da trattare con urgenza al Pronto Soccorso perché provoca un’emorragia interna.
Tra le altre complicanze più comuni della mononucleosi ci sono il risentimento epatico, con un leggero aumento degli indici di citolisi epatica, come le transaminasi, che in genere si risolve fisiologicamente, e l’insorgenza in tarda età di alcuni linfomi, come il linfoma di Burkitt.
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L’artrosi è una condizione degenerativa che coinvolge le articolazioni, compromettendo l’integrità delle cartilagini articolari. Quando interessa il polso e la mano, tende a manifestarsi soprattutto nelle articolazioni interfalangee distali (quelle più vicine alla punta delle dita) e prossimali (quelle centrali), nonché nell’articolazione trapezio-metacarpale del pollice, creando la condizione comunemente definita come rizoartrosi.
Questa condizione può causare dolore, rigidità e una riduzione della mobilità, rendendo difficili anche le comuni attività quotidiane come afferrare oggetti leggeri, scrivere o utilizzare lo smartphone.
Cosa fare? Ne parliamo con il dottor Giorgio Pivato, Responsabile di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Con l’avanzare dell’età, la cartilagine delle articolazioni, che agisce come ammortizzatore tra le ossa, tende a consumarsi. Questo logoramento porta le ossa a sfregare direttamente l’una contro l’altra, provocando infiammazione e dolore nell’articolazione interessata. Tra le articolazioni della mano, quella alla base del pollice, nota come articolazione trapezio-metacarpale, è spesso la prima a essere colpita e quindi la prima a provocare dolore.
Il dolore è il sintomo iniziale dell’artrosi e può presentarsi in maniera intermittente, con picchi dolorosi caratterizzati da fitte intense che possono limitare l’uso della mano. Con il progredire della malattia, le articolazioni possono subire deformazioni, alterando la loro forma naturale e aggravando ulteriormente la sintomatologia.
Nelle fasi avanzate dell’artrosi, l’intera articolazione può deteriorarsi a tal punto da compromettere significativamente la funzionalità, con importante limitazione nello svolgimento delle normali attività quotidiane. Tuttavia, grazie ai meccanismi di compensazione naturali del corpo, è raro che si arrivi a una totale perdita di utilizzo della mano, il progredire della situazione porta solitamente ad aumento del dolore e ad una progressiva limitazione funzionale.
La diagnosi di artrosi si basa principalmente sull’esame clinico. Il dolore che si intensifica con determinati movimenti o alla pressione è un segno distintivo di questa condizione. Per confermare la diagnosi e valutare il grado di degenerazione articolare, è sufficiente una radiografia (RX) delle mani e dei polsi.
Il trattamento dell’artrosi mira principalmente a ridurre il dolore e consentire un ritorno alle normali attività quotidiane. Il primo approccio terapeutico è di tipo conservativo. L’uso di tutori, realizzati su misura da un terapista della mano, è spesso consigliato. Questi tutori, indossati inizialmente durante la notte, aiutano a mettere a riposo l’articolazione, riducendo il dolore avvertito durante il giorno.
Esistono anche tutori funzionali da utilizzare durante il giorno, progettati per sostenere l’articolazione nei movimenti che causano dolore, senza limitare i normali movimenti della mano. Oltre ai tutori, le terapie fisiche possono essere di grande aiuto, in particolare le onde d’urto, che possono essere ripetute nei periodi di dolore più intenso.
In alcuni casi, quando le terapie conservative non producono gli effetti desiderati, può essere necessario ricorrere a un intervento chirurgico. L’intervento ha come principale scopo la riduzione del dolore e la possibilità di tornare a svolgere le proprie attività quotidiane senza limitazioni, tuttavia è da prendere in considerazione solo al termine di un percorso conservativo che non ha portato ai risultati attesi.
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L’epilazione è una pratica comune non solo per motivi estetici, ma anche per contribuire alla salute della pelle, come nel caso di follicoliti post-rasatura, idrosadenite suppurativa o sinus pilonidalis.
La rimozione dei peli superflui può essere effettuata attraverso diverse tecniche, ognuna con vantaggi, svantaggi e specifiche indicazioni. La scelta del metodo più adatto richiede una corretta informazione e consapevolezza, poiché ogni pelle e zona corporea reagiscono in modo diverso ai trattamenti disponibili.
Ne parliamo con il dottor Michele Cardone, specialista in dermatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
È fondamentale distinguere tra epilazione e depilazione:
La scelta del metodo dipende da vari fattori, tra cui:
Anche la velocità di ricrescita dei peli varia a seconda del metodo scelto: la rasatura richiede frequenti ritocchi, poiché i peli possono ricomparire in pochi giorni, mentre la ceretta assicura una ricrescita più lenta, tipicamente di 3-6 settimane, grazie alla rimozione del pelo dalla radice.
Esistono diverse tecniche di epilazione, ognuna con pro e contro specifici:
Una corretta cura della pelle post-epilazione è fondamentale per prevenire irritazioni e infezioni. Ecco alcuni suggerimenti utili:
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La stenosi delle vie lacrimali acquisita è un difetto del sistema di drenaggio della via lacrimale. Le lacrime sono infatti prodotte a livello della ghiandola lacrimale e servono a detergere l’occhio. Una volta prodotte, le lacrime vengono raccolte da quello che potremmo definire “sistema idraulico”: quando la parte terminale di questo sistema, il dotto naso-lacrimale, è ostruito, la lacrima tracima dall’occhio e crea una lacrimazione eccessiva (epifora), che può essere estremamente fastidiosa per la persona che ne è interessata.
Ne parliamo con il dottor Luca Malvezzi dell’Unità di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il sintomo principale della stenosi delle vie lacrimali è l’epifora, una lacrimazione eccessiva rispetto alla norma dovuta a un’ostruzione del dotto naso-lacrimale.
L’aumento eccessivo della lacrimazione può impattare sensibilmente sulla qualità della vita perché non consente una visione limpida, limitando ad esempio la possibilità di leggere. Inoltre, la composizione salina delle lacrime disidrata la cute periauricolare, rendendola più fragile, irritabile e screpolata.
Con il tempo all’epifora si accompagnano infezioni ricorrenti o croniche del sacco lacrimale. Progressivamente il sacco lacrimale si dilata fino a diventare visibile, modificando il profilo dell’angolo mediale dell’orbita creando anche un franco inestetismo.
In tutti questi casi la soluzione chirurgica consente di risolvere l’infezione e riabilitare il sistema di drenaggio lacrimale migliorando la qualità di vita del paziente.
La chirurgia delle vie lacrimali serve a riadattare il sistema di drenaggio della via lacrimale in presenza di ostruzione del dotto naso-lacrimale, bypassando il dotto stesso e aprendo sulla parete del naso il sacco lacrimale.
Si tratta di un intervento endoscopico: un intervento che presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano viene sempre eseguito da due équipe, quella otorinolaringoiatrica e quella oculistica. Lo specialista otorinolaringoiatra, infatti, collabora nella fase di diagnosi di intervento e di follow-up post-operatorio con lo specialista oculista, che garantisce un’adeguata osservazione del paziente e del sintomo.
Nel corso degli anni l’esperienza accumulata nella gestione della patologia lacrimale, ha consentito al team di Humanitas non solo di documentare con diverse pubblicazioni scientifiche i risultati ottenuti, ma anche di modificare l’accesso chirurgico al sacco lacrimale ottimizzando così la tecnica chirurgica. Nel corso degli ultimi 18 mesi l’introduzione di bisturi piezoelettrici, ha ulteriormente favorito questa chirurgia riducendo in modo significativo il disagio delle medicazioni post-operatorie.
L’intervento di bypass della via lacrimale con apertura sulla parete laterale del naso del sacco lacrimale non è sempre necessario in caso di un eccesso di lacrimazione. Per questo, prima di proporre l’intervento, bisogna sempre eseguire una valutazione specialistica oculistica e un lavaggio della via laterale superiore per confermare la stenosi del dotto naso-lacrimale.
In caso questa sia confermata, si dovrebbe poi procedere chirurgicamente anche se il sintomo provoca solo fastidio, perché l’intervento precoce garantisce un’efficacia maggiore nel drenaggio e nella risoluzione dei sintomi. La procedura, eseguita da anni dal gruppo oculo-rinologico di Humanitas, è confermata da vari studi di Ricerca.
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L’orecchio può essere interessato da vari disturbi, più o meno comuni, che possono comportare sintomi come vertigini e acufene, oppure una perdita della funzionalità uditiva, parziale o totale, progressiva o improvvisa. I disturbi uditivi possono svilupparsi a qualsiasi età e, se non sono trattati adeguatamente, avere un impatto negativo sulla qualità di vita di chi ne soffre.
Quali sono i problemi più comuni e come è possibile proteggere il proprio apparato uditivo? Ne parliamo con il professor Giuseppe Spriano, Responsabile dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Quali sono i segnali della presenza di danni all’apparato uditivo? In primis la diminuzione della percezione dell’udito, che si manifesta inizialmente più in presenza di suoni ad alte frequenze come quelli generati da strumenti elettrici o per esempio dalla televisione. La diminuzione, quindi, può non risultare così evidente mentre si ascolta la voce umana ed essere invece sospettata ascoltando la televisione, telefono o citofono.
Questa particolarità dipende principalmente da un fattore: l’udito, infatti, tende a perdere la sua funzionalità prima sulle frequenze più acute, che corrispondono quindi a quelle diverse dalla frequenza fondamentale della voce umana che è media.
Come qualsiasi altro organo, anche quello uditivo può essere attaccato da infezioni, le classiche otiti acute, quindi è importante, quando possibile, proteggersi in modo da evitarle, oppure curarle in modo adeguato. Non bisogna mai sottovalutare la presenza di un’infezione perché, se non trattate, possono comportare l’insorgenza di otite cronica.
Vi possono essere inoltre banali ostacoli di tipo meccanico, classicamente i tappi di cerume, oppure malattie più serie come l’otosclerosi che richiede un intervento chirurgico. La perdita dell’udito (ipoacusia), può essere associata anche all’avanzare dell’età, la cosiddetta presbiacusia.
Importante anche evitare i danni da rumore, che possono provocare l’insorgenza di sordità. In Italia la legislazione protegge i lavoratori sottoposti a rumori molto elevati nel loro ambiente professionale con l’obbligo di utilizzo di dispositivi come tappi o cuffie in base ai decibel percepiti. L’udito viene infatti danneggiato quando un suono supera i 70 decibel.
In particolare, i tappi consentono al lavoratore che li utilizza di “guadagnare” 25 decibel di protezione, mentre le cuffie arrivano fino a 30 decibel. Con le cuffie, quindi, si può lavorare anche in un ambiente in cui il rumore supera i 70 decibel.
Un altro tipo di rumori che possono danneggiare l’orecchio sono quelli che si sentono attraverso casse o cuffie ascoltando la musica o giocando a un videogioco. Quando si ascolta musica da un dispositivo è consigliato non tenere mai il volume troppo alto, mentre durante i concerti si può fare ricorso ai tappi per le orecchie: in commercio si trovano anche tappi specifici per questo tipo di eventi. È consigliato anche posizionarsi lontano dagli altoparlanti e, se si avverte dolore alle orecchie, spostarsi in zone del locale più silenziose.
Per quanto riguarda i videogiochi, in molti è possibile impostare sia le funzioni di ascolto sicuro, sia un tempo limite per ogni sessione di utilizzo. Inoltre, si possono anche usare le cuffie per la cancellazione del rumore, in modo da diminuire l’esposizione a suoni troppo intensi.
L’acufene è un disturbo dell’orecchio comune, che tuttavia non va sottovalutato. L’acufene si manifesta come una specie di fischio all’interno dell’orecchio ed è provocato da un danneggiamento delle cellule acustiche della coclea. L’udito spesso è apparentemente normale proprio perché la caduta avviene per le frequenze acute e non per quelle della voce umana. Esistono tuttavia anche gli acufeni non causati da danni all’orecchio ma da organi vicini come i difetti dell’articolazione mandibolare. Anche le vertigini, causate spesso da malattie del labirinto, l’organo dell’equilibrio posto nell’orecchio interno, possono associarsi agli acufeni e a un abbassamento dell’udito.
Spesso, tuttavia, i pazienti con acufene o vertigini ritengono che siano manifestazioni poco pericolose e per questo non richiedono, anche per anni, una visita dallo specialista otorinolaringoiatra, rischiando così il peggioramento del disturbo e l’abbassamento della funzionalità uditiva. Un altro errore comune è quello di credere erroneamente che vertigini e acufene si associno all’artrosi cervicale: in realtà i due sintomi non sono collegati a questa patologia.
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