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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Smile Days: le giornate dedicate all’ortodonzia
Data articolo:Fri, 13 Feb 2026 09:18:13 +0000

In occasione degli Smile Days, in programma il 24 e 26 febbraio, Il Dental Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas promuove due giornate dedicate all’ortodonzia trasparente, durante le quali sarà possibile approfondirne i vantaggi e ricevere una consulenza personalizzata.

Cosa include la partecipazione agli Smile Days?

  • Ricevere un consulto odontoiatrico dalla nostra specialista, la Dott.ssa Ferro
  • Provare lo scanner intraorale 3D: una tecnologia che permette di prendere le impronte dentali in modo rapido e confortevole
  • Visualizzare un’anteprima digitale dell’allineamento
  • Ottenere un preventivo e una pianificazione della cura personalizzata
  • Scoprire le diverse soluzioni per allineare i denti in modo discreto ed efficace

Perché partecipare?

  • Consulto con il nostro staff odontoiatrico
  • Valutazione dell’allineatore trasparente: gli apparecchi ortodontici trasparenti ti permettono di affrontare il trattamento senza rinunciare all’estetica
  • Comodità: i materiali utilizzati sono di alta qualità e sono rimovibili, quindi consentono di ottenere un maggiore comfort durante lo sport e una migliore igiene dentale.

Come partecipare?

Per prenotare il tuo consulto, ti invitiamo a contattare il nostro Dental Center al numero 02 82246868 oppure scrivere all’indirizzo mail cup-odonto.ich@humanitas.it


Dental Center – IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Via Alessandro Manzoni 56, Rozzano, Building 2, Piano 1

Direttore Sanitario per i Servizi Odontoiatrici Dott. Robles Rodriguez Sergio – Iscr. all’Albo Provinciale degli Odontoiatri di Bergamo n.1141


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A cura di mmaestri
Tumore mammario: novità terapeutiche e medicina personalizzata
Data articolo:Wed, 11 Feb 2026 09:17:28 +0000

Il tumore della mammella è una malattia molto frequente e negli ultimi anni si osserva un lieve aumento dei casi, soprattutto tra le donne più giovani. Nasce da un’alterazione delle cellule della ghiandola mammaria, che iniziano a crescere in modo incontrollato. Oggi, però, le possibilità di cura sono molto più ampie rispetto al passato: non esiste più un’unica terapia, ma diverse opzioni che possono essere scelte e combinate in base alle caratteristiche della malattia e della paziente.

Ne parliamo con la professoressa Carmen Criscitiello, Responsabile di Oncologia Mammaria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas San Pio X.

Le novità terapeutiche per il tumore della mammella

Se, in svariati casi, è ancora fondamentale il ricorso alla chemioterapia, ci sono oggi trattamenti di diverso tipo per curare le pazienti con tumore della mammella, con un arricchimento delle possibilità terapeutiche sia in fase precoce sia in fase metastatica. Parliamo per esempio dei trattamenti endocrini (anti ormonali), dei farmaci biologici, oppure degli ADC – farmaci anticorpo-immunoconiugati, o ancora dell’immunoterapia.

Inoltre, non sono solo le ricerche sui nuovi farmaci a rappresentare una novità nell’ambito del tumore della mammella. Bisogna infatti considerare anche quelle terapie che si riescono a spostare in setting più precoci rispetto a quelli per cui sono state inizialmente applicate, oppure la possibilità di combinare tra loro diversi farmaci. In particolare gli anticorpi farmaco-coniugati (ADC) hanno mostrato benefici eccezionali in diversi sottotipi di tumore della mammella e in diverse fasi e contesti di malattia per cui in passato si avevano a disposizione meno opzioni terapeutiche.

Effetti collaterali e nuove terapie

I progressi terapeutici si sono in alcuni casi associati all’insorgenza di nuovi effetti collaterali. Non ci sono, infatti, trattamenti privi di tossicità, ma si tratta di effetti indesiderati conosciuti e valutati dal team di specialisti oncologi al momento della prescrizione del trattamento. La paziente viene inoltre sempre informata dei possibili effetti collaterali e attivamente coinvolta nel riscontro tempestivo e precoce di eventuali tossicità, in maniera da poterle gestire e contenerne gli effetti più fastidiosi.

Medicina personalizzata: cosa significa?

Si parla spesso di medicina di precisione e medicina personalizzata. Con questi termini si intende il processo di identificazione della terapia più appropriata per ciascuna paziente, allontanandosi dal concetto di un’unica terapia valida per ciascun caso.

Il team di specialisti, quindi, valuta le condizioni cliniche della paziente nel loro complesso, con uno stretto lavoro di collaborazione con gli anatomo-patologi nell’analisi delle caratteristiche del tumore. Ma vengono anche presi in considerazione lo stile di vita, con le abitudini e necessità quotidiane della paziente e la sua sfera socio-familiare, lavorativa e di interessi. In questo modo è possibile identificare la terapia più appropriata per ciascuna persona.

Visita specialistica oncologia mammaria

La visita di oncologia mammaria è fondamentale per predisporre nuovi accertamenti e impostare una terapia specifica in caso di diagnosi di tumore alla mammella.

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A cura di mmaestri
Allergia al nichel: i sintomi e i test per la diagnosi
Data articolo:Wed, 11 Feb 2026 08:53:56 +0000

Il nichel è un elemento presente come costituente della crosta terrestre e per questo ampiamente diffuso in natura, per esempio nell’acqua, in diversi alimenti. Il nichel si trova in diversi oggetti di uso comune, come gioielli e piercing, orologi, bottoni, monete, maniglie, chiavi, ma anche detergenti e cosmetici. Si tratta di un’allergia che può insorgere a qualsiasi età, in seguito a un’esposizione continuativa nel tempo a oggetti contenenti nichel. 

Quali sono i sintomi dell’allergia al nichel e come si diagnostica? Ne parliamo con la dottoressa Maria Rita Messina del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Allergia al nichel: come riconoscerla? 

L’allergia al nichel si manifesta tipicamente come dermatite allergica da contatto nell’area del corpo che entra a contatto con materiali e oggetti in cui è presente questo metallo (per esempio bottoni, gioielli o cosmetici), con la comparsa di segni e sintomi quali:

In genere i sintomi della dermatite allergica da contatto insorgono dopo 12-48 ore dal contatto con il nichel e possono persistere anche per settimane. In alcuni casi, i segni dell’allergia possono localizzarsi anche in sedi corporee diverse da quelle che vengono a contatto con la sostanza responsabile. In presenza di manifestazioni cutanee che fanno sospettare la presenza di un’allergia, bisogna fare immediatamente riferimento allo specialista allergologo, per la diagnosi e per impostare un trattamento adeguato. 

I test per la diagnosi dell’allergia al nichel

L’allergia al nichel viene diagnosticata dallo specialista allergologo durante la visita allergologica. Lo specialista ascolta i sintomi riportati dal paziente, l’occasione in cui si sono manifestati e valuta l’entità di eventuali sfoghi cutanei ancora presenti. Per confermare la diagnosi, in genere si esegue il patch test: un esame che comporta l’applicazione sulla schiena della persona interessata dall’allergia di cerotti con all’interno estratti delle sostanze che potrebbero essere responsabili della reazione, come il nichel. I cerotti devono essere mantenuti sulla pelle per 48-72 ore e nei giorni in cui il test è in corso di svolgimento, bisogna evitare di svolgere attività fisica, esporsi al sole o sudare. Al termine dell’esame, i cerotti vengono rimossi e il medico può valutare le reazioni cutanee nell’area interessata e impostare la terapia più adeguata, che in genere comprende l’utilizzo per via topica oppure orale di farmaci antistaminici e corticosteroidi. Chi ha una diagnosi di allergia al nichel deve inoltre evitare il contatto con oggetti che lo contengono.

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A cura di mmaestri
Sindrome di Menière: sintomi e cause
Data articolo:Tue, 10 Feb 2026 13:08:08 +0000

La malattia di Menière è una sindrome clinica caratterizzata da crisi vertiginose e ricorrenti, a volte invalidanti, che possono durare da mezz’ora fino a qualche ora. Spesso queste crisi sono precedute da manifestazioni come ronzii e rumori nell’orecchio (acufene) e a un senso di ovattamento dell’orecchio, e accompagnate da un’intensa sintomatologia neurovegetativa, con nausea e vomito.

Ne parliamo con il dottor Stefano Miceli, dell’Unità di Otorinolaringoiatria dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Malattia di Menière: le cause e i sintomi

Le cause della malattia di Menière attualmente non sono conosciute. L’ipotesi più accreditata è che il disturbo dipenda da un’alterazione della normale distribuzione dei liquidi dell’orecchio interno (endolinfa e perilinfa). Questa alterazione, nel corso del tempo, provoca un danneggiamento e una dilatazione degli spazi endolinfatici, provocando la cosiddetta idrope endonlinfatica.

La malattia di Menière è caratterizzata da crisi vertiginose ricorrenti e a volte invalidanti, che durano da mezz’ora a qualche ora. Si associano a una sintomatologia neurovegetativa intensa, con nausea e vomito, e possono essere precedute o accompagnati da sintomi otologici, come la sensazione di ovattamento dell’orecchio e l’acufene, un ronzio percepito nell’orecchio. Nelle fasi in cui invece non sono presenti le crisi vertiginose è possibile avvertire una sordità monolaterale o bilaterale ad andamento fluttuante, ovvero variabile nel tempo.

Inoltre, in fase avanzata, la malattia di Menière può associarsi a un progressivo peggioramento della capacità uditiva, fino ad arrivare alla sordità irreversibile. La sordità è in genere monolaterale, mentre quella bilaterale è più rara.

Come si diagnostica la malattia di Menière?

La diagnosi della malattia di Menière viene eseguita dallo specialista otorinolaringoiatra, è principalmente clinica e si basa sulle caratteristiche delle crisi vertiginose (durata, frequenza e intensità) e dai sintomi che le accompagnano.

Possono inoltre essere richiesti esami di approfondimento, come:

  • esame audiometrico: utile per evidenziare una sordità neurosensoriale sulle basse frequenze;
  • risonanza magnetica dell’encefalo con mezzo di contrasto: un esame radiologico molto importante, che consente di visualizzare le strutture dell’orecchio interno ed escludere altre patologie che possono simulare la malattia di Menière.

Le terapie per la malattia di Menière

L’obiettivo principale del trattamento della malattia di Menière è il controllo della frequenza delle crisi vertiginose. Purtroppo, invece, non è attualmente possibile prevenire o curare la sordità ingravescente che colpisce alcuni pazienti.

Il trattamento è quindi conservativo e si basa su una terapia farmacologica sistemica e su una terapia farmacologica intratimpanica. La terapia farmacologica sistemica serve a ridurre frequenza e intensità delle crisi vertiginose, ma se non risulta efficace è necessario ricorrere a trattamenti farmacologici intratimpanici con farmaci come la gentamicina o il cortisone.

L’introduzione dei trattamenti farmacologici intratimpanici, che consentono di controllare efficacemente la frequenza delle crisi vertiginose, ha ridotto gli interventi chirurgici più invasivi, come la sedazione del nervo vestibolare (neurectomia vestibolare) o l’ablazione chirurgica dell’organo dell’equilibrio (labirintectomia chirurgica).

Cosa fare con la malattia di Menière?

Durante la crisi vertiginosa la persona deve solamente seguire la terapia sintomatica per ridurre i sintomi neurovegetativi, quindi la nausea e il vomito, che accompagnano la crisi. Le vertigini in genere si risolvono e autolimitano fisiologicamente entro 3-4 ore.

Tra una crisi vertiginosa e la successiva (fasi intercritiche) è consigliato praticare un’attività sportiva, sempre in base alle proprie condizioni cliniche. L’attività fisica, infatti, consente di aumentare il compenso vestibolare e quindi ridurre la sensazione di instabilità che spesso le persone interessate da questo disturbo avvertono nella loro quotidianità.

Non bisogna neppure avere paura di prendere l’aereo. Non esistono infatti controindicazioni a utilizzare l’aereo perché le variazioni della pressione atmosferica non influiscono sulla funzione dell’orecchio interno.

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A cura di mmaestri
Antistaminico e allergia: quando serve?
Data articolo:Tue, 10 Feb 2026 10:03:08 +0000

Gli antistaminici sono una classe di farmaci prescritta in genere per trattare le manifestazioni sintomatiche delle allergie. Gli antistaminici possono essere di vario tipo (in genere suddivisi in antistaminici di prima generazione e antistaminici di seconda e terza generazione) e da assumere in diverse forme, come quella orale (capsule, compresse o sciroppo), quella in spray nasale, oppure in forma topica (creme e lozioni). In genere, il tipo di antistaminico e le sue modalità e tempistiche di assunzione sono valutate dallo specialista in base alle specifiche manifestazioni sintomatiche dell’allergia e alle necessità cliniche del paziente.

Ne parliamo con il dottor Giovanni Paoletti del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Antistaminici: come funzionano?

In presenza di un’allergia l’organismo, quando entra a contatto con l’allergene che ne è la causa, rilascia istamina, una sostanza chimica che si lega ad alcuni recettori presenti sulla superficie cellulare scatenando la reazione allergica vera e propria con la sua sintomatologia specifica. La reazione allergica può essere di gravità variabile e comprendere sintomi analoghi al raffreddore, sintomi cutanei o sintomi più gravi a carico delle alte vie respiratorie.

In presenza di una reazione allergica, l’azione dell’antistaminico contrasta l’azione dell’istamina, contenendo così i sintomi associati. Per questo, in persone con allergie già diagnosticate, gli antistaminici possono essere utilizzati non solo al bisogno ma anche in via preventiva, per evitare lo sviluppo di sintomi quando c’è il rischio concreto di entrare a contatto con l’allergene.

A cosa servono gli antistaminici?

I farmaci antistaminici sono prescritti e utilizzati come farmaco sintomatico. Per esempio, se la persona ha manifestazioni come prurito a livello di naso o occhi, o a livello cutaneo, l’antistaminico consente di limitare la severità del sintomo. Inoltre, in alcune forme di patologia come l’orticaria cronica, l’antistaminico può avere anche un lieve effetto immunomodulante, utile a gestire e trattare il disturbo.

Infine, in alcuni casi, gli antistaminici possono essere usati come terapia per l’insonnia o il mal d’auto, ma sempre sotto controllo medico. Gli antistaminici non vanno invece utilizzati in presenza di raffreddore comune, perché non sono utili alla risoluzione dei sintomi, nonostante questi siano molto simili a quelli delle allergie.

Antistaminici: quando prenderli?

Gli antistaminici possono essere usati, a seconda del disturbo, soltanto per brevi periodi per gestire un sintomo momentaneo, oppure anche per diversi mesi all’interno dello stesso anno, o per diversi anni. Gli antistaminici sono farmaci molto sicuri e alcuni possono infatti essere prescritti anche durante la gravidanza. Inoltre, quelli di nuova generazione non provocano gli effetti collaterali degli antistaminici tradizionali, come la sonnolenza o la visione offuscata.

In tutti i casi, gli antistaminici vanno assunti seguendo attentamente le indicazioni del medico di riferimento, sia per quanto riguarda le modalità, sia per quanto riguarda le dosi.

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A cura di mmaestri
Tumore mammario: come si sceglie il trattamento?
Data articolo:Tue, 10 Feb 2026 09:04:05 +0000

Tumore mammario: come si sceglie il trattamento?

Il tumore della mammella in Italia rappresenta il 30% circa di tutti i tumori femminili (dati AIOM-AIRTUM), con una lieve crescita nella popolazione femminile più giovane. Dal tumore mammario è però possibile oggi guarire. Nel corso degli ultimi anni, infatti, abbiamo assistito a un aumento degli screening, con diagnosi più precoci, e a un miglioramento significativo nella disponibilità di trattamenti, con conseguenti maggiori possibilità di guarigione.

Come viene scelto il trattamento più adeguato per la singola paziente? Ne parliamo con la professoressa Carmen Criscitiello, Responsabile di Oncologia Mammaria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e Humanitas San Pio X.

Come si scelgono le terapie per il tumore mammario?

Nella scelta del tipo di trattamento più adatto per una paziente con tumore mammario occorre prendere in considerazione vari parametri, tra cui le caratteristiche biologiche di malattia, le dimensioni del tumore, l’eventuale interessamento linfonodale e le preferenze e caratteristiche della paziente (età, patologie concomitanti, eventuali terapie in corso). Valutando nel complesso questi elementi si arriva così a una proposta che tiene conto della miglior efficacia possibile associata alla migliore qualità di vita per la paziente.

Per quanto riguarda l’analisi delle caratteristiche biologiche del tumore, negli ultimi anni, in aggiunta ai parametri tradizionali (come i recettori ormonali, il grado, l’indice proliferativo), si ha la possibilità di avvalersi anche di test molecolari. Si hanno a disposizione quindi esami come i test genomici per valutare, in fase precoce, la necessità o meno del ricorso al trattamento chemioterapico o, in fase metastatica, per identificare target molecolari utilizzabili a fini terapeutici con farmaci a bersaglio specifico.

Quando cambiare terapia?

Una delle sfide più importanti in oncologia è rappresentata dalla resistenza ai trattamenti. Nel corso del tempo, infatti, indipendentemente dal tipo di terapia che la paziente sta seguendo, potrebbe verificarsi quella che viene chiamata progressione di malattia. La progressione di malattia avviene se il tumore riesce a mettere in atto dei meccanismi di resistenza alla terapia per cui vanno individuati altri trattamenti che possono avere efficacia.

Il cambio di terapia, inoltre, può essere necessario anche in assenza di progressione, ma a causa di una mancata o scarsa tolleranza al trattamento in corso da parte dell’organismo. Bisogna, in ogni caso, considerare che qualsiasi necessità di cambiare trattamento va discussa tra oncologi e paziente.

Recidive di malattia e follow-up

Il rischio di recidiva, per le donne operate di tumore della mammella, è un’ipotesi concreta e che è importante affrontare dal momento della diagnosi. Per questo possono essere proposti dei trattamenti precauzionali, quindi con l’obiettivo di ridurre il più possibile il rischio. Il follow-up, da questo punto di vista, può variare a seconda delle esigenze della singola paziente, della biologia del tumore o di eventuali familiarità e mutazioni genetiche.

Se in corso di trattamento o al termine delle cure si dovessero individuare nuovi sintomi persistenti, o segni che prima non si erano notati e che destano perplessità, è importante non sottovalutarli e rivolgersi al medico. In questo modo è possibile valutare sia da un punto di vista clinico, sia con esami di approfondimento, un’eventuale presenza di recidiva di malattia, o di tossicità riconducibili al trattamento.

Visita specialistica oncologia mammaria

La visita di oncologia mammaria è fondamentale per predisporre nuovi accertamenti e impostare una terapia specifica in caso di diagnosi di tumore alla mammella.

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A cura di mmaestri
Gli esami per la celiachia
Data articolo:Thu, 05 Feb 2026 14:21:35 +0000

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, una proteina presente in alimenti come grano, orzo, kamut e segale. Nelle persone con celiachia, l’assunzione di glutine innesca una risposta immunitaria anomala che danneggia l’intestino tenue. Questo processo porta a un’infiammazione persistente e a un appiattimento dei villi intestinali, fondamentali per l’assorbimento dei nutrienti. Di conseguenza, si può verificare malassorbimento, causa di gravi complicazioni a lungo termine.

Quali esami occorrono per la diagnosi di celiachia? E cosa succede se si assumono alimenti contenenti glutine? Ne parliamo con la dottoressa Roberta Elisa Rossi, gastroenterologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e i centri medici Humanitas Medical Care e Ricercatrice presso Humanitas University.

La celiachia è un’allergia o un’intolleranza?

La celiachia non è un’allergia o un’intolleranza, ma una malattia autoimmune, che coinvolge quindi il sistema immunitario. 

L’intolleranza al glutine, invece, non coinvolge il sistema immunitario ed è un fenomeno di ipersensibilità legato a un accumulo di glutine nella dieta. I sintomi sono simili a quelli della celiachia, come diarrea, gonfiore addominale, crampi e perdita di peso, ma non provoca danni permanenti all’intestino e i disturbi tendono a risolversi riducendo l’assunzione di glutine.

L’allergia al glutine si manifesta entro poche ore dall’ingestione. 

I sintomi possono riguardare eruzioni cutanee, gonfiore, difficoltà respiratorie e disturbi gastrointestinali. A differenza della celiachia, l’allergia non causa danni permanenti all’intestino, ma può causare appunto reazioni allergiche anche gravi.

Celiachia: i sintomi

I sintomi della celiachia possono essere molto variabili e, in alcuni casi, la malattia è asintomatica. Tra i principali sintomi:

Possono inoltre manifestarsi segni meno specifici, come:

Quali esami servono per la diagnosi di celiachia?

Nel sospetto clinico di celiachia, è fondamentale consultare un gastroenterologo prima di adottare una dieta priva di glutine, poiché questa influenza i risultati degli esami diagnostici.

La diagnosi si basa su un esame del sangue che ricerca gli anticorpi specifici della celiachia; in caso di sierologia positiva, il paziente viene quindi sottoposto a gastroscopia con biopsie multiple a livello del duodeno. Tutto il processo diagnostico deve essere effettuato in corso di dieta contenente glutine.

La celiachia, spesso diagnosticata in età adulta, è una malattia multifattoriale che richiede una predisposizione genetica. Il suo esordio è solitamente scatenato da fattori come infezioni gastrointestinali, interventi chirurgici o terapie mediche, che non sempre sono identificabili con precisione.

Cosa non possono mangiare i celiaci

La celiachia è una malattia cronica dalla quale non è possibile guarire. Al momento l’unica terapia efficace è la rigorosa dieta senza glutine che permette di risolvere nella maggior parte dei casi i sintomi e di ripristinare la normale funzionalità della mucosa intestinale. 

Sono dunque da evitare:

  • pane, pasta, dolci e prodotti da forno contenenti cereali e farine a base di avena, frumento, farro, orzo, grano, kamut o malto
  • lievito e seitan
  • piatti pronti che potrebbero contenere tracce di glutine
  • latte e yogurt a base di cereali e malto
  • salse, cubetti di brodo solubili, salumi e caramelle che contengono glutine come addensante. 
  • birra e bevande solubili che potrebbero contenere tracce di glutine 
  • tè aromatizzati.

Cosa succede se un celiaco mangia glutine?

L’ingestione di glutine in un paziente con celiachia può provocare una reazione variabile, con sintomi che possono insorgere immediatamente o a distanza di ore. Alcuni individui non presentano alcun sintomo, mentre altri possono manifestare:

  • dolori addominali
  • diarrea
  • mal di testa (cefalea), etc.

Indipendentemente dalla presenza o assenza di sintomi, il consumo di glutine, protratto nel tempo, danneggia la mucosa intestinale nei pazienti celiaci, causando infiammazione e malassorbimento.

Nella maggior parte dei casi, i sintomi si risolvono spontaneamente entro poche ore. Se però i disturbi persistono, bisogna consultare il proprio gastroenterologo per valutare eventuali trattamenti medici sintomatici.

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A cura di mmaestri
Celiachia: i sintomi e il test per la diagnosi
Data articolo:Thu, 05 Feb 2026 14:05:35 +0000

La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, una proteina presente per esempio nel grano, nell’orzo, nel kamut o nella segale.

L’assunzione di glutine in caso di celiachia scatena una risposta immunitaria che colpisce l’intestino tenue; il persistere di questa risposta produce un’infiammazione dei villi intestinali, strutture fondamentali dell’intestino tenue, ne causa un appiattimento con conseguente malassorbimento, ovvero incapacità di assorbire i nutrienti con effetti a lungo termine che possono essere piuttosto seri.

Quali sono i sintomi della celiachia e quali esami fare per la diagnosi? Ne parliamo con la dottoressa Roberta Elisa Rossi, gastroenterologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano e presso i centri medici Humanitas Medical Care e Ricercatrice presso Humanitas University.

Celiachia: quali sono i sintomi?

I segni e i sintomi della celiachia possono variare notevolmente e in alcune persone la malattia è asintomatica.

I sintomi della celiachia sono:

Altri segni e sintomi che possono indicare la presenza di celiachia sono:

Gli esami per la celiachia

In presenza dei sintomi descritti o nel caso si sospetti una malattia celiaca, è opportuno consultare uno specialista gastroenterologo

La visita gastroenterologica va effettuata prima di iniziare un’eventuale dieta priva di glutine, poiché interrompere o ridurre l’assunzione di glutine prima di sottoporsi ai test diagnostici potrebbe alterare i risultati.

Per diagnosticare la celiachia viene effettuato un esame del sangue con sierologia per la celiachia e in caso di risultato positivo, si procederà con una gastroscopia con biopsie multiple a livello del duodeno. Dopo una diagnosi confermata di celiachia anche attraverso l’esame istologico, è consigliabile consultare un gastroenterologo specializzato nella gestione della malattia celiaca, così da avere un’adeguata presa in carico, ricevere indicazioni sulla gestione della patologia e sul follow-up e ottenere l’esenzione per la patologia.

La diagnosi di celiachia viene spesso effettuata in età adulta: la celiachia infatti è una malattia multifattoriale che si sviluppa in persone geneticamente predisposte ma che viene scatenata da un fattore scatenante (come infezioni gastrointestinali o lo stato di gravidanza) che non sempre viene identificato in modo definitivo.

Celiachia, cosa mangiare

La celiachia è una malattia cronica dalla quale non è possibile guarire. Tuttavia, per ridurre i sintomi invalidanti e ripristinare la normale funzionalità della mucosa intestinale, i pazienti devono seguire sempre una dieta rigorosamente priva di glutine

Ciò significa evitare pane, pasta, dolci e prodotti da forno contenenti cereali e farine a base di avena, frumento, farro, orzo, grano, kamut o malto. È necessario evitare anche lievito e seitan, piatti pronti che potrebbero contenere tracce di glutine, latte e yogurt a base di cereali e malto, salse, cubetti di brodo solubili, salumi e caramelle che contengono glutine come addensante. 

Bevande come la birra e bevande solubili che potrebbero contenere tracce di glutine e tè aromatizzati sono vietate.

Le persone che seguono una rigorosa dieta priva di glutine possono condurre una vita normale, non riportano sintomi correlati alla celiachia e riducono significativamente il rischio di complicanze. Le complicanze della celiachia sono numerose e includono l’osteoporosi, disturbi della sfera sessuale e della gravidanza, nonché un aumentato rischio di sviluppare neoplasie, tra cui linfoma e adenocarcinoma dell’intestino tenue. 

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A cura di mmaestri
Olimpiadi Milano-Cortina: informazioni utili per la viabilità
Data articolo:Fri, 30 Jan 2026 08:26:14 +0000

Dal 5 al 22 febbraio 2026 si svolgeranno i Giochi Olimpici e Paralimpici Milano–Cortina 2026. Durante questo periodo potrebbero verificarsi impatti sulla mobilità, in particolare nei pressi del territorio di Assago.

In occasione delle manifestazioni sportive previste presso il Forum e la Milano Ice Skating Arena, infatti, sono possibili alcune ripercussioni sulla viabilità e sui trasporti, soprattutto in alcune fasce orarie.

Per questo motivo è consigliabile pianificare accuratamente il proprio viaggio verso l’ospedale e le strutture Humanitas.

Tutti gli aggiornamenti sulla mobilità saranno pubblicati sulla pagina dedicata.

Il piano di chiusure viabilistiche di Milano è consultabile a questo link.


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A cura di mmaestri
Tumore alla prostata: il ruolo dei radiofarmaci
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 13:12:30 +0000

In medicina nucleare stanno emergendo diversi nuovi radiofarmaci. Nello specifico, per il tumore della prostata, è in fase di approvazione la terapia con PSMA, un antigene di membrana specifico, sovraespresso sulla superficie delle cellule tumorali di questa patologia. Si tratta di un radiofarmaco utilizzato sia in ambito terapeutico, sia in ambito diagnostico. 

Ne parliamo con il dottor Marcello Rodari, Responsabile dell’Unità di Medicina Nucleare presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

PSMA: le sostanze con cui viene radiomarcato 

Il PSMA può essere radiomarcato con due diverse sostanze: il fluoro 18 o il gallio 68. La principale differenza tra questi due radioisotopi è la via attraverso cui l’organismo elimina il radiofarmaco. Il PSMA marcato con il fluoro 18 viene infatti eliminato per via epatobiliare, mentre il PSMA marcato con il gallio 68 viene eliminato per via renale

Che cos’è la teranostica 

La PET con PSMA è l’esame più accurato per la diagnostica di metastasi o di diffusione del tumore della prostata, e lo stesso radiofarmaco può essere usato anche nel trattamento dello stesso del tumore.

Questa modalità diviene comunemente chiamata teranostica, ossia la possibilità di integrare diagnostica e terapia: si studia quindi con una molecola diagnostica, attraverso la PET, lo stato della malattia all’interno dell’organismo, e successivamente si utilizza la stessa molecola a fini terapeutici. Nel caso del tumore della prostata si tratta della terapia con il lutezio 177-PSMA

Come funziona la terapia con PSMA? 

La terapia con PSMA viene eseguita in stanze dedicate, schermate secondo la normativa vigente, e comporta l’infusione endovenosa del radiofarmaco. Il trattamento dura circa 20 minuti, e il paziente viene ricoverato con una degenza di una notte; in alcuni centri vi è la possibilità di eseguire la terapia in day-hospital. La terapia con PSMA può essere ripetuta da 4 a 6 cicli, intervallati l’uno dall’altro da una pausa di circa 6 settimane.

Gli effetti collaterali di questa terapia sono limitati e i più severi, che comportano di solito piastrinopenia e calo dei globuli rossi e dei globuli bianchi, molto rari. In generale quella con PSMA è una terapia ben tollerata e gli effetti collaterali sono meno frequenti rispetto ad altre terapie. Tra i cicli di terapia, inoltre, vengono fatti controlli dell’emocromo e della funzionalità epatica. La terapia con PSMA per il tumore della prostata è indicata in fase avanzata di malattia, quando il paziente ha già effettuato terapie ormonali di nuova generazione e chemioterapia. Al momento, la terapia con PSMA è stata approvata da AIFA quindi può essere eseguita in regime di SSN.

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A cura di mmaestri
Allergia: le differenze tra patch test e prick test
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 10:41:12 +0000

Le reazioni allergiche si verificano quando il sistema immunitario risponde in maniera abnorme e anomala al contatto con sostanze che in condizioni normali risultano innocue. La reazione allergica può svilupparsi al contatto con pollini, muffe, polvere, epitelio di animali e altre sostanze inalanti, ma anche dopo le punture di imenotteri o l’assunzione di alimenti e farmaci. 

In presenza di un sospetto di allergie, come si effettua la diagnosi? Ne parliamo con la dottoressa Maria Rita Messina del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Allergia: i sintomi 

Le reazioni allergiche possono manifestarsi con sintomi simili al raffreddore (oculorinite), segni a carico della pelle come eruzioni cutanee di diversa natura (orticaria, dermatiti) oppure nei casi più gravi come l’anafilassi, con manifestazioni cardiovascolari e respiratorie, con modifiche della voce, difficoltà di respiro, svenimento, per cui è necessario un immediato intervento medico. 

Se si verifica l’anafilassi, l’adrenalina è l’unico farmaco che può interrompere la reazione grave. L’adrenalina in forma autoiniettabile viene prescritta con un piano terapeutico a pazienti che hanno avuto pregressi episodi di anafilassi, per esempio da allergia alimentare o puntura di imenottero. Quando si riconoscono i sintomi dell’anafilassi bisogna subito autosomministrarsi l’adrenalina, che occorre sempre portare con sé e dopo aver somministrato il farmaco chiamare immediatamente il 112, in modo che venga fornita assistenza medica fino alla completa e certa risoluzione dei sintomi. 

Come si fa diagnosi di allergia? 

Le allergie possono essere indagate dallo specialista allergologo durante la visita allergologica. Per completare la diagnosi in sede di visita, lo specialista, oltre a valutare i sintomi riportati dal paziente (anamnesi) esegue anche le cosiddette prove allergometriche, come prick test e patch test. In aggiunta, lo specialista potrebbe richiedere anche l’esecuzione di esami del sangue specifici, per cercare un’eventuale presenza di anticorpi di classe IgE.

Cos’è il prick test? 

Il prick test è un esame di primo livello, di rapida esecuzione e indolore per il paziente. Il prick test si esegue applicando sull’avambraccio del paziente delle goccioline contenenti gli estratti delle sostanze allergeniche (ad esempio alimenti o inalanti). Una volta posizionate le goccioline, la cute del paziente viene punta leggermente con una piccola lancetta sterile, in modo da permettere alle sostanze di penetrare nella pelle. Dopo qualche minuto, il paziente sviluppa in corrispondenza delle sostanze a cui è allergico, un lieve rigonfiamento arrossato, simile alla puntura di una zanzara. 

Il prick test può essere utile per indagare sospette allergie di vario tipo, da quelle respiratorie a quelle alimentari, a quelle agli imenotteri. Il prick test, inoltre, viene utilizzato anche per diagnosticare allergie ad alcune classi di farmaci. 

Cos’è il patch test? 

Il patch test è un esame allergologico utile per indagare sospette allergie da contatto. Si esegue applicando sulla schiena del paziente dei cerotti su cui sono presenti cellette che contengono diverse sostanze, tra cui conservanti, metalli, coloranti e profumi. Una volta applicati, i cerotti vengono mantenuti sulla schiena del paziente per 48-72 ore, dopo le quali vengono rimossi e lo specialista allergologo valuta la reazione cutanea che hanno eventualmente provocato. Mentre si indossano i cerotti, bisogna seguire degli accorgimenti per non compromettere l’esito dell’esame. In particolare bisogna evitare di bagnare la schiena, di eseguire attività fisica, di sudare e di esporsi al sole. Inoltre, se si stanno seguendo terapie con farmaci antistaminici e cortisonici, bisogna informare lo specialista. È infatti necessario, seguendo con attenzione le indicazioni fornite dal medico, interrompere l’assunzione di questi farmaci circa 7-10 giorni prima del patch test.

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A cura di mmaestri
Asma: sintomi e cause
Data articolo:Mon, 26 Jan 2026 09:04:58 +0000

L’asma bronchiale è una malattia infiammatoria cronica delle vie aeree. La sua caratteristica principale è l’iperattività bronchiale, con sintomi respiratori che possono risultare invalidanti e che, se non trattati, possono interferire con la normale quotidianità delle persone che ne sono interessate.

L’asma può essere provocato da allergie oppure da stimoli immunologici o esterni, come le sostanze inquinanti. 

Ne parliamo con il professor Enrico Heffler, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia, presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Asma bronchiale: quali sono le cause?

L’asma bronchiale può avere diverse cause: le più comuni sono quelle allergiche, ma i sintomi possono essere scatenati anche da altri stimoli, come virus, batteri ed esposizione a inquinanti ambientali. Inoltre, ci sono alcune patologie concomitanti che possono rendere i sintomi dell’asma più severi, come rinite, rinosinusite cronica e reflusso gastroesofageo

Esistono quindi diversi tipi di asma (fenotipi), con caratteristiche omogenee nei singoli soggetti ma diverse tra macro-gruppi di persone. Nell’asma allergico è l’allergia a rappresentare la caratteristica centrale, ma anche i pazienti asmatici non allergici tendono comunque a presentare un’infiammazione delle vie aeree.

Se l’asma non è responsivo ai trattamenti, anche in dosi elevate, si definisce invece asma grave e comporta la presenza di crisi asmatiche estremamente intense e frequenti. In questo caso può essere necessario anche l’accesso in Pronto Soccorso per trattarle. 

Asma: i sintomi da cui riconoscerla

I principali sintomi dell’asma sono:

I sintomi dell’asma, sia allergico, sia provocato da cause differenti, sono molto simili tra loro. Tuttavia, i sintomi dell’asma allergico si manifestano solo quando la persona è esposta alla sostanza allergizzante, per esempio pollini, acari della polvere o epitelio di animali. 

Come si cura l’asma bronchiale?

In caso di sospetta asma bronchiale lo specialista a cui fare riferimento è l’allergologo o lo pneumologo. Una volta diagnosticato il tipo di asma, il trattamento comporta in genere una terapia con farmaci corticosteroidi inalatori, associati talvolta a broncodilatatori inalatori. Con asma lieve o moderata, può essere prescritta anche l’immunoterapia allergene-specifica, conosciuta anche come “vaccinazione contro le allergie”. 

L’immunoterapia consiste nella somministrazione in maniera progressiva e controllata, di dosi di allergene, fino a quando l’organismo non raggiunge la tolleranza alla sostanza che provoca l’attacco d’asma. In presenza di asma grave, invece, se la terapia non è efficace, si può ricorrere a farmaci biologici, valutati dallo specialista in base alle caratteristiche della patologia del paziente. In presenza di asma, inoltre, è consigliato continuare normalmente la pratica sportiva che, se eseguita correttamente, può essere anche utile a migliorare la respirazione. Le persone con asma adeguatamente trattate, infatti, non dovrebbero avere limitazioni nelle loro attività quotidiane, perché lo scopo della terapia è proprio la risoluzione completa dei sintomi e, di conseguenza, la possibilità di eseguire una normale attività sportiva (sempre in base alle proprie condizioni fisiche).

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Vitamina A: a cosa serve e in quali alimenti si trova
Data articolo:Fri, 23 Jan 2026 09:30:38 +0000

La vitamina A è una delle sostanze nutritive più importanti per l’organismo, spesso al centro di discussioni sulla vista, la pelle e il sistema immunitario

La vitamina A comprende diverse forme chimiche, tra cui retinolo, acido retinoico e retinaldeide. L’organismo la riceve sia direttamente da alimenti di origine animale, sotto forma di retinolo, sia da alimenti vegetali contenenti carotenoidi, precursori che il corpo trasforma in vitamina A nel tenue prima di depositarla nel fegato. 

A cosa serve la vitamina A e dove trovarla? Ne parliamo con la dottoressa Michela Seniga, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e i centri medici Humanitas Medical Care.

A cosa serve la vitamina A?

Nel sistema visivo, la vitamina A è fondamentale per la formazione della rodopsina, il pigmento che permette di adattarsi alla luce fioca e percepire gli oggetti in penombra, e la sua carenza provoca i primi segnali di cecità notturna. 

La vitamina A mantiene l’integrità di pelle e mucose, essenziali per le vie digestive e respiratorie, contribuendo così alla difesa dalle infezioni grazie alla produzione di muco che cattura microrganismi e favorisce la rigenerazione dei tessuti danneggiati. Supporta la riproduzione e la divisione cellulare, partecipa alla sintesi degli ormoni sessuali e alla formazione della placenta, oltre a intervenire nel rimodellamento osseo. 

La funzione antinfettiva della vitamina A si riflette sia nell’immunità innata, con cellule come neutrofili e macrofagi, sia in quella acquisita, attraverso linfociti B e T. La sua assenza può ridurre la protezione delle barriere anatomiche e ostacolare la risposta del sistema immunitario, aumentando la vulnerabilità a infezioni respiratorie, intestinali e renali.

In quali alimenti si trova la vitamina A?

La vitamina A è presente soprattutto negli alimenti di origine animale, come fegato, pesce grasso, latte e derivati (yogurt, burro e formaggio) e uova. 

Molti alimenti di origine vegetale contengono invece i carotenoidi, precursori della vitamina A, come frutta e verdura di colore rosso, giallo e arancione: albicocche, pesche, pompelmo, melone, carote, anguria, frutti di bosco, pomodori, mango, papaia, patate, peperoni rossi, zucche. 

Buone fonti di vitamina A sono anche spinaci e broccoli. 

La vitamina A è sensibile al calore: molte delle sue caratteristiche vengono meno durante il processo di cottura dei cibi, pertanto è preferibile consumarli crudi o dopo una breve cottura. 

Qual è il fabbisogno di vitamina A?

Il fabbisogno giornaliero di vitamina A viene espresso in microgrammi di equivalente retinolo (RAE).

Il quantitativo necessario è di 0,7 milligrammi al giorno per i maschi e 0,6 milligrammi al giorno per le femmine. Un’alimentazione equilibrata, con un mix di fonti animali e vegetali, consente di coprire il fabbisogno senza rischiare carenze o sovradosaggio.

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Prove allergiche: quali sono e quando farle
Data articolo:Fri, 23 Jan 2026 08:53:54 +0000

Le allergie sono una risposta eccessiva e anomala del sistema immunitario nei confronti di sostanze che, in condizioni normali, risultano innocue. Le reazioni allergiche possono manifestarsi a seguito dell’esposizione a sostanze di varia natura, tra cui sostanze inalanti come pollini, acari, muffe, alimenti, punture di imenotteri, farmaci.

In presenza di sintomi sospetti per allergia, ci sono vari esami allergologici che possono confermare la diagnosi. 

Ne parliamo con la dottoressa Maria Rita Messina del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

Allergia o raffreddore: quali sono le differenze

I sintomi dell’oculorinite allergica possono essere scambiati per quelli di un comune raffreddore, ma un’attenta osservazione dei sintomi può permettere di distinguere le due patologie. 

In particolare, l’oculorinite allergica si caratterizza per sintomi come:

Il raffreddore comune presenta invece sintomi come:

Un ulteriore elemento distintivo delle due patologie è la durata dei sintomi. Generalmente il raffreddore tende a risolversi spontaneamente in 7-10 giorni, mentre sintomi che persistono più a lungo sono in genere suggestivi per rinite allergica, che si risolve invece solo quando si interrompe l’esposizione all’allergene che la provoca. 

La diagnosi di allergia è complessa? 

La diagnosi di allergia può avvenire tardivamente, perché il paziente stesso potrebbe sottovalutare i sintomi oppure attribuirli ad altre condizioni, come nel caso della rinite allergica a un’influenza stagionale o nel caso di un’allergia alimentare, a un problema gastroenterologico. Inoltre, se la valutazione specialistica avviene a distanza di tempo dall’episodio allergico, la ricostruzione accurata dei sintomi e del contesto di insorgenza può risultare più complessa.

Durante la visita allergologica, lo specialista raccoglie un’anamnesi dettagliata, ricercando informazioni sull’ambiente di esposizione, sull’eventuale assunzione di alimenti o farmaci e sulle modalità di comparsa dei sintomi. Sulla base di questi elementi, il medico può indicare l’esecuzione di test allergologici mirati, utili a confermare il sospetto diagnostico. 

Quali sono le prove allergiche? 

Le prove allergiche vengono quindi prescritte dallo specialista allergologo dopo aver svolto la visita e si possono distinguere in test in vivo e test in vitro. I test in vivo si eseguono direttamente sul paziente, mentre i test in vitro sono esami di laboratorio che si effettuano su un campione del sangue ottenuto con un prelievo. 

I test in vivo più comuni includono:

  • Prick test, che prevede l’applicazione sull’avambraccio del paziente di goccioline contenenti estratti allergenici delle più comuni sostanze inalanti e/o alimentari che vengono fatte penetrare superficialmente nella cute con una lancetta sterile; se il paziente risulta sensibilizzato a una o più delle sostanze testate, si svilupperà una reazione localizzata nel giro di pochi minuti (pomfo pruriginoso simile alla puntura di zanzara)
  • Patch test, indicato per indagare le dermatiti allergiche da contatto; consiste nell’applicazione sulla schiena del paziente di cerotti contenenti specifiche sostanze chimiche (metalli, cosmetici, conservanti, ecc.), che devono essere mantenuti per 48-72 ore prima della lettura effettuata dallo specialista allergologo.
  • Test di provocazione/tolleranza orale per farmaci e alimenti, durante il quale il paziente assumerà in ambiente protetto e sotto stretto controllo medico il farmaco o l’alimento selezionato dallo specialista, in base alla storia allergologica del paziente

I test in vitro più comuni sono:

  • Dosaggio delle IgE specifiche (Rast test), ossia la ricerca di anticorpi della classe IgE, coinvolti nelle reazioni allergiche.
  • ALEX test, un’indagine di diagnostica molecolare che permette con un solo prelievo di sangue di ricercare gli anticorpi IgE specifici verso circa 300 allergeni (alimenti, inalanti, imenotteri).

È importante sottolineare che nessun test allergologico ha valore diagnostico se non correttamente interpretato nel contesto clinico: solo la valutazione integrata di anamnesi, sintomatologia e risultati dei test consentirà allo specialista di formulare una diagnosi accurata e di impostare il percorso terapeutico più appropriato.

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A cura di mmaestri
Le arance della salute di AIRC per la Ricerca contro il cancro
Data articolo:Tue, 20 Jan 2026 14:09:41 +0000

Come ogni anno, a gennaio tornano le Arance della Salute, l’appuntamento collettivo di Fondazione AIRC per sensibilizzare sul cancro, sulla sua prevenzione e sulla Ricerca.

Sabato 24 gennaio 2026, 20.000 volontari di Fondazione AIRC porteranno la campagna di sensibilizzazione nelle piazze italiane: sarà possibile acquistare una reticella di arance rosse, a fronte di un contributo di 13 euro, un vasetto di miele ai fiori d’arancio, con un contributo di 10 euro, o un vasetto di marmellata di arance rosse, con un contributo di 8 euro. Acquistando i prodotti, inoltre, si riceverà anche una pubblicazione speciale con le indicazioni utili a distinguere le informazioni attendibili e fondate sulla Ricerca scientifica da quelle false e con spiegazioni e chiarimenti sui falsi miti più comuni su comportamenti salutari, alimentazione e attività fisica. 

Le arance della salute saranno presenti anche presso IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, giovedì 22 gennaio, e venerdì 23 gennaio 2026 presso il building B2.

Le donazioni dell’iniziativa sono destinate ai progetti di Ricerca indipendente, alle borse di studio e ai programmi speciali di circa 5000 ricercatori attivi presso istituzioni diffuse su tutto il territorio italiano, come ospedali, università e centri di Ricerca. Le ricerche hanno come obiettivo lo studio di nuove strategie e strumentazioni per la prevenzione e la diagnosi precoce e la messa a punto di trattamenti sempre più efficaci contro le tipologie di tumore che sono attualmente ancora poco curabili.


Gli appuntamenti di Fondazione AIRC 

Oltre alla distribuzione delle Arance della Salute nelle piazze italiane, l’iniziativa di sensibilizzazione di AIRC si estende anche ai supermercati. A partire dal 2 febbraio 2026, saranno oltre 11.000 i punti vendita in cui sarà possibile acquistare le Arance della Salute, con una donazione di 50 centesimi ad AIRC per ogni reticella venduta. 

Venerdì 23 e sabato 25 gennaio 2026, invece, con l’iniziativa “Cancro io ti boccio” gli studenti, i genitori e il personale docente delle scuole italiane diventeranno volontari AIRC, mobilitandosi per diffondere consapevolezza sulla prevenzione tumorale e raccogliere fondi distribuendo le Arance della Salute e gli altri prodotti AIRC. Si tratta di un progetto volto a coniugare la trasmissione di contenuti educativi e l’impegno civico per una sempre maggiore diffusione della cultura scientifica tra i giovani.

Per ulteriori informazioni, clicca qui.

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A cura di mmaestri
Polipi nasali: i sintomi e l’intervento
Data articolo:Mon, 19 Jan 2026 08:43:00 +0000

La rinosinusite con poliposi nasale è una malattia complessa, che si associa a stati infiammatori cronici e altre patologie, come l’asma. Si tratta di una patologia per cui è necessario un inquadramento specialistico multidisciplinare di alto livello e in cui è importante identificare il profilo immunologico del paziente per garantire un percorso terapeutico e di follow-up adeguato. Oggi, oltre alla chirurgia endoscopica dei seni paranasali, che rimane un aspetto fondamentale del trattamento, sono state introdotte nuove terapie. Gli anticorpi monoclonali, per esempio, sono farmaci in grado di spegnere l’infiammazione all’origine del disturbo e garantire al paziente una buona risposta terapeutica, garantire la preservazione delle basse vie respiratorie e controllare le comorbidità.

Ne parliamo con il dottor Luca Malvezzi dell’Unità di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Cos’è la rinosinusite con poliposi nasale?

Il polipo nasale è l’espressione di un’infiammazione cronica dei seni paranasali e può interessare entrambe le fosse nasali. Si sviluppa a partire dalla mucosa nasale, che si riempie di infiltrato infiammatorio, cresce progressivamente nel tempo e prolassa sotto la spinta dell’effetto gravitazionale riempiendo progressivamente le fosse nasali, creando ostruzione respiratoria nasale e bloccando il drenaggio del muco normalmente prodotto.

La quantità di muco che in condizioni normali vengono prodotte dal naso, infatti, sono pari a circa due tazzine di caffè. In presenza di poliposi nasale, questo muco resta intrappolato nei seni paranasali, con lo sviluppo di infiammazione cronica e con una progressione dei sintomi fino ad arrivare a un quadro sintomatologico che impatta severamente sulla qualità di vita dei pazienti.

Rinosinusite con poliposi nasale: quali sono i sintomi?

I sintomi della rinosinusite con poliposi nasale sono analoghi a quelli della rinosinusite cronica, ma tendono a essere più prolungati e intensi. Comprendono:

  • congestione e ostruzione respiratoria nasale
  • peggioramento dell’asma (se presente)
  • perdita dell’olfatto e del gusto
  • produzione di muco
  • scolo di muco posteriore con possibile impatto sulle basse vie respiratorie
  • senso di pressione facciale e/o dolore nell’area dei seni paranasali.

La rinosinusite con poliposi nasale si associa anche all’aumento dei disturbi del sonno, come desaturazione notturna e apnee ostruttive del sonno che aggiungono severità al quadro patologico e che necessitano di un ulteriore percorso di diagnosi e trattamento.

Polipi nasali: come si diagnosticano e come si curano?

La rinosinusite con poliposi nasale si diagnostica con una visita specialistica con endoscopia delle vie respiratorie e necessita di una presa in carico multidisciplinare. In Humanitas è presente un ambulatorio rino-allergologico di secondo livello con la cooperazione multidisciplinare di specialisti otorinolaringoiatri, allergologi e pneumologi. La presa in carico multidisciplinare del paziente è necessaria per una diagnosi che non sia solo mirata a valutare l’aspetto clinico della malattia ma anche il profilo immunologico del paziente, in modo da garantire il percorso terapeutico più adeguato.

Oggi risulta ancora fondamentale per la risoluzione definitiva del disturbo il trattamento chirurgico in endoscopia. Tuttavia, se il paziente non risponde in modo adeguato nel medio-lungo periodo alla chirurgia e al trattamento con medicamenti locali, può essere utile la terapia con anticorpi monoclonali. Gli anticorpi monoclonali, infatti, sono farmaci capaci di spegnere l’infiammazione e garantire così al paziente un buon livello di qualità della vita.

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A cura di mmaestri


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