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#news #ospedale #humanitas #Rozzano #Milano
Utilizzare l’Intelligenza Artificiale per generare dati sintetici sicuri e affidabili, capaci di supportare la Ricerca clinica e accelerare lo sviluppo della Medicina personalizzata. È questo il percorso che Humanitas sta portando avanti dal 2021, a partire dall’Oncoematologia e oggi esteso ad altri ambiti: dalla Gastroenterologia all’Epatologia fino alla Reumatologia.
I dati sintetici sono generati artificialmente da algoritmi di AI che replicano le caratteristiche statistiche e biologiche dei dati reali senza contenere informazioni riconducibili ai singoli pazienti.
Si tratta di una tecnologia complessa, ma che può contribuire a superare alcune delle principali criticità della Ricerca clinica, come la limitata disponibilità di dati e la frammentazione delle informazioni, garantendo al contempo la massima tutela della privacy.
Sulla spinta di questa sfida è nato Train, spin-off di Humanitas fondato nel 2023 con lo scopo di sviluppare non solo dati sintetici ma anche digital twin e soluzioni gestionali efficaci e sostenibili. Un’esperienza potenziata dall’ecosistema di Humanitas, in cui clinici, ricercatori, ingegneri e data scientist lavorano in stretta connessione attraverso Humanitas AI Center, il primo centro integrato di ricerca sull’intelligenza artificiale in un IRCCS italiano.
Dal lavoro transdisciplinare del team è nata la piattaforma per la creazione di dati sintetici, con prime applicazioni nelle sindromi mielodisplastiche e leucemie mieloidi acute. Una tecnologia che ora viene messa a disposizione di tutti i ricercatori.
“La piattaforma consente ai ricercatori di generare dataset sintetici a partire da dati clinici reali, mantenendo questi all’interno dell’infrastruttura ospedaliera e garantendone il controllo e la sicurezza. Accanto alla generazione, il sistema integra SAFE (Synthetic vAlidation FramEwork), un framework di validazione che valuta fedeltà statistica, utilità clinica e protezione della privacy dei dati prodotti, offrendo dashboard interattive e report dedicati per una verifica trasparente e riproducibile della qualità”, spiega Saverio D’Amico, CEO di Train.
“L’AI ha valore quando trasforma dati sicuri e validati in nuova conoscenza scientifica e in strumenti concreti per accelerare la Ricerca clinica a beneficio dei pazienti. Obiettivo che ci siamo dati con questa piattaforma”, sottolinea Victor Savevski, Direttore di Humanitas AI Center.
Tra i risultati presentati da Humanitas al recente congresso dell’EASL (European Association for the Study of the Liver) di Barcellona figurano due studi dedicati a malattie rare del fegato: l’epatite delta e la colangite biliare primitiva. In entrambi i casi, la generazione di dati sintetici rappresenta una sfida particolarmente complessa, poiché si tratta di patologie non genetiche la cui evoluzione è influenzata da molteplici fattori ambientali.
“La prima è una malattia dovuta ad una rara infezione virale, con una rapida evoluzione in cirrosi e un elevato rischio di sviluppare tumore del fegato – spiega il prof. Alessio Aghemo, responsabile Epatologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas. Esiste un unico trattamento in commercio ma richiede punture sottocutanee quotidiane; fortunatamente nuovi trattamenti sono in fase di sperimentazione. Sarà necessario avere gli strumenti per poter valutare l’efficacia dei nuovi farmaci in diversi sottogruppi di pazienti che fanno (o hanno fatto) terapie approvate. Grazie alla piattaforma per i dati sintetici, siamo riusciti a creare una coorte sintetica che performa allo stesso modo della coorte di pazienti reali”.
“La colangite biliare primitiva – prosegue la prof.ssa Ana Lleo de Nalda, epatologa responsabile del laboratorio di Immunopatologia Epatobiliare dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas – è una malattia rara del fegato che evolve lentamente e determina un danno irreversibile. Esistono due farmaci disponibili grazie ad un’approvazione condizionale in attesa della conferma dell’efficacia tramite studi di Fase 4. Arruolare pazienti per questi tipi di trial clinici è complesso, perché è difficile disegnare studi su casistiche ampie e avere rappresentanza di sottogruppi etnici e di genere e, soprattutto, avere un braccio placebo mentre il farmaco è già in commercio. Anche in questo caso, la coorte sintetica ha performato come quella reale e rappresenta uno strumento con grande potenziale per aumentare la numerosità delle corti placebo con dati sintetici”.
Questi risultati confermano che la tecnologia dei dati sintetici può essere applicata con successo anche a patologie non strettamente genetiche, con andamenti e storie naturali diverse. In prospettiva, le coorti sintetiche potrebbero affiancare o sostituire i gruppi placebo e favorire l’inclusione nei trial clinici di sottogruppi di pazienti oggi difficilmente rappresentati.
L’impegno di Humanitas sui dati sintetici si inserisce in un percorso scientifico di collaborazione internazionale. Nel 2021 l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas ha partecipato al progetto europeo GenoMed4All, finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Horizon 2020, con l’obiettivo di sviluppare piattaforme per la condivisione e l’analisi di dati genomici e clinici nelle malattie ematologiche. Successivamente è stato avviato SYNTHEMA, progetto europeo coordinato da Humanitas e dedicato allo sviluppo di tecnologie basate sull’AI per la generazione di dati sintetici e “patient avatar” nelle malattie ematologiche rare. Il progetto ha ottenuto un finanziamento europeo nell’ambito di Horizon 2020.
I traguardi più rilevanti del team coordinato dal prof. Matteo Della Porta, responsabile Leucemie dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, si basano sulla tecnologia di creazione dei dati sintetici. Nel 2023 il Journal of Clinical Oncology pubblicava i risultati dello studio che mostra la solidità prognostica del cosiddetto “score molecolare IPSS-M”, un nuovo strumento per migliorare sensibilmente la capacità di predire il rischio di evoluzione leucemica e l’aspettativa di vita in pazienti con sindromi mielodisplastiche. Lo score molecolare serve ad analizzare le informazioni sui dati genomici di ciascun paziente, concentrandosi in particolare su 31 geni.
E ancora, nel 2024, su JCO, è stato presentato un nuovo strumento per assistere i medici nel determinare il momento più opportuno per eseguire il trapianto di cellule staminali nei pazienti con sindromi mielodisplastiche, malattie che possono preludere a una leucemia. Questo strumento, una volta entrato nella pratica clinica, aiuterà a elaborare informazioni sul profilo genetico della malattia e del paziente.
Nel 2026, i risultati di uno studio internazionale ideato e coordinato da Humanitas sono stati pubblicati da JCO. Obiettivo: proporre un nuovo approccio per migliorare la gestione della leucemia mielomonocitica cronica (CMML), una rara neoplasia del sangue caratterizzata da elevata variabilità tra i pazienti e da esiti spesso sfavorevoli. Integrando informazioni molecolari, parametri clinici e modelli computazionali avanzati, i ricercatori hanno sviluppato strumenti in grado di stimare più accuratamente l’evoluzione della malattia e supportare decisioni terapeutiche personalizzate.
L’accesso ai dati rappresenta ancora oggi uno dei principali ostacoli alla Ricerca clinica. La raccolta di informazioni di qualità richiede tempi lunghi, risorse significative e il rispetto di stringenti requisiti normativi ed etici. Queste difficoltà risultano ancora più evidenti nelle malattie rare e nelle popolazioni di pazienti numericamente limitate.
“In questo scenario, i dati sintetici possono rappresentare uno strumento complementare in grado di supportare la progettazione degli studi clinici, simulare scenari di Ricerca, facilitare collaborazioni multicentriche e internazionali e contribuire allo sviluppo di nuovi modelli di intelligenza artificiale per la medicina – conclude il prof. Matteo Della Porta -. L’obiettivo è mettere a disposizione della comunità scientifica strumenti affidabili, validati e trasparenti che consentano di ampliare le opportunità di Ricerca, accelerare la generazione di conoscenza e favorire lo sviluppo di nuove soluzioni diagnostiche e terapeutiche, con una prospettiva finale sempre orientata al miglioramento della cura dei pazienti”.
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Il tumore al polmone rappresenta una delle forme oncologiche più diffuse. In Italia, secondo i dati AIRTUM – Associazione Italiana Registri Tumori, nel 2025 sono stati registrati 27.100 nuovi casi di tumore del polmone nella popolazione maschile e 16.400 in quella femminile.
Il fumo è il principale fattore di rischio per questa neoplasia. Approfondiamo l’argomento con il professor Giuseppe Marulli, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia toracica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il tumore del polmone ha origine da una proliferazione incontrollata delle cellule che rivestono gli alveoli, le strutture responsabili dello scambio tra ossigeno e anidride carbonica nei polmoni. Quando queste cellule subiscono alterazioni, perdono la loro funzione e iniziano a crescere in maniera disorganizzata, danneggiando il tessuto circostante. Se nelle prime fasi l’organismo tenta di riparare i danni provocati dalle sostanze tossiche, nel tempo le continue aggressioni rendono inefficaci questi meccanismi di difesa, facilitando la formazione della massa tumorale. Questa può compromettere il passaggio dell’aria nei bronchi, causare sanguinamenti e ostacolare le normali funzioni respiratorie.
Una delle difficoltà principali nel contrastare il tumore polmonare è l’assenza di sintomi nelle fasi iniziali. La malattia tende a manifestarsi in maniera silenziosa, e spesso viene identificata solo quando ha già raggiunto uno stadio avanzato. Per questo è fondamentale prestare attenzione ad alcuni segnali che, sebbene possano sembrare comuni, devono essere indagati soprattutto in presenza di fattori di rischio.
Tra questi:
Nonostante la sua aggressività, il tumore al polmone può essere affrontato con migliori probabilità di successo grazie agli attuali strumenti diagnostici e terapeutici. La diagnosi precoce gioca un ruolo cruciale, permettendo di intervenire quando la malattia è ancora in fase localizzata. In questo contesto, gli screening rappresentano una risorsa fondamentale, soprattutto per i soggetti a rischio. Tecniche moderne come la tomografia computerizzata a bassa dose (TAC spirale) consentono di individuare alterazioni polmonari anche di piccole dimensioni, riducendo l’esposizione alle radiazioni e aumentando l’efficacia del controllo.
Quando si parla del fumo come principale fattore di rischio del tumore al polmone, è fondamentale sgomberare il campo da un equivoco diffuso: fumare è una vera e propria dipendenza, attivata dalla nicotina, una sostanza in grado di creare assuefazione sia a livello fisico che psicologico.
Il corpo sviluppa una tolleranza che rende difficile smettere, innescando sintomi da astinenza come irritabilità, ansia e agitazione. A livello cerebrale, la nicotina agisce legandosi a specifici recettori che stimolano il rilascio di ormoni associati al benessere, creando un ciclo di gratificazione che rafforza l’abitudine al fumo.
Oltre alla nicotina, le sigarette contengono un mix estremamente pericoloso di sostanze: il catrame, che racchiude migliaia di agenti tossici e cancerogeni, e il monossido di carbonio, che riduce la quantità di ossigeno trasportata dal sangue, costringendo l’organismo a produrre più globuli rossi e aumentando così la densità ematica, con il conseguente rischio di infarti e ictus. Ma i danni non si limitano all’apparato cardiovascolare: le sostanze cancerogene della sigaretta agiscono su tutto l’organismo e sono correlate allo sviluppo di diversi tipi di tumore, non solo ai polmoni ma anche a pancreas, rene, vescica e area testa-collo.
È importante sottolineare che il rischio non dipende solo dal numero di sigarette fumate ogni giorno, ma soprattutto dagli anni di esposizione: più a lungo si fuma, più aumenta il pericolo di sviluppare gravi patologie. Anche le sigarette elettroniche non rappresentano una soluzione sicura: pur evitando la combustione, contengono comunque nicotina e altre sostanze potenzialmente dannose.
Presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano è disponibile un protocollo innovativo di dimissione precoce associata a telemedicina (NEW ERAS), validato nell’ambito di uno studio clinico dell’Unità di Chirurgia Toracica, che consente la dimissione a 48 dall’intervento chirurgico e il monitoraggio al domicilio del paziente. La chirurgia mininvasiva con cui si effettuano gli interventi tumore al polmone, infatti, consente un recupero post-operatorio più veloce rispetto alla chirurgia tradizionale, che, con la telemedicina e il supporto da remoto degli specialisti Humanitas, può svolgersi in tutta la comodità dal domicilio del paziente. Per accedere a questo programma è necessaria la presenza di un caregiver, che verrà informato insieme alla persona che deve effettuare l’intervento sulla strumentazione per la telemedicina da utilizzare post-intervento e che viene fornita direttamente da Humanitas.
Al momento della dimissione, che avviene in questo caso generalmente a 48 ore dalla chirurgia e con ancora il drenaggio, il paziente torna presso il domicilio con la possibilità di mantenersi in contatto diretto con infermieri, anestesisti e medici grazie al device di telemedicina. Sia la misurazione dei parametri (come temperatura corporea, saturazione, frequenza cardiaca, pressione arteriosa), sia la gestione del drenaggio, vengono effettuati da paziente e caregiver seguendo le istruzioni in televisita e dopo 3-4 giorni il paziente può tornare in ospedale per la rimozione del drenaggio e l’avvio al normale follow-up in base all’esito istologico. A disposizione di paziente e caregiver, inoltre, ci sono numeri telefonici dedicati per poter gestire eventuali urgenze e dirimere eventuali dubbi.
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Da otto anni, la signora Pierina festeggia il suo compleanno in Dialisi. Questa volta però la ricorrenza è stata davvero speciale: Pierina ha compiuto 100 anni!
A festeggiarla, prima della terapia, i figli, la nuora, la nipote e il team di Humanitas che, per l’occasione, le ha scritto una commovente lettera a testimonianza del grande impatto che Pierina ha avuto sulle loro vite. Il suo sorriso, la sua gentilezza, il suo desiderio di presentarsi sempre in ordine – “dopo ogni seduta le pettiniamo i capelli”, ricorda un’infermiera accorsa a baciarla – sono memoria condivisa dal reparto.
A chi le chiede il segreto della sua longevità, Pierina risponde: “Il segreto? Quello di non dirlo a nessuno!”. E aggiunge ridendo: “Sono sempre stata un po’ birichina… sarà il nome. Tant’è che di secondo nome mi hanno messo Angela, per riequilibrare”. La torta della nonna, portata dai parenti per l’occasione, non manca di cogliere lo spirito di leggerezza di Pierina, con una bella scritta che recita: “I miei primi 100 anni”.
La figlia Carolina e il figlio Sergio, commossi, ringraziano tutto il team per essersi preso cura della loro mamma e averle donato tanti anni di vita.
Commozione condivisa a nome di tutto il team da Elena Alterchi, coordinatrice infermieristica dell’area, e dalla dottoressa Silvia Finazzi, responsabile del servizio di Dialisi, che hanno seguito Pierina fin dal suo primo giorno in reparto.
Ancora tanti auguri, Pierina!
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Quando si parla di proteine, una delle domande più frequenti riguarda la scelta tra fonti animali e vegetali. La decisione dipende da diversi elementi: obiettivi nutrizionali personali, fattori di rischio individuali, preferenze alimentari e anche motivazioni culturali o etiche che orientano il modo di mangiare.
Conoscere le differenze tra queste due categorie aiuta a comprendere cosa cambia davvero sul piano nutrizionale e quali aspetti considerare prima di privilegiare una fonte rispetto all’altra.
Ne parliamo con la dottoressa Martina Francia, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Le proteine provenienti da alimenti di origine animale forniscono nutrienti che sono meno disponibili o assenti nelle fonti vegetali. Contengono tutti gli amminoacidi essenziali necessari alla crescita e allo sviluppo muscolare.
Queste fonti apportano anche zinco, ferro, vitamina B12, selenio e fosforo. Alcuni micronutrienti, come ferro, zinco, vitamina A e vitamina D, vengono assorbiti e utilizzati più facilmente quando derivano da alimenti animali.
Per questo motivo molti alimenti di questa categoria presentano un’alta concentrazione di vitamine e minerali in rapporto alle calorie introdotte.
Non tutte le proteine animali hanno però le stesse caratteristiche nutrizionali. Le carni altamente lavorate, come i salumi, possono contenere elevate quantità di grassi, sodio, nitrati e nitriti. Il loro consumo è stato associato a obesità, malattie cardiache, diabete e alcuni tumori. La qualità della fonte proteica diventa quindi un elemento determinante tanto quanto la quantità consumata.
Tra le principali fonti animali rientrano carne bovina, pollo, tacchino, uova, latte e derivati, yogurt greco, salmone, tonno e crostacei.
Anche le proteine vegetali forniscono nutrienti importanti, ma per raggiungere la stessa quantità proteica spesso è necessario consumare porzioni più abbondanti rispetto agli alimenti animali. Alcuni vegetali contengono calcio, ma raggiungere le quantità raccomandate solo attraverso queste fonti è più difficile.
Gli alimenti vegetali, a differenza di quelli animali, contengono molte fibre alimentari, che contribuiscono al funzionamento intestinale, favoriscono la regolarità e sono state associate a una riduzione del rischio di tumore del colon-retto, malattie cardiache e mortalità generale, oltre a sostenere la sensibilità all’insulina e l’equilibrio metabolico. Le fonti vegetali hanno inoltre meno grassi saturi rispetto a molte proteine animali.
Tra le principali fonti vegetali indichiamo legumi come fagioli, ceci e piselli, frutta secca e creme derivate, avena, quinoa, semi di chia, canapa, zucca, sesamo e girasole, oltre agli alimenti a base di soia come tofu, tempeh e bevande vegetali.
La digeribilità delle proteine varia in base a diversi fattori, tra cui modalità di lavorazione, conservazione e cottura degli alimenti. In generale le proteine animali risultano più facilmente digeribili. Carne, pesce, formaggi e latte vengono assorbiti con maggiore efficienza dall’organismo.
Le proteine vegetali, invece, contengono fibre che attraversano in parte l’apparato digerente senza essere completamente digerite. Questo contribuisce ad aumentare il volume delle feci e a renderle più morbide e influenzare il transito intestinale.
Oltre agli aspetti nutrizionali, la scelta tra proteine animali e vegetali ha anche una dimensione ambientale. La produzione di carne richiede generalmente più risorse idriche e territoriali rispetto alla produzione di alimenti vegetali, con un impatto ambientale maggiore.
I sostituti vegetali della carne disponibili in commercio sembrano avere un impatto inferiore, anche se il loro utilizzo non è ancora diffuso su larga scala.
Inoltre, nei sostituiti vegetali occorre prestare attenzione all’etichetta: spesso la lista ingredienti è molto lunga, con oli raffinati, alto contenuto di sale, conservanti, additivi e amidi. Sarebbe dunque meglio preferire scelte vegetali al naturale (es. insalata di ceci, cereali e verdure fresche) e preparate in casa (es. hummus).
Il confronto tra proteine animali e vegetali non porta a una risposta unica. Le proteine animali danno nutrienti altamente biodisponibili e una maggiore digeribilità, mentre quelle vegetali apportano fibre e quantità inferiori di grassi saturi, oltre a un impatto ambientale più contenuto.
La scelta finale dipende dall’equilibrio tra esigenze nutrizionali personali, preferenze alimentari e obiettivi individuali.
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La vitamina D è un pro-ormone essenziale per il corretto funzionamento dell’organismo. Quando i suoi livelli ematici risultano insufficienti, possono comparire manifestazioni che interessano prevalentemente l’apparato osteoarticolare e muscolare, ma non solo. Riconoscere precocemente un deficit e correggerlo è fondamentale per prevenire complicanze a lungo termine.
Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La vitamina D regola il metabolismo del calcio e del fosforo, minerali indispensabili per l’integrità di ossa e denti. In età pediatrica sostiene la crescita scheletrica, mentre nell’adulto contribuisce al fisiologico rimodellamento del tessuto osseo.
La fonte principale è l’esposizione alla luce solare, che stimola la sintesi cutanea di colecalciferolo. Nei mesi invernali o in condizioni di scarsa irradiazione, la produzione endogena si riduce sensibilmente. Sul piano alimentare, le fonti più rilevanti sono i pesci grassi (salmone, sgombro, tonno), l’olio di fegato di merluzzo, il tuorlo d’uovo e alcuni alimenti fortificati, come i cereali arricchiti. L’apporto dietetico da solo, tuttavia, non è generalmente sufficiente a coprire il fabbisogno giornaliero.
Il deficit di vitamina D ha un esordio spesso insidioso: i sintomi possono svilupparsi nell’arco di settimane o mesi e variano in funzione dell’età e dello stato di salute del paziente.
Tra le manifestazioni più precoci figura una stanchezza persistente e non giustificata da altre cause. La carenza di vitamina D interferisce con la qualità del sonno, altera i circuiti neurotrasmettitoriali implicati nella regolazione dell’energia e favorisce un’attivazione dei processi infiammatori, contribuendo alla sensazione cronica di affaticamento.
Livelli insufficienti di vitamina D si associano a un aumento dello stato infiammatorio sistemico, che può tradursi in mialgie e artralgie diffuse. In alcune persone, questa condizione concorre all’insorgenza o all’aggravamento di forme artritiche, con rigidità e limitazione funzionale nei movimenti quotidiani.
Infezioni ricorrenti
La vitamina D svolge un ruolo modulatore sul sistema immunitario. Il suo deficit si associa a una maggiore suscettibilità alle infezioni delle vie respiratorie, inclusi raffreddori e sindromi influenzali. Nei pazienti con patologie respiratorie croniche, come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), la carenza di vitamina D aggrava ulteriormente la vulnerabilità agli agenti infettivi.
Alterazioni del tono dell’umore
La vitamina D è coinvolta nella regolazione dei neurotrasmettitori che influenzano il tono dell’umore. Livelli ridotti possono favorire l’insorgenza di stati depressivi o amplificare una tendenza preesistente. Il disturbo affettivo stagionale, che si manifesta tipicamente nei mesi a minore irradiazione solare, è in parte correlato alla ridotta sintesi di vitamina D.
Rachitismo nei bambini
In età pediatrica, la vitamina D è indispensabile per la corretta mineralizzazione ossea. Una carenza grave nei primi anni di vita può causare rachitismo, caratterizzato da deformità scheletriche, fragilità ossea e dolore muscolare. Il rischio è maggiore nei bambini con inadeguata esposizione solare o con un apporto alimentare di vitamina D insufficiente.
Osteopenia, osteoporosi e rischio di fratture
Negli adulti un deficit prolungato di vitamina D determina una progressiva riduzione della densità minerale ossea, favorendo lo sviluppo di osteopenia e osteoporosi. Ne consegue un aumentato rischio di fratture da fragilità, anche in seguito a traumi minimi.
Effetti cardiovascolari
La carenza di vitamina D può avere ricadute anche sul sistema cardiovascolare. Lo stato infiammatorio che si sviluppa in condizioni di deficit sembra favorire l’insorgenza di malattie cardiovascolari e alterare la funzionalità del miocardio.
Il primo passo è la misurazione dei livelli sierici di 25-idrossivitamina D mediante esame ematochimico. In caso di deficit accertato, il medico può prescrivere un’integrazione farmacologica con colecalciferolo, in formulazione orale (gocce o compresse), calibrata in base all’entità della carenza, all’età e alle condizioni cliniche del paziente. È utile affiancare all’integrazione un’adeguata esposizione solare e, quando possibile, un’attenzione alle fonti alimentari di vitamina D. La normalizzazione dei livelli richiede settimane o mesi di trattamento costante, ma permette di attenuare la sintomatologia e di prevenire le complicanze d’organo associate al deficit cronico.
The post Vitamina D bassa: i sintomi appeared first on Humanitas.
I tumori della testa e del collo interessano le strutture della testa e del collo e le vie aerodigestive superiori. I principali fattori di rischio per i tumori testa-collo sono l’alcol e il fumo e alcune tipologie di virus, tra cui il papilloma virus (HPV) e l’Epstein-Barr virus (EBV). Sono anche considerati fattori di rischio una cattiva igiene orale, un’alimentazione povera di verdura e frutta e l’esposizione a determinate sostanze, in particolare quelle utilizzate professionalmente da chi lavora il legno.
Come si arriva alla diagnosi per questi tumori? Ne parliamo con il professor Paolo Bossi, Responsabile dell’Unità di Oncologia Medica – Tumori testa-collo, cute e tumori gastroenterici presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
I tumori testa-collo interessano strutture con funzionalità fondamentali e si suddividono in varie categorie. Riconosciamo infatti:
Trattandosi di aree molto diverse tra loro e con funzioni differenti, la sintomatologia di questi tumori cambia in base alle strutture interessate. In particolare, devono destare sospetto manifestazioni come:
Per diagnosticare i tumori della testa e del collo lo specialista valuta i sintomi riportati dal paziente e le informazioni circa i principali aspetti della sua storia clinica e dello stile di vita (anamnesi). Vengono poi prescritti esami fondamentali per valutare il tipo di tumore e la sua aggressività ed estensione.
Tra questi, gli esami diagnostici più comuni sono l’endoscopia, che identifica eventuali lesioni tramite un endoscopio; l’ecografia, una metodica di diagnostica per immagini a ultrasuoni che serve in particolare a individuare i linfonodi patologici e a valutare i tumori di tiroide e ghiandole salivari; la biopsia, importante esame che esamina un campione di tessuto prelevato sotto anestesia locale o generale per valutare l’aggressività e la tipologia del tumore.
Altri esami diagnostici che possono venire prescritti sono: la risonanza magnetica nucleare (RMN), che si serve di campi magnetici per fornire immagini dettagliate dell’area di interesse ed è utile per definire l’estensione del tumore e i rapporti con le strutture limitrofi; la TAC, un esame radiologico che usa radiazioni ionizzanti per valutare la vascolarizzazione dei tessuti e degli organi e serve a stadiare la malattia; la PET con 18-fluorodesossiglucosio, un esame di medicina nucleare durante il quale viene somministrato un tracciante marcato con una molecola radioattiva che permette di individuare con accuratezza molto elevata la sede di malattia, il coinvolgimento dei linfonodi e le localizzazioni a distanza.
La seconda opinione multidisciplinare è un servizio rivolto a coloro che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore testa-collo e desiderano sottoporre i propri referti diagnostici e i risultati dell’esame istologico per un ulteriore consulto specialistico. Offerto dal Cancer Center di Humanitas, il servizio prevede un colloquio da remoto con un team multidisciplinare di specialisti che valutano le eventuali strategie di gestione del caso e le possibilità di trattamento.
Le terapie mediche stanno registrando una crescita di indicazioni nei tumori testa-collo: dalla fase precedente la chirurgia all’emergere di nuovi farmaci nella malattia recidivata o metastatica. Questo impone un uso saggio e adeguato delle terapie, integrate nei trattamenti multidisciplinari.
Prima di procedere con la prenotazione online, è necessario rispondere ad alcune domande per individuare la tipologia di visita più adatta al singolo caso.
La visita specialistica oncologica testa-collo permette di predisporre accertamenti e impostare una terapia specifica per i pazienti con diagnosi accertata o con sospetto di tumore legato ai risultati di esami medici.
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Quest’anno La Milanesiana inaugura la collaborazione con Humanitas, estendendo la presenza e il significato nel tessuto civile e culturale del Paese, portando il confronto culturale in spazi in cui la parola e l’ascolto possono assumere un valore ancora più necessario.
Gli appuntamenti si terranno il 20, 22 e 24 giugno con il ciclo di incontri “Il desiderio e la cura”, un titolo che richiama il dialogo tra medicina e filosofia, mettendo in relazione l’esperienza della cura con le domande etiche e umanistiche che la accompagnano. Saranno introdotti da Elisabetta Sgarbi.
Il 20 giugno all’Humanitas San Pio X di Milano, si terrà l’appuntamento “Il desiderio e la cura / 1 – La maternità nell’arte”.
L’evento si apre con il prologo poetico della scrittrice e poetessa Lucrezia Lerro.
Seguono la lettura “La maternità nell’arte” della giornalista, scrittrice e autrice Vania Colasanti e l’intervento musicale del musicista, compositore e divulgatore scientifico musicale Renato Caruso.
L’appuntamento comincia alle ore 11.00. In collaborazione con Humanitas San Pio X.
Ingresso gratuito con prenotazione al seguente link.
Il 22 giugno all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, l’appuntamento intitolato “Il desiderio e la cura / 2 – La legge del desiderio” vedrà Alessandro Bergonzoni protagonista di un incontro con i giovani del progetto AYA “Adolescents & Young Adults”: pazienti onco-ematologici di età compresa tra i 16 e i 39 anni.
L’evento inizia alle ore 12.00. In collaborazione con IRCCS Istituto Clinico Humanitas.
Appuntamento dedicato solo al pubblico ospedaliero.
L’incontro del 24 giugno “Il desiderio e la cura / 3 – Ferita e Luce” si terrà presso il Day Hospital Oncologico dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. Vedrà protagoniste l’attrice Veronica Pivetti e la sceneggiatrice Giovanna Gra, in un dialogo che esplora il confine tra dolore, consapevolezza e racconto di sé.
L’appuntamento comincia alle ore 12.00. In collaborazione con IRCCS Istituto Clinico Humanitas.
Appuntamento dedicato solo al pubblico ospedaliero.
The post La Milanesiana: al via la collaborazione tra Humanitas e la rassegna culturale di Elisabetta Sgarbi appeared first on Humanitas.
Le leucemie sono patologie tumorali del sangue caratterizzate da una malattia della cellula staminale, la cellula madre responsabile della produzione di globuli bianchi, globuli rossi e piastrine. Le leucemie includono varie patologie del sangue, che possono essere acute o croniche. Le leucemie acute sono più gravi, hanno un impatto immediato in termini di rischio per la salute e vanno diagnosticate e trattate tempestivamente. Le leucemie croniche, invece, sono patologie indolenti, caratterizzate ugualmente da un difetto della cellula staminale o di un precursore delle cellule del sangue nel midollo, ma con una sintomatologia più sfumata.
Ne parliamo con il professor Matteo Della Porta, Capo Sezione Leucemie dell’Unità di Ematologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Le leucemie acute si classificano in due diversi gruppi, che comportano percorsi terapeutici e impatti prognostici molto differenti: le leucemie mieloidi e le leucemie linfoidi.
Le leucemie mieloidi sono causate da un precursore delle cellule del sangue del midollo che è responsabile della produzione dei granulociti neutrofili, dei globuli rossi e delle piastrine.
Le leucemie linfoidi sono invece provocate da un precursore del sistema immunitario. In entrambi i casi, tuttavia, va definito con grande precisione il background genetico del paziente, ovvero le alterazioni molecolari specifiche di ciascuna persona, che costituiscono la base da cui partire per valutare il trattamento personalizzato più efficace.
Le leucemie croniche comprendono una varietà estremamente eterogenea di patologie in cui il difetto della cellula staminale comporta, nelle fasi iniziali, un’alterazione dei valori delle cellule del sangue di gravità inferiore e meno improvvisa. Nella maggior parte dei casi, le leucemie croniche, vengono diagnosticate in persone asintomatiche durante esami del sangue di controllo di routine prescritti dal medico di medicina generale.
In ogni caso le leucemie croniche non vanno sottovalutate perché la salute del sangue è fondamentale per il corretto funzionamento dell’organismo. Anche la cura delle leucemie croniche è personalizzata e, per questo, bisogna per prima cosa eseguire gli esami di analisi molecolare.
I sintomi della leucemia sono spesso sfumati. Tra questi ci sono:
In presenza di questi sintomi, soprattutto se persistenti, bisogna fare riferimento al medico di medicina generale. In genere, infatti, bastano gli esami del sangue per evidenziare un sospetto clinico di malattia acuta del sangue.
La leucemia ha un picco di incidenza nella popolazione generale dopo i 65-70 anni e, quindi, l’età è considerata il principale fattore di rischio per questa patologia. Con l’invecchiamento, infatti, la cellula staminale diventa più fragile e, come le altre cellule del nostro corpo, si può ammalare più facilmente.
Di recente, però, sono stati individuati in un numero limitato di casi alcuni fattori genetici di predisposizione ereditaria: in questi casi la leucemia origina da difetti del DNA ereditati dai propri genitori, che configurano una fragilità delle cellule emopoietiche che tendono ad ammalarsi con più frequenza rispetto a chi non ha la stessa predisposizione.
I trattamenti per la leucemia, sia acuta, sia cronica, si basano oggi sul concetto di medicina personalizzata. Come abbiamo detto, infatti, esistono diversi tipi di leucemie e ogni persona presenta un profilo molecolare specifico, quindi delle alterazioni del DNA e delle cellule che, in ogni singolo caso, definiscono in modo estremamente preciso la biologia della malattia. Nella medicina personalizzata si valutano nella pratica clinica queste alterazioni e, successivamente, si stabilisce quale tra i trattamenti innovativi che ci sono oggi a disposizione rappresenta la strategia più efficace per il singolo paziente.
La leucemia è una malattia da cui, oggi, si può guarire. Per la leucemia acuta è infatti possibile eseguire un trapianto di cellule staminali da donatore sano: una strategia terapeutica potenzialmente curativa, che può eradicare le cellule leucemiche da un soggetto malato in modo definitivo. Sempre per alcune tipologie di leucemia acuta, come la leucemia acuta promielocitica e la leucemia acuta linfoblastica, sono disponibili trattamenti mirati ai difetti specifici alla base della patologia.
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Le fratture sono interruzioni di un profilo osseo e possono interessare ossa lunghe o ossa brevi. Sono provocate da traumi determinati da scontri ad alta energia, come incidenti, contatti sportivi o cadute, oppure da una diminuzione della resistenza ossea, in presenza di patologie e infezioni. Le fratture si classificano in composte, se i due monconi sono allineati, o scomposte, se c’è un disallineamento osseo e, oggi, si tende a trattarle chirurgicamente.
Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
In caso di sospetta frattura bisogna recarsi al Pronto Soccorso. Se ci si trova in un ambiente urbano si devono chiamare i soccorsi al 112 per ricevere assistenza sanitaria se la frattura interessa gli arti inferiori, mentre se la frattura interessa gli arti superiori è possibile farsi accompagnare al Pronto Soccorso.
Se ci si trova in un ambiente rurale o boschivo, in caso di impossibilità di ricorrere immediatamente al soccorso sanitario, bisogna immobilizzare l’area interessata dalla frattura, se possibile facendosi aiutare, e recarsi in un’area dove è possibile contattare i soccorsi.
Oggi l’opzione terapeutica per le persone adulte è quasi sempre chirurgica. In presenza in particolare di fratture articolari è fondamentale che la riduzione sia perfetta e che la ripresa della funzione sia precoce e, per questo, il trattamento chirurgico viene in genere indicato anche in caso di scomposizioni lievi. Inoltre, l’immobilizzazione per un lungo periodo di arti o articolazioni può favorire l’insorgenza di rigidità e di osteoporosi da mancato uso.
Nei bambini, invece, la capacità di rimodellamento osseo è più alta e, in fase di accrescimento scheletrico, un intervento chirurgico può associarsi a danni nello sviluppo delle ossa. In questo caso, quindi, si preferisce un intervento conservativo.
Il tempo di guarigione di una frattura è di almeno 2-3 mesi. Si tratta infatti di tempistiche legate alla biologia individuale, che dipendono dalla fase di maturazione del callo. Distretti coperti da una quantità minore di muscoli, come gambe o clavicola, hanno dei tempi di guarigione in genere più lunghi rispetto ad altri distretti ossei.
In generale, l’intervento chirurgico e la stabilizzazione della frattura consentono di iniziare anticipatamente la fase di recupero funzionale, poiché questa non dipende solo dal callo in formazione ma è sostenuta da un mezzo di sintesi che riduce la frattura.
Nelle fratture composte l’osso guarisce e, con la formazione e il rimodellamento del callo osseo, in circa 2 anni può tornare come in precedenza alla frattura. In questo caso si possono riprendere tutte le attività che si svolgevano prima.
Se, invece, l’osso guarisce con un vizio d’asse o di rotazione, potrebbero presentarsi problematiche sia da un punto di vista anatomico, sia da un punto di vista funzionale. È quindi fondamentale che l’osso guarisca nella posizione corretta per garantire la sua funzionalità.
La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.
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Il 9 e il 10 giugno 2026 il Centro Congressi dell’IRCCS Istituto Clinico di Rozzano ospiterà la seconda edizione del convegno di Cardiologia “Il cardiopatico controverso” diretto dal dottor Giovanni La Canna, Responsabile del Servizio di Diagnostica Ecografia Applicata e dalla dottoressa Lucia Torracca, Responsabile di Cardiochirurgia, con la segreteria scientifica della dottoressa Iside Scarfò, del Servizio di Diagnostica Ecografia Applicata.
Il convegno, come da titolo, è focalizzato su aspetti controversi della gestione diagnostica e terapeutica delle cardiopatie, che costituiscono fonte di dilemmi e sfide decisionali nella pratica clinica, per un’ottimale applicazione nel singolo paziente sia dei percorsi convenzionali che delle innovazioni emergenti.
I panel previsti durante il congresso si concentreranno sull’approfondimento di diverse patologie cardiache, tra cui:
Sarà inoltre lasciato spazio anche a tecniche diagnostiche tra cui l’ecocardiografia transesofagea nell’endocardite e la Photon Counting CT e alla discussione sull’uso dell’intelligenza artificiale in ecocardiografia nonché a trattamenti innovativi tra cui il trattamento con inibitori actina-miosina nella miocardiografia ipertrofica, la re-riparazione mitralica edge-edge percutanea, la chirurgia valvolare tricuspidale, e la TAVI. Ci sarà inoltre modo di affrontare il tema della gravidanza nella paziente cardiopatica e dilemmi clinici tra cui il trattamento con eparina e la chirurgia dell’endocardite nel paziente neoplastico.
Il convegno vedrà anche un intervento del professor Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista, che presenterà una lettura filosofica intitolata: “Tachicardia. Parola greca che significa innamoramento”.
Per maggiori informazioni sul programma clicca qui.
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Prende il via a Milano il festival europeo dedicato a salute, prevenzione, innovazione e intelligenza artificiale. Dal 4 al 6 giugno, dalle 9 alle 20, Milano Health Week porterà in Piazza Gae Aulenti istituzioni, comunità scientifiche, ospedali, associazioni pazienti, aziende e cittadini con l’obiettivo di promuovere una cultura della prevenzione più consapevole e partecipativa, valorizzando il ruolo sempre più strategico della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nel trasformare ricerca clinica, diagnosi, cura e qualità della vita delle persone.
Anche l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Humanitas University e Humanitas San Pio X saranno parte dell’iniziativa con talk, attività di divulgazione e consulti gratuiti.
Cuore della manifestazione infatti un grande villaggio open-air articolato in sei padiglioni tematici dedicati a salute femminile, salute maschile, neurologia e salute mentale, gastroenterologia e nutrizione, prevenzione oncologica e metabolismo cardiometabolico.
Tra le attività previste: ecografie e pap test con il truck LILT, spirometrie, test cognitivi, valutazioni cardiovascolari e percorsi cardio-metabolici, oltre a talk, workshop e incontri con specialisti dedicati ai temi della prevenzione, della diagnosi precoce, del mental wellness, del supporto ai pazienti e della qualità della vita.
ll programma completo della manifestazione, con il calendario degli eventi e le modalità di prenotazione per le attività dedicate alla prevenzione e agli incontri con gli specialisti, è disponibile sul sito ufficiale: https://www.healthweek.eu
Milano Health Week in Portanuova si svolge inoltre con il supporto di Comune di Milano, Regione Lombardia, Milano Wellness City 2030, Rete Italiana Città Sane OMS e Assolombarda ed è patrocinata da ESAIH (European Society for Artificial Intelligence in Health).
Alla manifestazione hanno dato il patrocinio, inoltre: AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), ENPAM (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri), SIMI (Società Italiana di Medicina Interna), SIN (Società Italiana di Neurologia), SIIAM (Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina), SIAN Italia (Società Infermieri Area Neurologica), UEG (United European Gastroenterology), AIRIA (Associazione Italiana Regolazione Intelligenza Artificiale), Italian Tech Alliance, LIPHE (Logistica Integrata Pharma Healthcare), AMICI Italia, ACTO Lombardia, aBRCAdabra, W4O Italy e La Lampada di Aladino ETS.
Cuore della Milano Health Week in Portanuova sarà un grande villaggio open-air articolato in sei padiglioni tematici dedicati ai principali ambiti della salute. Un percorso multidisciplinare pensato per avvicinare cittadini, comunità scientifica e istituzioni ai temi della diagnosi precoce, della qualità della vita, della ricerca clinica e dell’evoluzione della medicina, con un focus sulle nuove tecnologie e sull’intelligenza artificiale applicata alla salute.
In particolare, gli specialisti Humanitas saranno coinvolti nel padiglione dedicato a Women’s Health e in quello dedicato a Oncologia: prevenzione e screening.
Women’s Health
Il padiglione Women’s Health della Milano Health Week in Portanuova sarà dedicato ai grandi temi della salute femminile, con un approccio multidisciplinare che unirà prevenzione, diagnosi precoce, benessere, fertilità, menopausa e innovazione clinica. Un percorso pensato per accompagnare le donne nelle diverse fasi della vita, promuovendo una maggiore consapevolezza sui temi della salute ginecologica e oncologica. Tra i principali focus: tumori ginecologici, prevenzione e screening, fertilità, benessere ormonale, salute riproduttiva e qualità della vita, con incontri con specialisti, attività informative e momenti di approfondimento aperti al pubblico.
«In Italia ogni anno ci sono circa 15.000 nuovi casi di tumori ginecologici, alcuni diagnosticati in stadio avanzato per insufficiente conoscenza della malattia e dei sintomi e la mancanza di programmi di screening in grado di aumentare la sopravvivenza. Questo ci dice che possiamo fare ancora molto in termini di sensibilizzazione e diagnosi precoce. Grazie ai progressi della Ricerca e a un approccio multidisciplinare in centri specializzati, oggi le possibilità di cura sono in costante miglioramento, ma conoscere la malattia è il primo passo. Con questo obiettivo saremo presenti alla Milano Health Week con approfondimenti che vanno dalla prevenzione alla cura, con uno sguardo globale al benessere della donna e della sua rete familiare, non solo in campo oncologico». Responsabile scientifico, Prof.ssa Domenica Lorusso, Responsabile Centro di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X.
Oncologia: Prevenzione e Screening
Il padiglione Prevenzione & Oncologia sarà dedicato ai temi della prevenzione oncologica, della diagnosi precoce e dell’evoluzione delle terapie antitumorali, con particolare attenzione al ruolo della ricerca clinica, delle nuove tecnologie e della medicina personalizzata. Il percorso offrirà incontri con specialisti e approfondimenti dedicati ai corretti stili di vita, agli screening e alle innovazioni che stanno trasformando i percorsi di cura in ambito oncologico.
«Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 4 tumori su 10 potrebbero essere evitati adottando corretti stili di vita. A partire da questo dato, abbiamo organizzato le attività della Milano Health Week con consulti e incontri dedicati alla prevenzione e all’importanza degli screening. Parleremo di alimentazione, fumo, esposizione al sole, attività fisica e vaccinazioni, temi centrali per ridurre il rischio oncologico. Spazio anche ai progressi della Ricerca, ai nuovi farmaci e alle tecnologie che stanno contribuendo a rendere i percorsi di cura sempre più efficaci e personalizzati». Responsabile scientifico, Prof. Armando Santoro, Direttore Cancer Center dell’Irccs Istituto Clinico Humanitas.

Milano Health Week in Portanuova offrirà uno sguardo concreto sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina, attraverso dimostrazioni, tecnologie innovative e applicazioni già oggi utilizzate nei diversi ambiti della prevenzione e della pratica clinica: dalle soluzioni di intelligenza artificiale applicate alla mammografia e al tumore della prostata all’endoscopia avanzata, dai modelli predittivi per il rischio cardiometabolico ai digital twin, dai sensori per il monitoraggio glicemico continuo alla voice AI e ambient AI per il supporto ai professionisti sanitari, fino alle piattaforme di synthetic data per la ricerca.
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Si è tenuto giovedì 28 maggio presso il Centro Congressi dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano un incontro scientifico dedicato a un importante traguardo per l’Urologia di Humanitas. Dieci anni fa, infatti, il professor Giorgio Guazzoni ha assunto la guida di un nuovo progetto clinico e organizzativo, contribuendo a rafforzare e sviluppare ulteriormente una realtà già presente in Humanitas. Da allora il gruppo di Urologia, guidato oggi dal dottor Paolo Casale, ha consolidato il proprio ruolo di riferimento a livello nazionale per volumi chirurgici, approcci mininvasivi, ricerca clinica e sviluppo di percorsi formativi avanzati.
Come sottolinea il dottor Casale, l’evento vuole “celebrare questo traguardo e rafforzare il senso di collaborazione e allineamento su visione clinica, didattica, scientifica tra tutte le Urologie di Humanitas e oltre”. L’obiettivo formativo è promuovere un aggiornamento integrato e pratico sulle principali aree della moderna urologia, favorendo lo scambio di competenze, il networking professionale e l’adozione di percorsi diagnostico-terapeutici sempre più efficaci, sicuri e basati sull’evidenza.
La collaborazione è infatti un elemento distintivo di questi dieci anni: sia con i team di Urologia del gruppo Humanitas (Humanitas San Pio X, Humanitas Mater Domini, Humanitas Gavazzeni, Humanitas Gradenigo e Humanitas Istituto Clinico Catanese), sia con le realtà che fanno parte della rete formativa della Scuola di Specialità di Urologia di Humanitas University come l’Istituto Clinico Città Studi, l’Ospedale di Vizzolo Predabissi e l’Ospedale di Borgomanero.
A livello di Gruppo Humanitas, la collaborazione diventa confronto in presenza di casi clinici complessi o laddove sia prevista l’introduzione di una nuova tecnica chirurgica e nella partecipazione ai congressi internazionali; dal punto di vista didattico si lavora in sinergia per aiutare la crescita professionale degli specializzandi.
Importante anche l’attività di ricerca: “Nel 2025 l’Urologia di Humanitas Rozzano ha totalizzato più di 400 punti di impact factor con più di 100 lavori, frutto di investimenti innovativi e tecnologici – conclude il prof. Nicolò Buffi, Direttore della Scuola di Specializzazione in Urologia di Humanitas University. Tra le tecnologie di spicco, un ecografo ad alta definizione (per la diagnosi di tumore della prostata), il trattamento focale per il tumore prostatico (HIFU) e il robot da Vinci single port”.
Elemento centrale di questo percorso è rappresentato dall’investimento continuo in ricerca traslazionale e innovazione tecnologica, che ha permesso a Humanitas e alla rete formativa di Humanitas University di consolidare un modello integrato tra attività clinica, sperimentazione e sviluppo tecnologico. In particolare, l’adozione di piattaforme avanzate di chirurgia mininvasiva e robotica, unitamente al potenziamento dei programmi di ricerca multicentrica, ha contribuito in modo significativo non solo al miglioramento degli outcome clinici, ma anche alla produzione scientifica e alla diffusione di nuove competenze. Questo approccio ha reso possibile una crescita strutturata della qualità assistenziale e della formazione, rafforzando il ruolo del gruppo come centro di riferimento nazionale e internazionale.
Il pomeriggio si è articolato in quattro sessioni dedicate a prostata, rene, vescica e didattica urologica. Attraverso letture magistrali e discussioni moderate da esperti riconosciuti, l’evento ha offerto una panoramica aggiornata sulle innovazioni terapeutiche, incluse le terapie mediche emergenti, gli approcci adiuvanti e le strategie per la gestione delle forme refrattarie.
Una parte specifica è stata inoltre dedicata ai modelli di formazione e simulazione, elemento fondamentale per preparare la nuova generazione di urologi e ridurre la variabilità di pratica clinica. Per finire, un momento celebrativo per valorizzare il percorso decennale del gruppo.
Alla giornata ha partecipato anche il prof. Patrizio Rigatti, che ha avuto un ruolo centrale nella formazione di tanti specialisti.
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La dermatite è un disturbo della pelle caratterizzato da un’infiammazione associata a chiazze rosse, pelle secca e prurito. Quando questi sintomi si sviluppano improvvisamente, senza cause scatenanti evidenti, come per esempio allergeni o contatto con determinate sostanze, e in un momento in cui la persona è sovraccarica da un punto di vista psicofisico, si può parlare di dermatite da stress.
Ne parliamo con il dottor Mario Valenti, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Dermatite è un termine generico che si utilizza per definire un quadro di infiammazione della cute, caratterizzato tipicamente da sintomi come chiazze rosse, prurito e secchezza cutanea. Per questo è fondamentale una valutazione dermatologica specialistica in modo da poter individuare il quadro clinico della dermatite e instaurare una strategia terapeutica efficace per ogni singolo paziente.
In particolare le tipologie di dermatite sono:
Lo stress è un fattore aggravante e peggiorativo di una grande quantità di patologie infiammatorie della cute, tra cui varie forme di dermatite. Non è quindi corretto definire lo stress come l’unica causa scatenante della dermatite: sarebbe più corretto parlarne come di una concausa.
Momenti di tensione psicofisica, come possono essere per esempio fasi di grande impegno lavorativo o scolastico, possono concorrere a un’esacerbazione di malattia e a un peggioramento dei sintomi associati a diversi quadri di dermatite.
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Le radiazioni ionizzanti trovano impiego nella medicina nucleare sia a scopo diagnostico sia terapeutico. L’utilizzo dei radiofarmaci permette un’azione mirata, utile per studiare la funzionalità di organi e tessuti e per eliminare selettivamente le cellule patologiche, sia in ambito oncologico sia in quello non oncologico. I radiofarmaci possono essere di vario tipo e a occuparsi della scelta del radiofarmaco adatto alla patologia e alle condizioni cliniche del paziente è il medico specialista in medicina nucleare.
Ne parliamo con la professoressa Laura Evangelista, dell’Unità di Medicina Nucleare presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La terapia con radiofarmaci è indicata oggi per pazienti con patologie come:
La preparazione per la terapia con i radiofarmaci varia in base al tipo di radiofarmaco che deve essere somministrato. Per esempio, ai pazienti che devono eseguire un trattamento per patologia della tiroide viene in genere richiesto di presentarsi a digiuno o di seguire specifiche indicazioni fornite in fase di vista dallo specialista in medicina nucleare.
Per i pazienti che devono sottoporsi a terapia nucleare per tumori neuroendocrini o per patologie prostatiche, non ci sono indicazioni precise da seguire. In ogni caso, il paziente riceverà tutte le informazioni da parte dello specialista per prepararsi al meglio al trattamento.
La terapia con i radiofarmaci viene in genere eseguita per via endovenosa ma, in un numero limitati di casi, può essere eseguita anche mediante somministrazione orale. La modalità di esecuzione della terapia dipende sia dal tipo di trattamento, sia dal tipo di patologia.
Per il trattamento di tumori maligni della prostata e tumori neuroendocrini è previsto un ricovero ordinario per una terapia per via endovenosa presso Centri specializzati in medicina nucleare. Nel tumore maligno della tiroide è prevista una ricovera ordinario dopo assunzione di una compressa per via orale. In caso, invece, di patologia benigna della tiroide, la somministrazione avviene per via orale ed il paziente può dimesso nel corso della stessa giornata.
Gli effetti collaterali associati alla somministrazione di radiofarmaci a scopo terapeutico sono molto limitati e possono comportare alterazioni a carico del sangue, della funzionalità renale ed epatica.
Si tratta, in genere, di effetti collaterali identificabili precocemente dal medico e gestibili in modo semplice e in un arco di tempo piuttosto breve.
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L’omero è l’osso del braccio che si estende dal gomito fino alla spalla. La sua estremità superiore, grazie alla testa omerale, si articola con la cavità glenoidea della scapola, formando l’articolazione scapolo-omerale, comunemente nota come spalla.
La porzione più vicina al gomito è chiamata epifisi distale, la parte centrale è la diafisi omerale, mentre la zona superiore prende il nome di epifisi prossimale.
La frattura, in base alla parte dell’osso coinvolta, si distingue in:
Quali sono i sintomi della frattura dell’omero prossimale e come viene trattata? Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La frattura dell’omero prossimale è piuttosto comune nelle persone anziane, in particolare nelle donne con osteopenia o osteoporosi, spesso dopo una caduta.
Può però verificarsi a qualsiasi età in seguito a incidenti o traumi diretti alla spalla.
A seconda della fragilità ossea (comune nell’anziano) e del tipo di caduta, la frattura coinvolgente l’omero prossimale può essere più o meno grave. In alcuni casi può associarsi la contemporanea lussazione della spalla, rendendo il quadro clinico più grave ed il trattamento più urgente.
I sintomi di una frattura dell’omero variano a seconda del tipo di frattura, ma in genere includono:
In presenza di dolore, gonfiore e limitata funzionalità dell’arto dopo una caduta, è consigliabile immobilizzare l’estremità, applicare del ghiaccio e rivolgersi al Pronto Soccorso per una valutazione ortopedica.
La diagnosi viene effettuata dallo specialista ortopedico, che potrà prescrivere l’esecuzione di una radiografia come esame di primo livello; successivamente potrebbe rendersi necessaria una Tomografia Computerizzata (TAC), per eseguire la corretta diagnosi e pianificare l’eventuale trattamento chirurgico.
Nel caso di una frattura composta, e dunque ben allineata, il trattamento prevede l’immobilizzazione del braccio con un tutore specifico (tasca reggibraccio con fascione) o una fasciatura coprente arto e petto (bendaggio Desault), utile a sostenere l’arto e ridurre il dolore durante la guarigione ossea.
Il trattamento chirurgico può invece essere necessario in caso di fratture scomposte (soprattutto in varo) della testa omerale. Nel giovane il trattamento chirurgico prevede quasi sempre la riduzione e sintesi della frattura, anche quando la scomposizione è maggiore. Nell’anziano invece, soprattutto in caso di comminuzione della frattura o ridotto bone stock residuo della testa omerale fratturata, si privilegia la sostituzione protesica.
La visita ortopedica per la frattura della spalla serve a valutare la lesione della stessa, pianificare il trattamento adeguato e monitorare il processo di guarigione.
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La dermatite da contatto è una patologia dovuta a una reazione allergica della pelle provocata dal contatto con determinate sostanze responsabili della risposta immunologica dell’organismo. La reazione infiammatoria della dermatite da contatto è in genere improvvisa e comporta l’insorgenza di chiazze rosse, vescicole, croste e desquamazione, con un prurito più o meno intenso. La dermatite da contatto può essere allergica, se provocata da allergeni, oppure irritativa, se è provocata da sostanze irritanti.
Ne parliamo con il dottor Mario Valenti, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La dermatite da contatto può essere di tipo allergico o irritativo. La dermatite allergica da contatto è provocata da sostanze allergizzanti, che nelle persone non allergiche non danno origine a reazioni sintomatiche, mentre la dermatite irritativa da contatto è causata da sostanze irritanti come detergenti o solventi.
La principale differenza tra i due tipi di dermatiti da contatto, da un punto di vista diagnostico, riguarda l’insorgenza dei sintomi: le sostanze irritanti, infatti, determinano un quadro di dermatite sin dal primo contatto. Quando si parla di dermatite allergica da contatto, invece, lo sviluppo dei sintomi avviene in un momento successivo a una preliminare sensibilizzazione all’allergene.
La diagnosi di dermatite allergica da contatto si basa sulla visita specialistica, durante la quale lo specialista valuta le manifestazioni fisiche della patologia e su un esame, il patch test.
Il patch test comporta l’utilizzo di specifici cerotti infusi di allergene che vengono applicati sulla schiena del paziente e rimossi dopo circa 3 giorni. Al momento della rimozione, il medico valuta le condizioni della cute sottostante per individuare eventuali reazioni allergiche specifiche.
Il patch test è fondamentale sia perché consente di distinguere un eventuale quadro di dermatite irritativa da un quadro di forme allergiche, sia perché consente di valutare quale sia la terapia più adeguata in base all’allergene coinvolto.
Il trattamento della dermatite allergica da contatto si basa principalmente sulla prevenzione dal contatto con lo specifico allergene e con una terapia a base di farmaci cortisonici.
La terapia farmacologica cortisonica è locale se la sintomatologia è lieve o sistemica se la dermatite è più grave. In presenza di sintomatologia pruriginosa, inoltre, si può intervenire con terapie antistaminiche per bocca.
La dermatite irritativa da contatto si manifesta quando si utilizzano prodotti a base di sostanze molto aggressive, anche in maniera ripetuta nel tempo. Per prevenire l’insorgenza di dermatite irritativa bisogna quindi evitare l’utilizzo delle sostanze che la provocano. Nelle forme acute di dermatite possono essere prescritte terapie cortisoniche sistemiche per brevi cicli.
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