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#news #ospedale #humanitas #Rozzano #Milano
Torna in Humanitas la conferenza “Paziente diplomata” rivolta a donne “con e senza tumore al seno”. Alla sua tredicesima edizione, l’evento si terrà sabato 17 ottobre 2026, dalle 9:00 alle 15:30 presso il Centro Congressi Humanitas ed è promosso da Humanitas Cancer Center e dalla Scuola Italiana di Senologia, in collaborazione con Mamazone, network di pazienti con tumore al seno, ricercatrici e ricercatori.
L’evento è organizzato dal dottor Wolfgang Gatzemeier, Capo Sezione dell’Unità Operativa di Senologia e Vice Direttore della Breast Unit presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano, dal professor Claudio Andreoli, senologo presso Humanitas Rozzano, Capo Sezione dell’Unità Operativa di Senologia presso Humanitas Mater Domini e Direttore della Scuola Italiana di Senologia (SIS), da Marita Paredes Rodriguez, infermiera di Humanitas Cancer Center, e dalla dottoressa Federica Menna, specialista dell’Unità operativa di Senologia presso Humanitas Rozzano.
“Paziente diplomata” ha l’obiettivo di fornire tutte le conoscenze e gli strumenti necessari per affrontare i cambiamenti del corpo a seguito di una diagnosi di tumore al seno e nelle varie fasi del processo di cura.
Il tumore al seno rappresenta il più frequente tumore nel sesso femminile, con oltre 50.000 nuovi casi ogni anno in Italia. Tuttavia, grazie ai progressi della Ricerca, alle innovazioni nella diagnostica e nelle terapie, le prospettive di guarigione e di qualità della vita sono in continua crescita. La diagnosi precoce permette di individuare la maggior parte dei tumori ancora in fase iniziale, offrendo la possibilità di interventi conservativi; inoltre, le terapie oncologiche innovative aumentano le percentuali di guarigione definitiva. I trattamenti personalizzati, che tengono conto delle condizioni specifiche di ogni paziente, rendono ancora più cruciale il coinvolgimento attivo della donna nel percorso di cura.
Ogni tumore al seno presenta diverse caratteristiche biologiche e morfologiche uniche, che influiscono sulla valutazione dei trattamenti e sull’esito delle cure. L’obiettivo di Humanitas è rendere le pazienti con tumore al seno sempre più consapevoli, dunque non più semplici spettatrici della propria malattia, ma protagoniste attive nelle scelte e nella gestione quotidiana della patologia.
Diagnosi e cura sono al centro della conferenza “Paziente diplomata”, così come la possibilità di incontro tra gli specialisti Humanitas e le pazienti. Fondamentale, poi, anche il discorso sulla prevenzione, per cui “Paziente diplomata” apre le sue porte a tutte le persone che desiderano maggiori informazioni su questo tumore e sulle strategie di prevenzione da adottare.
Gli argomenti trattati durante l’evento saranno numerosi e di grande rilevanza. L’evento si aprirà con un panel dedicato all’applicazione dell’Intelligenza Artificiale in radiologia senologica e alle novità in ambito di screening e follow-up senologico, a cui seguirà un approfondimento sulla familiarità e l’ereditarietà del tumore al seno, con focus sul ruolo dei geni BRCA e sulle possibilità offerte dai test genomici.
Sarà inoltre dedicato un panel al profilo biologico dei tumori della mammella, nonché un focus sui nuovi farmaci intelligenti oggi a disposizione per intervenire sulla malattia.
La partecipazione è gratuita, previa iscrizione entro e non oltre il 14 ottobre 2026. Per ulteriori informazioni e iscrizioni CLICCA QUI.
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La Tomografia a Emissione di Positroni (PET) è una metodica diagnostica utilizzata in Medicina Nucleare per individuare con grande precisione informazioni specifiche metaboliche su organi e tessuti dell’organismo. La PET è particolarmente utile in ambito oncologico sia durante la diagnosi iniziale per localizzare il tessuto malato ed eseguire una corretta stadiazione, sia nella rivalutazione della malattia dopo chirurgia, terapia medica o radioterapia.
Ne parliamo con il dottor Marcello Rodari, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
La PET è un’indagine diagnostica di Medicina Nucleare che utilizza diversi radiofarmaci indirizzati a differenti metabolismi e recettori. Oltre all’ambito oncologico, la PET può essere utile anche in ambito neurologico, cardiologico e per la valutazione delle infezioni. Presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano sono disponibili due tomografi PET/TC digitali di ultima generazione, che consentono di acquisire immagini con una risoluzione spaziale ottimale. Questi tomografi consentono di svolgere l’esame in un tempo minore rispetto a quanto accadeva con i tomografi analogici di vecchia generazione. Inoltre avendo un sistema di rilevazione molto sensibile sono necessarie attività di radiofarmaco minori, abbassando notevolmente la dose di radioattività assorbita dal paziente.
Presso la Medicina Nucleare di Humanitas Rozzano è disponibile anche un ciclotrone, una strumentazione che consente di produrre isotopi radioattivi che vengono poi coniugati a molecole per la sintesi dei radiofarmaci all’interno di un laboratorio di radiofarmacia.
L’esame viene confermato dal medico di Medicina Nucleare in sede di visita pre-esame, valutando l’anamnesi, il quesito diagnostico e l’appropriatezza dell’esame stesso. Successivamente, al paziente viene somministrato il radiofarmaco e a seguire in tempi diversi viene effettuata l’acquisizione delle immagini. L’attesa dall’iniezione del radiofarmaco all’inizio dell’esame dipende dalle caratteristiche del radiofarmaco, ed è variabile da 10 a 90 minuti.
La durata dell’esame è di circa 10 minuti per un campo whole-body; al paziente durante l’esame è richiesto di mantenersi sdraiato e immobile.
La PET non è né dolorosa né pericolosa. L’iniezione del radiofarmaco può provocare fastidio, ma si tratta di una procedura veloce. Il volume di radiofarmaco somministrato, inoltre, è molto basso, e non si associa a problematiche specifiche. Non si verificano inoltre problematiche di allergia.
Il principale radiofarmaco PET utilizzato in medicina nucleare è il fluorodesossiglucosio (FDG), un analogo del glucosio marcato con l’isotopo F18. I tumori, infatti, hanno un elevato turnover cellulare e consumano un quantitativo più elevato di zucchero rispetto alla cellule sane; per questo motivo le aree neoplastiche risultano avere una maggior concentrazione di FDG e quindi sono visibili come aree ipercaptanti all’esame PET.
È importante che il paziente si prepari in maniera ottimale per lo svolgimento della PET. È quindi indispensabile che sia a digiuno da circa 6 ore, durante le quali è possibile assumere acqua. Non è necessario sospendere farmaci. I pazienti diabetici possono svolgere l’esame seguendo delle norme che verranno consegnate all’atto di prenotazione; i medici della medicina nucleare sono comunque sempre disponibili per eventuali domande o necessità specifiche prima e dopo l’esame.
Dopo l’esame il paziente può allontanarsi senza particolari indicazioni. La somministrazione del radiofarmaco, infatti, non si associa a effetti collaterali e anche da un punto di vista radioprotezionistico, la quantità di radioattività residua all’interno dell’organismo dopo l’esame è molto bassa.
A questo riguardo comunque, all’atto di prenotazione, vengono fornite al paziente le norme di preparazione e le norme comportamentali da seguire dopo l’esame che variano a seconda del radiofarmaco utilizzato.
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La “Giornata del Ciclamino” è un evento annuale dedicato alla sensibilizzazione sulla sclerodermia, una malattia autoimmune. Anche l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano aderisce alla Giornata del ciclamino del 2 ottobre 2026, in collaborazione con il Gruppo Italiano Lotta alla Sclerodermia (GILS), che da oltre trent’anni si occupa di informare sulla prevenzione alla sclerosi sistemica e sull’importanza della diagnosi precoce per l’efficace trattamento della patologia, fornendo un’opportunità per controlli gratuiti, specialmente per coloro che potrebbero essere a rischio o presentare i primi sintomi.
Nella giornata di venerdì 2 ottobre presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano sarà infatti possibile effettuare una capillaroscopia gratuita, un esame non invasivo che permette di controllare i capillari (piccoli vasi sanguigni) della pelle in superficie, per intercettare eventuali primi sintomi della malattia.
Inoltre è possibile sostenere GILS e la Ricerca partecipando alla raccolta fondi organizzata nelle principali piazze italiane da fine settembre a fine novembre, acquistando i ciclamini con una libera offerta. Per informazioni, consultare il sito a questo link.
La sclerodermia (sclerosi sistemica) è una patologia cronica poco frequente, che interessa prevalentemente il sesso femminile e che impatta in modo significativo sulla qualità di vita delle persone che ne sono colpite.
Si tratta di una malattia immunomediata che vede la compresenza di anomalie del sistema immunitario e di alterazioni del distretto vascolare, con conseguente e progressivo sviluppo di fibrosi. Nella maggior parte dei casi, la malattia si manifesta in fase iniziale con il fenomeno di Raynaud, caratterizzato da un eccessivo e anomalo restringimento dei piccoli vasi sanguigni (capillari o arteriole) nelle zone periferiche del corpo, come mani e piedi e, più raramente, naso, labbra e orecchie.
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Martedì 6 ottobre, dalle ore 18 alle 20, l’Auditorium IULM di Milano ospiterà “Let’s talk with Sorrisi in Rosa: 10 anni insieme”, un incontro aperto al pubblico promosso da Humanitas in collaborazione con Fondazione Humanitas per la Ricerca e Università IULM.
Sorrisi in Rosa è il progetto nato da un’idea della fotografa Luisa Morniroli e della scrittrice Cristina Barberis Negra, insieme ai senologi delle Breast Unit di Humanitas, con l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce del tumore al seno, a partire dall’esperienza di donne protagoniste di storie di malattia, rinascita e coraggio.
Oggi sono oltre 170 le testimonial Sorrisi in Rosa che hanno affrontato il percorso oncologico negli ospedali Humanitas di Rozzano, Milano, Bergamo, Torino, Castellanza e Catania e sono entrate a far parte del progetto, trasformando la propria esperienza in un messaggio di fiducia e consapevolezza per altre donne.
Protagoniste dell’evento del 6 ottobre saranno proprio le donne di Sorrisi in Rosa, i professionisti della Breast Unit e del Cancer Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e degli altri ospedali del Gruppo, e gli studenti e studentesse dell’Università IULM. Ospite d’onore: Gerry Scotti, padrino speciale dell’iniziativa.
Due le novità: la presentazione del cortometraggio “Non pensavo mi riguardasse”, ad opera degli studenti e studentesse IULM, e l’iniziativa “Dame in rosa”, in collaborazione con il Museo Poldi Pezzoli, per parlare di malattia e rinascita attraverso il linguaggio dell’arte.
L’evento inaugura il mese della prevenzione senologica con consulti gratuiti e attività di sensibilizzazione in tutti gli ospedali e Medical Care del Gruppo. Calendario completo su https://fondazionehumanitasricerca.it
LET’S TALK WITH SORRISI IN ROSA: 10 ANNI INSIEME
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Torna a settembre 2026 la Make Sense Campaign, campagna annuale per la prevenzione e diagnosi dei tumori del distretto testa-collo, condotta dalla European Head & Neck Society (EHNS) e promossa in Italia dall’Associazione Italiana di Oncologia Cervico Cefalica (AIOCC).
Un evento a cui l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano partecipa offrendo quattro giornate di screening gratuito, da lunedì 21 settembre 2026 a giovedì 24 settembre 2026.
I tumori testa-collo includono tutti quelli insorti in questi distretti (a eccezione di cervello e occhi) e fanno parte di una classe di neoplasie particolarmente comune: il settimo cancro per incidenza europea che rappresenta il 20% circa di tutte le neoplasie maligne nel sesso maschile oltre i 40 anni, ma risulta in crescita anche tra donne e pazienti più giovani. Ogni anno, solo in Italia, i tumori della testa e del collo colpiscono circa 10.000 pazienti.
“1 sintomo per 3 settimane, 3 settimane per 1 vita”, questo il claim per il 2026 della Make Sense Campaign Italia. Un chiaro riferimento alla durata dei sintomi caratteristici dei tumori testa-collo (dolore alla gola, dolore alla lingua, ulcere e/o macchie rosse o bianche in bocca, raucedine persistente, dolore e/o difficoltà a deglutire, gonfiore del collo, naso chiuso da un lato e/o perdita di sangue dal naso), che spesso vengono scambiati per manifestazioni di disturbi stagionali come il raffreddore, ma che se persistono oltre tre settimane non devono essere sottovalutati e vanno segnalati al medico curante. Quando si parla di tumori della testa e del collo, infatti, la diagnosi precoce è un fattore fondamentale per la sopravvivenza dei pazienti: se diagnosticati in tempo, infatti, i tumori testa-collo hanno un tasso di remissione tra l’80 e il 90%: una percentuale particolarmente alta che tuttavia ha un drammatico calo quando la diagnosi avviene su una patologia in fase avanzata, che aumenta il tasso di mortalità al 60%.
Come spiega il professor Paolo Bossi, responsabile dell’Unità Operativa di Oncologia Testa-Collo e Tumori della Cute, i due principali fattori che concorrono al rischio di sviluppare tumori del distretto testa-collo sono il fumo e l’alcol, responsabili di circa il 75% delle incidenze della patologia.
Altri fattori di rischio sono rappresentati da una cattiva igiene orale (sono infatti considerati fattori di rischio anche i traumi persistenti nel tempo dei denti sulle mucose del cavo orale e della lingua) e da un insufficiente consumo di frutta e verdura. Quando si informa la cittadinanza sulla prevenzione per questo tipo di neoplasie, pertanto, è molto importante porre l’accento sull’importanza di impostare uno stile di vita equilibrato, caratterizzato da un’alimentazione sana e una vita attiva.
Inoltre, per alcuni tipi di tumori testa-collo è un fattore di rischio l’infezione da Papilloma Virus Umano (HPV). L’HPV è un virus molto diffuso, che interessa la maggior parte delle persone nel corso della vita e che infetta soprattutto la mucosa degli organi genitali, della bocca e della gola. Alcune tipologie di HPV possono portare all’insorgenza di tumori, tra cui anche quelli dell’orofaringe, cioè delle tonsille e della base della lingua.
L’incidenza di tumori testa collo conseguenti a un’infezione HPV è in crescita, al punto che i tumori legati a HPV hanno superato quelli della cervice uterina. A essere interessati da questi tumori sono i pazienti più giovani, generalmente con un buono stato di salute. Risulta che questo possa essere associato ai comportamenti sessuali: l’HPV è infatti un virus che si trasmette facilmente e principalmente per via sessuale.
I vaccini contro l’HPV attualmente a disposizione sono fondamentali anche per prevenire l’insorgenza di tumori testa collo. In Italia la vaccinazione è gratuita e consigliata per le ragazze e i ragazzi a partire dagli 11 anni di età.
Diffondere una corretta informazione sui tumori testa-collo è importante, poiché la sintomatologia con cui si manifestano può essere facilmente scambiata per quella corrispondente a un raffreddamento o a semplici malesseri passeggeri.
Occorre dunque non sottovalutare quei sintomi che, come abbiamo detto, persistono per oltre tre settimane, tra i quali figurano:
I pazienti che dovessero riscontrare la presenza di uno o più di questi sintomi per oltre tre settimane devono dunque contattare tempestivamente il loro medico di medicina generale e approfondire la sintomatologia.
Presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano la presa in carico dei pazienti con tumori testa collo è multidisciplinare, necessaria per intervenire a tutto campo sulle delicate strutture interessate da questo tipo di tumori.
Accanto agli specialisti dell’Unità Operativa di Oncologia Testa-Collo e Tumori della Cute, guidati dal professor Paolo Bossi, lavorano infatti gli specialisti dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria, guidata dal professor Giuseppe Spriano, dell’Unità Operativa di Radioterapia e Radiochirurgia, guidata dalla professoressa Marta Scorsetti. Fondamentale anche la collaborazione con le Unità Operative di Radiologia Diagnostica, guidata dal professor Andrea Laghi, Medicina Nucleare, guidata dal dottor Marcello Rodari, e di Anatomia Patologica, guidata dalla professoressa Silvia Uccella.
Inoltre in Humanitas viene posta particolare attenzione ai possibili effetti collaterali associati ad alcune terapie. Fondamentale, infatti, in tutto il percorso terapeutico, il mantenimento di una buona qualità di vita del paziente, che viene accompagnato dal team specialistico passo passo nella quotidianità, tramite consigli pratici ma anche con materiale informativo a supporto.
L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas riconferma il proprio impegno nella Ricerca come Centro Coordinatore dello studio APHRODITE, un nuovo progetto clinico che vede il supporto del Clinical Innovator Award del prestigioso Cancer Research Institute di New York, approvato da AIFA e sostenuto da Fondazione AIRC. Lo studio si colloca nella direzione dell’innovativa strategia cancer interception, volta a bloccare lo sviluppo delle lesioni precancerose evitando che evolvano in tumori. Si tratta quindi di un approccio di immunoterapia locale, basato su un farmaco in grado di attivare il recettore CD40 e stimolare così una risposta immunitaria mirata.
Anche lo studio, guidato dal professor Paolo Bossi e da Enrico Lugli, direttore del Laboratorio di Immunologia Traslazionale, è caratterizzato da un approccio multidisciplinare e vede la fondamentale collaborazione degli specialisti Humanitas Luigi Lorini, oncologo medico e Alberto Paderno, otorinolaringoiatra, e della professoressa Maria Rescigno, Group Leader dell’Unità di Immunologia delle Mucose e Microbiota. Lo studio prevede inoltre il coinvolgimento a fianco di Humanitas, che dirige il progetto come centro coordinatore, di importanti centri italiani, come l’ASST Santi Paolo, l’Istituto Europeo di Oncologia, l’ASST Sette Laghi, l’ASST Lariana, l’Università Federico II di Napoli e l’Università di Bologna.
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La parestesia è una sensazione anomala che interessa una parte del corpo, in genere gli arti, e che può manifestarsi come formicolio, intorpidimento, bruciore o prurito. Si presenta spesso dopo essere rimasti a lungo seduti o sdraiati in una stessa posizione e tende a risolversi spontaneamente nel giro di pochi minuti.
All’origine della parestesia c’è un’interferenza nel normale funzionamento dei nervi, causata da compressione o irritazione. Quando il nervo non riesce a trasmettere correttamente le informazioni al cervello, il corpo avverte una sensazione anomala, in assenza di uno stimolo reale.
Ne parliamo con il dottor Pietro Doneddu, specialista di Malattie neuromuscolari e Neuroimmunologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
I sintomi possono variare per intensità e durata. A volte si risolvono rapidamente, in altri casi persistono o si ripresentano nel tempo. Le sensazioni più comuni sono:
Quasi sempre la parestesia riguarda un solo arto alla volta: quando però la causa è più complessa, possono essere interessati entrambi gli arti superiori o inferiori.
Spesso la parestesia è legata a una postura scorretta che comprime temporaneamente un nervo.
Esistono però cause di natura patologica, come:
Sono situazioni in cui la parestesia si presenta spesso oppure non passa spontaneamente in breve tempo: in loro presenza è quindi consigliabile far riferimento al medico che indirizzerà allo specialista neurologo.
La parestesia si può diagnosticare durante una visita neurologica.
Il medico può indicare esami utili ad approfondire il quadro clinico, come:
La scelta degli esami dipende dalla storia clinica e dalla localizzazione dei sintomi. Per esempio, una parestesia a cui si accompagna un dolore lombare può far pensare a una compressione nervosa a livello spinale, mentre in una persona con diabete si valuterà l’ipotesi di una neuropatia periferica.
Quando la parestesia è occasionale e legata a una postura prolungata, il semplice movimento o un cambio di posizione bastano solitamente a risolvere il problema.
Nei casi in cui sia conseguenza di una patologia del sistema nervoso o di una compressione nervosa stabile, il trattamento deve essere adattato alla causa. È necessario eseguire una visita neurologica specialistica, seguita eventualmente da esami mirati al fine di formulare una diagnosi precisa. Per esempio, in caso di una polineuropatia o neuropatia periferica bisogna stabilire quale sia la diagnosi e mirare a una terapia che sia rivolta alla rimozione della causa. Esistono poi diversi farmaci che possono alleviare la sintomatologia.
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Con glicemia si intende la concentrazione di zuccheri nel sangue, che deriva dall’assimilazione dei carboidrati da parte dell’organismo. Le concentrazioni di glicemia nel sangue sono regolate dagli ormoni di produzione pancreatica: insulina e glucagone. Il valore di glicemia si misura in genere con un prelievo dopo un digiuno di otto ore dall’ultimo pasto (glicemia plasmatica), funzionale ad avere una diagnosi precisa delle alterazioni dei valori glicemici e dell’eventuale presenza di diabete mellito, una malattia cronica caratterizzata da un eccesso di zuccheri (glucosio) nel sangue (iperglicemia).
Ne parliamo con il dottor Marco Mirani, Capo Sezione dell’Unità Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
I valori della glicemia a digiuno sono considerati normali quando sono compresi tra 70 e 99 mg/dl.
Si parla di alterata glicemia a digiuno (IFG), una delle condizioni di prediabete, quando la glicemia è compresa tra 100 e 125 mg/dl. In questa situazione il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 negli anni successivi è aumentato, soprattutto in presenza di altri fattori di rischio come sovrappeso, obesità e sedentarietà.
La diagnosi di diabete viene invece posta quando la glicemia a digiuno risulta uguale o superiore a 126 mg/dl, confermata in almeno due occasioni differenti, oppure quando sono soddisfatti altri criteri diagnostici previsti dalle linee guida.
I sintomi caratteristici di un aumento della glicemia sono la poliuria, ossia un aumento della quantità e della frequenza delle urine, e la polidipsia, una sensazione di sete maggiore della norma. La poliuria è causata dall’aumento dei livelli di zuccheri nel sangue che, passando nelle urine, ne incrementa il volume, mentre la polidipsia insorge per compensare l’eccessiva perdita di urine.
Un altro sintomo associato alla glicemia alta è la perdita di peso (calo ponderale) ingiustificata. In presenza di diabete, infatti, i tessuti non riescono a usare efficacemente lo zucchero e vengono quindi utilizzate come fonti di energia alternativa le proteine e i grassi, con conseguente perdita di massa grassa e massa magra.
Altri sintomi associati al diabete possono essere la stanchezza profonda (astenia) e l’offuscamento visivo, dovuto al fatto che i liquidi contenuti negli occhi risentono delle alterazioni dei valori glicemici.
La prima indicazione dello specialista diabetologo in caso di glicemia alta è sempre una modifica dello stile di vita, in particolare della dieta e dell’attività fisica. L’attività fisica deve quindi essere regolare e adeguata alle condizioni fisiche della persona e l’alimentazione equilibrata. La dieta, in presenza di glicemia alta, prevede infatti un adeguato ma non eccessivo apporto di carboidrati, soprattutto complessi, evitando gli zuccheri semplici.
Vanno privilegiati i legumi e le verdure e limitati i grassi, soprattutto quelli saturi. Importanti anche le fibre, contenute per esempio nel pane integrale e nella pasta integrale. Se, invece, si arriva a una diagnosi di diabete, vanno seguite con estrema attenzione le terapie impostate dal medico.
In presenza di diabete, alcuni dei farmaci utilizzati per la terapia possono indurre dei cali di glicemia (ipoglicemia), con un abbassamento dei valori sotto i 70 mg/dl considerati nella norma. In questo caso vanno assunti immediatamente degli zuccheri semplici a rapido assorbimento, in modo da far risalire rapidamente i valori di glicemia sopra i 70 mg/dl. Una volta corretta l’ipoglicemia, se il pasto successivo è previsto dopo più di un’ora, è consigliabile consumare anche uno spuntino contenente carboidrati complessi, eventualmente associati a una quota proteica, per ridurre il rischio di una nuova ipoglicemia.
Si tratta della cosiddetta “regola del 15”: bisogna assumere 15 grammi di carboidrati, misurare la glicemia dopo 15 minuti e, se persiste la situazione di ipoglicemia, assumere altri 15 grammi, aspettare altri 15 minuti e continuare nello stesso modo fino alla normalizzazione dei valori.
L’indice glicemico è la capacità di un alimento di provocare un aumento della glicemia. Ogni alimento ha un indice glicemico diverso, che bisogna tenere in considerazione nella composizione della dieta: gli alimenti con indice glicemico alto fanno aumentare più rapidamente la glicemia con l’insorgenza di picchi glicemici che vanno invece evitati. Un altro parametro di cui si tiene in conto nell’elaborazione della dieta per una persona che deve prestare attenzione ai livelli di glicemia è il cosiddetto carico glicemico, che si ottiene calcolando il prodotto tra l’indice glicemico e la quantità dell’alimento.
In generale viene quindi indicato di consumare alimenti con indice glicemico basso, come i cereali integrali, i legumi e la frutta fresca, e limitare gli alimenti altamente raffinati e ricchi di zuccheri aggiunti, che favoriscono oscillazioni più marcate della glicemia.
La visita diabetologica consente allo specialista diabetologo di valutare lo stato di salute generale del paziente e l’andamento dei parametri metabolici per impostare o monitorare la terapia.
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Le proteine sono fondamentali in moltissimi processi dell’organismo: partecipano alla costruzione e al mantenimento dei tessuti, entrano nella sintesi di enzimi, ormoni e molecole coinvolte in numerosi processi biologici.
Capire quante proteine assumere ogni giorno, però, non è sempre semplice. Negli ultimi anni l’attenzione verso diete ricche di proteine è aumentata, così come i prodotti arricchiti di proteine.
Qual è l’apporto calorico proteico necessario? Ne parliamo con la dottoressa Martina Francia, biologa nutrizionista presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas.
Il fabbisogno proteico non è uguale per tutti. L’attività fisica modifica le richieste dell’organismo, perché chi si allena regolarmente necessita di più proteine per costruire e mantenere la massa muscolare. Anche l’età incide: nelle persone anziane un apporto proteico sufficiente contribuisce a rallentare la perdita di massa muscolare associata all’invecchiamento.
Gli obiettivi personali influenzano le scelte alimentari. Diete più ricche di proteine possono aiutare nel controllo del peso corporeo. Alcune malattie richiedono invece un apporto ridotto, come accade nella malattia renale cronica, dove limitare le proteine può rallentare il danno renale. Durante la gravidanza le necessità nutrizionali cambiano e aumenta anche la quantità di proteine raccomandata.
I quantitativi di proteine giornalieri sono indicati nei LARN (Livelli di assunzione di riferimento per la popolazione italiana), in generale per gli adulti sono 0,9 g/kg/die e aumentano con l’anzianità, il livello di attività fisica, in gravidanza e in allattamento.
In regimi alimentari molto ricchi di proteine e poveri di carboidrati il corpo può entrare in chetosi, cioè una fase in cui l’energia deriva soprattutto dai grassi. Durante questo processo viene prodotto acetone, una sostanza che può rendere l’alito fruttato o simile allo smalto per unghie.
Un alto consumo di proteine può aumentare la produzione di urina perché i reni lavorano di più per metabolizzarle. Di conseguenza cresce il rischio di disidratazione, soprattutto se l’apporto di liquidi non aumenta in parallelo.
Anche il peso corporeo può risentirne: se le proteine introdotte superano la capacità di utilizzo dell’organismo, l’eccesso calorico può favorire un aumento di peso non legato alla crescita muscolare.
Diete ad alto contenuto proteico e povere di fibre possono portare a stitichezza, nausea, diarrea o dolore addominale. Alcuni alimenti proteici, come la carne, richiedono un lavoro digestivo maggiore, mentre integratori, frullati o barrette contenenti alcoli di zucchero possono accentuare i sintomi gastrointestinali.
Gli effetti dipendono anche dal tipo di proteine consumate. Pesce, frutti di mare e proteine vegetali provenienti da legumi, semi e frutta secca sono associati a effetti favorevoli sul sistema cardiovascolare. Al contrario, un consumo elevato di carne rossa e carni lavorate è stato collegato a un aumento del rischio di malattie cardiache.
Un eccesso proteico può diventare problematico soprattutto nelle persone con malattie renali o epatiche. Il metabolismo delle proteine produce ammoniaca, eliminata attraverso le urine. Quando reni o fegato funzionano con difficoltà, questa sostanza può accumularsi e raggiungere livelli tossici.
Una carenza proteica spesso si manifesta con stanchezza persistente e riduzione dell’energia. Le proteine contribuiscono anche alla produzione di energia e, quando scarseggiano, possono comparire debolezza fisica e mentale. Nei casi più gravi si osserva deperimento muscolare.
Capelli sottili e secchi, unghie fragili e pelle desquamata possono essere tra le prime conseguenze che si notano facilmente. Nei deficit più avanzati i capelli possono perdere pigmento e struttura, mentre la pelle diventa più fragile.
Le proteine forniscono aminoacidi necessari alla sintesi dei neurotrasmettitori che regolano l’umore, tra cui serotonina e noradrenalina. Una loro carenza può associarsi a irritabilità, ansia o sintomi depressivi.
Il gonfiore a gambe, piedi o mani è un segno tipico delle carenze gravi.
Quando l’apporto proteico è insufficiente, anche il sistema immunitario può indebolirsi. L’organismo produce meno anticorpi e citochine, molecole coinvolte nella difesa contro i microrganismi e nella riparazione dei tessuti, con maggiore frequenza di infezioni e una guarigione più lenta delle ferite.
Un’assunzione ridotta di proteine può contribuire alla perdita di massa e forza muscolare e accelerare il calo della densità minerale ossea legato all’età, aumentando la fragilità dello scheletro.
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L’eczema cronico delle mani è una patologia infiammatoria a carico della cute abbastanza comune. L’eczema, che può insorgere per cause irritative, allergiche, o atopiche, se persiste oltre i 3 mesi o se si riacutizza almeno due volte in un anno, viene considerato cronico. I sintomi dell’eczema delle mani sono facilmente riconoscibili e comprendono dolore e prurito intenso associati a rossore e ispessimento della pelle, desquamazione e comparsa di vescicole e fissurazioni. Nelle condizioni più severe, l’eczema può estendersi alla totalità della superficie della mano, con un impatto negativo sulla qualità della vita della persona interessata.
Ne parliamo con il dottor Luigi Gargiulo, dermatologo presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’eczema cronico delle mani può insorgere per cause di tipo irritativo, allergico o atopico. In ogni caso l’esito è l’insorgenza di un processo infiammatorio e di un’alterazione della barriera protettiva della cute.
Nelle forme irritative, queste alterazioni sono causate da un contatto ripetuto e continuativo con l’acqua o con sostanze come disinfettanti, detergenti, prodotti chimici irritanti oppure da un uso prolungato di guanti. L’eczema di tipo irritativo è caratteristico di persone che lavorano in ambienti lavorativi umidi o che si occupano di attività di cura domestica e pulizia.
L’eczema di tipo allergico è provocato invece da una sensibilizzazione della persona ad allergeni contenuti in alimenti, piante, metalli, come il nichel, ma anche nei profumi, nei conservanti, nei detergenti o nei cosmetici. Possono inoltre provocare allergia anche sostanze che vengono utilizzate in luoghi di lavoro, come tinture o resine.
Le forme atopiche sono caratteristiche di chi è predisposto o ha familiarità con disturbi come asma, dermatite atopica e rinite allergica. Si tratta infatti di condizioni che comportano una maggiore fragilità della barriera cutanea, che risulta più reattiva agli stimoli irritanti e agli allergeni. Sono inoltre possibili anche forme miste di eczema cronico delle mani, in cui le alterazioni della pelle sono quindi provocate da più concause.
Il trattamento dell’eczema cronico delle mani, se eseguito correttamente, è fondamentale per contenere i sintomi, migliorare la qualità della vita della persona ed evitare che si presentino riacutizzazioni di malattia. La terapia è farmacologica e varia in base alla gravità del disturbo, ma in ogni caso è sempre opportuno seguire alcune buone norme, come applicare creme emollienti e idratanti, più volte al giorno, usare detergenti delicati per lavare le mani ed eliminare o, se non è possibile, ridurre, l’esposizione fattori allergizzanti o irritanti.
I trattamenti di prima linea per l’eczema cronico delle mani prevedono in genere l’utilizzo di creme e unguenti antinfiammatori, a base di corticosteroidi topici e di inibitori della calcineurina. Di recente è stato inoltre approvato un farmaco topico per le forme di eczema che non rispondono agli steroidi topici, delgocitinib crema. Si tratta di un farmaco topico antinfiammatorio particolarmente efficace e Humanitas è uno dei centri prescrittori a livello nazionale.
In caso la malattia risulti refrattaria alle terapie topiche si fa invece ricorso a farmaci ad azione sistemica, che si assumono per via orale.
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La lombosciatalgia, o dolore sciatico o, talvolta più brevemente “sciatica”, è un dolore causato dall’infiammazione del nervo sciatico, il nervo più complesso e voluminoso del corpo umano. Il nervo sciatico è spesso soggetto a sindromi infiammatorie perché varie strutture, nel suo decorso, possono comprimerlo e quindi causarne un’anomala sollecitazione. Il processo infiammatorio causa una sintomatologia caratterizzata da un dolore acuto, che dalla zona sacrale e pelvica decorre posteriormente lungo la gamba.
Quali sono i sintomi della sciatica e cosa fare? Ne parliamo con il professor Alessio Baricich, docente di Humanitas University e Responsabile del Dipartimento di Riabilitazione e Recupero funzionale presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il dolore sciatico indica che è in corso un’irritazione di porzione di questo nervo, spesso a carico della sua radice nervosa, collocata nella parte bassa della schiena. Il dolore tipico, infatti, ha origine nella zona lombare e scende lungo il nervo stesso, passando lungo il gluteo e nella parte posteriore o laterale della gamba, fino a raggiungere il piede. I sintomi, quindi, dipendono dal decorso del nervo e dall’area in cui è compresso. In genere, il dolore interessa un solo lato del corpo e ha un’intensità estremamente variabile.
Il dolore è caratterizzato da una sensazione di bruciore e di “scossa elettrica” e risulta spesso invalidante. Nella maggior parte dei casi, la causa è una protrusione o un’ernia nel disco intervertebrale che comprime la radice nervosa nel tratto lombare. Possono inoltre essere associati sintomi quali formicolio, intorpidimento, mancanza di sensibilità o di forza del piede; in loro presenza è necessario fare tempestivamente riferimento al medico, in particolare quando al dolore si associa la perdita di forza, in modo da valutare il prima possibile il percorso di trattamento più adeguato per risolvere il disturbo.
Il trattamento viene impostato in base alla causa sottostante.
Durante la fase acuta del dolore è preferibile stare a riposo e limitare un po’ le proprie attività, ma il riposo a letto non è consigliato. Per contrastare il dolore e ridurre l’infiammazione possono essere utili farmaci antinfiammatori, antidolorifici e farmaci che rilassano la muscolatura lombare.
Anche i tempi di recupero variano in base alla causa sottostante l’infiammazione: se, quindi, in alcuni casi può essere sufficiente il trattamento farmacologico, in altri si deve ricorrere anche a trattamenti più invasivi, come l’esecuzione di infiltrazioni locali con l’ausilio di guida ecografica. Spesso è inoltre utile, previa specifica indicazione fisiatrica, il ricorso a un trattamento riabilitativo vero e proprio, con sedute mirate di fisioterapia.
Condurre una vita attiva gioca un ruolo di primo piano nel diminuire il rischio di incidenza di questi episodi così dolorosi.
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Il diabete è una patologia cronica che si caratterizza per un eccesso di glucosio nel sangue (iperglicemia). Il diabete può essere di due forme: il diabete di tipo 1, provocato da un’assenza di produzione da parte del pancreas dell’ormone che regola le concentrazioni di zuccheri nel sangue (insulina), e il diabete di tipo 2, provocato da un’alterazione dell’azione dell’insulina stessa.
Per il diabete di tipo 1 non è disponibile una cura e chi ne è interessato deve necessariamente assumere la terapia con iniezioni sottocutanee di insulina per tutta la vita, mentre per il diabete di tipo 2 sono oggi disponibili varie terapie. In entrambi i casi è fondamentale seguire una dieta adeguata.
Ne parliamo con il dottor Marco Mirani, Capo Sezione dell’Unità Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune che tende a manifestarsi in bambini e adolescenti, ma anche in età avanzata, dovuta alla presenza di autoanticorpi che distruggono le cellule pancreatiche responsabili della produzione di insulina. Il diabete di tipo 1 comporta quindi necessariamente una terapia insulinica, che va portata avanti per tutta la vita. Attualmente sono disponibili terapie innovative immunologiche per la prevenzione del diabete di tipo 1, per cui, in caso di diagnosi precoce, si può intervenire per cercare di rallentare l’insorgenza della malattia.
Il diabete di tipo 2, invece, non comporta la carenza assoluta di insulina. Tuttavia, quella prodotta non agisce in maniera adeguata. Il diabete di tipo 2 rappresenta la maggior parte dei casi di diabete (il 90% circa) e interessa soprattutto persone in età adulta e in età avanzata, seppur negli ultimi anni sia in costante aumento anche nei giovani, parallelamente all’incremento di sovrappeso e obesità. Si tratta di una patologia associata a familiarità, invecchiamento, sovrappeso e obesità e a uno stile di vita sedentario e con un’alimentazione non equilibrata.
Il diabete di tipo 1 ha in genere esordio immediato e con livelli di glicemia molto alti, mentre nel diabete di tipo 2 possono passare diversi anni prima della diagnosi e la malattia può restare silente comportando anche lo sviluppo di complicanze. Queste sono tendenzialmente di due tipi: macrovascolari e microvascolari.
Le complicanze macrovascolari sono a carico del sistema cardiovascolare e si associano un aumento del rischio di infarto, ictus e arteriopatie periferiche che possono provocare disturbi agli arti inferiori, tra cui il piede diabetico. Le complicanze microvascolari, invece, interessano l’occhio, con l’insorgenza di retinopatia diabetica, il rene, con la nefropatia diabetica, e i nervi, con la neuropatia diabetica. Per ridurre il rischio che si sviluppino queste complicanze è importante la diagnosi precoce e, una volta diagnosticato il diabete, un controllo regolare dei valori glicemici.
Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune, per cui il sistema immunitario distrugge le cellule beta, ossia le cellule pancreatiche che producono insulina. In questa forma di diabete, mancando del tutto la produzione di insulina, questa deve essere integrata per tutta la vita.
Il diabete di tipo 2, invece, è dovuto a un difetto nella funzionalità dell’insulina, non a una sua mancanza, a cui si aggiungono altre concause che concorrono allo sviluppo della patologia. Tra i fattori di rischio principali per il diabete di tipo 2 c’è la familiarità e altri fattori associati come alimentazione, sedentarietà, sovrappeso e obesità.
Esiste poi un terzo tipo di diabete, il diabete gestazionale. Questa forma di diabete insorge durante la gravidanza e si associa a fattori di rischio come età avanzata per la gestazione, familiarità, sovrappeso, obesità e sindrome dell’ovaio policistico. L’iperglicemia gestazionale in genere non presenta sintomi ma viene individuata tramite un programma di screening dedicato, con esami come la curva da carico orale di glucosio, un test eseguito tra la ventiquattresima e la ventottesima settimana di gestazione (o alla sedicesima se sono presenti fattori di rischio).
Il diabete di tipo 2 si può prevenire seguendo un’alimentazione equilibrata e praticando attività fisica in maniera regolare secondo le proprie condizioni cliniche. In genere, la raccomandazione è di svolgere 150 minuti di attività fisica alla settimana o 30 minuti tutti i giorni. Per quanto riguarda l’alimentazione, mangiare cibi molto zuccherati non aumenta di per sé il rischio di diabete, ma favorisce la comparsa di sovrappeso e obesità, due condizioni che sono annoverate tra i fattori di rischio per lo sviluppo di diabete. Per questo bisognerebbe sempre evitare un consumo eccessivo di zuccheri e carboidrati semplici.
In generale, la dieta delle persone con diabete deve essere equilibrata, quindi con un giusto apporto di carboidrati, lipidi e proteine. Bisogna inoltre preferire i carboidrati complessi, evitando invece gli zuccheri semplici e a rapido assorbimento. Sono da preferire gli alimenti integrali e quelli ricchi di fibre e poveri di grassi, come pane e pasta (assunti con moderazione), legumi, carni bianche e pesce, ed evitare le carni rosse.
Il diabete di tipo 2 si può controllare con una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare a cui associare, quando necessario, la terapia farmacologica. Si tratta in questo caso di terapie con farmaci molto efficaci, di ultima generazione, che abbassano la glicemia e hanno una funzione protettiva nei confronti di cuore e reni. Con un trattamento adeguato, le persone con diabete di tipo 2 possono tornare ad avere valori di glicemia nella norma, perfino uguali a quelli delle persone senza diabete.
Dal diabete di tipo 1, invece, non è possibile guarire ed è necessaria l’infusione di insulina per mantenere la malattia sotto controllo. Alla terapia insulinica vanno in ogni caso associate comunque dieta equilibrata e attività fisica regolare, che aiutano a controllare più efficacemente la malattia.
Per quanto riguarda l’attività fisica, per entrambi i tipi di diabete è importante prendere in considerazione il tipo di terapia che si sta seguendo e le proprie condizioni fisiche e valutare con il medico curante sia l’attività più adeguata sia eventuali adattamenti della terapia all’attività che si inizia a praticare.
La visita diabetologica consente allo specialista diabetologo di valutare lo stato di salute generale del paziente e l’andamento dei parametri metabolici per impostare o monitorare la terapia.
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Per frattura si intende l’interruzione di un profilo osseo, a carico di ossa lunghe o ossa brevi. Le fratture possono essere determinate da scontri ad alta energia come contatti sportivi, incidenti o cadute, o da una carenza di resistenza ossea, per esempio in presenza di determinate patologie. Ci sono poi le fratture da stress, che si associano a microtraumi ripetuti e, pur provocando sintomi dolorosi, sono difficilmente riscontrabili con la radiografia.
Ne parliamo con il dottor Lorenzo Di Mento, Responsabile dell’Unità Operativa di Traumatologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Le fratture da stress provocano nel paziente dolore, ma non sempre sono visibili con la radiografia, che è il primo esame che si svolge per diagnosticare una frattura. Lo specialista, quindi, valuta in sede di visita con un esame clinico l’area interessata dai sintomi e raccoglie le informazioni circa lo stile di vita del paziente e potenziali fattori di rischio che potrebbero essere associati alla frattura da stress, come un utilizzo continuativo della parte interessata o un’alimentazione poco equilibrata.
Per confermare la diagnosi, lo specialista prescrive una risonanza magnetica, un esame diagnostico di secondo livello in grado di individuare la frattura che non è stata evidenziata dalla radiografia.
Le fratture da stress sono fratture che non si associano a eventi traumatici ma a microtomi ripetuti. Per fare un esempio: un maratoneta che continuativamente esegue lunghi percorsi può presentare microtraumi a tibia, collo del femore e ossa del piede. Queste ossa, a causa dei microtraumi ripetuti, possono rompersi e sviluppare sintomi dolorosi.
Le fratture da stress non si sviluppano solo in persone allenate che sforzano sempre la medesima area del corpo per l’attività sportiva, ma possono interessare spesso anche persone non allenate. In particolare, le fratture da stress possono interessare persone di sesso femminile, molto magre o che seguono una dieta poco equilibrata.
Per trattare una frattura da stress bisogna per prima cosa individuare la causa che l’ha provocata, in modo da eliminare i fattori di rischio. Se la frattura è legata all’alimentazione, per esempio, bisogna seguire una dieta equilibrata e adeguata alle necessità della persona, se invece la frattura è legata a un overuse sportivo bisogna evitare di ripetere quel movimento e, in alcuni casi, immobilizzare l’arto, in modo da eliminare le micro sollecitazioni continue.
Per quanto riguarda la terapia, in genere questa prevede il ricorso a onde d’urto o a magnetoterapia, utili a favorire la consolidazione ossea che, in genere, avviene a circa 2-3 mesi dalla comparsa dei sintomi.
La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.
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Quando si parla di emergenze cardiache capita spesso che infarto e arresto cardiaco vengano confusi. I due eventi, pur avendo qualche punto di contatto, hanno natura e conseguenze molto diverse.
Ne parliamo con la dottoressa Cristina Panico, cardiologa presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
L’infarto del miocardio è una patologia acuta causata dall’ostruzione delle arterie del cuore, che riduce il flusso di sangue che vi è diretto. Questa riduzione comporta un minor apporto di ossigeno e nutrienti al muscolo cardiaco, con conseguente sofferenza dei tessuti.
Tra le complicanze più importanti dell’infarto vi sono le aritmie cardiache, in particolare le aritmie ventricolari maligne, che possono evolvere fino all’arresto cardiaco. L’arresto cardiaco, però, non dipende esclusivamente dall’infarto del miocardio. Può infatti comparire anche in assenza di danno ischemico, come nelle aritmie ventricolari che insorgono in cuori strutturalmente sani ma con alterazioni elettriche, oppure nel contesto di cardiomiopatie, tra cui la cardiomiopatia ipertrofica.
L’arresto cardiaco può quindi essere una complicanza dell’infarto, ma può anche rappresentare la manifestazione di patologie primitive del sistema elettrico o del muscolo cardiaco.
L’infarto del miocardio è la necrosi di una parte del cuore per via dell’ostruzione di una coronaria, l’arteria responsabile della sua irrorazione con sangue ossigenato. L’ostruzione, che può essere parziale o totale, è in genere dovuta alla formazione di un trombo, un coagulo, sulle placche aterosclerotiche poste sulla parete del vaso, con conseguente mancanza di ossigeno al cuore.
Fumo, colesterolo elevato, pressione alta non trattata, diabete e predisposizione familiare favoriscono lo sviluppo di queste placche. Non sempre, però, è chiaro cosa scateni la comparsa improvvisa del trombo. In rari casi la causa può essere una malformazione della coronaria.
Quando il sangue non arriva più in modo corretto al cuore, il tessuto soffre e può andare incontro a complicazioni. Tra queste rientrano aritmie anche molto gravi, fino all’arresto cardiaco: più passa il tempo, maggiore è il rischio per la vita del paziente.
L’arresto cardiaco rappresenta la perdita improvvisa dell’attività elettrica e/o meccanica del cuore. Il cuore smette di pompare, la persona cade a terra, perde coscienza e non respira più. In pochi minuti gli organi restano senza apporto di ossigeno e possono comparire danni irreversibili.
Le cause possono essere molte. Un’aritmia può scatenare l’arresto, ma anche un infarto esteso, uno scompenso avanzato, un trauma al torace, una grave miocardite o un blocco della respirazione.
Esistono anche forme genetiche, come la sindrome di Brugada o alcune canalopatie, che alterano il sistema elettrico del cuore e possono portare a un arresto improvviso.
Il segnale più comune è un dolore al petto descritto come un peso che non cambia con il movimento e non risponde ai comuni antidolorifici. Il dolore può irradiarsi verso collo, mandibola o braccio sinistro. Molte persone indicano anche spossatezza, sudorazione fredda, malessere intenso.
Alcuni infarti mostrano un quadro meno chiaro, con nausea, vomito o fastidi addominali. Questo tipo di esordio è più comune nella popolazione femminile e rischia di essere sottovalutato.
Quando l’ostruzione è totale, il dolore tende a durare a lungo; quando l’ostruzione è parziale possono comparire episodi brevi che tornano a distanza di giorni, una sorta di campanello d’allarme che non va trascurato.
L’arresto cardiaco provoca una perdita immediata di coscienza. La persona non respira e non risponde e può verificarsi una perdita involontaria di urine o feci.
Prima del collasso possono comparire segnali legati alla causa scatenante:
Tutto, però, evolve in pochi secondi e l’interruzione delle funzioni vitali è rapida.
Quando compaiono sintomi compatibili con un evento cardiaco grave, su di sé o su un’altra persona, la prima azione da compiere è chiamare subito il 112 e descrivere con precisione ciò che sta accadendo. Il trattamento può essere effettuato solo in ospedale, perciò ogni minuto guadagnato prima dell’arrivo dei soccorsi può fare la differenza.
Dopo la conferma della diagnosi di infarto, l’obiettivo principale è riaprire rapidamente l’arteria coronaria bloccata, così da ristabilire il flusso di sangue al muscolo cardiaco attraverso una coronarografia e angioplastica: utilizzando un sottile catetere inserito da un’arteria del polso oppure dell’inguine, i medici raggiungono le coronarie e individuano il punto dell’ostruzione. In quella sede viene posizionato uno stent, un piccolo dispositivo che mantiene aperto il vaso e permette al sangue di tornare a circolare.
In alcune situazioni si può ricorrere anche a farmaci capaci di sciogliere il coagulo responsabile del blocco. Dopo la riapertura dell’arteria viene avviata una terapia farmacologica continuativa, pensata per proteggere lo stent e ridurre il rischio di nuovi eventi cardiaci intervenendo sui principali fattori di rischio.
L’arresto cardiaco richiede un intervento immediato perché il cuore smette di pompare sangue e gli organi non ricevono ossigeno e bisogna iniziare subito la rianimazione cardiopolmonare. Le manovre prevedono compressioni toraciche ritmate associate, quando possibile, alla ventilazione bocca a bocca.
Se nelle vicinanze è disponibile un defibrillatore automatico, va utilizzato seguendo le istruzioni vocali dell’apparecchio o quelle fornite dal personale sanitario del 112: la scarica elettrica può interrompere l’aritmia responsabile dell’arresto e consentire la ripresa dell’attività cardiaca.
Chi assiste all’evento, dopo aver allertato il 112, dovrebbe iniziare senza ritardi le manovre di rianimazione seguendo le indicazioni fornite dalla centrale operativa fino all’arrivo dei soccorritori. Successivamente la persona viene trasferita in ospedale, dove verranno stabilizzate le funzioni vitali e individuata la causa dell’arresto cardiaco.
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Il Ministero della Salute ha confermato il rinnovo dell’accreditamento dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas nelle aree tematiche di cardiologia-pneumologia, ematologia e immunologia, gastroenterologia e oncologia. L’accreditamento di Humanitas San Pio X nelle medesime aree, come estensione dell’IRCCS di Rozzano, è stato rilasciato in considerazione delle attività cliniche e di Ricerca sviluppate nell’ambito della ginecologia oncologica, della senologia e dell’oncologia senologica, oltre che della radioterapia oncologica.
Essere IRCCS – Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico – significa far parte della rete delle strutture italiane riconosciute dal Ministero della Salute che integrano assistenza clinica, Ricerca scientifica e percorsi di cura. Un riconoscimento di grande valore per tutta Humanitas, che conferma la qualità del lavoro svolto ogni giorno per mettere competenze diverse al servizio dei pazienti.
“L’accreditamento delle due sedi, con l’estensione a Humanitas San Pio X, è indicativo di una collaborazione e integrazione sempre più stretta tra i due ospedali, nonché di una visione condivisa che ha al centro le necessità dei pazienti. Un traguardo raggiunto in San Pio X grazie all’impegno e alla dedizione dei professionisti impegnati nell’attività clinica e scientifica, con particolare riferimento all’area dei tumori femminili. Grazie quindi a tutti i colleghi e le colleghe che hanno contribuito e reso possibile in entrambi i nostri ospedali questo importante risultato, di cui l’intera comunità Humanitas può essere orgogliosa e che rappresenta uno stimolo a proseguire con passione, competenza e spirito di collaborazione nel percorso di miglioramento continuo della qualità clinica, assistenziale e della Ricerca” – commenta Riccardo Bui, Amministratore Delegato IRCCS Istituto Clinico Humanitas e IRCCS Humanitas San Pio X.
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Ad agosto puoi rivolgerti al Dental Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas dal 3 al 7 e dal 24 al 31 agosto.
Se hai bisogno di una visita urgente
Se il tuo Centro è chiuso, chiama il 3402205616:
Ti aiuteremo a trovare il Centro aperto più vicino o, se non ce ne sono nella tua zona, uno studio dentistico disponibile.
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Direttore Sanitario: Dott.ssa Simona Sancini – Direttore Sanitario per i Servizi Odontoiatrici Dott. Robles Rodriguez Sergio, Albo Provinciale degli Odontoiatri di Bergamo, n. 1141.
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L’ambito muscolo-scheletrico rappresenta per le onde d’urto focali un settore ampio e primario, trovando applicazione sia per il trattamento delle patologie dei tendini e dell’osso, sia delle fasce muscolari, sia nelle fasi iniziali di malattia che nelle forme più avanzate, così come per la risoluzione di complicanze, quali esiti e postumi di interventi chirurgici. Pressoché prive di effetti collaterali di rilievo, rappresentano non una semplice terapia “palliativa” per il dolore, ma un trattamento specificatamente “curativo”, in virtù dell’azione biologica sui tessuti, in quanto in grado di modulare l’infiammazione e riattivare localmente il microcircolo, con effetti di tipo anche “rigenerativo” in alcuni casi.
Ne parliamo con la dottoressa Maria Cristina d’Agostino, Capo Sezione Onde d’Urto dell’Unità di Riabilitazione Ortopedica – e con la dottoressa Elisabetta Tibalt, dell’Unità di Riabilitazione Ortopedica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Il trattamento del tessuto muscolare è una delle più recenti acquisizioni della terapia con onde d’urto focali, supportata dall’evidenza scientifica, che sembra evidenziare, anche in questo ambito, un effetto trofico rigenerativo, sia sul microcircolo locale, sia diretto sui precursori staminali delle cellule muscolari, rendendo possibile l’applicazione con successo anche nel trattamento dei disturbi muscolari di origine post-traumatica, acuti e cronici.
Le onde d’urto focali inoltre favoriscono il rilassamento muscolare e per questo possono essere utili per trattare molte sindromi dolorose che comportino contratture o alterazioni funzionali del muscolo stesso.
Sfruttando poi il loro effetto di modulazione dell’infiammazione e “rigenerazione” tissutale, trovano interessante applicazione in molte patologie che coinvolgono più frequentemente gli atleti, come per esempio gli esiti delle lesioni muscolari, caratterizzate dalla presenza di tessuto cicatriziale fibrotico, a causa del quale si può avere un ritardato/mancato recupero muscolare, condizionante a sua volta un rischio più elevato di nuovi infortuni. In questo caso, le onde d’urto focali acquistano una duplice valenza: valida terapia per la risoluzione del dolore e dell’infiammazione da una parte e interessante ausilio per accelerare il percorso riabilitativo e il “ritorno in campo” o la ripresa dell’attività sportiva o lavorativa dall’altro.
Altrettanto valida e interessante applicazione muscolare delle onde d’urto focali è quella nel DOMS (Delayed Onset Muscle Soreness), una sorta di “infiammazione” muscolare acuta, quale possibile conseguenza di un intenso sovraccarico funzionale, caratterizzata da importante dolore muscolare, per cui una rapida risoluzione è di fondamentale importanza per prevenire danni maggiori.
È possibile inoltre intervenire con le onde d’urto anche sulle fasce muscolari, quando interessate da sindromi dolorose, spesso refrattarie a tutte le altre terapie conservative, in particolare a livello degli arti inferiori, ma non solo. Studi recenti hanno infatti dimostrato che la stimolazione con onde d’urto focali può da un lato inibire i recettori del dolore a tale livello1, ma anche stimolare la produzione di collagene e acido ialuronico da parte delle cellule connettivali derivate dalle fasce muscolari, con effetto analgesico e di miglioramento del benessere (trofismo) delle fasce stesse2. In ambito di sindromi dolorose miofasciali è più che mai importante il corretto inquadramento diagnostico, con l’individuazione di tutti i punti dolorosi da trattare, e una tecnica particolare di applicazione, in modo da raggiungerli tutti e ottenere il massimo del beneficio.
Anche sul tessuto tendineo l’azione delle onde d’urto focali è “biologica e curativa”, non semplicemente “palliativa”. La stimolazione micromeccanica prodotta dalle onde d’urto, infatti, evoca una serie di reazioni cellulari che si traducono in un controllo dell’infiammazione negli stadi di patologia tendinea più acuta e di recente insorgenza, e si associa anche a un controllo dell’omeostasi locale, innescando una sorta di “rinnovamento” del tessuto tendineo, negli stadi più cronici, dove invece prevale la degenerazione del tendine (tendinopatie).
Per tutte le patologie in ambito muscolare, tendineo e miofasciale, il trattamento con onde d’urto deve sempre essere inserito in un percorso di terapia integrato, in cui la riabilitazione non deve mancare, al fine di ottimizzare i risultati e ottenere il successo terapeutico.
Il trattamento con onde d’urto focali nelle patologie ossee è indicato per i ritardi di consolidazione delle fratture e le pseudoartrosi. Le onde d’urto hanno infatti uno specifico effetto rigenerativo sull’osso, sia per azione diretta di stimolo delle cellule che producono matrice (gli osteoblasti e i loro precursori staminali), sia indiretta, per rallentamento contestuale del riassorbimento osseo.
Un’altra applicazione delle onde d’urto focali è sugli edemi ossei, che si possono sviluppare sia a causa di traumi, sia a causa di sovraccarichi o di altre patologie di tipo traumatico e degenerativo. Ne derivano una significativa riduzione del dolore e un più rapido recupero funzionale.
I vantaggi della terapia con onde d’urto focali sono molti e importanti:
La visita ortopedica permette di studiare la struttura e la funzionalità dell’apparato locomotore per diagnosticare patologie acute, croniche o degenerative a carico della colonna vertebrale, degli arti superiori o degli arti inferiori.
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