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#news #ospedale #humanitas #Rozzano #Milano
La dengue è una malattia virale che si trasmette all’uomo tramite un artropode vettore, la zanzara delle specie Aedes aegypti e Aedes albopictus e successivamente da persona infetta a persona non infetta. Dopo la puntura di una zanzara vettore, il virus risulta presente nel sangue della persona infetta per circa 2-7 giorni. La dengue è particolarmente diffusa nelle aree subtropicali e tropicali ed è in progressiva diffusione, con focolai epidemici in centro America, sud America, Africa e sud est asiatico.
Ne parliamo con il dottor Filippo Medioli, dell’Unità di Infettivologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano.
La dengue è una febbre emorragica che, soprattutto negli adulti, si presenta con sintomi associati alla febbre come:
Questi sintomi si manifestano in 5-6 giorni dal momento dell’infezione possono essere accompagnati da una complicanza grave: una sintomatologia emorragica che comporta la perdita di sangue dagli orifizi. La dengue in alcuni casi può essere fatale e per questo va trattata in ambito ospedaliero d’urgenza.
La dengue può essere contratta più volte poiché ne esistono 4 sierotipi: Den-1, Den-2, Den-3 e Den-4. Per questo, chi sta pianificando un viaggio in aree in cui la patologia è endemica, come centro America, Africa o sud est asiatico, dovrebbe sottoporsi a vaccinazione. Il vaccino è tetravalente vivo attenuato e protegge quindi da tutti i sierotipi. Viene inoculato in due fasi e affinché abbia piena efficacia si consiglia di terminare il ciclo vaccinale prima della partenza.
Una volta contratta la dengue non può essere curata con una terapia antivirale specifica. Il trattamento infatti è volto principalmente al contenimento dei sintomi con farmaci antipiretici, riposo e attenzione a un’adeguata idratazione.
The post Dengue: i sintomi e come si trasmette appeared first on Humanitas.
L’infarto del miocardio si verifica quando si sviluppa una necrosi in una parte del muscolo cardiaco a causa dell’ostruzione di una delle arterie coronarie che, quindi, impedisce l’adeguato apporto di ossigeno e sangue tramite la circolazione arteriosa. L’infarto del miocardio può insorgere durante o dopo uno sforzo, per un’emozione intensa o a riposo e i sintomi da cui è riconoscibile sono diversi tra la popolazione maschile e quella femminile.
Come si riconosce un infarto? Ne parliamo con la dottoressa Cristina Panico, cardiologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’infarto del miocardio si riconosce dai sintomi che provoca. Il sintomo caratteristico dell’infarto è il dolore retrosternale, di frequente descritto come una sorta di “pugno” sullo sterno, che spesso si irradia alle spalle e al braccio, in genere quello sinistro. Al dolore toracico si possono associare anche la mancanza di fiato (dispnea) e/o un dolore retroscapolare irradiato al dorso.
Nella popolazione femminile l’infarto tende a manifestarsi con sintomi atipici. È spesso quindi assente il dolore toracico mentre sono più comunemente presenti sintomi come la mancanza di fiato, che può manifestarsi per sforzi minimi o anche a riposo e/o il dolore alle mascelle, ossia un dolore che dallo sterno si irradia fino alla mandibola.
L’infarto del miocardio è una patologia acuta, caratterizzata da un’ostruzione delle arterie del cuore, con una riduzione dell’afflusso di sangue al cuore e una conseguente riduzione di nutrienti e ossigenazione. Il tessuto va quindi incontro a sofferenza, con l’insorgenza dei sintomi caratteristici e di complicanze secondarie. Le principali conseguenze dell’infarto sono le aritmie cardiache, aritmie ventricolari maligne che possono causare un arresto cardiaco.
Ci sono anche altre cause di arresto cardiaco non conseguenti all’infarto del miocardio, come le aritmie ventricolari in cuori sani, associate a patologie del tipo elettrico, o aritmie ventricolari nel contesto di cardiomiopatie: tra queste la cardiomiopatia ipertrofica è la principale causa di arresto cardiaco. L’arresto cardiaco, quindi può manifestarsi sia come complicanza dell’infarto del miocardio, sia essere provocato da malattie elettriche del cuore o da patologie del tessuto cardiaco.
In presenza dei sintomi descritti, che possono indicare la presenza di infarto, è importante accedere il prima possibile al Pronto Soccorso. Infatti, la presenza di un infarto del miocardio può essere esclusa solo con l’esecuzione di elettrocardiogramma ed esami del sangue. La principale terapia per l’infarto è l’apertura dell’arteria che sta provocando l’infarto (rivascolarizzazione coronarica) e prima viene impostata, minori saranno le complicanze. Quando si parla di infarto è fondamentale intervenire tempestivamente, perché minore è il tempo che trascorre tra l’insorgenza del dolore e l’accesso della persona al Pronto Soccorso e migliore sarà la prognosi.
Fattori psichici e fisici possono instabilizzare le placche aterosclerosiche, provocando l’infarto del miocardio. Esiste inoltre una cardiopatia specifica associata a stimoli stressanti (cardiopatia da stress): si tratta di una transitoria disfunzione del miocardio associata a fattori stressanti sia di natura psicologica, sia di natura fisica.
L’attacco di panico spesso si può manifestare con un dolore toracico retrosternale, che assomiglia molto al dolore che si sviluppa in presenza di un infarto del miocardio. Distinguere tra attacco di panico e infarto, quindi, può essere complesso. Inoltre, una persona con infarto del miocardio può sviluppare sintomi associati a stati d’ansia e panico, sia per il dolore sia per l’agitazione legata al momento.
È quindi fondamentale, in presenza di dolore toracico, accedere nel minor tempo possibile al Pronto Soccorso, in modo che sia possibile eseguire accertamenti come elettrocardiogramma ed esami del sangue che confermano o escludono la patologia cardiaca.
Una volta esclusa la presenza di patologia cardiaca è importante impostare con lo specialista di riferimento un trattamento per intervenire sugli stati d’ansia.
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Humanitas sviluppa un percorso dedicato alla Sindrome VEXAS, una patologia complessa e ancora poco conosciuta, che richiede competenze integrate tra ematologi, reumatologi, immunologi e genetisti.
All’interno del Cancer Center e dell’Immuno Center, Humanitas è tra i primi ospedali in Italia ad aver attivato un percorso multidisciplinare dedicato, con l’obiettivo di offrire diagnosi precise, terapie personalizzate e accesso a studi clinici innovativi.
La Sindrome VEXAS (acronimo inglese di Vacuoles, E1 enzyme, X-linked, autoinflammatory, somatic) è una malattia rara descritta solo negli ultimi anni. È causata da una mutazione “somatica” – cioè acquisita nel corso della vita e non ereditaria – in un gene chiamato UBA1, localizzato sul cromosoma X.
Questa mutazione interessa le cellule del sangue e può provocare due effetti strettamente collegati:
La VEXAS rappresenta in modo esemplare il legame tra infiammazione e tumori del sangue: una mutazione che nasce nelle cellule ematologiche può generare una risposta infiammatoria grave e debilitante. È la dimostrazione patogenetica di un collegamento tra infiammazione e tumori che la Ricerca ipotizzava da tempo.
Poiché il gene coinvolto si trova sul cromosoma X, la forma classica con mutazione UBA1 colpisce quasi esclusivamente uomini, in genere dopo i 50 anni. È possibile che attualmente questa patologia sia sottodiagnosticata e che molti pazienti abbiano ricevuto altre diagnosi, anche perché il test molecolare non è disponibile in tutti i laboratori. Inoltre, esistono condizioni in cui, nonostante un quadro clinico suggestivo per sindrome VEXAS, il test molecolare risulti negativo. Questo accade più frequentemente nelle donne, ponendo nuove domande per la ricerca: esistono altri geni coinvolti oltre UBA1? Esistono altri meccanismi che collegano infiammazione e alterazioni delle cellule del sangue? Come migliorare il percorso diagnostico-terapeutico dei pazienti sintomatici ma UBA1-negativi?
Uno degli aspetti più complessi della VEXAS è la diagnosi. I pazienti arrivano spesso all’attenzione dei medici per:
In Humanitas, il paziente viene accolto nell’ambito di un ambulatorio multidisciplinare, che prevede il test molecolare validato e codificato per questa patologia, eseguito in laboratorio.
Per rispondere a queste sfide, è stato creato un gruppo multidisciplinare che coinvolge specialisti del Cancer Center e dell’Immuno Center, tra cui reumatologi, ematologi e genetisti.
Il team – coordinato dal dottor Gabriele Todisco, ematologo e ricercatore del team del prof. Matteo Della Porta, e dalla prof.ssa Maria De Santis, reumatologa e ricercatrice del team del prof. Carlo Selmi – si riunisce per discutere ogni caso.
Il percorso clinico prevede due possibili “porte di ingresso”, a seconda dei sintomi iniziali:
In entrambi i casi, il paziente viene seguito in modo integrato, evitando trattamenti frammentati e talvolta poco efficaci. L’adeguatezza della terapia fin dall’inizio è fondamentale, perché questi pazienti possono avere un decorso complesso e un rischio aumentato di complicanze.
Attualmente non esistono terapie “su misura” per la VEXAS: si utilizzano farmaci delle malattie oncoematologiche o reumatologiche. Per questo è cruciale essere seguiti in un centro che dia accesso a clinical trial e a farmaci innovativi.
In Humanitas, la Sindrome VEXAS è al centro di un importante progetto di Ricerca finanziato da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS nell’ambito del programma “My First AIRC Grant”, vinto dal dottor Gabriele Todisco.
Il progetto – intitolato “Dissecting dysfunctional immune response in patients with chronic myeloid neoplasms and unexplained inflammation” – parte da un’ipotesi innovativa: la VEXAS potrebbe rappresentare solo la punta dell’iceberg di una condizione più ampia, in cui alterazioni genetiche delle cellule del sangue e infiammazione cronica si alimentano a vicenda.
L’obiettivo è:
L’obiettivo finale è comprendere meglio i meccanismi che legano infiammazione cronica e tumori del sangue per aprire la strada a trattamenti personalizzati, capaci di modificare la storia naturale delle neoplasie mieloidi e delle sindromi correlate.
“La Sindrome VEXAS è una malattia rara, ma il suo studio ha un valore che va oltre i singoli pazienti. Rappresenta un modello biologico che dimostra come una mutazione acquisita nelle cellule del sangue possa generare una grave infiammazione sistemica, con conseguenze molto gravi per chi ne è portatore”, afferma il dottor Gabriele Todisco.
“Riconoscere precocemente i campanelli d’allarme e rivolgersi a centri specializzati può fare la differenza, sia per prevenire quadri più gravi sia anche per migliorare la qualità della vita dei pazienti e per il progresso della Ricerca”, conclude la prof.ssa Maria De Santis.
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Il cerume riveste un ruolo importante per la salute delle orecchie. Prodotto dalle cellule ceruminose presenti nel condotto uditivo esterno, il cerume protegge infatti il canale uditivo dall’ingresso di microorganismi, particelle e polvere, ma anche da irritazioni che possono insorgere con il contatto con l’acqua.
In alcuni casi, però, l’organismo può produrre una quantità di cerume superiore a quanto effettivamente necessario all’orecchio, con lo sviluppo di un tappo, che blocca il canale uditivo. Nella maggior parte dei casi questo tappo non è direttamente collegato all’aumento della produzione di cerume, quanto a tentativi errati di rimuoverlo in autonomia e che, invece di eliminare il cerume, lo spingono più in profondità.
Ne parliamo con la dottoressa Vanessa Rossi, otorinolaringoiatra presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
I principali sintomi che possono far sospettare la presenza di un tappo di cerume sono:
Se non rimosso, il tappo di cerume può contribuire allo sviluppo di un’infezione e, se il paziente prova autonomamente a rimuoverlo con metodi errati, possono insorgere manifestazioni più severe, tra cui:
Variazioni di colore del cerume, dal giallo chiaro al marrone scuro, non sono invece associate necessariamente alla presenza di un tappo.
In presenza di un tappo di cerume, è importante non cercare di rimuoverlo in autonomia. L’orecchio, infatti, si auto-deterge fisiologicamente e, utilizzando presidi come i cotton fioc, si rischia invece di accumulare il cerume, aumentare il disturbo e provocare lesioni (da sanguinamenti con croste a gravi lesioni della membrana timpanica) o l’insorgenza di infezioni e infiammazioni, come l’otite.
Quando si riscontra un aumento di cerume, quindi, non bisogna mai utilizzare il cotton fioc né i “coni”, ma si può provare ad ammorbidire il tappo con apposite gocce acquistabili in farmacia. Anche sciacquare l’orecchio con acqua tiepida più volte di seguito, può essere utile.
In ogni caso, in presenza di un tappo di cerume o se si sospetta un’infezione all’orecchio, è sempre opportuno fare riferimento al medico o allo specialista otorinolaringoiatra, che valuterà le condizioni dell’orecchio e, in presenza di tappo, provvederà a rimuoverlo. Per rimuovere il tappo di cerume lo specialista otorinolaringoiatra può fare ricorso a diversi presidi, come il lavaggio auricolare, l’utilizzo di specifici uncini o aspiratori.
The post Tappo di cerume: i sintomi e come toglierlo appeared first on Humanitas.
Una mancanza di sonno o una sua scarsa qualità impatta sul funzionamento del sistema immunitario, circolatorio e ormonale e ostacola la capacità dell’organismo di ripararsi e rigenerarsi.
Per la maggior parte degli adulti un riposo compreso tra sette e nove ore per notte è considerato la norma, ma la quantità ideale varia da persona a persona e può cambiare con l’età e le fasi della vita. Alcuni hanno necessità di dormire più a lungo, altri meno.
Tra i disturbi più comunemente legati alla mancanza del sonno troviamo il mal di testa. Ne parliamo con il dottor Vincenzo Tullo, neurologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il ritmo sonno-veglia (ritmo circadiano) è fondamentale per mantenere l’equilibrio dell’organismo, dato il suo ruolo nel corretto funzionamento degli organi e nella regolazione delle attività cerebrali.
I principali fattori che alterano questo ritmo sono:
Alterazioni del ritmo sonno-veglia possono favorire l’insorgenza di disturbi, come il mal di testa.
Altri disturbi del sonno che possono associarsi a mal di testa sono:
L’emicrania è una forma di cefalea, spesso ereditaria, che colpisce soprattutto la popolazione femminile. Gli episodi hanno intensità moderata, possono impedire le attività quotidiane, peggiorano con il movimento e a volte si accompagnano a nausea, vomito, sensibilità alla luce (fotofobia) e ai rumori (fonofobia).
Le principali varianti sono due: l’emicrania con aura, caratterizzata da sintomi neurologici transitori, spesso visivi (lampi, luci o perdita parziale del campo visivo), e l’emicrania senza aura, più comune, dove mancano questi sintomi.
L’emicrania può diventare, con il tempo, invalidante, in particolare quando evolve da forma episodica a cronica.
La cefalea tensiva è la forma più diffusa. Si manifesta con dolore bilaterale, descritto come un “cerchio” o un “peso” sulla testa, di intensità moderata.
La durata varia da mezz’ora a una settimana e può associarsi a contrazione dei muscoli cranici. Oltre a una predisposizione individuale, questo tipo di cefalea è spesso correlato a tensione emotiva o fisica.
La cefalea a grappolo interessa principalmente il sesso maschile ed è caratterizzata da dolore orbitale molto intenso, unilaterale, che senza trattamento può durare dai 15 ai 180 minuti. Gli attacchi si presentano in periodi definiti “grappoli”, con frequenza che può andare da uno ogni due giorni fino a otto al giorno. Questi cicli durano da due settimane a tre mesi e sono seguiti da fasi di remissione di durata variabile, anche di anni.
Il dolore si accompagna a sintomi come lacrimazione, arrossamento della congiuntiva, congestione nasale, rinorrea e sudorazione del volto e della fronte. Durante l’attacco la persona appare agitata e tende a muoversi. La forma è definita cronica quando gli episodi persistono per oltre un anno con periodi di remissione inferiori a trenta giorni.
Il trattamento del mal di testa legato alla privazione di sonno dipende dalla causa. Prima di stabilire una terapia, il medico può richiedere un diario del sonno e del dolore, utile per registrare:
Oltre a lavorare sul miglioramento delle abitudini del sonno, lo specialista può suggerire interventi mirati quando il mal di testa si presenta con frequenza, come nel caso dell’emicrania o della cefalea tensiva.
Nei casi più leggeri è possibile ricorrere a farmaci da banco, mentre per le forme più intense o ricorrenti il medico può prescrivere terapie specifiche, utili sia per bloccare un attacco in corso sia per ridurre il numero degli episodi.
Anche la prevenzione ha un ruolo importante. Quando non sono presenti altre malattie che interferiscono con il sonno, creare una routine stabile, coricandosi e svegliandosi sempre alla stessa ora, aiuta l’organismo a mantenere un ritmo costante.
Una camera da letto silenziosa, buia e con una temperatura confortevole favorisce il sonno profondo, mentre è utile evitare nelle ore serali sostanze che lo disturbano, come alcol, caffeina o pasti abbondanti. Anche l’attività fisica contribuisce a migliorare la qualità del sonno, purché non venga svolta troppo vicino al momento di andare a letto. Infine, è importante non andare a letto con smartphone o altri dispositivi elettronici a portata di mano, così da prevenire distrazioni e stimoli luminosi che interferiscono con l’addormentamento.
La visita specialistica neurologica per disturbi del sonno è utile a diagnosticare le cause dietro la difficoltà a dormire e a trovare il giusto percorso terapeutico.
The post Mal di testa e sonno: quale legame appeared first on Humanitas.
Che cosa chiedono le persone all’Intelligenza Artificiale sul tumore al colon-retto? E quello che trovano è sufficiente?
A partire dal mese di marzo, dedicato alla prevenzione di questo tumore, Humanitas inaugura un nuovo format di contenuti video: “(H)AI una domanda?”, in cui due specialisti rispondono a domande che i pazienti fanno online, affidandosi all’Intelligenza Artificiale.
Nella serie di reel che verranno pubblicati su Instagram, il prof. Alessandro Repici, Direttore del Dipartimento di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, e il prof. Antonino Spinelli, Responsabile della Chirurgia del Colon e del Retto dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, replicano l’esperienza di ogni persona in cerca di informazioni online, con qualcosa in più: analizzano la risposta data dall’AI, la verificano e la completano, chiarendo eventuali semplificazioni o imprecisioni.
Il dialogo parte dalle domande tipiche che i pazienti si fanno. Ad esempio: è vero che la colonscopia è dolorosa? Quali sono i sintomi del tumore del colon? Quando si deve iniziare a fare prevenzione? La chirurgia con robot è meglio di quella tradizionale?
AI ed esperienza umana si integrano, creando un modo nuovo per parlare di prevenzione, screening e diagnosi precoce.
L’obiettivo è orientare gli utenti nell’oceano di informazioni di salute cui oggi è possibile accedere, tenendo acceso lo spirito critico per valutare completezza e precisione dei contenuti. Il confronto con l’esperienza clinica e umana dei professionisti diventa, dunque, il valore aggiunto.
Guarda il trailer:
The post (H)AI una domanda? Salute spiegata bene: medici e A.I. al fianco delle persone in cerca di informazioni appeared first on Humanitas.
La mononucleosi infettiva è una malattia virale molto comune causata da un herpes virus: l’Epstein Barr virus (EBV). La mononucleosi si contrae soprattutto in età adolescenziale o tardo-adolescenziale e si trasmette tramite contatto con la saliva di una persona infetta o con oggetti contaminati dalla saliva.
La mononucleosi può presentarsi in maniera asintomatica o con sintomi che potrebbero essere riconducibili a un’influenza comune o alla tonsillite e, in alcuni casi, si associa a complicanze che vanno tenute sotto controllo.
Ne parliamo con il dottor Filippo Medioli, dell’Unità di Infettivologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano.
I sintomi principali della mononucleosi infettiva sono:
In alcuni casi, tuttavia, la patologia può presentarsi in forma completamente asintomatica.
Per la mononucleosi non esiste un trattamento specifico: l’infezione provocata dal virus dura 2-4 settimane circa durante le quali, se sono presenti sintomi, bisogna riposarsi e fare eventualmente ricorso a terapie sintomatiche con farmaci antinfiammatori, antipiretici e in alcuni casi corticosteroidi. I farmaci vanno presi seguendo attentamente le indicazioni del medico: è importante infatti non assumerne in eccesso per evitare di danneggiare il fegato.
A volte la linfoadenomegalia evolve in tonsillite: in questo caso il sintomo potrebbe trarre in inganno e comportare un trattamento erroneo con antibiotici che tuttavia, in caso di mononucleosi, non devono mai essere somministrati. L’utilizzo errato di antibiotici in presenza di mononucleosi infatti, oltre a risultare inutile è anche dannoso, poiché potrebbe portare allo sviluppo di rash cutanei.
La mononucleosi infettiva, in genere, non è una malattia pericolosa, ma in alcuni casi può associarsi a un ingrossamento della milza (splenomegalia). Le persone interessate da splenomegalia per evitare la rottura della milza, devono astenersi dall’attività fisica per almeno 3 settimane dal momento della diagnosi, soprattutto se praticano sport che comportano contatto. La rottura della milza, che si manifesta con sintomi come dolore acuto all’area sinistra dell’addome e debolezza importante, è infatti un evento grave da trattare con urgenza al Pronto Soccorso perché provoca un’emorragia interna.
Tra le altre complicanze più comuni della mononucleosi ci sono il risentimento epatico, con un leggero aumento degli indici di citolisi epatica, come le transaminasi, che in genere si risolve fisiologicamente, e l’insorgenza in tarda età di alcuni linfomi, come il linfoma di Burkitt.
The post La mononucleosi è pericolosa? appeared first on Humanitas.
L’artrosi è una condizione degenerativa che coinvolge le articolazioni, compromettendo l’integrità delle cartilagini articolari. Quando interessa il polso e la mano, tende a manifestarsi soprattutto nelle articolazioni interfalangee distali (quelle più vicine alla punta delle dita) e prossimali (quelle centrali), nonché nell’articolazione trapezio-metacarpale del pollice, creando la condizione comunemente definita come rizoartrosi.
Questa condizione può causare dolore, rigidità e una riduzione della mobilità, rendendo difficili anche le comuni attività quotidiane come afferrare oggetti leggeri, scrivere o utilizzare lo smartphone.
Cosa fare? Ne parliamo con il dottor Giorgio Pivato, Responsabile di Chirurgia della Mano e Microchirurgia Ricostruttiva presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Con l’avanzare dell’età, la cartilagine delle articolazioni, che agisce come ammortizzatore tra le ossa, tende a consumarsi. Questo logoramento porta le ossa a sfregare direttamente l’una contro l’altra, provocando infiammazione e dolore nell’articolazione interessata. Tra le articolazioni della mano, quella alla base del pollice, nota come articolazione trapezio-metacarpale, è spesso la prima a essere colpita e quindi la prima a provocare dolore.
Il dolore è il sintomo iniziale dell’artrosi e può presentarsi in maniera intermittente, con picchi dolorosi caratterizzati da fitte intense che possono limitare l’uso della mano. Con il progredire della malattia, le articolazioni possono subire deformazioni, alterando la loro forma naturale e aggravando ulteriormente la sintomatologia.
Nelle fasi avanzate dell’artrosi, l’intera articolazione può deteriorarsi a tal punto da compromettere significativamente la funzionalità, con importante limitazione nello svolgimento delle normali attività quotidiane. Tuttavia, grazie ai meccanismi di compensazione naturali del corpo, è raro che si arrivi a una totale perdita di utilizzo della mano, il progredire della situazione porta solitamente ad aumento del dolore e ad una progressiva limitazione funzionale.
La diagnosi di artrosi si basa principalmente sull’esame clinico. Il dolore che si intensifica con determinati movimenti o alla pressione è un segno distintivo di questa condizione. Per confermare la diagnosi e valutare il grado di degenerazione articolare, è sufficiente una radiografia (RX) delle mani e dei polsi.
Il trattamento dell’artrosi mira principalmente a ridurre il dolore e consentire un ritorno alle normali attività quotidiane. Il primo approccio terapeutico è di tipo conservativo. L’uso di tutori, realizzati su misura da un terapista della mano, è spesso consigliato. Questi tutori, indossati inizialmente durante la notte, aiutano a mettere a riposo l’articolazione, riducendo il dolore avvertito durante il giorno.
Esistono anche tutori funzionali da utilizzare durante il giorno, progettati per sostenere l’articolazione nei movimenti che causano dolore, senza limitare i normali movimenti della mano. Oltre ai tutori, le terapie fisiche possono essere di grande aiuto, in particolare le onde d’urto, che possono essere ripetute nei periodi di dolore più intenso.
In alcuni casi, quando le terapie conservative non producono gli effetti desiderati, può essere necessario ricorrere a un intervento chirurgico. L’intervento ha come principale scopo la riduzione del dolore e la possibilità di tornare a svolgere le proprie attività quotidiane senza limitazioni, tuttavia è da prendere in considerazione solo al termine di un percorso conservativo che non ha portato ai risultati attesi.
The post Artrosi di mano e polso: cause e sintomi appeared first on Humanitas.
L’epilazione è una pratica comune non solo per motivi estetici, ma anche per contribuire alla salute della pelle, come nel caso di follicoliti post-rasatura, idrosadenite suppurativa o sinus pilonidalis.
La rimozione dei peli superflui può essere effettuata attraverso diverse tecniche, ognuna con vantaggi, svantaggi e specifiche indicazioni. La scelta del metodo più adatto richiede una corretta informazione e consapevolezza, poiché ogni pelle e zona corporea reagiscono in modo diverso ai trattamenti disponibili.
Ne parliamo con il dottor Michele Cardone, specialista in dermatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
È fondamentale distinguere tra epilazione e depilazione:
La scelta del metodo dipende da vari fattori, tra cui:
Anche la velocità di ricrescita dei peli varia a seconda del metodo scelto: la rasatura richiede frequenti ritocchi, poiché i peli possono ricomparire in pochi giorni, mentre la ceretta assicura una ricrescita più lenta, tipicamente di 3-6 settimane, grazie alla rimozione del pelo dalla radice.
Esistono diverse tecniche di epilazione, ognuna con pro e contro specifici:
Una corretta cura della pelle post-epilazione è fondamentale per prevenire irritazioni e infezioni. Ecco alcuni suggerimenti utili:
The post Epilazione e depilazione: le differenze appeared first on Humanitas.
La stenosi delle vie lacrimali acquisita è un difetto del sistema di drenaggio della via lacrimale. Le lacrime sono infatti prodotte a livello della ghiandola lacrimale e servono a detergere l’occhio. Una volta prodotte, le lacrime vengono raccolte da quello che potremmo definire “sistema idraulico”: quando la parte terminale di questo sistema, il dotto naso-lacrimale, è ostruito, la lacrima tracima dall’occhio e crea una lacrimazione eccessiva (epifora), che può essere estremamente fastidiosa per la persona che ne è interessata.
Ne parliamo con il dottor Luca Malvezzi dell’Unità di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il sintomo principale della stenosi delle vie lacrimali è l’epifora, una lacrimazione eccessiva rispetto alla norma dovuta a un’ostruzione del dotto naso-lacrimale.
L’aumento eccessivo della lacrimazione può impattare sensibilmente sulla qualità della vita perché non consente una visione limpida, limitando ad esempio la possibilità di leggere. Inoltre, la composizione salina delle lacrime disidrata la cute periauricolare, rendendola più fragile, irritabile e screpolata.
Con il tempo all’epifora si accompagnano infezioni ricorrenti o croniche del sacco lacrimale. Progressivamente il sacco lacrimale si dilata fino a diventare visibile, modificando il profilo dell’angolo mediale dell’orbita creando anche un franco inestetismo.
In tutti questi casi la soluzione chirurgica consente di risolvere l’infezione e riabilitare il sistema di drenaggio lacrimale migliorando la qualità di vita del paziente.
La chirurgia delle vie lacrimali serve a riadattare il sistema di drenaggio della via lacrimale in presenza di ostruzione del dotto naso-lacrimale, bypassando il dotto stesso e aprendo sulla parete del naso il sacco lacrimale.
Si tratta di un intervento endoscopico: un intervento che presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano viene sempre eseguito da due équipe, quella otorinolaringoiatrica e quella oculistica. Lo specialista otorinolaringoiatra, infatti, collabora nella fase di diagnosi di intervento e di follow-up post-operatorio con lo specialista oculista, che garantisce un’adeguata osservazione del paziente e del sintomo.
Nel corso degli anni l’esperienza accumulata nella gestione della patologia lacrimale, ha consentito al team di Humanitas non solo di documentare con diverse pubblicazioni scientifiche i risultati ottenuti, ma anche di modificare l’accesso chirurgico al sacco lacrimale ottimizzando così la tecnica chirurgica. Nel corso degli ultimi 18 mesi l’introduzione di bisturi piezoelettrici, ha ulteriormente favorito questa chirurgia riducendo in modo significativo il disagio delle medicazioni post-operatorie.
L’intervento di bypass della via lacrimale con apertura sulla parete laterale del naso del sacco lacrimale non è sempre necessario in caso di un eccesso di lacrimazione. Per questo, prima di proporre l’intervento, bisogna sempre eseguire una valutazione specialistica oculistica e un lavaggio della via laterale superiore per confermare la stenosi del dotto naso-lacrimale.
In caso questa sia confermata, si dovrebbe poi procedere chirurgicamente anche se il sintomo provoca solo fastidio, perché l’intervento precoce garantisce un’efficacia maggiore nel drenaggio e nella risoluzione dei sintomi. La procedura, eseguita da anni dal gruppo oculo-rinologico di Humanitas, è confermata da vari studi di Ricerca.
The post Stenosi delle vie lacrimali: quando serve l’intervento? appeared first on Humanitas.
L’orecchio può essere interessato da vari disturbi, più o meno comuni, che possono comportare sintomi come vertigini e acufene, oppure una perdita della funzionalità uditiva, parziale o totale, progressiva o improvvisa. I disturbi uditivi possono svilupparsi a qualsiasi età e, se non sono trattati adeguatamente, avere un impatto negativo sulla qualità di vita di chi ne soffre.
Quali sono i problemi più comuni e come è possibile proteggere il proprio apparato uditivo? Ne parliamo con il professor Giuseppe Spriano, Responsabile dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Quali sono i segnali della presenza di danni all’apparato uditivo? In primis la diminuzione della percezione dell’udito, che si manifesta inizialmente più in presenza di suoni ad alte frequenze come quelli generati da strumenti elettrici o per esempio dalla televisione. La diminuzione, quindi, può non risultare così evidente mentre si ascolta la voce umana ed essere invece sospettata ascoltando la televisione, telefono o citofono.
Questa particolarità dipende principalmente da un fattore: l’udito, infatti, tende a perdere la sua funzionalità prima sulle frequenze più acute, che corrispondono quindi a quelle diverse dalla frequenza fondamentale della voce umana che è media.
Come qualsiasi altro organo, anche quello uditivo può essere attaccato da infezioni, le classiche otiti acute, quindi è importante, quando possibile, proteggersi in modo da evitarle, oppure curarle in modo adeguato. Non bisogna mai sottovalutare la presenza di un’infezione perché, se non trattate, possono comportare l’insorgenza di otite cronica.
Vi possono essere inoltre banali ostacoli di tipo meccanico, classicamente i tappi di cerume, oppure malattie più serie come l’otosclerosi che richiede un intervento chirurgico. La perdita dell’udito (ipoacusia), può essere associata anche all’avanzare dell’età, la cosiddetta presbiacusia.
Importante anche evitare i danni da rumore, che possono provocare l’insorgenza di sordità. In Italia la legislazione protegge i lavoratori sottoposti a rumori molto elevati nel loro ambiente professionale con l’obbligo di utilizzo di dispositivi come tappi o cuffie in base ai decibel percepiti. L’udito viene infatti danneggiato quando un suono supera i 70 decibel.
In particolare, i tappi consentono al lavoratore che li utilizza di “guadagnare” 25 decibel di protezione, mentre le cuffie arrivano fino a 30 decibel. Con le cuffie, quindi, si può lavorare anche in un ambiente in cui il rumore supera i 70 decibel.
Un altro tipo di rumori che possono danneggiare l’orecchio sono quelli che si sentono attraverso casse o cuffie ascoltando la musica o giocando a un videogioco. Quando si ascolta musica da un dispositivo è consigliato non tenere mai il volume troppo alto, mentre durante i concerti si può fare ricorso ai tappi per le orecchie: in commercio si trovano anche tappi specifici per questo tipo di eventi. È consigliato anche posizionarsi lontano dagli altoparlanti e, se si avverte dolore alle orecchie, spostarsi in zone del locale più silenziose.
Per quanto riguarda i videogiochi, in molti è possibile impostare sia le funzioni di ascolto sicuro, sia un tempo limite per ogni sessione di utilizzo. Inoltre, si possono anche usare le cuffie per la cancellazione del rumore, in modo da diminuire l’esposizione a suoni troppo intensi.
L’acufene è un disturbo dell’orecchio comune, che tuttavia non va sottovalutato. L’acufene si manifesta come una specie di fischio all’interno dell’orecchio ed è provocato da un danneggiamento delle cellule acustiche della coclea. L’udito spesso è apparentemente normale proprio perché la caduta avviene per le frequenze acute e non per quelle della voce umana. Esistono tuttavia anche gli acufeni non causati da danni all’orecchio ma da organi vicini come i difetti dell’articolazione mandibolare. Anche le vertigini, causate spesso da malattie del labirinto, l’organo dell’equilibrio posto nell’orecchio interno, possono associarsi agli acufeni e a un abbassamento dell’udito.
Spesso, tuttavia, i pazienti con acufene o vertigini ritengono che siano manifestazioni poco pericolose e per questo non richiedono, anche per anni, una visita dallo specialista otorinolaringoiatra, rischiando così il peggioramento del disturbo e l’abbassamento della funzionalità uditiva. Un altro errore comune è quello di credere erroneamente che vertigini e acufene si associno all’artrosi cervicale: in realtà i due sintomi non sono collegati a questa patologia.
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L’obesità è spesso stata considerata solo come fattore di rischio per l’insorgenza di altre malattie e condizioni e la sua diagnosi usa un approccio altrettanto semplicistico, anche se ancora usato a livello internazionale, quale il parametro antropometrico dato dall’indice di massa corporea (BMI). In realtà, come sostenuto dal rapporto della Lancet Diabetes & Endocrinology Commission dal titolo Definition and diagnostic criteria of clinical obesity, pubblicato sulla rivista The Lancet – Diabetes and Endocrinology, oggi è importante dare una dignità nosografica alla malattia ed è stata proposta la definizione di “obesità clinica”, che fornisce un’identità clinica a una patologia complessa cronica e recidivante che comporta segni e sintomi specifici e delle disfunzioni d’organo direttamente associate all’eccesso di adipe, e di “obesità preclinica”, una condizione che si associa a un aumento del rischio di obesità clinica e quindi di alcune patologie, come tumori, patologie metaboliche, renali e cardiovascolari e che merita una particolare attenzione terapeutica al fine di anticipare l’evoluzione verso queste condizioni. Anche il nuovo Framework per la diagnosi e la stadiazione e la gestione dell’obesità della EASO (Framework for the pharmacological treatment of obesity and its complications from the European Association for the study of obesity) tiene conto della necessità di una dettagliata fenotipizzazione clinica della malattia.
Ne parliamo con il professor Roberto Vettor, Responsabile Scientifico del Centro per le Malattie Metaboliche e della Nutrizione presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e membro della Commissione.
L’obesità è una malattia cronica complessa progressiva e recidivante con un significativo aumento a livello globale. La diagnosi non si può basare soltanto sul BMI, che rischia, a seconda dei casi, di sovra o sottostimare l’impatto dell’adiposità sulla salute generale della persona. Questa misurazione risulta infatti inadeguata a valutare correttamente gli effetti dell’eccesso di grasso corporeo sulla funzionalità degli organi e dei tessuti dell’organismo. Al BMI, allora, vanno affiancati altri criteri diagnostici e misurazioni, come la circonferenza vita-fianchi, il rapporto circonferenza vita/altezza o rilevazioni strumentali dirette quali la bioimpedenziometria (BIA) e la densitometria (DEXA), correlandoli a sesso, età ed eventuali altri fattori. Quando si parla di obesità, infatti, non si parla di un semplice aumento di peso corporeo, ma di una patologia complessa che richiede dei criteri di diagnosi oggettivi e una strategia terapeutica mirata.
L’obesità clinica è una patologia cronica e sistemica, caratterizzata da un importante eccesso di adipe, provocato da cause multifattoriali, tra cui un particolare background genetico, abitudini alimentari errate e la sedentarietà, che comporta alterazioni nella funzionalità di organi e tessuti con sintomatologia specifica e/o limitazione nello svolgimento delle normali attività quotidiane, anche quelle di sussistenza e cura personale.
Per la sua complessità l’obesità comporta una presa in carico multidisciplinare che comprenda medici internisti, cardiologi, oncologi, endocrinologi, epatologi, pneumologi, nefrologi, chirurghi generali e bariatrici, dietisti e psicologi, al fine di accompagnare il paziente in un percorso completo che gli assicuri il miglior risultato possibile.
Nonostante il recente riconoscimento da parte del Parlamento Italiano come malattia, l’obesità continua a essere negata o sottovalutata, in primis per lo stigma, non solo sociale ma anche da parte di alcuni operatori della sanità, con conseguente ritardo nella presa in carico dei pazienti e inerzia terapeutica già ampiamente superati per altre malattie croniche non comunicabili, come per esempio il diabete o l’ipertensione. L’obesità è spesso accompagnata da uno stigma sociale, per cui le persone che ne sono interessate si trovano a dover affrontare biasimo e/o condizioni di esclusione sociale, sia in ambito familiare e lavorativo o scolastico, sia in ambito sanitario. Identificare l’obesità come una patologia cronica con dei criteri diagnostici definiti al di fuori del solo BMI, non solo promuove un miglioramento di diagnosi e terapie, ma dà un valore distintivo e dignità a questa importante patologia riducendo gli atteggiamenti e i momenti stigmatizzanti.
La riduzione del pregiudizio e dello stigma sulle persone con obesità non passano soltanto attraverso una nuova definizione della patologia da un punto di vista clinico e dalla pubblicazione di linee guida nazionali e internazionali, ma anche promuovendo attivamente un linguaggio rispettoso, per prima cosa, all’interno del contesto sanitario: da paziente obeso a paziente o persona con obesità.
Queste predisposizioni alla disfunzione d’organo e alle complicanze sono parte integrante della fisiopatologia e della storia naturale dell’obesità clinica. Tra i danni d’organo che caratterizzano l’obesità si ricordano:
L’osteoartrite, che colpisce in particolare le articolazioni grandi e portanti come fianchi e ginocchia, si sviluppa come effetto diretto dell’aumento delle dimensioni e del peso del corpo sulle articolazioni. Comporta la riduzione delle attività della vita quotidiana, a causa delle riduzione nei movimenti con aggravamento del sovrappeso e del decondizionamento dei muscoli scheletrici, che porta alla obesità cosiddetta sarcopenica.
L’ostruzione delle vie aeree superiori causata dall’aumento della massa grassa, in particolare nel collo, influisce direttamente sulla funzionalità delle vie aeree determinando lo sviluppo di disturbi respiratori nel sonno, che vanno dal russare con aumentata resistenza delle vie aeree superiori, all’apnea notturna ostruttiva e alla sindrome da ipoventilazione dell’obesità. La presenza di disturbi respiratori del sonno con l’ipossia ricorrente e l’attivazione del sistema nervoso simpatico contribuiscono allo sviluppo di ipertensione, sindrome metabolica e diabete di tipo 2. L’aumento dell’adiposità intra-addominale e centrale agisce inoltre sulla compliance diaframmatica e sulla funzionalità polmonare con mancanza di respiro, specialmente durante periodi di maggiore richiesta di ossigeno come l’attività fisica.
Il linfedema degli arti inferiori è fortemente associato all’obesità grave, in particolare nella popolazione femminile; si sviluppa a causa della compressione meccanica dei vasi linfatici e del drenaggio ridotto, con sensazioni di dolore, tensione o entrambi, con conseguente riduzione dell’ampiezza del movimento. Il lipedema è un disturbo doloroso caratterizzato da accumulo simmetrico di tessuto adiposo sottocutaneo nelle gambe, che si verifica quasi esclusivamente nelle donne. Nella sua fase avanzata, il lipedema può essere accompagnato da linfedema.
Dati epidemiologici, genetici e sperimentali sottolineano l’esistenza di un forte legame tra obesità e insufficienza cardiaca. La perdita di peso indotta da farmaci e dallo stile di vita produce miglioramenti relativamente rapidi e considerevoli nei principali sintomi dell’insufficienza cardiaca in particolare nei pazienti con insufficienza cardiaca con frazione di eiezione preservata. L’obesità probabilmente accelera l’insufficienza cardiaca attraverso effetti emodinamici, metabolici, infiammatori e meccanici, L’obesità è anche associata alla fibrillazione atriale che può beneficiare da una perdita di peso superiore del 10%. L’obesità aumenta il rischio di tromboembolia, dovuto agli effetti meccanici che influenzano il flusso sanguigno negli arti inferiori e alla secrezione di fattori pro trombotici dal tessuto adiposo viscerale.
L’iperglicemia (disglicemia o inappropriata glicemia a digiuno o prediabete) derivante dalla coesistenza di resistenza all’insulina e disfunzione delle cellule ß che originano dalla malattia dell’organo adiposo con deposito di grasso ectopico all’interno delle stesse isole pancreatiche. La persistenza di tali alterazioni può accelerare la comparsa di un diabete mellito di tipo 2.
La dislipidemia aterogena associata all’obesità o al grasso ectopico è caratterizzata da: ipertrigliceridemia (chilomicronemia) postprandiale, alte concentrazioni di trigliceridi plasmatici e particelle VLDL di grandi dimensioni; bassa concentrazione di colesterolo HDL e aumento della concentrazione di LDL piccole e dense (e quindi del numero di particelle patogene contenenti apolipoproteina B).
Sia i maschi sia le femmine possono avere disfunzioni gonadiche derivanti dai complessi adattamenti ormonali legati all’obesità. L’obesità può essere una causa di infertilità. Nelle femmine, la disfunzione ormonale del tessuto adiposo e l’iperinsulinemia e la resistenza all’insulina costituiscono i principali collegamenti allo sviluppo di iperandrogenismo funzionale o sindrome dell’ovaio policistico. Nei maschi, l’obesità è una causa di ipogonadismo ipogonadotropo che determina disturbi della spermatogenesi e disfunzione erettile.
L’accelerato flusso di substrati lipidici a livello epatico con la flogosi e fibrosi conseguenti può portare allo sviluppo di malattia epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD) che può progredire in steatoepatite (MASH) con gradi crescenti di fibrosi aumentando il rischio di cirrosi, insufficienza epatica e carcinoma epatocellulare.
La presenza di un danno renale caratterizzato da glomerulopatia correlata all’obesità può portare a malattia renale allo stadio terminale. La causa è complessa e sembra essere correlata a processi metabolici od ormonali (ad esempio, aumento dell’attività simpatica, attivazione del sistema renina-angiotensina e resistenza all’insulina), emodinamici e infiammatori che si sviluppano a seguito dell’aumento della massa grassa. L’incontinenza urinaria è comune nelle donne con obesità e si sviluppa a causa dell’elevata pressione intra-addominale combinata con disfunzione del pavimento pelvico.
L’ipertensione intracranica idiopatica, che in genere si presenta con mal di testa progressivi e gravi, perdita della vista dovuta a papilledema o entrambi, è una conseguenza meno comune ma grave dell’obesità.
L’obesità spesso genera disabilità che limita le attività di routine della vita quotidiana, compresi gli aspetti legati alla gestione della malattia stessa, come l’attività fisica, la preparazione dei pasti e l’accesso alle cure. Si può arrivare a limitare la mobilità, l’equilibrio e l’ampiezza dei movimenti, compromettendo le attività di cura di sé, tra cui l’igiene personale. Il dolore cronico correlato all’obesità clinica può contribuire alla compromissione funzionale.
Un fattore importante che contribuisce all’obesità è lo stress psicologico, che può portare a un’alimentazione incontrollata. Lo stress psicologico modifica non solo la quantità di cibo ingerito, ma influenza anche i modelli alimentari dalle diete raccomandate a cibi più dolci e grassi. Esiste una forte associazione tra alimentazione disordinata e mancanza di esercizio fisico, che può esacerbare i livelli di stress, causando inoltre un aumento dell’assunzione di cibo. Obesità e depressione hanno relazioni bidirezionali con una prevalenza crescente e condividono una serie di presunti percorsi patogenetici. Le condizioni correlate all’obesità (tra cui disturbi del sonno, comportamenti e disturbi alimentari, disabilità, stigma del peso, bassa autostima e compromissione psicosociale) agiscono compromettendo la qualità della vita con entrambe le condizioni, indipendentemente da altri fattori causali. Sfortunatamente, molti farmaci utilizzati per trattare i disturbi di salute mentale promuovono l’aumento di peso, esacerbando l’obesità.
L’integrità della pelle è compromessa dall’obesità. La maggior parte dei problemi si riscontra nelle aree di contatto pelle a pelle, tra cui sotto il seno e nelle ascelle, inguine, cosce e parte inferiore dell’addome. Lo sfregamento e l’eccessiva umidità danneggiano la pelle, causando infiammazione ed eruzione cutanea (ad esempio, intertrigine), che predispongono la pelle a infezioni fungine e batteriche. L’integrità della pelle è inoltre compromessa da insufficienza venosa degli arti inferiori, linfedema e lipedema. Di particolare rilevanza clinica è l’associazione tra psoriasi e obesità e la possibilità di ottenere risultati rilevanti trattando la patologia metabolica (GLP-1 Agonists and Psoriasis: A Potential Novel Therapeutic Approach).
L’obesità, come abbiamo detto, si associa all’aumento del rischio di insorgenza di varie patologie, come ipertensione, patologie cardiovascolari, respiratorie e psichiche e alcuni tumori. L’obesità è infatti il secondo fattore di rischio, tra quelli classificati come “evitabili”, per determinati tumori (almeno 13), come quelli dell’apparato digerente (tumore di esofago, stomaco, pancreas, fegato, colecisti e colon-retto), quelli che interessano la popolazione femminile (tumore di seno, ovaio e utero) e quelli di tiroide, rene e, nella popolazione maschile, prostata. Tra gli altri tumori che possono avere rischio aumentato in presenza di obesità ci sono anche il meningioma, il mieloma multiplo e la leucemia promielocitica acuta, ma il legame è meno importante rispetto agli altri tumori menzionati.
Questa associazione tra obesità e tumori si può correlare all’aumento di stato infiammatorio (in particolare quando si parla di tumori dell’apparato digerente) e di sovrapproduzione di ormoni sessuali e della crescita che l’eccesso di grasso corporeo provoca. In questi casi, infatti, le cellule tendono ad aumentare i cicli riproduttivi, rischiando di arrivare a una moltiplicazione incontrollata e alla produzione di cellule tumorali. Inoltre, anche l’aumento di rischio di diabete associato alla minor capacità di assorbimento degli zuccheri causata dall’obesità, può rappresentare un ulteriore fattore di rischio per l’insorgenza di tumori, in particolare quelli di rene e colon. È importante anche segnalare come i tumori da cui sono interessate le persone con obesità tendono a essere di maggior aggressività, così come in questi pazienti è anche frequente l’insorgenza di recidive di malattia. Anche le complicanze in fase di trattamento sono maggiori in presenza di obesità, in particolar modo perché l’eccesso di adipe può alterare la distribuzione dei farmaci nell’organismo, rendendone più complicato il dosaggio. La correlazione tra obesità e tumori in età adulta riguarda anche l’obesità infantile: chi presenta da bambino un eccesso importante di adiposità, infatti, può mantenerlo anche successivamente, con un conseguente rischio aumentato per le patologie di cui abbiamo parlato. Non sono invece evidenziate correlazioni tra tumori pediatrici e obesità infantile.
La gestione del paziente con obesità deve essere multidisciplinare e richiede la presenza di internisti, cardiologi, endocrinologi, epatologi, pneumologi, nefrologi, gastroenterologi, chirurghi generali e bariatrici, dietisti, nutrizionisti, oncologi e psicologi, che prenda in carico la persona nella sua totalità.
L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas è stato di recente riconfermato come Centro di eccellenza da parte della Società Italiana di Chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche (SICOB), grazie al lavoro dell’unità operativa di Chirurgia Bariatrica guidata dal professor Marco Montorsi.
Il moderno trattamento dell’obesità infatti può prevedere diverse opzioni partendo dalla terapia farmacologica (per favorire il calo ponderale e la correlata riduzione delle complicanze metaboliche associate) sia l’intervento chirurgico, per ottenere una riduzione significativa del peso corporeo, un marcato miglioramento delle patologie metaboliche correlate e favorire un cambiamento duraturo dello stile di vita.
Durante la visita, non invasiva e indolore, il medico specialista endocrinologo raccoglie informazioni sulla storia familiare, patologica e alimentare del paziente e, in seguito ad un’accurata visita clinica, può prescrivere esami specifici.
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L’iperattività bronchiale caratteristica dell’asma può comportare sintomi invalidanti e crisi acute, con la necessità di accesso al Pronto Soccorso. I sintomi dell’asma, infatti, sono la difficoltà respiratoria, l’oppressione toracica, il respiro sibilante e la tosse secca, e se la patologia non viene curata con una terapia adeguata, può aggravarsi e cronicizzarsi.
L’asma può avere cause diverse: allergiche, immunologiche o fisiche, e viene diagnosticata dallo specialista allergologo o dallo specialista pneumologo sulla base della valutazione dei sintomi e di esami diagnostici come la spirometria, il test di broncodilatazione e altri eventuali test di approfondimento.
Ne parliamo con il professor Enrico Heffler, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia, presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Trattandosi di un’infiammazione cronica, l’asma bronchiale si cura con la terapia antinfiammatoria. In particolare, si utilizzano farmaci corticosteroidi inalatori, non sistemici. Si tratta di device inalatori, che portano il farmaco direttamente all’interno dei bronchi. I device inalatori a disposizione sono di vario tipo, da quelli di utilizzo più semplice, ad altri più complessi. In questo caso è compito del medico spiegare al paziente la tecnica inalatoria ed è importante che il paziente si eserciti a utilizzare adeguatamente l’inalatore, perché se il farmaco inalato non arriva ai bronchi ma rimane nel cavo orale, non risulta efficace.
Ai corticosteroidi si associano poi in genere anche dei farmaci broncodilatatori che aiutano a mantenere aperti i bronchi e, se l’asma è lieve o moderato, si può eseguire l’immunoterapia allergene-specifica, o vaccinazione contro l’allergia, che consente la desensibilizzazione dall’allergene tramite l’assunzione controllata e progressiva di dosi dell’allergene stesso.
Nelle forme di asma più grave, invece, può essere necessario combinare ulteriori farmaci broncodilatatori e, se i sintomi non si attenuano, usare farmaci biologici, un tipo di terapia innovativa che ha positivamente cambiato le possibilità di guarigione dall’asma grave.
L’asma è considerato sotto controllo quando la terapia prescritta dallo specialista allergologo o dallo specialista pneumologo elimina efficacemente i sintomi. Il paziente, quindi, se la terapia è davvero efficace, non manifesta più sintomi, non deve utilizzare ulteriori farmaci e non rischia crisi di asma improvvise che possono comportare la necessità di accedere al Pronto Soccorso. In generale, l’asma non va mai sottovalutata perché si tratta di una malattia che si presenta in maniera accessuale, quindi con sintomi che non sono sempre presenti e che hanno esordio improvviso. Tuttavia, anche in assenza di sintomi, l’infiammazione alla base della patologia continua a persistere all’interno dei bronchi e, se non adeguatamente curata, nel corso del tempo può comportare una chiusura sempre più marcata dei bronchi. Si verifica in questo caso un’ostruzione bronchiale che può cronicizzarsi, con conseguenze molto negative sulla quotidianità di chi ne è interessato.
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La spondilolistesi è una patologia che comporta uno scivolamento vertebrale, che si verifica per difetti congeniti, processi di invecchiamento e usura della colonna o dopo traumi e infezioni. La spondilolistesi si manifesta generalmente con un dolore in area lombare (schiena bassa) e irradiato alle gambe, che può aumentare in posizione eretta. Viene trattata con terapie conservative farmacologiche o, quando è in fase avanzata, con un trattamento chirurgico.
In particolare, la chirurgia robotica della colonna vertebrale permette di intervenire in modo estremamente preciso sulla specifica condizione del singolo paziente. Si tratta quindi di una tecnologia avanzata che, grazie al supporto di sistemi guida e immagini molto dettagliate, consente al chirurgo un controllo e una precisione maggiori rispetto all’intervento tradizionale.
Ne parliamo con il dottor Gabriele Capo, Capo sezione di Neurochirurgia cranica e spinale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La spondilolistesi è una condizione della colonna vertebrale in cui una vertebra “scivola” rispetto a quella sottostante. Questo spostamento, associato a una micro-instabilità, può provocare dolore e interferire con la corretta funzionalità della colonna vertebrale. Può essere causata da diversi fattori, tra cui: usura e invecchiamento della colonna vertebrale, traumi o microtraumi ripetuti, difetti congeniti (spondilolistesi istmica), infezioni o altre patologie che indeboliscono le strutture spinali.
Le vertebre più spesso interessate da spondilolistesi sono le lombari inferiori, in particolare quarta lombare (L4), quinta lombare (L5) e prima sacrale (S1) e i sintomi dipendono principalmente alla gravità dello scivolamento della vertebra. Il sintomo più comune è il dolore in area lombare, che può manifestarsi in maniera episodica o essere cronico e, in alcuni casi, irradiarsi alle gambe. La spondilolistesi tende a peggiorare con il tempo e per un uso scorretto della colonna vertebrale. In alcuni casi, tuttavia, la spondilolistesi è asintomatica e viene diagnosticata per caso nel corso di accertamenti eseguiti per altri motivi.
Per evitare l’insorgenza di spondilolistesi è bene intervenire sulle condizioni che la favoriscono. Bisogna quindi evitare sovraccarichi della colonna vertebrale, in modo da diminuire il rischio di deterioramento e rottura delle vertebre, e proteggere la colonna dal rischio di traumi. Anche in questo caso è importante mantenere uno stile di vita sano, con un’alimentazione equilibrata e un’attività fisica leggera praticata in modo regolare secondo consiglio medico.
Se la spondilolistesi è asintomatica in genere non vengono prescritti trattamenti. Quando, invece, si manifestano sintomi dolorosi, in base alla gravità del disturbo il trattamento può essere conservativo o chirurgico. Per contenere il dolore sono indicate terapie con farmaci antinfiammatori e analgesici e periodi di riposo. Utile anche eseguire delle sedute di ginnastica posturale per rinforzare la schiena, da evitare però quando il dolore si acutizza. Se, invece, i sintomi sono particolarmente intensi, è necessario ricorrere alla chirurgia di artrodesi del rachide lombare, che consente di consolidare e stabilizzare le vertebre.
Per eseguire l’intervento chirurgico per risolvere la spondilolistesi si ricorre all’ausilio di una tecnica avanzata che, grazie alla robotica, consente una maggior precisione in fase di pianificazione e svolgimento del trattamento. Ciascuna colonna vertebrale è infatti diversa, e la tecnologia alla base della chirurgia robotica, con immagini TAC estremamente dettagliate, permette di pianificare l’intervento sulle necessità del singolo paziente. Inoltre, i sistemi di guida degli strumenti chirurgici supportano lo specialista per tutto l’intervento, assicurando una maggior precisione e un maggior controllo. La chirurgia robotica della colonna vertebrale è inoltre mininvasiva e permette di diminuire il trauma ai tessuti durante l’intervento e di ricorrere a incisioni più piccole. In questo modo anche il dolore post-operatorio è inferiore a quello che si sviluppa in seguito a un intervento tradizionale e il recupero della funzionalità della colonna vertebrale è più rapido.
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Quando si parla di chirurgia, i tumori polmonari possono richiedere in associazione all’intervento chirurgico un trattamento post operatorio (adiuvante) a scopo preventivo per cercare di ridurre il rischio di ricadute.
Ne parliamo con il professor Giuseppe Marulli, Responsabile dell’Unità di Chirurgia Toracica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e docente di Humanitas University.
In presenza di tumori polmonari di stadio intermedio, quindi di dimensione superiore a 3 centimetri o con coinvolgimento dei linfonodi ilari, prossimi al tumore, o con una singola stazione linfonodale, viene generalmente previsto un trattamento post operatorio con lo scopo di ridurre il rischio di recidiva. Tale trattamento viene definito sulla base delle risultanze dell’esame istologico e di esami molecolari.
Anche grazie allo sviluppo sempre maggiore di immunoterapia e terapie biologiche, oggi accedono alle terapie post operatorie anche pazienti con tumori di stadio IB, quindi localizzati e senza coinvolgimento linfonodale (ma, come abbiamo detto, superiori ai 3 centimetri). In questa categoria di pazienti sono spesso presenti o iperespresse delle mutazioni genetiche, per il cui trattamento abbiamo oggi a disposizione farmaci a bersaglio molecolare molto efficaci che riducono notevolmente (fino all’80%) il rischio di recidiva.
La chirurgia è sempre preceduta da accurate analisi pre-operatorie, con metodiche non invasive come PET e TAC, o con metodiche mininvasive come la broncoscopia o l’analisi dei linfonodi per via endoscopica (EBUS). Tuttavia, vi sono casi in cui nonostante durante queste indagini abbiano escluso la presenza di localizzazioni secondarie ai linfonodi, si trovino comunque durante l’intervento o all’esame istologico definitivo delle micrometastasi. In questi pazienti, l’individuazione di microlocalizzazioni a livello dei linfonodi che avviene in modo imprevisto comporta comunque il completamento dell’intervento chirurgico in maniera radicale. Successivamente però dato l’aumentato rischio di possibile recidiva della malattia a lungo termine, si rende necessario anche un trattamento post operatorio adiuvante.
Anche la scoperta in sede di chirurgia di piccoli noduli pleurici non evidenziati dalle analisi, comporta una modifica del trattamento: è opportuno interrompere l’intervento e sottoporre successivamente il paziente a una terapia oncologica.
In una percentuale ridotta di casi che presentano tumori localmente avanzati, con (per esempio) infiltrazione della parete toracica a livello delle vertebre, o infiltrazione dei grossi vasi, può residuare una minima parte di malattia, che viene evidenziata all’esame istologico. Ci possono anche essere residui di malattia macroscopici, che fisicamente non è possibile resecare. Sono situazioni per cui può essere necessario eseguire un trattamento post operatorio che, in base alle caratteristiche del residuo, può comportare una radioterapia localizzata nella sede di residuo della malattia, o un trattamento combinato oncologico e radioterapico.
In alcuni casi si può inoltre ricorrere a immunoterapia e terapie biologiche. In particolare, l’efficacia dell’immunoterapia può aumentare se combinata a un trattamento radioterapico, che contribuisce a stimolare il sistema immunitario.
Grazie a immunoterapia e terapie biologiche, nel trattamento del tumore polmonare si possono ottenere risultati superiori rispetto a quelli della chemioterapia tradizionale. Pazienti che prima risultavano non idonei alla chirurgia, non solo con il supporto di queste terapie risultano tecnicamente operabili, ma con l’associazione di trattamenti chemioimmunoterapici spesso hanno una risposta patologica completa, ossia non presentano più residuo attivo di malattia (dai dati degli studi circa il 20-25%) all’esame istologico postoperatorio. La chirurgia, quindi, diventa effettivamente curativa. In questi casi, però, il trattamento chirurgico è complesso e richiede l’accesso del paziente in centri altamente specializzati, con un team multidisciplinare di specialisti con grande esperienza e in grado di trattare eventuali complicanze in tutti i loro aspetti.
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Il pericardio è la membrana che riveste e protegge il cuore ed è formato da due foglietti separati da un sottile strato di liquido.
L’infiammazione del pericardio prende il nome di pericardite, e può o meno associarsi a un incremento del liquido pericardico, che in alcuni casi può comprimere il cuore causando il tamponamento cardiaco.
Quali sono le cause di questo processo infiammatorio e quali le conseguenze sulla funzionalità cardiaca? Ne parliamo con il dottor Davide Romagnolo, cardiologo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Sebbene nella maggior parte dei casi non venga identificata una chiara causa della pericardite (pericardite “idiopatica”) si ritiene che più frequentemente l’infiammazione dei foglietti pericardici sia ascrivibile a un’infezione virale. Fra i virus più frequentemente implicati troviamo svariati virus influenzali e parainfluenzali, i virus delle malattie esantematiche, il virus della mononucleosi (EBV), ma anche il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), il virus dell’epatite C ed il SARS-CoV-2 legato a COVID. Questo spiega come mai frequentemente l’esordio della pericardite acuta sia preceduto da febbre, sintomi respiratori (tosse, raucedine) o gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea). Molto più raramente, è causata da batteri o altri patogeni infettivi, come accade nel caso del micobatterio della tubercolosi.
Fra le cause non infettive, vanno ricordati i tumori, i trattamenti chemio- e radioterapici, ma anche alcuni farmaci o tossine, nonché malattie sistemiche come l’insufficienza renale cronica o i disturbi tiroidei e le patologie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico, l’artrite reumatoide e la sarcoidosi.
Inoltre, frequentemente la pericardite può essere conseguente a un danno del muscolo cardiaco. Per esempio, la pericardite può associarsi a un’infiammazione del muscolo cardiaco (miocardite), e in tal caso si parla di miopericardite, nonché osservarsi come infiammazione locale conseguente ad un esteso infarto del miocardio (pericardite epistenocardica) o presentarsi come risposta autoimmunitaria a distanza dal danno cardiaco (sindrome di Dressler). Inoltre la pericardite può insorgere in seguito a interventi cardiochirurgici, che tipicamente richiedono il taglio dei foglietti pericardici e del muscolo cardiaco, o conseguire a traumi contusivi al torace, con conseguente risposta infiammatoria.
Individuare la causa scatenante può essere determinante nella scelta del trattamento; infatti, se non viene trattata la causa sottostante, la pericardite potrebbe recidivare o cronicizzarsi. Inoltre, alcune forme di pericardite, come quelle da micobatteri o secondarie a tumori, possono associarsi a un decorso più severo, meritando un follow-up più ravvicinato.
Le manifestazioni cliniche della pericardite sono molto variabili. Nella maggior parte dei casi il sintomo tipico della pericardite acuta è il dolore toracico, che generalmente varia con la respirazione, tossendo o in base alla posizione, venendo tipicamente alleviato in posizione seduta reclinata in avanti, mentre peggiora se si è sdraiati. Altri eventuali sintomi della pericardite sono quelli associati a un contestuale danno miocardico, come nel caso della miopericardite, oppure sintomi correlati alla causa sottostante, come nel caso dei sintomi respiratori e digestivi che si associano alle sindromi influenzali.
L’infiammazione può talvolta associarsi a uno stravaso di liquido che si accumula fra i due foglietti del pericardio, nella cavità pericardica, determinando un versamento pericardico. Trattandosi di una sacca poco elastica, quando il fluido si accumula troppo rapidamente la pressione al suo interno può aumentare al punto da comprimere il cuore. In queste condizioni, il cuore non può riempirsi di sangue, e si verifica il tamponamento cardiaco, un’urgenza medica che richiede un tempestivo intervento con drenaggio del liquido in eccesso.
Se invece il processo infiammatorio è particolarmente intenso, recidivante o persistente nonostante i trattamenti, può determinare fibrosi e calcificazioni dei foglietti pericardici, il cui ispessimento e irrigidimento ostacolano la fisiologica espansione del cuore. Si determina così la pericardite costrittiva. In questi casi, nonostante il corretto funzionamento del muscolo cardiaco, l’inadeguato riempimento delle camere impedisce al cuore di pompare sangue a sufficienza, configurando un quadro di scompenso cardiaco.
Infine, occorre considerare che talvolta la pericardite può recidivare anche dopo un adeguato trattamento (pericardite ricorrente). Questi casi possono essere particolarmente difficili da trattare e richiedere terapie corticosteroidee particolarmente prolungate o l’utilizzo di farmaci immunosoppressori.
La prima linea nel trattamento della pericardite acuta è costituita dai farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) da assumere ad alte dosi al fine di spegnere l’infiammazione, per poi scalare progressivamente la dose per ridurre il rischio di recidive. I FANS vanno sempre associati a una terapia immunomodulante a base di colchicina, che rappresenta un vero cardine della terapia nel medio e lungo termine, efficace nel ridurre il rischio di recidive. Tuttavia, vi sono casi in cui la pericardite è refrattaria ai trattamenti di prima linea ed è necessario il ricorso a terapie immunosoppressive come la terapia corticosteroidea o, in casi selezionati, la terapia con inibitori di interleuchine e citochine, come l’anakinra.
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