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#news #ospedale #humanitas #Rozzano #Milano
L’ictus è una grave emergenza medica provocata da un evento cerebrovascolare che interessa i vasi sanguigni del cervello e causa una sofferenza transitoria o permanente delle cellule del sistema nervoso centrale, con conseguenti deficit neurologici. L’ictus può essere ischemico, in caso di occlusione di un’arteria che porta sangue a una regione del cervello, oppure emorragico, se si rompe un vaso cerebrale, provocando un sanguinamento intracerebrale. Se non trattato immediatamente, l’ictus può causare la morte del paziente o una disabilità permanente.
Quali sono i sintomi dell’ictus? E come si interviene? Ne parliamo con il dottor Umberto Pensato, dell’Unità operativa di Neurologia d’Urgenza e Stroke Unit presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
I sintomi dell’ictus si manifestano in modo acuto, nell’arco di pochi secondi o minuti.
I principali sintomi sono:
In presenza di uno o più di questi sintomi, bisogna chiamare immediatamente il 112 e recarsi al Pronto Soccorso per ricevere un tempestivo intervento medico.
In presenza di sintomi associati all’ictus che durano pochi minuti e poi scompaiono, si parla di attacco ischemico transitorio (TIA). Il TIA è il campanello d’allarme che precede un futuro ictus: per questo, bisogna ugualmente recarsi in Pronto Soccorso per le necessarie valutazioni neurologiche.
Se si hanno o si osservano in altre persone sintomi compatibili con un ictus, bisogna chiamare tempestivamente il 112, perché è fondamentale intervenire il prima possibile. Secondo le stime, infatti, ogni minuto di ictus attivo senza trattamento comporta la perdita di circa 2 milioni di neuroni. Per questo il paziente deve arrivare in ospedale il prima possibile.
Il trattamento d’urgenza prevede, in caso di ictus ischemico, cioè occlusione di un vaso arterioso, la somministrazione di trombolisi, un farmaco che favorisce la riapertura del vaso, oppure l’intervento chirurgico di trombectomia. In caso di ictus emorragico, invece, si interrompe il sanguinamento mediante la riduzione della pressione, la somministrazione di farmaci e, in alcuni casi selezionati, con interventi neurochirurgici.
Si stima che circa il 50% degli ictus cerebrali sia prevenibile attraverso lo stile di vita. Per prevenire l’insorgenza di ictus, quindi, bisogna controllare periodicamente alcuni parametri, come la pressione arteriosa, il colesterolo e la glicemia, mantenere un peso corporeo nella norma, avere un’alimentazione bilanciata, praticare esercizio fisico regolare, evitare il fumo di sigaretta (incluse le sigarette elettroniche), l’assunzione di alcolici e, quando possibile, ridurre lo stress.
Per quanto riguarda l’alimentazione, la dieta consigliata è quella mediterranea, che prevede un ampio apporto di verdura, frutta, legumi e cereali integrali e un ridotto apporto di sale, zuccheri e cibi altamente processati. L’attività fisica da seguire va invece concordata con il medico sulla base delle proprie condizioni cliniche, ma è molto importante praticarla regolarmente, perché la sedentarietà è tra i principali fattori di rischio per lo sviluppo di patologie cardiovascolari e cerebrovascolari.
Infine, si consiglia di effettuare, fin da bambini, visite di controllo periodiche secondo le indicazioni dei programmi sanitari della Regione di residenza. Eseguire controlli medici regolari, infatti, consente di rilevare in anticipo eventuali fattori di rischio per l’insorgenza di ictus, e di intraprendere il percorso più adatto per contrastarli.
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Dopo il primo incontro in Humanitas, Luciano Ligabue rinnova la sua vicinanza ai giovani pazienti oncologici del progetto AYA di Humanitas Cancer Center. Questa volta, l’occasione è stata il suo concerto a Milano, preceduto da un incontro speciale con due ragazze del gruppo, Tatiana e Gloria, accompagnate dalla dottoressa Alexia Bertuzzi. Ci sono canzoni che accompagnano momenti importanti della vita, diventano ricordi, danno forza e aiutano a guardare avanti. Per Tatiana e Gloria, due giovani pazienti del progetto AYA (Adolescents and Young Adults) di Humanitas Cancer Center, la musica di Luciano Ligabue ha un significato speciale. E poter incontrare il loro artista del cuore, prima di assistere al suo concerto a Milano, è stata un’esperienza ricca di emozioni. Un incontro che rinnova il legame tra il cantautore e il gruppo AYA di Humanitas, dopo la sua visita in ospedale, quando aveva trascorso del tempo con i giovani pazienti oncologici, regalando loro un momento di condivisione e spensieratezza.
Per Tatiana, le canzoni di Ligabue sono molto più che musica: sono parole nelle quali ritrovarsi, emozioni che accompagnano anche i momenti più difficili e la forza di continuare a inseguire i propri desideri. «Non ricordo come ho iniziato ad ascoltarlo, ma so che ogni sua canzone sembra raccontare un pezzo di me», racconta. Il legame con la musica di Ligabue è fatto anche di attese, imprevisti e traguardi personali. Nel 2020 Tatiana aveva ricevuto in regalo un biglietto per Campovolo, ma il concerto era stato rinviato a causa della pandemia. I successivi rinvii, coincisi con un periodo particolarmente complesso della sua vita, hanno trasformato quell’appuntamento in un obiettivo da raggiungere. «Per me è stato un segno. Avevo un obiettivo: rimettermi in forma per partecipare. E ce l’ho fatta», ricorda. Nonostante le difficoltà e i timori legati alle sue condizioni di salute, nel 2022 è riuscita a essere presente, vivendo «un’esperienza unica e un’emozione indescrivibile». Tra le canzoni a cui è più legata c’è Riderai, ascoltata per la prima volta in macchina e capace di emozionarla profondamente. «È stato come sentirmi dire: vedrai che passerà questo momento difficile e tornerai a sorridere».
Anche per Gloria la musica di Ligabue custodisce ricordi e affetti profondi. La sua passione nasce in famiglia, grazie alla mamma, grande appassionata del cantautore, che ascoltava le sue canzoni ogni giorno, a casa e durante i viaggi in macchina. «All’inizio non ero io a scegliere cosa ascoltare, ma sono cresciuta imparando le sue canzoni quasi senza accorgermene», racconta Gloria. Con il tempo, quelle melodie sono diventate una scelta personale, accompagnando viaggi con gli amici, momenti speciali e tanti ricordi. «Da semplice colonna sonora della quotidianità di casa, sono diventate anche la colonna sonora di una parte importante della mia vita. Ancora oggi, quando parte una canzone di Ligabue, mi ritrovo a cantarla e a sorridere». Per entrambe, l’incontro con Ligabue e la possibilità di ascoltare dal vivo le sue canzoni hanno rappresentato un’occasione per vivere nuove emozioni e aggiungere un ricordo speciale alla propria storia.
Ad accompagnare Tatiana e Gloria in questa esperienza è stata la dottoressa Alexia Bertuzzi, responsabile dei sarcomi e dei tumori neuroendocrini del Cancer Center di Humanitas, che ha voluto ringraziare il cantautore per la sensibilità e l’attenzione dimostrate nei confronti dei giovani pazienti. «Ringrazio enormemente Ligabue per aver mostrato ancora una volta la sua vicinanza al nostro gruppo AYA. La sua sensibilità e la sua disponibilità rappresentano un gesto di grande valore che arriva dritto al cuore. Grazie al suo contributo, possiamo regalare sorrisi e momenti unici ai nostri ragazzi che stanno affrontando un periodo di fragilità, offrendo loro attimi di spensieratezza, condivisione e speranza. Grazie di cuore per aver scelto di essere al nostro fianco e di contribuire a rendere speciali momenti che resteranno nel cuore di tutti noi».
L’esperienza si inserisce nelle iniziative dedicate ai giovani del progetto AYA di Humanitas Cancer Center, con l’obiettivo di offrire occasioni di incontro, condivisione e leggerezza anche durante il percorso di cura. Perché, accanto alle terapie e all’assistenza clinica, anche le emozioni, le relazioni e la possibilità di coltivare le proprie passioni contribuiscono al benessere delle persone. E a volte basta una canzone, un incontro o una serata di musica per regalare un sorriso e creare ricordi destinati a durare nel tempo.
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Un importante riconoscimento internazionale per la Ricerca di Humanitas: il dott. Damiano Gentile, chirurgo senologo di IRCCS Istituto Clinico Humanitas, ha ricevuto l’EUBREAST Best Oral Presentation Award, il premio per la migliore presentazione orale in ambito chirurgico, durante BREASTANBUL 2026, il congresso internazionale dedicato alla diagnosi e al trattamento del tumore al seno, che si è svolto a Istanbul dall’8 al 10 ottobre.
Il riconoscimento è stato assegnato per la presentazione dei risultati preliminari di NEONOD2, studio clinico multicentrico italiano promosso e coordinato da Humanitas sotto la guida del Prof. Corrado Tinterri, Direttore della Breast Unit di Humanitas e Principal Investigator dello studio.
Frutto di sette anni di ricerca e della collaborazione tra 27 Breast Unit italiane, NEONOD2 affronta una questione ancora aperta nella chirurgia del tumore al seno: è sempre necessario rimuovere i linfonodi ascellari nelle pazienti che, dopo la chemioterapia neoadiuvante, presentano soltanto un residuo micrometastatico?
L’obiettivo dello studio è valutare – senza compromettere la sicurezza oncologica – la possibilità di evitare, in pazienti selezionate, la dissezione ascellare, un intervento che può impattare sulla qualità di vita delle donne con complicanze come linfedema, dolore cronico e limitazioni funzionali.
I risultati preliminari, raccolti su 538 pazienti, sono incoraggianti: le analisi non hanno evidenziato differenze statisticamente significative nella sopravvivenza libera da recidiva tra i gruppi studiati, anche se sarà necessario un periodo di osservazione più lungo per confermare la sicurezza di questo approccio nel tempo.
Il premio, conferito da EUBREAST (European Breast Cancer Research Association of Surgical Trialists), valorizza il lavoro della Breast Unit di Humanitas e la collaborazione tra i centri italiani coinvolti, contribuendo al confronto scientifico internazionale sulla possibilità di sviluppare strategie chirurgiche sempre più mirate e meno invasive, con l’obiettivo di preservare la qualità di vita delle pazienti mantenendo la sicurezza oncologica.
The post Tumore al seno: premiata a BREASTANBUL 2026 la presentazione dello studio NEONOD2 di Humanitas appeared first on Humanitas.
Gli antibiotici sono una categoria di farmaci con un impatto estremamente rilevante sulla salute globale. Gli antibiotici sono soluzioni particolarmente efficaci nel trattamento di patologie di origine batterica. Contengono infatti al loro interno sostanze in grado di supportare il sistema immunitario nel contrasto dei microrganismi patogeni interrompendone la proliferazione, sintetizzate o derivate a partire da organismi come i batteri stessi e i funghi.
Gli antibiotici dovrebbero essere assunti solo nelle specifiche situazioni cliniche che lo richiedono, un loro uso improprio porta infatti il rischio che si sviluppi antibiotico-resistenza, ossia la capacità acquisita dai batteri di resistere all’azione delle sostanze contenute negli antibiotici, con il rischio che l’organismo non sia più in grado di contrastare l’infezione.
L’Italia è tra i Paesi europei uno di quelli con i consumi più elevati e con preoccupanti livelli di germi multiresistenti a più di una classe di antibiotici. Secondo i dati AIFA relativi all’uso dei farmaci (Rapporto OsMed, 2025), a livello territoriale gli antimicrobici (prevalentemente antibiotici) rappresentano la quota di consumi di farmaci più elevata (1,7%) in Italia, superata solo dalla Francia (2%). In Italia, inoltre, si è registrato un aumento del 7% nel periodo 2021-2024, più che nel resto d’Europa (+4,4%).
Anche nel Rapporto Nazionale 2024 “L’uso degli antibiotici in Italia” a cura dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), si legge: “La situazione italiana è critica sia per la diffusione dell’antibiotico-resistenza sia per il consumo degli antibiotici, rendendo pertanto urgenti le azioni di prevenzione e controllo. Il consumo di antibiotici in ambito umano continua a essere superiore alla media europea, con una grande variabilità tra le Regioni. Nelle mappe europee relative alla distribuzione dei batteri resistenti in Europa, l’Italia detiene, insieme alla Grecia, il primato per diffusione di resistenze per la maggior parte dei patogeni”.
Ne parliamo con il professor Michele Bartoletti, responsabile dell’Unità Operativa di Malattie infettive dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Gli antibiotici sono prescritti dal medico in presenza di un’infezione batterica o quando vi è il sospetto elevato che questa infezione possa verificarsi. Gli antibiotici permettono la cura di tale infezione uccidendo o interrompendo la proliferazione dei microorganismi.
Le attività degli antibiotici sull’organismo dipendono da una serie di fattori, che vanno dalla tipologia di batteri che il singolo antibiotico è in grado di contrastare (quindi se l’antibiotico è efficace solo contro batteri specifici o ad ampio spettro), al tipo di azione esercitata sull’organismo, che può associarsi al livello di antibiotico nel sangue o dal tempo di permanenza nel circolo sanguigno. Insomma, l’utilizzo di ogni antibiotico (o di più antibiotici combinati) viene valutata in base alle specifiche condizioni cliniche della singola persona.
Per questo motivo è importante fare riferimento al medico e non assumere antibiotici in autonomia, ricordando sempre che si tratta di farmaci usati per curare specifiche patologie di origine batterica, non virale, come le influenze stagionali. Dalla dose del farmaco, a ogni quante ore assumerlo, alla durata complessiva della terapia: si tratta sempre di prescrizioni che vengono valutate dal medico in base al quadro clinico del paziente e che vanno seguite con attenzione e precisione. Allontanarsi dalla prescrizione, infatti, può diminuire l’efficacia della terapia e contribuire allo sviluppo di antibiotico-resistenza, con il rischio che l’organismo, a lungo termine, non sia più in grado di rispondere efficacemente all’azione del farmaco.
Gli antibiotici si dividono comunemente in classi per distinguerli sia in base alle molecole impiegate nella loro struttura, sia all’effetto esercitato sull’organismo: gli antibiotici che vengono usati abitualmente in Italia sono le penicilline, le cefalosporine, i macrolidi, le tetracicline e i fluorochinoloni.
L’antibiotico-resistenza indica la capacità del batterio di resistere al farmaco che dovrebbe debellarlo. In alcuni casi l’antibiotico-resistenza può essere fisiologica, ma in Italia e nei Paesi europei sta crescendo l’antibiotico-resistenza acquisita. Si tratta in questo caso di una condizione determinata da mutazioni genetiche che si associano a un adattamento del batterio che, nel corso del tempo, seleziona gli individui più resistenti. A oggi sono già state individuate diverse specie batteriche capaci di diventare resistenti a tutti gli antibiotici disponibili sul mercato: si tratta quindi di un problema sanitario importante, che riguarda tutta la comunità, con maggiore attenzione alle persone più fragili e ospedalizzate.
Le conseguenze dell’antibiotico resistenza sulle persone, ma anche sull’ambiente e sulla fauna, sono particolarmente rilevanti. Quando un patogeno diventa immune all’azione di un farmaco, infatti, la patologia che provoca diventa più complessa da curare, con tempistiche più lunghe e un maggior rischio di complicanze ed esiti infausti.
The post Antibiotici: che cos’è l’antibiotico resistenza appeared first on Humanitas.
Le patologie orali sono tra le problematiche di salute più diffuse al mondo: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che interessino circa 3,7 miliardi di persone. In Italia, secondo la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP), circa 9 milioni di adulti, il 15,7%, soffrono della forma grave di parodontite.
Il consensus della Federazione Europea di Parodontologia e dei medici di famiglia europei (EFP–WONCA Europe) ha concluso che la parodontite è collegata a malattie cardiovascolari, diabete, broncopneumopatia cronica ostruttiva e apnee ostruttive del sonno, anche a parità di altri fattori di rischio come il fumo. Lo stesso documento indica che il trattamento della parodontite migliora alcuni indicatori di rischio cardiovascolare.
L’OMS descrive il legame tra diabete e malattia parodontale come reciproco: il diabete ne favorisce lo sviluppo e la progressione. Il consensus EFP–WONCA aggiunge che curare la parodontite migliora gli esiti del diabete, per questo nelle persone con diabete la salute delle gengive rientra nella gestione complessiva della malattia.
Secondo l’OMS, la malattia parodontale si manifesta all’inizio con gengive che sanguinano o si gonfiano (gengivite). Nelle forme più gravi la gengiva si stacca dal dente e dall’osso di sostegno, e i denti possono diventare mobili fino a cadere.
La differenza tra le due fasi è decisiva: la SIdP ricorda che la gengivite è completamente reversibile se adeguatamente trattata, mentre la distruzione dei tessuti causata dalla parodontite è irreversibile, anche se la malattia può essere bloccata.
La Fondazione AIRC indica almeno una visita odontoiatrica all’anno per verificare la salute di denti e mucose, un’abitudine che diventa essenziale dopo i 60 anni. La frequenza delle sedute di igiene professionale va poi definita in base al rischio individuale: tra i principali fattori l’OMS indica la scarsa igiene orale e il fumo, a cui si aggiunge il diabete.
Ottobre è in Italia il mese dedicato alla prevenzione dentale, un’iniziativa arrivata nel 2026 alla quarantaseiesima edizione. I centri odontoiatrici all’interno delle strutture Humanitas propongono una visita di controllo che comprende l’esame di denti, gengive e mucose e la definizione dell’eventuale percorso più appropriato.
Chi ha diabete o patologie cardiovascolari può segnalarlo durante la visita: il consensus EFP–WONCA raccomanda una stretta collaborazione tra professionisti della salute orale e medici nella gestione di questi pazienti.
I centri propongono anche percorsi di prevenzione che permettono di fissare in anticipo l’intero ciclo di sedute di igiene, anche per più componenti della famiglia o per un’altra persona.
Prenota il tuo appuntamento cliccando qui:
The post Ottobre: mese della prevenzione dentale appeared first on Humanitas.
La vita ha il suo ritmo. Un ritmo che spesso diamo per scontato, finché qualcosa non lo interrompe. È proprio in quei momenti che essere pronti, conoscere i gesti giusti e sapere come agire può fare la differenza.
Dal 12 al 18 ottobre, in occasione della Settimana VIVA, Humanitas promuove un momento di sensibilizzazione dedicato alla rianimazione cardiopolmonare, rivolto ai professionisti dell’ospedale e ai cittadini.
Ti aspettiamo il 16 ottobre dalle ore 10:00 alle ore 17:00 presso il Building 2 di Humanitas, piano 1 per partecipare all’iniziativa:
KEEP THE BEAT, MAKE THE DIFFERENCE
Quando ogni secondo conta, puoi essere tu a salvare una vita
L’obiettivo è condividere conoscenze e strumenti pratici per sapere come comportarsi quando ci si trova di fronte ad un arresto cardiaco, fuori e dentro l’ospedale. Dalle principali manovre di primo soccorso alla rianimazione cardiopolmonare, fino alle informazioni da fornire e ai contatti da chiamare in caso di necessità: gesti, conoscenze e strumenti che possono diventare preziosi quando ogni secondo conta.
Questa giornata quest’anno ha un significato ancora più profondo per la nostra community. I professionisti Humanitas dedicheranno il progetto alla collega Silvia Bonalumi, scomparsa improvvisamente. Il suo sorriso e la sua energia ci hanno dato la spinta per incontrarci e ricordare ciò che ci unisce: siamo una comunità che cura e in cui ognuno di noi può essere un supporto concreto di fronte a una difficoltà.
Perché quando il ritmo cambia, essere nel cuore dell’azione significa sapere cosa fare, per fare la differenza.
The post KEEP THE BEAT, MAKE THE DIFFERENCE: il 16 ottobre insieme per la Giornata mondiale della rianimazione cardiopolmonare appeared first on Humanitas.
La trombosi venosa è una malattia cardiovascolare che interessa i vasi sanguigni venosi. I danni che comporta sono importanti e in alcuni casi possono avere esito infausto: la trombosi venosa, infatti, determina un’occlusione parziale o totale del vaso, che drena il sangue da un organo, che quindi va incontro a sofferenza. Se riconosciuta precocemente è possibile intervenire in modo efficace e ridurre l’incidenza di sviluppo di complicanze severe.
Cerchiamo di capire che cos’è la trombosi venosa, come si manifesta e come si può curare e prevenire. Ne parliamo con il dottor Corrado Lodigiani, Responsabile del Centro Trombosi e Malattie Emorragiche dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La trombosi venosa è un evento piuttosto comune che si verifica in 1 ogni 1000 persone di età inferiore a 65 anni e 1 ogni 100 persone con più di 65 anni.
I vasi venosi non portano il sangue verso gli organi, come le arterie, ma trasportano il sangue “sporco” dagli organi verso i polmoni, dove si ossigena e rinnova. Se, quindi, nella trombosi arteriosa si verifica un mancato afflusso di sangue a un organo, che muore (infarto), nella trombosi venosa il sangue non refluisce correttamente con una conseguente sofferenza degli organi coinvolti. In presenza di trombosi, nelle vene, infatti, si forma un coagulo di sangue (trombo) che occlude il vaso sanguigno e interrompe la circolazione. Questo coagulo anomalo è composto da globuli bianchi, globuli rossi e piastrine (quindi le cellule del sangue) unite in un agglomerato da una sorta di maglia stabilizzata dalle proteine della coagulazione del sangue. La trombosi venosa si verifica in genere alle braccia o alle gambe, più raramente possono essere coinvolte le vene profonde dell’addome o quelle cerebrali.
Se la trombosi colpisce le vene profonde abbiamo una trombosi venosa profonda, altrimenti – se a essere coinvolte sono le vene superficiali – si parla di trombosi venosa superficiale o meno correttamente di tromboflebite.
In alcuni casi il trombo si frammenta producendo emboli, ossia frammenti che possono raggiungere organi lontani dal punto originario del trombo comportando l’insorgenza di eventi potenzialmente severi come l’embolia polmonare e in casi più rari infarto cerebrale (ictus). In ogni caso, se la trombosi venosa viene individuata tempestivamente, è possibile intervenire con successo.
La trombosi venosa profonda avviene più frequentemente nelle persone con vene varicose, obesità, tumori, traumi, o può manifestarsi a seguito di operazioni chirurgiche, di una prolungata immobilità, per esempio in caso di ricoveri ospedalieri, durante la gravidanza e soprattutto il puerperio (i 45 giorni successivi al parto).
Anche l’utilizzo di pillola contraccettiva o della terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa possono favorire l’insorgenza di trombosi, soprattutto in persone con altri fattori di rischio. Un’altra causa è quella genetica: si parla in questo caso di trombofilia, ossia di un’anomalia geneticamente determinata di alcune proteine della coagulazione. In presenza di trombofilia, la persona sarà predisposta all’ipercoagulabilità del sangue e, quindi, a un maggior rischio che si formino coaguli di sangue dove non si dovrebbero costituire. La trombosi venosa superficiale (tromboflebite) è invece spesso la conseguenza di un’iniezione endovenosa o di un prelievo di sangue.
La trombosi venosa alla gamba, che è la forma più comune di questa patologia, si manifesta con aumento volumetrico dell’arto colpito, dolore più o meno intenso simile a quello di un crampo, intorpidimento, arrossamento e difficoltà motoria. Se si tratta di una tromboflebite può comparire sulla pelle un cordone duro e dolente, di colore rosso, in corrispondenza di una vena. Non sempre i sintomi sono così chiari: talvolta si ha solo dolore e una leggera differenza della circonferenza tra una gamba e l’altra.
La trombosi venosa al braccio è più rara invece, colpisce maggiormente le persone che compiono sforzi intensi con le braccia sollevate in alto, come certi atleti o per esempio i tecnici degli impianti di condizionamento dell’aria. Può manifestarsi con gonfiore, dolore, arrossamento del braccio o della mano. Quando a essere colpita è una vena di quegli organi che chiamiamo “centrali” (come cervello, intestino o fegato) il dolore sarà molto importante e potrebbero verificarsi delle alterazioni al normale funzionamento dell’organo. Per esempio la trombosi venosa cerebrale in genere si presenta con cefalea e alterazioni di tipo neurologico.
In presenza dei sintomi descritti è consigliabile recarsi in pronto soccorso. La diagnosi si avvale nel caso degli arti dell’ecocolordoppler: l’esame più semplice e rapido per confermare o escludere la presenza del trombo nella vena.
È importante andare tempestivamente in pronto soccorso qualora si presentino dolore al petto, mancanza di respiro, tachicardia, tosse con tracce di sangue: è possibile infatti vi sia un’embolia polmonare. La trombosi venosa profonda diventa particolarmente grave quando provoca embolia polmonare (fino al 90% dei casi di trombosi venosa profonda prossimale se non diagnosticata e quindi non curata in fase acuta). Una parte del coagulo formatosi in una vena si stacca e raggiunge il cuore e da qui il polmone, bloccando in tutto o in parte la circolazione fino a causare un infarto polmonare, ossia la morte di una porzione del polmone, con importanti conseguenze respiratorie, talvolta anche fatali.
Una diagnosi tempestiva è fondamentale per impostare una cura corretta e immediata. La terapia è in genere farmacologica, a base di anticoagulanti, farmaci in grado di fluidificare il sangue. La terapia va impostata al più presto possibile e proseguita per almeno 3-6 mesi non solo per prevenire l’insorgenza dell’embolia polmonare ma anche della sindrome post trombotica agli arti inferiori, una condizione dolorosa e invalidante che si manifesta con gonfiore, varici, macchie scure sulla pelle, ulcere cutanee e talora difficoltà di deambulazione.
Solo in caso di embolia polmonare grave con alto rischio di mortalità si devono usare farmaci trombolitici, che agiscono direttamente sui trombi sciogliendoli in pochi minuti: è questo un trattamento molto invasivo che può comportare emorragie e, dunque, va effettuato sotto continuo monitoraggio.
La trombosi venosa è una patologia severa ma per fortuna prevenibile piuttosto semplicemente. Infatti, anche nel caso vi sia una predisposizione genetica, lo stile di vita e l’alimentazione giocano un ruolo molto importante nella prevenzione. Sovrappeso e obesità sono tra i maggiori fattori di rischio per l’insufficienza venosa e quindi la trombosi ed è dunque fondamentale un’alimentazione controllata e la pratica quotidiana di attività fisica, anche a bassa intensità come la camminata o la bicicletta per almeno 30-40 minuti consecutivi 3-4 volte alla settimana.
Le donne che sono predisposte alla trombosi venosa per nota trombofilia, in particolare in presenza di sovrappeso od obesità, non dovrebbero assumere la pillola concezionale e dopo la menopausa la terapia sostitutiva soprattutto per bocca se non dopo aver consultato un esperto in emostasi e trombosi. È inoltre consigliabile indossare calze elastiche durante il giorno e tenere gli arti inferiori un po’ sollevati durante il riposo per evitare l’insorgenza di insufficienza venosa. La prevenzione più efficace è però la profilassi farmacologica anticoagulante in caso di interventi chirurgici, traumi agli arti inferiori, periodi di allettamento o significativa limitazione della mobilità in chi sa di avere una predisposizione genetica o altri fattori di rischio per la trombosi venosa.
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Le malattie reumatologiche colpiscono milioni di persone e si manifestano con dolore ad articolazioni, ossa e muscoli associato ad una componente variabile di infiammazione. Capire dove nasce, quando compare e che cosa modifica il dolore aiuta nella diagnosi: sintomi simili possono dipendere da meccanismi diversi e richiedere trattamenti differenti.
Ne parliamo con il professor Carlo Selmi, Responsabile dell’Unità Operativa di Reumatologia e Immunologia Clinica in Humanitas e docente di Humanitas University.
Per descrivere il dolore si usano classificazioni che rispondono a domande diverse. Innanzitutto ci occupiamo principalmente di dolore cronico, ovvero un sintomo che persiste da almeno qualche settimana ma spesso da anni. Dolore infiammatorio e dolore meccanico indicano soprattutto il modo in cui il sintomo si comporta durante la giornata e con il movimento. I termini nocicettivo, neuropatico e nociplastico descrivono invece il meccanismo che lo produce. Le due classificazioni non sono sovrapponibili ma hanno entrambe grande importanza.
Il dolore infiammatorio tende a essere più intenso a riposo, di notte o al risveglio. Spesso si associa a rigidità mattutina prolungata, gonfiore e calore dell’articolazione e può migliorare con un movimento graduale. È un quadro tipico delle artriti, anche se nessun singolo sintomo basta da solo per formulare la diagnosi.
Il dolore meccanico aumenta soprattutto con il carico e l’uso dell’articolazione e si attenua con il riposo. La rigidità al mattino è in genere breve, spesso inferiore a 30 minuti. È frequente nell’artrosi, che può comunque presentare fasi di infiammazione e gonfiore. La distinzione orienta la valutazione, ma non sostituisce visita ed esami quando indicati.
Il dolore nocicettivo nasce quando i recettori del dolore vengono attivati da un danno reale o potenziale dei tessuti. Può dipendere dall’infiammazione di un’artrite oppure dalle alterazioni articolari dell’artrosi ed è generalmente molto ben localizzabile. Il dolore neuropatico deriva invece da una malattia o lesione del sistema somatosensoriale e si caratterizza per parestesie, ovvero formicolii nel territorio di distribuzione del nervo coinvolto, come nella sindrome del tunnel carpale. Quello più recentemente identificato, ovvero il dolore nociplastico dipende da un’alterazione della nocicezione, senza che un danno tissutale o una lesione nervosa spieghino pienamente intensità, diffusione e persistenza dei sintomi. I meccanismi possono coesistere.
La parola artrite indica un’infiammazione dell’articolazione. Può dipendere da meccanismi autoimmuni o infiammatori cronici, come l’artrite reumatoide o l’artrite psoriasica, ma anche da infezioni o dalla deposizione di cristalli, più spesso con manifestazioni acute. Il sistema immunitario e la membrana sinoviale hanno spesso un ruolo centrale. Una diagnosi precoce è importante perché, nelle artriti infiammatorie, i farmaci di fondo o DMARD possono controllare la malattia e limitare il danno articolare.
L’artrosi è una patologia dell’intera articolazione: coinvolge cartilagine, osso, membrana sinoviale e strutture circostanti. Non è soltanto una conseguenza dell’età o una semplice usura. Familiarità, sovrappeso, traumi e sovraccarico aumentano il rischio. Il trattamento mira a ridurre il dolore e mantenere la funzione con esercizio, controllo del peso, terapia fisica, farmaci o infiltrazioni quando appropriati e, nei casi avanzati, chirurgia protesica.
Nella maggior parte dei pazienti la diagnosi si basa su visita, esami di laboratorio e tecniche di imaging. In centri selezionati come Humanitas, grazie all’esperienza della Prof.ssa Elisa Gremese, quando vi è una specifica indicazione, può essere eseguita una biopsia sinoviale: si prelevano piccoli campioni della membrana che riveste internamente l’articolazione, di norma con una procedura mini-invasiva guidata dall’ecografia o mediante artroscopia. L’analisi del tessuto può aiutare nei quadri dubbi o complessi, nella diagnosi differenziale e, in situazioni selezionate, nell’orientare una strategia terapeutica più personalizzata. Non è un esame di routine per ogni dolore articolare.
La fibromialgia è il principale esempio di dolore nociplastico. Il dolore è cronico, diffuso e persistente, può essere descritto come sordo, gravativo o urente e si associa spesso a una marcata sensibilità agli stimoli: anche una pressione lieve può risultare dolorosa. Sono frequenti stanchezza, sonno non ristoratore e difficoltà di concentrazione, con sintomi che possono variare nel tempo.
Il dolore nociplastico non è immaginario o soltanto psicologico: i sistemi che elaborano e modulano i segnali dolorosi sono diventati più sensibili. Può associarsi a dolore nocicettivo. Una persona con artrosi o artrite può sviluppare una componente nociplastica se il dolore diventa diffuso e persistente e non segue più soltanto l’attività della malattia o il carico.
La gestione della fibromialgia e della componente nociplastica è multimodale. Comprende educazione, esercizio graduale e personalizzato, cura del sonno e, quando utili, interventi psicologici e farmaci ad azione centrale. Gli analgesici e gli antinfiammatori tradizionali possono risultare poco efficaci se il meccanismo nociplastico è predominante; la scelta terapeutica va quindi adattata al profilo del singolo paziente.
La valutazione reumatologica considera sede, durata, andamento nelle 24 ore, rigidità, gonfiore, rapporto con movimento e riposo e impatto quotidiano. Tiene conto anche di sonno, fatica e distribuzione dei sintomi. Distinguere il meccanismo prevalente evita di attribuire ogni dolore all’infiammazione o alle immagini radiologiche. Nelle artriti attive serve controllare precocemente la malattia; nel dolore meccanico sono centrali funzione e carico; quando prevale la componente nociplastica occorre un programma integrato. La diagnosi può riconoscere forme miste e modificare il trattamento nel tempo evitando l’abuso di farmaci mediante autoprescrizione.
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Precedentemente nota come morbo di Crohn, la malattia di Crohn è una delle principali malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI o IBD, Inflammatory Bowel Disease).
È una patologia cronica che può avere un impatto significativo sulla qualità di vita. Una diagnosi tempestiva e un trattamento adeguato sono importanti non soltanto per controllare i sintomi, ma anche per ridurre l’infiammazione e prevenire, nel tempo, la comparsa di complicanze e danni intestinali.
Approfondiamo l’argomento con il professor Alessandro Armuzzi, Responsabile dell’Unità Operativa di Malattie infiammatorie croniche intestinali dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano.
La malattia di Crohn è una patologia caratterizzata da un’infiammazione cronica dell’apparato gastrointestinale. Può interessare qualsiasi tratto, dalla bocca all’ano, anche se più frequentemente coinvolge l’ultima parte dell’intestino tenue, chiamata ileo, e il colon.
L’infiammazione può interessare l’intera parete intestinale e, se non adeguatamente controllata, nel tempo può determinare complicanze quali restringimenti dell’intestino (stenosi), fistole e ascessi.
Le cause esatte della malattia di Crohn non sono ancora completamente conosciute. Si tratta di una patologia multifattoriale, nella quale interagiscono predisposizione genetica, sistema immunitario, microbiota intestinale e fattori ambientali.
Nelle persone predisposte si sviluppa una risposta immunitaria alterata nei confronti di componenti normalmente presenti nell’intestino, che contribuisce al mantenimento dell’infiammazione.
La familiarità aumenta il rischio di sviluppare la malattia, ma la malattia di Crohn non è una patologia ereditaria in senso stretto. Anche alcuni fattori ambientali, tra cui il fumo di sigaretta, l’alimentazione e più in generale lo stile di vita, possono contribuire al rischio di sviluppare la malattia e influenzarne l’andamento.
I sintomi possono essere differenti a seconda della sede, dell’estensione e dell’attività della malattia. Tra i più frequenti troviamo:
Quando è presente un interessamento perianale possono inoltre comparire fistole o ascessi nella regione intorno all’ano.
La malattia di Crohn può essere associata anche a manifestazioni che interessano altri organi, in particolare articolazioni, cute, occhi e, più raramente, fegato e vie biliari. Queste manifestazioni possono talvolta precedere la comparsa dei sintomi intestinali.
Una diagnosi tempestiva permette di impostare precocemente una strategia terapeutica personalizzata e di ridurre il rischio che l’infiammazione persistente provochi danni strutturali all’intestino.
I sintomi iniziali possono essere poco specifici e, in alcuni casi, sovrapporsi a quelli di condizioni molto più comuni, come la sindrome dell’intestino irritabile. Per questo motivo, in presenza di diarrea persistente, perdita di peso, anemia, dolore addominale ricorrente o altri sintomi suggestivi è opportuno rivolgersi allo specialista.
La diagnosi deriva dall’integrazione di diversi elementi e non da un singolo esame.
Lo specialista gastroenterologo può richiedere:
Gli esami consentono non soltanto di formulare la diagnosi, ma anche di definire la sede, l’estensione e la severità della malattia e di individuare eventuali complicanze.
Negli ultimi anni le possibilità di trattamento della malattia di Crohn sono aumentate considerevolmente.
La scelta della terapia viene personalizzata sulla base di diversi fattori, tra cui sede ed estensione della malattia, gravità dell’infiammazione, presenza di complicanze, caratteristiche del paziente, terapie precedentemente utilizzate e loro eventuale efficacia o tollerabilità.
Nelle forme che lo richiedono possono essere utilizzati corticosteroidi per periodi limitati, soprattutto per ottenere rapidamente il controllo dei sintomi e dell’infiammazione. In pazienti selezionati trovano inoltre impiego farmaci immunomodulatori.
Per le forme da moderate a gravi sono oggi disponibili numerose terapie avanzate, caratterizzate da differenti meccanismi d’azione. Tra queste rientrano:
Farmaci biologici:
1) anti-TNF, come infliximab e adalimumab
2) vedolizumab, che agisce selettivamente sul traffico dei linfociti verso l’intestino
3) ustekinumab, diretto contro le interleuchine 12 e 23
4) guselkumab, mirikizumab e risankizumab, diretti selettivamente contro l’interleuchina 23 (IL-23).
Piccole molecole:
1) upadacitinib, una terapia orale appartenente alla classe degli inibitori selettivi di JAK.
La disponibilità di farmaci con meccanismi d’azione differenti consente oggi di personalizzare maggiormente il trattamento sulla base delle caratteristiche della malattia, delle terapie già effettuate e delle caratteristiche del singolo paziente.
L’approccio treat-to-target
La gestione moderna della malattia di Crohn segue sempre più una strategia definita “treat-to-target”, cioè trattamento per obiettivi.
L’obiettivo non è soltanto migliorare o eliminare i sintomi, ma ottenere anche un controllo oggettivo dell’infiammazione e ridurre il rischio di progressione della malattia e di sviluppo di danno intestinale.
Per questo motivo durante il follow-up vengono valutati periodicamente sintomi, esami del sangue, calprotectina fecale e, quando necessario, endoscopia ed esami di imaging. In base ai risultati, il trattamento può essere confermato, ottimizzato o modificato.
Nonostante i notevoli progressi delle terapie farmacologiche, in alcuni pazienti può essere necessario ricorrere alla chirurgia, in particolare in presenza di stenosi, fistole, ascessi o altre complicanze, oppure quando la malattia non risponde adeguatamente alle terapie mediche.
La chirurgia non deve essere necessariamente considerata come l’ultima possibilità terapeutica: in alcune situazioni può rappresentare, all’interno di un percorso multidisciplinare, la strategia più appropriata.
La gestione della malattia di Crohn richiede un approccio specialistico e multidisciplinare, con l’integrazione di competenze gastroenterologiche, chirurgiche, radiologiche, nutrizionali e di altre specialità quando necessario.
In Humanitas i pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali sono assistiti presso il Centro medico-chirurgico per le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, diretto dai professori Alessandro Armuzzi e Antonino Spinelli.
Il paziente viene seguito dalla diagnosi durante tutte le fasi del percorso di cura, attraverso controlli clinici, esami di laboratorio, endoscopia, imaging e trattamenti medici o chirurgici quando indicati.
L’obiettivo è definire per ogni paziente una strategia personalizzata che permetta di controllare l’infiammazione, prevenire le complicanze e preservare nel lungo periodo la qualità di vita.
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La malattia di Crohn è una malattia infiammatoria cronica intestinale che si sviluppa in persone predisposte attraverso l’interazione tra fattori genetici, alterazioni della risposta immunitaria, microbiota intestinale e fattori ambientali, tra cui il fumo di sigaretta e alcuni aspetti dell’alimentazione.
L’infiammazione può interessare l’intera parete intestinale e, se non adeguatamente controllata, nel tempo può causare ulcere, stenosi, fistole o ascessi.
Una diagnosi tempestiva è importante perché permette di iniziare precocemente un trattamento adeguato, controllare l’infiammazione e ridurre il rischio di progressione del danno intestinale.
Ne parliamo con il professor Alessandro Armuzzi, Responsabile dell’Unità Operativa di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La malattia di Crohn e la sindrome dell’intestino irritabile (IBS) possono condividere alcuni sintomi, come dolore addominale, alterazioni dell’alvo e gonfiore.
Si tratta però di due condizioni profondamente diverse.
Nella malattia di Crohn è presente una infiammazione organica dell’intestino, che può provocare lesioni della mucosa e, nel tempo, complicanze strutturali.
La sindrome dell’intestino irritabile è invece un disturbo dell’interazione intestino-cervello e non è caratterizzata dalle lesioni infiammatorie tipiche della malattia di Crohn.
Alcuni sintomi e segni devono quindi far sospettare maggiormente una malattia infiammatoria intestinale. Tra questi:
La presenza di questi elementi non significa necessariamente avere la malattia di Crohn, ma rende opportuno un approfondimento specialistico.
È inoltre possibile che alcuni pazienti con una malattia infiammatoria intestinale ben controllata presentino contemporaneamente sintomi funzionali simili a quelli della sindrome dell’intestino irritabile. Per questo motivo è importante distinguere i sintomi dovuti a infiammazione attiva da quelli non associati a infiammazione.
La diagnosi viene formulata integrando sintomi, esami di laboratorio, esami delle feci, endoscopia e, quando necessario, tecniche di imaging.
Tra gli accertamenti più utilizzati vi sono:
Nella sindrome dell’intestino irritabile questi esami non evidenziano le caratteristiche lesioni infiammatorie della malattia di Crohn.
Non tutti i pazienti con sintomi intestinali necessitano però degli stessi accertamenti: il percorso diagnostico viene stabilito dal medico in base ai sintomi, all’età, alla storia clinica e alla presenza di eventuali segnali di allarme.
Una volta diagnosticata e caratterizzata la malattia è importante impostare una terapia adeguata, con l’obiettivo non soltanto di controllare i sintomi ma anche di spegnere l’infiammazione e prevenire la progressione del danno intestinale.
Oggi sono disponibili numerose opzioni terapeutiche, che vengono scelte in modo personalizzato in base alla gravità e alla localizzazione della malattia, alla presenza di complicanze e alle caratteristiche del singolo paziente.
Tra queste vi sono:
Farmaci biologici:
1) anti-TNF, come infliximab e adalimumab
2) vedolizumab, che agisce selettivamente sul traffico dei linfociti verso l’intestino
3) ustekinumab, diretto contro le interleuchine 12 e 23
4) guselkumab, mirikizumab e risankizumab, diretti selettivamente contro l’interleuchina 23 (IL-23).
Piccole molecole:
1) upadacitinib, una terapia orale appartenente alla classe degli inibitori selettivi di JAK.
Le terapie avanzate (farmaci biologici e piccole molecole) agiscono su specifici meccanismi coinvolti nell’infiammazione e hanno ampliato significativamente le possibilità di trattamento della malattia di Crohn.
La strategia terapeutica viene oggi sempre più impostata secondo un approccio treat-to-target: oltre al miglioramento dei sintomi, vengono valutati periodicamente biomarcatori, endoscopia e/o imaging per verificare che l’infiammazione sia effettivamente sotto controllo.
Anche l’alimentazione può avere un ruolo nella gestione della malattia di Crohn.
In alcuni pazienti possono essere utilizzate strategie nutrizionali specifiche, come la nutrizione enterale esclusiva o, in casi selezionati, la Crohn’s Disease Exclusion Diet (CDED) associata a nutrizione enterale parziale.
Non esiste tuttavia una dieta unica valida per tutti i pazienti con malattia di Crohn. L’alimentazione deve essere personalizzata in funzione dell’attività e della localizzazione della malattia, dello stato nutrizionale e dell’eventuale presenza di stenosi o precedenti interventi chirurgici.
Le diete restrittive intraprese autonomamente non sono raccomandate e, quando la dieta viene utilizzata con finalità terapeutiche è opportuno che sia impostata nell’ambito di un percorso specialistico.
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Il femore è l’osso della coscia ed è il più lungo e voluminoso del corpo. Si tratta di un osso particolarmente resistente ma può essere soggetto a rottura a qualsiasi età, per esempio in caso di traumi violenti nelle persone giovani e osteoporosi negli anziani. Una frattura del femore è molto dolorosa e si associa a una limitazione della funzionalità di tutta la gamba, impedendone i movimenti e il carico. Per questo bisogna richiedere velocemente assistenza medica.
Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Nelle persone giovani queste fratture sono causate da traumi ad alta energia e coinvolgono la parte lunga della diafisi del femore. Le fratture del femore interessano tuttavia spesso anziani e grandi anziani e in questi casi, generalmente, sono a carico del femore prossimale e non sono dovute a impatti ad alta energia ma sono causate da semplici cadute.
Negli anziani, le fratture del femore possono comportare un dolore molto alto, sanguinamento e la necessità di allettamento, con uno squilibrio importante delle abitudini di vita. Inoltre, in questi pazienti, è più elevato anche il rischio di sviluppare complicazioni anche gravi legate sia alla frattura, sia all’intervento chirurgico per trattarla.
Il primo sintomo che si sviluppa alla rottura del femore è il dolore, che accompagna tutte le fratture, a prescindere dal quadro clinico.
In presenza di una frattura del collo del femore (frattura intracapsulare), se la lesione è stabile la persona può riuscire a mantenere in posizione seduta o a camminare, ma avvertendo dei sintomi dolorosi che rendono comunque necessario in breve tempo l’accesso in Pronto Soccorso.
Se, invece, la frattura coinvolge la parte più laterale del femore prossimale (frattura extracapsulare), oltre al dolore in genere è presente anche una deformità. In particolare, l’arto risulta accorciato e ruotato verso l’esterno e qualsiasi tipo di movimento, anche passivo a opera di terzi, provoca un dolore molto elevato. In questo caso è bene chiamare immediatamente il 112.
Le fratture del femore comportano quasi sempre un trattamento chirurgico, necessario per permettere una precoce mobilizzazione del paziente dal letto. Pazienti anziani o grandi anziani, infatti, non devono passare un tempo eccessivo sdraiati ed è importante tutelare la possibilità di mettersi anche in posizione seduta.
Nell’anziano in caso di fratture mediali l’intervento chirurgico comporta una sostituzione protesica, mentre in caso di fratture laterali si tende invece a stabilizzare l’osso con un chiodo endomidollare. Nel giovane si tende, quando possibile, a privilegiare sempre la sintesi (con viti, placca o chiodo).
La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.
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Lo stiramento muscolare è un disturbo a livello del muscolo, che si osserva quando non è presente a una vera e propria lesione delle fibre ma vi è stata comunque una loro eccessiva sollecitazione. Lo stiramento (o elongazione muscolare) può provocare un accumulo locale di metaboliti tossici, con conseguente difficoltà di corretto rilassamento del muscolo sottoposto a uno sforzo eccessivo. La sintomatologia dello stiramento muscolare è quindi sostanzialmente funzionale e si manifesta come dolore localizzato nell’area del muscolo coinvolto.
Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, docente di Humanitas University e Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Lo stiramento muscolare si manifesta con un dolore improvviso che compare in relazione a uno specifico movimento. Il dolore torna poi a manifestarsi ogni volta che si effettua il movimento che ne è stato causa. Altri sintomi che possono associarsi allo stiramento muscolare sono il dolore al tatto nell’area coinvolta, la sensazione di rigidità e la difficoltà a compiere i movimenti abituali (limitazione funzionale).
Le cause dello stiramento muscolare possono essere varie e, in genere, associate a movimenti: spesso compare durante l’attività fisica o la pratica sportiva. In particolare, ciò può avvenire in assenza di una preparazione fisica adeguata, per l’assenza di riscaldamento prima dell’attività, per l’esecuzione di movimenti improvvisi a cui il muscolo non è preparato, o ancora per un’attività fisica eccessivamente prolungata, che provoca un affaticamento del muscolo con una conseguente riduzione del controllo nell’esecuzione dei movimenti.
Anche il mancato rispetto dei tempi di recupero previsti dopo uno sforzo intenso o in seguito a un infortunio può aumentare il rischio di stiramenti, così come la presenza di eventuali squilibri posturali.
Nelle prime fasi è essenziale sospendere l’attività sportiva; può essere utile applicare ghiaccio all’area interessata (per periodi non superiori a 15-20 minuti consecutivi) e assumere, se necessario, una terapia con farmaci antidolorifici. Se il dolore persiste, però, bisogna fare riferimento al medico, che, dopo una valutazione clinica, potrebbe prescrivere accertamenti diagnostici, come l’ecografia, per escludere eventuali lesioni muscolari.
In assenza di tali lesioni, è prevedibile una sospensione delle attività di circa due settimane: durante questo periodo è essenziale seguire le indicazioni ricevute e, se indicato dal medico fisiatra, può essere utile ricorrere a sedute fisioterapiche per ottimizzare la ripresa funzionale e dell’attività sportiva in sicurezza, riducendo il rischio di recidiva o di lesioni muscolari più importanti.
Per evitare l’insorgenza di uno stiramento o di una lesione muscolare, la prevenzione è fondamentale: è essenziale eseguire sempre il riscaldamento prima della pratica sportiva, non eseguire movimenti improvvisi e bruschi quando il muscolo è freddo e, se si è stati soggetti a infortunio, riprendere le attività dopo un adeguato periodo di riposo e di fisioterapia. In generale, è comunque fondamentale scegliere attività sportive adatte alla propria condizione fisica, con la dovuta attenzione alla propria preparazione fisica e al proprio livello di allenamento.
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La dermatite atopica, o eczema atopico, è una patologia infiammatoria cronica della cute ad andamento recidivante. Comporta sintomi a carico della pelle, come eczema, presenza di papule e secchezza cutanea, e può interessare persone di tutte le età. La dermatite atopica può avere un’influenza particolarmente negativa sulla qualità della vita, in particolare a causa del continuo prurito che provoca e che può interferire con le attività quotidiane e con il riposo notturno.
Ne parliamo con il dottor Mario Valenti, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La principale caratteristica della dermatite atopica sono le chiazze eritematose, rosse e pruriginose. Il fastidio provocato da queste chiazze ha un notevole impatto sulla qualità della vita delle persone con dermatite atopica, che sono costantemente disturbate dal prurito.
La dermatite atopica, infatti, rende difficile prendere sonno e svolgere le normali attività scolastiche, professionali e quotidiane, compromettendo la vita socio-relazionale del paziente. Dopo aver diagnosticato il disturbo è quindi fondamentale individuare una strategia terapeutica che sia il più efficace possibile per contenere i sintomi.
La dermatite atopica è una patologia cutanea immunomediata caratterizzata da una commistione di varie cause scatenanti. Si possono infatti identificare fattori genetici predisponenti, fattori ambientali o deficit di barriera cutanea. A queste cause si associa una forte attivazione immunologica (cascata infiammatoria) che provoca le principali manifestazioni della patologia, come eritema e prurito.
La dermatite atopica può peggiorare in associazione a stress psicofisico e cambi di stagione, ma è sempre provocata da un’attivazione immunologica alla base.
Per la dermatite atopica sono disponibili varie terapie, da valutare in base alla severità della malattia. Inizialmente si propende per la terapia locale, con creme emollienti ed eventualmente creme steroidee. Se la terapia locale risulta inefficace, può essere associata a terapie sistemiche, con steroidi sistemici e ciclosporine.
Oggi è anche possibile ricorrere a terapie biologiche o a piccole molecole, come i JAK inibitori, indicate nelle forme più gravi e refrattarie della patologia. Questi farmaci, infatti, agiscono sulla caratteristica attivazione infiammatoria, responsabile delle manifestazioni associate alla dermatite atopica, come il prurito.
La dermatite atopica non può essere propriamente prevenuta, ma può essere attenuata seguendo alcune strategie. Il consiglio è quello di utilizzare creme emollienti, per ricostruire la normale barriera cutanea, e detergenti oleosi non schiumogeni che garantiscono una minore irritazione cutanea. Utile inoltre usare indumenti ipoallergenici, preferibilmente di cotone, e detersivi e detergenti per la casa appositi.
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Quando si parla di salute, è comune pensare ai controlli soltanto quando compaiono sintomi. In realtà, molte patologie – in particolare quelle oncologiche e cardiovascolari – possono svilupparsi inizialmente in modo silenzioso, senza segnali evidenti.
È proprio per questo che la prevenzione ha un ruolo così importante: consente di monitorare il proprio stato di salute, individuare eventuali fattori di rischio e, quando necessario, approfondire tempestivamente il quadro clinico.
La prevenzione inizia dai comportamenti quotidiani. Non fumare, praticare attività fisica con regolarità, seguire un’alimentazione equilibrata, contribuiscono a ridurre il rischio di numerose patologie e a proteggere la salute nel tempo.
A questi aspetti si aggiunge un altro elemento fondamentale: la possibilità di accedere a un percorso strutturato, con controlli mirati e indicazioni chiare sui successivi passaggi da seguire.
Prendersi cura di sé non significa soltanto adottare stili di vita corretti, ma anche scegliere di controllarsi con regolarità.
Per accompagnare le persone in questo ambito, Allianz ha sviluppato una soluzione assicurativa che prevede un percorso dedicato alla prevenzione oncologica e cardiovascolare, con l’obiettivo di rendere i controlli più accessibili, ordinati e continuativi nel tempo.
Il programma si svolge nelle strutture Humanitas e si articola in due aree principali: oncologica e cardiovascolare.
L’approccio è quello di affiancare la persona lungo le diverse fasi del percorso: dalla valutazione iniziale agli eventuali approfondimenti indicati, fino al monitoraggio definito sulla base degli esiti.
A partire dai risultati emersi, viene definito un profilo di rischio utile a orientare il monitoraggio nel tempo.
In questo modo la prevenzione non si esaurisce in un singolo controllo, ma si sviluppa come un percorso progressivo e personalizzato.
In prevenzione, la periodicità dei controlli non è uguale per tutti: dipende dall’età, dal profilo di rischio e dagli esiti delle valutazioni precedenti. Una valutazione iniziale può offrire una fotografia utile, mentre i controlli successivi, quando indicati, consentono di osservare nel tempo eventuali variazioni dei parametri rilevanti.
Questo vale in particolare in ambito cardiovascolare, dove il controllo di alcuni parametri può aiutare a definire meglio il profilo della persona, ma anche in ambito oncologico, dove l’adesione agli screening raccomandati e la tempestività degli approfondimenti possono avere un ruolo molto rilevante.
Un percorso strutturato aiuta proprio in questo: a dare ordine ai controlli, facilitare l’accesso agli accertamenti e rendere la prevenzione una pratica concreta e continuativa.
Scegliere di fare prevenzione significa prestare attenzione alla propria salute prima che insorga un problema. Significa non aspettare il sintomo, ma conoscere meglio il proprio corpo, i propri fattori di rischio e le possibilità di intervenire per tempo.
In ambito oncologico e cardiovascolare, questo approccio può contribuire a rendere più tempestiva l’individuazione di eventuali criticità e più consapevole la gestione del proprio percorso di salute.
Per approfondire il percorso di prevenzione presso le strutture sanitarie di Humanitas, è possibile visitare il sito dedicato o leggere la brochure informativa.
Scarica la brochure:

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Il professor Gavriil Abramovich Ilizarov negli anni Cinquanta, presso l’ospedale di Kurgan, in Siberia, sviluppa un’intuizione destinata a cambiare l’evoluzione della pratica ortopedica. Osservando la guarigione delle fratture, Ilizarov si rese conto che l’osso possiede la naturale capacità di rigenerarsi se stimolato in modo graduale. Da qui nasce il metodo Ilizarov, che permette alle ossa interessate da traumi, gravi deformità, o condizioni patologiche di altro tipo, di guarire in maniera naturale, con la crescita di tessuto osseo sano rigenerato per distrazione, ovvero tramite il graduale allontanamento di capi ossei precedentemente soggetti a un taglio programmato (osteotomia).
Il 15 giugno 2026, in occasione del centocinquesimo anniversario della nascita del professor Gavriil Abramovich Ilizarov, è stata inaugurata presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) la nuova Unità Operativa di Ortopedia Ricostruttiva, Fissazione esterna e Allungamento degli arti, coordinata dal dottor Alexander Kirienko.
Il metodo Ilizarov permette oggi di trattare allungamenti degli arti, pseudoartrosi, correggere gravi deformità e intervenire alla ricostruzione post-traumatica. Il metodo comporta l’applicazione di un fissatore esterno circolare seguito eventualmente dall’esecuzione di un’osteotomia, cioè un taglio controllato dell’osso. Successivamente alla chirurgia, l’apparato consente una graduale correzione e un eventuale allungamento che avviene allontanando i monconi ossei di frazioni di millimetro al giorno.
Lo stimolo meccanico provocato dal fissatore attiva l’osteogenesi per distrazione, cioè la formazione di nuovo tessuto osseo nello spazio che si è venuto a creare. La crescita dell’osso avviene così fisiologicamente senza innesti.
In nessun caso l’apparato di Ilizarov costringe il paziente a letto. Anzi la mobilizzazione e il carico sono concessi sempre dal primo giorno dopo l’intervento.
Il fissatore presenta alcune limitazioni per il paziente, principalmente:
Il metodo Ilizarov viene preso in considerazione in presenza di diverse condizioni e disturbi.
Dismetria degli arti, una differenza di lunghezza tra due arti, inferiori o superiori. Se la dismetria interessa gli arti inferiori, anche se contenuta, può alterare postura, equilibrio di bacino e colonna e deambulazione, mentre dismetrie più gravi compromettono significativamente la qualità della vita. Può avere cause congenite, ed essere quindi presente dalla nascita, per malformazioni o displasie scheletriche, cause post-traumatiche, come fratture o traumi associati alla perdita di un tratto d’osso, oppure essere provocata da infezioni e altre patologie che possono alterare la crescita dell’osso.
Deformità congenite e post-traumatiche degli arti, ossia un’alterazione dell’asse, della forma, o della rotazione di un osso o di un segmento osseo. Una deformità può comportare un disallineamento visibile, una rotazione anomala dell’arto, un accorciamento, o ancora una combinazione di questi elementi. Le deformità possono causare dolore, difficoltà nella deambulazione e sovraccarico delle articolazioni. Anche in questo caso le cause possono essere congenite, post-traumatiche, o associate a infezioni e patologie.
Pseudoartrosi, la mancata consolidazione di una frattura. Si sviluppa se l’osso fratturato non guarisce nei tempi previsti e i due segmenti non si saldano tra loro. Può essere atrofica, se le estremità ossee sono assottigliate e non si toccano, oppure ipertrofica, se le estremità si allargano e si toccano, ma senza saldarsi. La pseudoartrosi provoca dolore e difficoltà o impossibilità a usare l’arto.
Osteomielite, un’infezione di osseo e midollo osseo. Si tratta di una condizione grave che può provocare sintomi come dolore, arrossamento, gonfiore, febbre e, se si cronicizza, fistole, ossia fuoriuscita di materiale dall’osso fino alla cute. L’infezione può svilupparsi a seguito di una frattura, in particolare se esposta, con l’osso che entra in contatto con l’esterno, oppure come complicanza di interventi chirurgici, o ancora diffondersi all’osso tramite il sangue da un’infezione presente in un’altra sede dell’organismo.
Bassa statura costituzionale o da displasia scheletrica. Con displasia scheletrica si intende un gruppo di condizioni che alterano lo sviluppo delle ossa, come acondroplasia e ipocondroplasia, che causano un accorciamento marcato degli arti. Queste condizioni, oltre alla riduzione della statura, possono associarsi anche a deformità degli arti e altre alterazioni scheletriche che impattano sulle attività quotidiane della persona.
Il metodo Ilizarov viene applicato in varie tipologie di trattamenti.
Allungamento osseo con fissatore esterno, una procedura che consente di aumentare in modo progressivo la lunghezza di un segmento osseo. Il chirurgo esegue un taglio programmato dell’osso (osteotomia) e applica un fissatore esterno. Questo, ancorato all’osso con fili o viti, mantiene allineati e stabili i due segmenti. Nei giorni successivi all’intervento, agendo sul fissatore, i due capi ossei vengono allontanati molto lentamente e gradualmente. Lo stimolo graduale induce quindi l’organismo a depositare nuovo tessuto osseo nello spazio che si è formato.
Allungamento osseo con chiodo endomidollare telescopico, una tecnica di allungamento osseo che impiega un dispositivo collocato all’interno del canale dell’osso invece di un apparato esterno. Si esegue un taglio chirurgico dell’osso e si sfrutta il principio dell’osteogenesi per distrazione, ma il meccanismo che allontana gradualmente i segmenti ossei è interno. Il chiodo è un’asta metallica telescopica con un piccolo motore magnetico. Una volta inserito nel canale osseo, il chiodo può essere attivato con un telecomando, per cui a ogni attivazione l’asta si allunga in modo graduale e programmato.
Trasporto osseo, una tecnica ricostruttiva che consente di colmare un difetto osseo, ovvero la mancanza di un tratto di osso, senza innesti metallici o sintetici. In questo caso dopo aver trasportato il segmento osseo danneggiato, per esempio per infezione o necrosi, si esegue un’osteotomia in una zona sana dell’osso. Il frammento così ottenuto viene quindi trasportato lentamente, con il fissatore esterno, attraverso lo spazio vuoto, fino a raggiungere e saldarsi al moncone opposto. Mentre il frammento avanza, dietro si forma un nuovo osso per osteogenesi per distrazione, in modo che il difetto venga progressivamente riempito da osso vitale.
Osteotomia per correzione progressiva delle deformità: in questa tecnica l’osteotomia si associa a un fissatore esterno che consente di correggere la deformità gradualmente, agendo lentamente sull’apparato. Si tratta di un approccio molto utile nelle deformità complesse, perché consente di correggere tutte le componenti in modo controllato e, se necessario, di allungare al contempo il segmento. La gradualità, inoltre, riduce i rischi per le strutture nervose e vascolari.
Correzione delle deformità di piede e caviglia, una tecnica che prevede l’applicazione di un fissatore esterno circolare al piede e alla gamba per poi procedere successivamente alla correzione lenta e progressiva della deformità. Questa modalità sfrutta la capacità dei tessuti di adattarsi a una trazione lenta e graduale e si può così riportare il piede in una posizione corretta rispettando le strutture, anche in deformità rigide e di vecchia data.
Artrodesi di caviglia, sottoastragalica e triplice, un intervento che porta alla saldatura permanente dei segmenti ossei che compongono un’articolazione. Eliminando il movimento di un’articolazione gravemente compromessa e dolorosa.
La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.
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La carenza di scorte di sangue e plasma affligge l’intero territorio nazionale.
Diventiamo donatori! C’è bisogno di tutti, perché ognuno di noi può essere una grande risorsa per gli altri.
Il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Paolo è aperto regolarmente a tutti coloro che vogliono donare il sangue. Per informazioni, consulta la pagina dedicata: clicca qui.
Oltre alla programmazione cui ogni cittadino può aderire per donare, sono inoltre in programma quattro aperture domenicali presso il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Paolo. Di seguito il calendario con le date disponibili:
Il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Paolo si trova in Via Antonio di Rudinì, 8, 20142 Milano (MI).
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