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News Ospedale Humanitas di Rozzano(Milano)

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Scottatura solare: dopo quanto passa e quali sono i rimedi?
Data articolo:Thu, 30 Apr 2026 12:22:27 +0000

La scottatura solare è una reazione infiammatoria della pelle causata da un’eccessiva esposizione ai raggi UV, soprattutto ai raggi UVB. Quando la pelle riceve più radiazioni di quante ne possa tollerare, le cellule cutanee subiscono un danno e rilasciano sostanze infiammatorie che provocano calore, dolore e gonfiore.

Quanto dura una scottatura e quali sono i rimedi? Ne parliamo con il professor Marco Ardigò, capo della sezione autonoma di Dermatologia Oncologica presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano.

Scottatura solare: i sintomi

All’inizio la scottatura può manifestarsi con un leggero bruciore o una tensione della pelle, ma con il passare delle ore la reazione si amplifica. Il rossore aumenta, la pelle diventa calda al tatto e compare prurito. A volte il tessuto cutaneo assume un aspetto irregolare, come una buccia d’arancia. Nei casi più gravi si possono formare bolle, segno di un’ustione.

Possono inoltre aversi sintomi come:

I sintomi possono manifestarsi dopo 4-10 ore e raggiungere la massima intensità anche il giorno successivo. 

Quanto dura una scottatura solare?

Nelle prime quattro ore dopo l’esposizione si iniziano a notare i primi segni: la pelle diventa più calda e comincia ad arrossarsi. 

Dopo 24-36 ore, la reazione raggiunge il suo apice. Il rossore si intensifica, il dolore aumenta e può comparire gonfiore. La pelle è sensibile, tirata e, in alcuni casi, il contatto con i vestiti o l’acqua può risultare fastidioso.

Tra il terzo e il quinto giorno, le scottature più leggere iniziano a migliorare. Il dolore diminuisce e la pelle comincia a rigenerarsi grazie al processo di desquamazione. Quando la scottatura è più estesa o profonda, la guarigione può richiedere più tempo. 

Dopo una o due settimane, la pelle si rinnova completamente, ma può restare più sensibile e secca per diversi giorni. 

La durata di una scottatura dipende da tre fattori principali: il tempo di esposizione, il tipo di pelle e l’intensità dei raggi UV.

Una scottatura leggera tende a risolversi in tre o cinque giorni. Una scottatura più importante, con gonfiore e pelle molto calda, può durare circa una settimana. Le scottature gravi, con bolle o vescicole, possono invece impiegare fino a due settimane per guarire completamente.

A volte, le scottature più serie si accompagnano a un colpo di sole o a un’insolazione, con sintomi come febbre, nausea e brividi. 

In questi casi il corpo non sta solo reagendo localmente, ma mostra una vera sofferenza sistemica. La pelle, infatti, è un organo esteso e quando una parte importante è danneggiata, tutto l’organismo ne risente.

Scottatura solare: rimedi

Quando ci si scotta, la prima cosa da fare è interrompere l’esposizione al sole. La pelle ha bisogno di riposo, ombra e freschezza.

È importante detergere le zone interessate con prodotti delicati e non schiumogeni, meglio se a base di avena colloidale o ingredienti lenitivi. Dopo la detersione, si possono applicare creme o gel calmanti che aiutano a ridurre la sensazione di calore e favoriscono la rigenerazione.

Spruzzare acqua termale o fare impacchi freddi non ghiacciati è un altro modo per alleviare il fastidio. 

Nei casi più dolorosi, il medico può prescrivere prodotti specifici per il dolore e l’infiammazione.

Se compaiono bolle, non vanno mai forate: molte persone lo fanno, ma questo può peggiorare la situazione e aumentare il rischio di infezioni.

Quando la pelle inizia a spellarsi, bisogna lasciarla fare il suo corso. È il modo in cui il corpo elimina le cellule morte. Strappare la pelle o usare esfolianti aggressivi può ritardare la guarigione e lasciare macchie.

Come prevenire una scottatura solare?

Proteggere la pelle significa conoscere il proprio fototipo e comportarsi di conseguenza. Le persone con pelle chiara, lentiggini o capelli rossi, ad esempio, producono meno melanina e quindi si scottano più facilmente.

Prima di uscire, bisognerebbe applicare una crema solare con un alto fattore di protezione, almeno SPF 30 o 50, che protegga sia dai raggi UVA che UVB. La crema va stesa in abbondanza e rimessa ogni due ore, soprattutto dopo il bagno o se si suda molto.

Oltre alla crema, anche l’abbigliamento può fare la differenza: cappelli a tesa larga, occhiali da sole e tessuti leggeri ma coprenti riducono l’impatto diretto dei raggi solari. Durante le ore centrali della giornata, quando il sole è più forte, è meglio cercare l’ombra.

Infine, va ricordato che alcuni profumi, creme o farmaci possono rendere la pelle più sensibile alla luce.

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A cura di mmaestri
Scabbia: i sintomi e come si prende
Data articolo:Wed, 29 Apr 2026 12:39:39 +0000

La scabbia è un’infestazione della pelle causata da acari (Sarcoptes scabiei), che si diffonde facilmente attraverso il contatto diretto e gli oggetti contaminati.

Quali sono i sintomi e come si prende? Ne parliamo con il dottor Filippo Medioli, infettivologo dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Scabbia: che cos’è?

La scabbia è una malattia infettiva causata dall’infestazione della pelle da parte dell’acaro Sarcoptes scabiei. Questo parassita scava cunicoli nello strato superficiale della cute, dove deposita le uova. Dopo pochi giorni dalla schiusa, le larve migrano in altre zone della pelle, perpetuando l’infestazione e aumentando il rischio di trasmissione ad altre persone. 

La scabbia si diffonde principalmente attraverso il contatto diretto prolungato con una persona infestata o tramite l’utilizzo di oggetti contaminati, come lenzuola, vestiti e asciugamani.

Scabbia: i sintomi

Il sintomo principale della scabbia è un prurito intenso e persistente, che tende a peggiorare durante la notte. Oltre al prurito, la scabbia si manifesta con lesioni cutanee sotto forma di papule rossastre (simili a piccoli brufoletti) e cunicoli sottili che indicano il percorso scavato dagli acari. 

Le zone più frequentemente colpite sono:

  • spazi interdigitali di mani e piedi
  • polsi e gomiti
  • ombelico e girovita
  • ascelle e zona sotto il seno
  • zona genitale

Nei bambini, le manifestazioni possono estendersi anche al cuoio capelluto, al volto, al collo, ai palmi delle mani e alle piante dei piedi.

Scabbia: come si prende?

La scabbia si trasmette attraverso il contatto diretto e prolungato (almeno 15-20 minuti) con una persona infestata e poiché gli acari possono sopravvivere per alcuni giorni lontano dall’ospite umano, il contagio può avvenire anche tramite superfici e tessuti contaminati.

Scabbia: come si cura?

Il trattamento della scabbia mira a eliminare gli acari e a interrompere il ciclo di infestazione. Le terapie principali prevedono l’uso di permetrina 5% in crema, o di benzoato di benzile (10-30%). 

Nei casi più resistenti o nelle persone con compromissione del sistema immunitario, potrebbe essere utile l’ivermectina per via orale.

Oltre alla terapia farmacologica, è fondamentale adottare misure igieniche per evitare nuove infestazioni:

  • lavare a temperature elevate (almeno 60°C) vestiti, lenzuola e asciugamani
  • pulire a secco o sigillare in sacchetti di plastica per almeno due settimane gli oggetti non lavabili
  • trattare contemporaneamente tutte le persone che hanno avuto contatti stretti con la persona infetta.

Dopo il trattamento, il prurito può persistere per alcune settimane a causa dell’infiammazione cutanea residua.

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A cura di mmaestri
Proton Building, la casa delle cure oncologiche
Data articolo:Wed, 29 Apr 2026 10:55:28 +0000

A 30 anni dalla sua nascita, Humanitas apre nuove porte alla Medicina di precisione e guarda al futuro. Nasce il Proton Building, ultimo tassello di un più ampio sviluppo tecnologico e infrastrutturale: un edificio interamente dedicato alla cura oncologica che accoglie la Clinical Trial Unit (CTU) dove i pazienti possono accedere a terapie sperimentali di ultima generazione (fase 1 e fase 2/3), e la Protonterapia, la forma di radioterapia ad alta precisione più avanzata per la cura dei tumori.

Il risultato è un edificio interamente dedicato all’oncologia: 6.435 m² progettati per rispondere in modo integrato e completo alle esigenze cliniche, diagnostiche e di Ricerca

Il Proton Building rappresenta il primo caso in Italia di un centro di Protonterapia integrato all’interno di un Policlinico universitario dotato di Pronto Soccorso, un tratto distintivo che consente di inserire questa tecnologia in un percorso di cura strutturato, in cui specialisti di diverse discipline collaborano per accompagnare il paziente in tutte le fasi, dalla diagnosi al trattamento, fino al follow-up e alla gestione multidimensionale delle complicanze.

La nuova struttura potenzia ulteriormente i servizi del Cancer Center di Humanitas, attivo dal 2010, che ogni anno prende in carico oltre 7.000 nuovi pazienti, circa la metà dei quali necessita di trattamenti radioterapici. Ogni anno sono circa 2800 le persone che necessitano di un percorso nel Day Hospital Oncologico (DHO) per chemioterapia, immunoterapia, terapie a bersaglio molecolare o una combinazione di queste: un impegno che si traduce, giornalmente, in 120 terapie oncologiche, di cui il 15% circa sperimentali.

«Il Proton Building rappresenta un’evoluzione naturale del nostro Cancer Center e, più in generale, dei trent’anni di Humanitas, costruiti integrando cura, ricerca e innovazione – dichiara il prof. Armando Santoro, Direttore Cancer Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas –. In questo tempo abbiamo sviluppato un modello capace di accompagnare migliaia di pazienti con percorsi sempre più personalizzati, spesso all’interno di studi clinici che contribuiscono a definire le terapie di domani. La Protonterapia si inserisce in questa visione: non solo una nuova tecnologia, ma un ulteriore passo verso trattamenti più mirati, efficaci e sostenibili per il paziente, resi possibili da un approccio multidisciplinare e da una Ricerca strettamente connessa alla pratica clinica». 

Il nuovo edificio, oltre al macchinario per la Protonterapia, ospita:

  • 30 ambulatori polispecialistici, per una presa in carico multidisciplinare del paziente
  • 2 TC di ultima generazione, di cui una Photon Counting, per una diagnostica estremamente accurata, arrivata grazie a Humanitas University e Progetto ANTHEM per accelerare la Ricerca traslazionale
  • Un potenziamento del Day Hospital Oncologico, con possibilità di cura per ulteriori 25 pazienti in 7 camere singole e 18 postazioni dedicate alla Clinical Trial Unit (CTU), dove i pazienti possono accedere a terapie sperimentali di fase 1 e fase 2/3.

La Protonterapia: cos’è e come funziona

La Protonterapia è una forma avanzata di Radioterapia che utilizza fasci di protoni ad alta energia per trattare i tumori in modo estremamente preciso. A differenza della Radioterapia tradizionale, che impiega raggi X, i protoni rilasciano la maggior parte della loro energia direttamente all’interno della massa tumorale, riducendo in modo significativo l’esposizione dei tessuti sani circostanti. Il risultato è un trattamento altamente mirato, in grado di aumentare l’efficacia terapeutica e, allo stesso tempo, ridurre il rischio di effetti collaterali, sia durante sia dopo la terapia.

«È una tecnologia particolarmente rilevante per tumori complessi, sedi delicate e pazienti fragili. Integrata con le altre tecniche di Radioterapia e con i percorsi multidisciplinari, amplia le possibilità di cura e ci permette di costruire trattamenti sempre più su misura – commenta la prof. Marta Scorsetti, Responsabile di Radioterapia e Radiochirurgia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas –. Per organizzarla, ci siamo ispirati alle migliori esperienze internazionali di Protonterapie inserite in Cancer Center con grandi Policlinici alle spalle, come la Mayo Clinic, perché questo consente di seguire in modo davvero personalizzato ogni paziente coinvolgendo più figure professionali, dagli oculisti agli endocrinologi. Ad esempio, curiamo persone con tumori dell’encefalo grazie alla stretta collaborazione con tutti i professionisti dell’area di Neurochirurgia e Neuroradiologia dell’ospedale, con cui sono in corso anche progetti di Ricerca. E grazie alla collaborazione con gli elettrofisiologi e i fisici, possiamo offrire la Protonterapia anche a pazienti portatori di pacemaker, che ad oggi sarebbero esclusi da questo trattamento».

Alla base di questa tecnologia c’è un acceleratore di protoni capace di indirizzarli verso il tumore. Una volta raggiunto il bersaglio, i protoni rilasciano la loro energia quasi esclusivamente all’interno della massa tumorale, limitando al minimo la dose nei tessuti circostanti.

Grazie a queste caratteristiche, la Protonterapia è particolarmente indicata per tumori complessi o localizzati in aree delicate, in prossimità di organi vitali o strutture critiche, come il sistema nervoso centrale, l’occhio o il midollo spinale. In Humanitas, la tecnologia si combina con l’expertise, tra gli altri, in tumori rari come cordomi e condrosarcomi, nei tumori cerebrali e spinali, nei sarcomi dei tessuti molli, nei tumori della base del cranio, dell’esofago, dei testicoli e in alcune neoplasie oculari, oltre che nei casi di recidiva in aree già sottoposte a Radioterapia. Particolarità dell’impegno Humanitas sul fronte è l’approccio multidisciplinare che coinvolge le Radioterapie degli altri ospedali del Gruppo: una possibilità per tutti i pazienti che risiedono nelle Regioni in cui sono presenti gli ospedali Humanitas.

Il Day Hospital Oncologico e la Clinical Trial Unit (CTU)

L’edificio ospita un ampliamento del Day Hospital Oncologico di Humanitas, con al suo interno la Clinical Trial Unit, un centro altamente specializzato dedicato alla gestione e all’esecuzione degli studi clinici, con l’obiettivo di portare l’innovazione terapeutica direttamente al paziente in modo sicuro, controllato e tempestivo.

La struttura è organizzata per garantire un percorso efficiente e multidisciplinare: dispone di 25 postazioni per la somministrazione dei trattamenti, 4 ambulatori dedicati agli studi clinici, suddivisi per tipo di tumore e tipologia di protocollo, e spazi dedicati a Data Manager e agli infermieri di Ricerca, figure centrali nella gestione operativa e nel coordinamento dei trial.

L’attività della Clinical Trial Unit si inserisce nei programmi di Ricerca in Oncologia e Oncoematologia, strumento fondamentale per accelerare l’accesso a terapie innovative, da quelle a bersaglio molecolare agli anticorpi farmaco-coniugati, fino alle immunoterapie più avanzate, ad esempio: anticorpi bispecifici, vaccinazioni, terapie cellulari. In questo ambito, l’innovazione oncoematologica di Humanitas include anche l’accesso a terapie cellulari di frontiera come le CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell), sviluppate all’interno di percorsi dedicati guidati dalla dott.ssa. Stefania Bramanti, Capo Sezione Terapie Cellulari dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas. Questa tecnica prevede la modifica genetica dei linfociti T del paziente stesso per renderli in grado di riconoscere e distruggere le cellule tumorali.

Le figure di riferimento che hanno guidato la fase di avvio della Clinical Trial Unit sono: prof. Carmelo Carlo-Stella, Responsabile dell’Unità Operativa di Ematologia, prof. Matteo Della Porta, Capo Sezione Ematologia-Leucemie e Mielodisplasie, e prof. Matteo Simonelli, Capo Sezione Sviluppo Precoce di Nuovi Farmaci in Oncologia.

In ambito oncologico sono attualmente attivi 132 studi clinici con arruolamento aperto, per un totale di 180 studi complessivi, che nel 2025 hanno già coinvolto 450 pazienti, di cui 336 nuovi arruolati. Parallelamente, l’area di Onco-ematologia conta 30 studi clinici con arruolamento aperto e 68 studi complessivi, con 111 pazienti trattati nel 2025, di cui 83 nuovi arruolati.

Negli ultimi anni, lo sviluppo di questi nuovi e innovativi approcci terapeutici ha contribuito in modo significativo a un cambiamento radicale dei percorsi di cura di diverse neoplasie in ambito Onco-ematologico, determinando un miglioramento concreto sia della sopravvivenza sia della qualità di vita dei pazienti.

La Clinical Trial Unit di Humanitas si configura quindi come un punto di connessione tra Ricerca e cura, dove l’innovazione scientifica diventa parte integrante del percorso clinico.


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A cura di mmaestri
Aldosterone: che cos’è e a cosa serve
Data articolo:Wed, 29 Apr 2026 10:43:05 +0000

L’aldosterone è un ormone steroideo prodotto dalla zona glomerulosa della corteccia surrenalica. Il suo rilascio è regolato principalmente dal sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS), ma risente anche delle variazioni della potassiemia e dell’azione dell’adrenocorticotropina (ACTH).

Un’alterazione della sua produzione può dar luogo a un ampio spettro di manifestazioni cliniche, frequentemente associate a disordini pressori e squilibri elettrolitici.

Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Quali sono le funzioni dell’aldosterone?

L’aldosterone svolge un ruolo centrale nella regolazione del volume del liquido extracellulare e della pressione arteriosa, nel mantenimento dell’equilibrio sodio-potassio e nel controllo dell’omeostasi acido-base.

Pur non essendo coinvolto direttamente in tutte le funzioni endocrine del surrene, l’aldosterone si inserisce nel più ampio sistema ormonale che presiede alla risposta allo stress e alle malattie, allo sviluppo sessuale in età pediatrica, ai processi metabolici e all’utilizzo dei substrati energetici, alla regolazione della pressione arteriosa e del bilancio idrosalino, all’adattamento cardiovascolare in gravidanza e al controllo glicemico.

Aldosterone alto: le cause

L’iperaldosteronismo può avere cause primitive o secondarie. Tra le prime figurano l’adenoma surrenalico secernente aldosterone (adenoma di Conn) e l’iperplasia surrenalica bilaterale. Tra le cause secondarie si annoverano l’insufficienza cardiaca congestizia con attivazione cronica del RAAS, la cirrosi epatica, la sindrome di Bartter, l’uso prolungato di diuretici o lassativi, un apporto dietetico di sodio marcatamente ridotto e la terapia con antagonisti dei mineralcorticoidi, che può indurre una risposta compensatoria da parte del surrene.

Aldosterone alto: i sintomi

L’eccesso di aldosterone determina un quadro clinico spesso insidioso e a progressione lenta. Le manifestazioni più caratteristiche comprendono: 

Aldosterone basso: le cause

Il deficit di aldosterone può essere secondario a morbo di Addison, sindrome di Cushing, neoplasie surrenaliche benigne o maligne, nefropatia cronica, diabete mellito, intossicazione da piombo, terapia con eparina o farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) e a un’assunzione eccessiva di sodio.

Aldosterone basso: i sintomi

L’ipoaldosteronismo si manifesta con segni e sintomi riconducibili alla perdita di sodio, alla ritenzione di potassio e all’ipovolemia. Le principali manifestazioni cliniche includono: 

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A cura di mmaestri
Esofagite eosinofila: sintomi e cause
Data articolo:Tue, 28 Apr 2026 12:24:39 +0000

L’esofagite eosinofila è una patologia cronica progressiva a carico dell’esofago. Si tratta di una malattia infiammatoria cronica che si sviluppa principalmente nella popolazione maschile dall’età infantile alla giovinezza, ma che può interessare anche persone di sesso femminile e a qualsiasi età. La principale caratteristica dell’esofagite eosinofila è la difficoltà nel passaggio del cibo lungo l’esofago durante la deglutizione (disfagia). Le cause di questa condizione non sono ancora completamente chiarite e sono tuttora oggetto di studio.

Ne parliamo con la dottoressa Gaia Pellegatta, specialista dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva presso l’IRCCS Istituto clinico Humanitas di Rozzano.

I sintomi dell’esofagite eosinofila

Il sintomo più comune dell’esofagite eosinofila, soprattutto nei giovani adulti e negli adulti, è la disfagia, cioè la difficoltà nel passaggio del cibo lungo l’esofago. Questo disturbo si manifesta soprattutto durante l’assunzione di alimenti solidi, come pane, carne o riso. Nei casi più gravi, possono verificarsi episodi di blocco del cibo (impatto del bolo alimentare), che richiedono un intervento medico urgente in Pronto Soccorso.

Altri sintomi associati all’esofagite eosinofila sono:

  • dolore al torace
  • reflusso
  • meccanismi di adattamento (masticazione prolungata, necessità di bere liquidi per aiutare il transito del cibo in esofago, selezione di cibi poco stopposi).

Nei bambini l’esofagite eosinofila può comportare anche:

Esofagite eosinofila: le ipotesi sulle cause

Le cause dell’esofagite eosinofila non sono ancora completamente chiarite. Tuttavia, una delle ipotesi più accreditate è il coinvolgimento del sistema immunitario. In particolare, si ritiene che la malattia sia legata a una risposta immunitaria di tipo Th2, mediata da cellule e non da anticorpi IgE, che può essere innescata da alimenti, allergeni inalanti o microrganismi.

Questa risposta porta all’accumulo di eosinofili (un tipo di globuli bianchi) nella parete dell’esofago, causando infiammazione. Poiché gli eosinofili sono coinvolti anche in molte patologie allergiche, come asma e poliposi nasale, è frequente che i pazienti con esofagite eosinofila presentino anche altre manifestazioni allergiche associate.

L’esofagite eosinofila può essere curata?

L’esofagite eosinofila viene spesso diagnosticata tardivamente perché le persone interessate ignorano i sintomi e imparano a conviverci (per esempio assumendo cibi più morbidi, masticando molto o bevendo molto durante i pasti). La diagnosi, in caso di sospetto della patologia, viene eseguita dallo specialista gastroenterologo tramite gastroscopia con biopsia, un esame che comporta il prelievo di tessuto dalla parete dell’esofago.

Una volta confermata la presenza dell’esofagite eosinofila, può essere prescritto il ricorso a farmaci antinfiammatori (come gli inibitori di pompa protonica, gli steroidi locali o farmaci biologici) nelle fasi infiammatorie di malattia, oppure una dieta di eliminazione. È sempre importante, inoltre, trattare le comorbidità allergiche. In alcuni casi, però, se si sono già sviluppate le complicanze legate alla patologia come per esempio la cicatrizzazione dell’esofago con la comparsa di restringimenti, può essere necessario affiancare alla terapia antiinfiammatoria l’esecuzione di una procedura endoscopica chiamata dilatazione.

Humanitas è centro di riferimento per la gestione diagnostica e terapeutica dell’esofagite eosinofila, offrendo un percorso strutturato e altamente specializzato. Nell’Ambulatorio dedicato all’esofagite eosinofila, attivo dal 2019, il paziente viene seguito lungo tutte le fasi della malattia, dalla diagnosi iniziale al monitoraggio nel tempo, attraverso un iter organizzato e integrato con gli esami endoscopici di ultima generazione.

Il percorso di cura è affidato a un team multidisciplinare dedicato, in cui il gastroenterologo ed endoscopista lavora in stretta collaborazione con altre figure specialistiche, tra cui immunologo, allergologo e anatomopatologo. Questa sinergia consente non solo una diagnosi più accurata – basata su valutazioni cliniche, endoscopiche e istologiche – ma anche la definizione di strategie terapeutiche personalizzate, calibrate sulle caratteristiche specifiche di ciascun paziente.

Particolarmente rilevante è l’approccio integrato gastroenterologico-allergologico, che rappresenta un elemento chiave nella gestione dell’esofagite eosinofila. Questa patologia, infatti, è frequentemente associata a condizioni allergiche sistemiche, come asma, dermatite atopica, oculorinite, poliposi nasale e allergie alimentari. La gestione coordinata di queste comorbidità permette di affrontare la malattia in modo globale, migliorando il controllo dei sintomi esofagei e riducendo il rischio di riacutizzazioni. 

Il percorso assistenziale prevede inoltre programmi di follow-up strutturati, fondamentali per valutare la risposta alle terapie, monitorare l’evoluzione della malattia e intervenire tempestivamente in caso di complicanze, come la formazione di stenosi esofagee. L’attenzione alla continuità di cura e alla personalizzazione del trattamento contribuisce a migliorare significativamente la qualità di vita dei pazienti.

Humanitas è centro di ricerca nell’ambito dell’esofagite eosinofila. Grazie alla stretta integrazione tra attività clinica e ricerca scientifica, i pazienti possono beneficiare non solo dei percorsi diagnostico-terapeutici standard, ma anche di opportunità innovative. In particolare, nei casi selezionati, è possibile accedere a protocolli terapeutici di ultima generazione, che includono l’impiego di farmaci innovativi – come le terapie biologiche mirate ai meccanismi immunologici alla base della malattia – attualmente disponibili nell’ambito di studi clinici o programmi dedicati. 

Inoltre, Humanitas è all’avanguardia anche nello sviluppo e nell’applicazione di nuove tecniche endoscopiche, utili sia per una diagnosi più accurata sia per il trattamento delle complicanze, come le stenosi esofagee.

Questo approccio multidisciplinare e orientato all’innovazione consente di personalizzare la terapia in base alle caratteristiche specifiche di ciascun paziente, migliorando il controllo dei sintomi e la qualità di vita, e offrendo al contempo accesso a soluzioni terapeutiche che non sono ancora ampiamente diffuse in altri contesti clinici.

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A cura di mmaestri
IBD: come si curano le malattie infiammatorie croniche intestinali
Data articolo:Fri, 24 Apr 2026 10:49:42 +0000

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI, in inglese inflammatory bowel disease – IBD) sono la malattia di Crohn e la colite ulcerosa, patologie ad andamento cronico che interessano soprattutto la popolazione giovanile, con picchi di incidenza tra i 20 e i 30 anni. La patogenesi delle malattie infiammatorie croniche intestinali è ancora oggetto di studio, ma l’ipotesi più accreditata è che, in soggetti geneticamente predisposti, possa intervenire una modificazione del microbiota che innesca una risposta infiammatoria immunomediata a livello della parete intestinale, dando origine all’attività biologica della malattia e portando, nel tempo, allo sviluppo di ulcere.

Ne parliamo con il professor Alessandro Armuzzi, responsabile dell’Unità Operativa di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Come si diagnosticano le malattie infiammatorie croniche intestinali?

Le malattie infiammatorie croniche intestinali vengono diagnosticate mediante vari accertamenti. In presenza di un sospetto di MICI, in genere vengono inizialmente prescritti esami del sangue ed esami delle feci, utili a valutare un’eventuale infiammazione a livello intestinale. Successivamente si eseguono tecniche diagnostiche non invasive come l’ecografia delle anse intestinali, al fine di evidenziare gli ispessimenti parietali dei segmenti intestinali.

Qualora gli accertamenti iniziali risultino suggestivi, lo specialista può indicare l’esecuzione di un’ileocolonscopia con biopsie, esame fondamentale per diagnosticare la malattia di Crohn o la colite ulcerosa. In caso di malattia di Crohn, possono essere necessarie per localizzare e stadiare la malattia anche metodiche radiologiche come la entero-risonanza magnetica (entero RM).

MICI: quali sono le possibilità di cura?

Nell’ambito della terapia delle malattie infiammatorie croniche intestinali, i progressi della Ricerca hanno consentito l’introduzione di nuovi farmaci. Accanto ai farmaci tradizionali, come salicilati, corticosteroidi e immunosoppressori, si sono infatti affermate terapie avanzate, tra cui gli anticorpi monoclonali inibitori del TNF-alfa, gli anti-integrina alfa 4/beta 7, gli anti-interleuchina 12/23, gli anti-interleuchina 23, nonché le cosiddette piccole molecole, come i JAK inibitori e i modulatori del recettore S1P.

Se utilizzate correttamente, queste opzioni terapeutiche consentono a un buon numero di pazienti di raggiungere la remissione di malattia e di mantenerla nel tempo. La remissione della malattia è un obiettivo di grande importanza, perché sia la malattia di Crohn, sia la colite ulcerosa, hanno un impatto importante sulla qualità della vita del paziente e dei suoi familiari.

MICI: la gravidanza è possibile?

In presenza di malattie infiammatorie croniche intestinali è comunque possibile affrontare una gravidanza; tuttavia, affinché il tasso di fertilità sia sovrapponibile a quello della popolazione femminile generale, è necessario che la malattia sia in remissione completa. Il concepimento dovrebbe quindi essere ricercato durante una fase di remissione della malattia, condizione importante anche per favorirne il mantenimento nel corso della gravidanza stessa.

Per quanto riguarda le terapie farmacologiche, è fondamentale fare riferimento allo specialista, perché non si deve interrompere l’assunzione dei farmaci che garantiscono la remissione della malattia; al contrario, alcune terapie possono possono dover essere evitate o modificate, in quanto potrebbero interferire con il corretto andamento della gravidanza e compromettere la salute del feto.

Quale dieta seguire con le malattie infiammatorie croniche intestinali?

Una corretta alimentazione può contribuire a favorire e, successivamente, a mantenere lo stato di remissione della malattia. In generale è consigliabile seguire la dieta mediterranea e, nelle fase più acute, attenersi alle eventuali restrizioni indicate dallo specialista.

In alcuni casi, per mantenere correttamente lo stato nutrizionale del paziente, può essere necessario ricorrere a formule per nutrizione enterale, costituite da miscele liquide assumibili per os o somministrate tramite sonda.

L’importanza di fare riferimento ai Centri specializzati

In caso di sospetto di malattia infiammatoria cronica intestinale è sempre necessario rivolgersi a Centri specializzati. Gli specialisti che operano in questi Centri, infatti, dispongono delle competenze e delle metodiche necessarie per arrivare a una diagnosi quanto più precoce possibile. Questo aspetto è di particolare importanza, perché ancora oggi le MICI vengono spesso diagnosticate tardivamente, con un maggior rischio di insorgenza di complicanze.

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A cura di mmaestri
30 anni di Humanitas: scienza, responsabilità e innovazione per la sanità del Paese
Data articolo:Mon, 20 Apr 2026 15:03:50 +0000

L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas celebra 30 anni al servizio del Paese con un evento cui hanno preso parte Licia Ronzulli, Vicepresidente del Senato, Federico Freni, Sottosegretario all’Economia, Attilio Fontana, Presidente Regione Lombardia, Beppe Sala, Sindaco di Milano, Elena Buscemi, Presidente Consiglio Comunale di Milano e Mattia Ferretti, Sindaco di Rozzano. Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il Ministro della Sanità, Orazio Schillaci hanno fatto pervenire i loro messaggi di saluto al pubblico in sala.

Un’occasione per ripercorrere la storia di un’idea diventata un modello grazie all’incontro tra diverse culture: quella milanese e ambrosiana, quella clinica di grandi medici come Dioguardi, Banfi, Ravasi, Santoro, Gennari; la cultura del Management scientifico da Politecnico, Bocconi e Harvard; la cultura imprenditoriale di Techint, società internazionale sviluppatrice di progetti ingegneristici dal prato. Crescendo, l’idea ha generato il Campus ospedaliero e universitario a Rozzano e, a seguire, una rete di ospedali e centri medici, parte fondamentale del Servizio Sanitario Nazionale.

Oggi Humanitas è una comunità di oltre 9400 professionisti, 12 ospedali in Lombardia, Piemonte e Sicilia, 25 centri Medical Care sul territorio, un Centro di Ricerca nel Campus internazionale di Humanitas University, con 3200 studenti provenienti da oltre 80 Paesi del mondo. Due Fondazioni, Humanitas per la Ricerca e Insieme con Humanitas, sostengono l’impegno degli 800 ricercatori, e portano sollievo a pazienti e caregivers con oltre 400 volontari.

In questi anni, negli ospedali Humanitas è stato curato circa il 10% della popolazione italiana. Ogni anno, 150mila persone accedono ai 4 Pronto Soccorso a Rozzano, Bergamo, Torino e Castellanza, e 1100 bambini nascono nel Punto Nascita di Milano. Il Pronto Soccorso di Rozzano, in particolare, è stato ampliato, con un anno di lavori e senza mai interrompere il servizio all’interno della Rete di Emergenza Urgenza. Sono oltre 50mila le persone in cura nel Cancer Center di Rozzano, uno dei più importanti del Paese. «Sono numeri che raccontano solo in parte l’energia di una comunità di professionisti unita dall’obiettivo di portare le migliori cure ai pazienti. L’orgoglio per il percorso fatto accresce le nostre responsabilità di contribuire a una sfida alta della nostra civiltà: associare innovazione con accessibilità – prosegue il Presidente Rocca –. Per tutti i cittadini, per gli anziani, per quei Paesi che rischiano di rimanere esclusi dalle enormi potenzialità offerte dall’innovazione. Una sfida in cui la visione universalistica che ci anima si confronta con la sostenibilità economica in un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento dei costi delle cure. Per questo crediamo che la collaborazione pubblico e privato sia più che mai necessaria, chiamando tutti noi a una responsabilità morale che è la chiave della nostra civiltà. E che i grandi Teaching Research Hospital debbano dare il loro contributo».

Durante l’evento sono intervenuti anche Luciano Ravera, Amministratore Delegato del Gruppo Humanitas, Patrizia Meroni, Direttore Sanitario del Gruppo Humanitas, Luigi Maria Terracciano, Direttore Scientifico dell’IRCCS e Rettore di Humanitas University, e Alberto Mantovani, Presidente di Fondazione Humanitas per la Ricerca.

L’inaugurazione del Proton Building, la nuova casa delle cure oncologiche di frontiera

Durante la mattina, Monsignor Bressan, delegato dell’Arcivescovo di Milano, autorità e un team di professionisti del Cancer Center hanno inaugurato il nuovo Proton Building, casa delle cure oncologiche più avanzate. Qui ha sede la nuova Protonterapia, forma avanzata di Radioterapia per pazienti con tumori rari, collocati in sedi critiche o precedentemente trattati, e la Clinical Trial Unit, un intero reparto dedicato ai trial clinici per dare speranza di cura a chi non ha una. La Protonterapia, in particolare, è il primo caso in Italia interamente integrato all’interno di un Policlinico universitario con Pronto Soccorso.


AI e ospedale diffuso: una risposta alle sfide del futuro

L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e l’aumento dei costi legato all’innovazione stanno ridefinendo l’equilibrio dei sistemi sanitari. In questo contesto, l’Intelligenza Artificiale può rappresentare un alleato, con potenzialità da esplorare.

«In Humanitas è in atto un percorso di innovazione continua – afferma Luciano Ravera, Amministratore Delegato del Gruppo Humanitas – che studia modi per integrare tecnologia e competenze mediche. L’Ai è entrata nei nostri ospedali per affiancare i medici in attività di diagnosi e, da poco, in ambulatorio con un sistema di trascrizione automatica delle visite ambulatoriali, che organizza una prima bozza di referto clinico, riducendo il carico amministrativo dei medici favorendo la relazione con il paziente. A fianco a questo impegno tecnologico, ne esiste uno di disseminazione: attraverso il modello di ospedale diffuso, portiamo sul territorio l’esperienza di un policlinico universitario, grazie alla community di medici e a percorsi qualitativi che garantiscono continuità di cura».


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A cura di mmaestri
Neoplasie mieloidi terapia-correlate: Humanitas nel progetto europeo PRECISION tMN
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 14:06:35 +0000

Humanitas partecipa al progetto europeo PRECISION tMN (Precision Medicine for Therapy-related Myeloid Neoplasms), finanziato nell’ambito del programma EP PerMed (European Partnership for Personalised Medicine) e sostenuto dal programma di ricerca e innovazione Horizon Europe dell’Unione Europea. Il progetto mira a migliorare la gestione delle neoplasie mieloidi terapia-correlate (tMN), una grave complicanza dei trattamenti oncologici ancora associata a prognosi sfavorevole e opzioni terapeutiche limitate.

Il progetto si inserisce nel panorama della ricerca traslazionale europea e riunisce un consorzio internazionale composto da 6 partner in 4 Paesi, tra istituzioni accademiche e centri clinici, tutti impegnati a comprendere meglio i meccanismi alla base della progressione della malattia e della resistenza ai trattamenti. In questo contesto, la ricerca integra approcci di medicina di precisione con analisi multi-omiche – genomica, epigenomica e trascrittomica – oltre a strumenti avanzati di bioinformatica e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di aprire nuove prospettive terapeutiche.

L’Italia è rappresentata nel consorzio dall’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, con il professor Matteo Giovanni Della Porta come responsabile scientifico, e con il supporto della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica (FRRB).

Il contributo di Humanitas si concentra sull’identificazione di biomarcatori per la stratificazione del rischio e di potenziali nuovi target terapeutici, anche attraverso l’utilizzo di modelli derivati da pazienti e tecnologie a singola cellula. La partecipazione a PRECISION-tMN rafforza ulteriormente il ruolo di Humanitas nelle reti di ricerca internazionali e contribuisce a promuovere un approccio all’oncologia sempre più preciso, innovativo e personalizzato.


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A cura di mmaestri
Tiroidite di Hashimoto: sintomi e cura
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 08:51:35 +0000

La tiroidite di Hashimoto è una malattia infiammatoria cronica della tiroide a patogenesi autoimmune. Il sistema immunitario, per ragioni non ancora del tutto chiarite, perde la tolleranza verso i tessuti tiroidei e produce autoanticorpi diretti contro di essi, determinando una progressiva distruzione del parenchima ghiandolare. La riduzione della massa funzionante si traduce in un calo della produzione ormonale e, nel tempo, in ipotiroidismo. La malattia può insorgere a qualsiasi età, ma colpisce con maggiore frequenza la popolazione femminile in età adulta, tra i 30 e i 50 anni

Quali sono i sintomi della tiroidite di Hashimoto e come si cura? Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Tiroidite di Hashimoto: sintomi

Il quadro clinico della tiroidite di Hashimoto è strettamente correlato al grado di insufficienza tiroidea. Nelle forme di ipotiroidismo lieve la malattia può decorrere in modo del tutto asintomatico. Quando i sintomi sono presenti, sono spesso aspecifici e a insorgenza graduale, il che ne rende difficile il riconoscimento precoce. Le manifestazioni più frequenti comprendono: 

Tiroidite di Hashimoto: chi è a rischio?

I principali fattori di rischio associati alla malattia sono il sesso femminile, l’età adulta (30-50 anni), la presenza di altre patologie autoimmuni – quali artrite reumatoide, diabete mellito di tipo 1 o lupus eritematoso sistemico – la familiarità per patologie tiroidee o autoimmuni, la gravidanza e un eccessivo apporto di iodio.

Come curare la tiroide di Hashimoto?

Non tutti i pazienti con tiroidite di Hashimoto richiedono un trattamento farmacologico: la terapia è indicata quando si sviluppa un ipotiroidismo clinicamente significativo. 

In questi casi, il trattamento si basa sulla somministrazione di levotiroxina, un analogo sintetico della tiroxina (T4) endogena. L’obiettivo terapeutico è ristabilire e mantenere nel tempo livelli ormonali adeguati, con conseguente regressione della sintomatologia ipotiroidea. Si tratta di una terapia sostitutiva cronica, che richiede un monitoraggio periodico della funzione tiroidea per adeguare il dosaggio alle variazioni del quadro clinico e metabolico del paziente.

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A cura di mmaestri
Allergia ai farmaci: che cos’è e cosa fare
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 08:38:38 +0000

Si deve sospettare un’allergia a un farmaco quando, dopo l’assunzione di un medicinale che nella maggior parte delle persona aiuta a risolvere certi sintomi, si manifesta invece una reazione più o meno grave del sistema immunitario.

Alcune persone, più frequentemente individui adulti e predisposti, ogni volta che assumono determinati tipi di farmaci, manifestano reazioni avverse di tipo allergico.

Ne parliamo con la dottoressa Maria Rita Messina del Centro di Medicina Personalizzata: Asma e Allergologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Allergia ai farmaci: che cos’è?

L’allergia ai farmaci si può sviluppare a causa della sensibilizzazione a determinati farmaci che in un individuo con una predisposizione personale, può causare una reazione allergica. In genere, le allergie ai farmaci si sviluppano verso una singola categoria farmacologica, mentre le allergie a vari farmaci contemporaneamente, per quanto possibili, sono più rare.

In alcuni casi, la reazione allergica può essere provocata dagli eccipienti, ovvero dalle sostanze inattive contenute all’interno del medicinale che servono alla conservazione e all’assorbimento, per esempio. Le allergie ai farmaci non sono più comuni in persone allergiche a sostanze inalatorie come i pollini oppure ad alimenti, ma hanno uguale possibilità di manifestarsi nei soggetti predisposti.

I sintomi dell’allergia ai farmaci

I sintomi di una reazione allergica a un farmaco possono manifestarsi entro 10 minuti dall’assunzione del farmaco fino a distanza di giorni. Solo in casi rarissimi la reazione allergica a un farmaco può coinvolgere, oltre che la pelle, altri organi come fegato, rene, polmoni.

Le allergie ai farmaci si possono manifestare con:

  • gonfiore di labbra e palpebre (angioedema)
  • reazioni cutanee come arrossamenti, pomfi, bolle
  • sintomi cardiovascolari, respiratori, gastrointestinali, anche gravi, come abbassamento della pressione arteriosa, mancanza di fiato, perdita di coscienza

Il trattamento dipende dalla gravità dei sintomi e può comprendere: 

  • Antistaminici e corticosteroidi in caso di reazioni lievi-moderate come per esempio con solo manifestazioni cutanee.
  • Adrenalina: somministrata in caso di reazioni severe come l’anafilassi, cioè quando la reazione allergica coinvolge più organi contemporaneamente (difficoltà respiratoria, calo della pressione, orticaria e gonfiore, vomito, diarrea).
  • Qualora la persona che manifesti la reazione allergica grave non fosse dotata di adrenalina, bisogna chiamare immediatamente il 112.

Una grave reazione allergica può avere un’evoluzione drammatica e fatale in breve tempo. In attesa dell’intervento medico si possono somministrare cortisone, antistaminici o broncodilatatori, ma l’assunzione di adrenalina resta fondamentale per la remissione della reazione anafilattica. In caso la persona che presenti un’anafilassi vada in arresto cardiocircolatorio (shock anafilattico), oltre a chiamare i soccorsi, bisogna iniziare immediatamente la rianimazione cardiopolmonare, che verrà continuata dal personale sanitario una volta giunto sul posto

Cosa fare se si sospetta di aver avuto un’allergia ai farmaci? 

Se si sospetta una reazione a farmaci bisogna rivolgersi allo specialista allergologo, riferendo gli eventuali farmaci che potrebbero aver scatenato la reazione allergica. Dopo la visita allergologica, se vi è indicazione, lo specialista allergologo può pianificare dei test allergometrici cutanei specifici, come ad esempio per la classe antibiotica delle penicilline.

In alcuni casi inoltre, lo specialista può prescrivere il test di provocazione orale, che consiste nell’assunzione per via orale e in maniera controllata del farmaco sospettato di essere responsabile di una reazione allergica. Tale test viene eseguito in ambiente protetto come un day hospital.

Quando viene posta diagnosi di allergia a un farmaco, lo specialista allergologo fornisce al paziente indicazioni sui farmaci da evitare e su quelli che possono essere assunti senza problemi.

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A cura di mmaestri
Laringospasmo: cos’è e quali sono i sintomi
Data articolo:Wed, 15 Apr 2026 08:29:07 +0000

Il laringospasmo è una contrazione improvvisa acuta della laringe provocata da cause infiammatorie, infettive o allergiche. Può inoltre associarsi anche a patologie come il reflusso gastroesofageo e, più raramente, ad alcune forme tumorali. In particolare nei bambini, inoltre, il risveglio dall’anestesia dopo un’operazione può provocare l’insorgenza di un laringospasmo.

Il laringospasmo è pericoloso? E da quali sintomi si può riconoscere? Ne parliamo con la dottoressa Vanessa Rossi dell’Unità di Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

I sintomi del laringospasmo 

Il laringospasmo si manifesta improvvisamente con una contrazione della laringe. Il sintomo principale della patologia quindi è la dispnea, ovvero una sgradevole sensazione di difficoltà respiratoria. 

La sensazione di avere la gola chiusa e non riuscire a respirare in alcuni casi può associarsi alla tosse, stimolata dal tentativo di liberare le vie aeree che il soggetto interessato dal laringospasmo avverte chiuse. Un altro sintomo provocato dalla sensazione di dispnea è l’ansia

Laringospasmo: cosa fare? 

Il laringospasmo non è un evento pericoloso e in genere, a meno che non sia associato a cause allergiche, si risolve fisiologicamente. Può provocare però in chi ne è interessato degli intensi stati d’ansia, per cui il consiglio è per prima cosa cercare di mantenersi tranquilli aspettando che il sintomo si risolva. Se il laringospasmo si presenta al risveglio dall’anestesia, inoltre, il paziente si trova in una condizione di osservazione medica, con un team di specialisti in grado di intervenire efficacemente. Tuttavia se il laringospasmo tende a ripresentarsi più volte bisogna fare riferimento al medico per indagare le cause sottostanti. 

Quando invece, come abbiamo detto, il laringospasmo è provocato da un’allergia va trattato tempestivamente perché può associarsi alla presenza di shock anafilattico, una reazione allergica estremamente grave e potenzialmente fatale. L’unico farmaco che può far regredire lo shock anafilattico e salvare la vita è l’adrenalina, che viene venduta in singole dosi autoiniettanti e che chi soffre di gravi allergie note deve avere sempre con sé. Se si assiste a uno shock anafilattico bisogna chiamare immediatamente i soccorsi al 112 perché la persona, anche se assume tempestivamente l’adrenalina, deve ricevere cure mediche d’urgenza. 

Un’altra causa frequente del laringospasmo può essere la malattia da reflusso gastroesofageo, la risalita del gas o degli acidi irrita cronicamente la laringe e può indurre l’episodio.

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A cura di mmaestri
Vitamina D: a cosa serve?
Data articolo:Tue, 14 Apr 2026 15:22:16 +0000

La vitamina D non è una vitamina in senso stretto, ma un vero e proprio pro-ormone. A differenza della maggior parte dei micronutrienti, l’organismo è in grado di sintetizzarla autonomamente grazie all’esposizione alla luce solare. La quota prodotta per via cutanea rappresenta la fonte principale, mentre quella di origine alimentare è minoritaria. Una volta sintetizzata o assunta con la dieta, la vitamina D viene immagazzinata nel tessuto adiposo e nel fegato, da cui viene rilasciata gradualmente secondo le esigenze metaboliche. 

La vitamina D si presenta in due forme principali: l’ergocalciferolo (vitamina D2), di origine vegetale e fungina, e il colecalciferolo (vitamina D3), sintetizzato dalla cute in seguito all’esposizione ai raggi UVB e presente in alcuni alimenti di origine animale. Entrambe le forme richiedono una doppia attivazione enzimatica – a livello epatico e renale – per diventare biologicamente attive. 

Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. 

A cosa serve la vitamina D?

Il ruolo principale della vitamina D è la regolazione del metabolismo del calcio e del fosforo. Favorisce l’assorbimento intestinale del calcio e ne riduce l’escrezione renale, sostenendo così la mineralizzazione ossea, la crescita scheletrica in età pediatrica e il fisiologico rimodellamento dell’osso in età adulta. Un deficit prolungato può manifestarsi come rachitismo nel bambino, o come osteomalacia e fragilità ossea nell’adulto. Alla vitamina D vengono inoltre attribuiti possibili effetti sul sistema immunitario, la funzione muscolare e la regolazione della risposta infiammatoria. 

Dove si trova la vitamina D?

La principale fonte di vitamina D è l’esposizione alla luce solare: l’irradiazione UVB sulla cute innesca la conversione del 7-deidrocolesterolo in colecalciferolo. Un’esposizione di circa 15-30 minuti su braccia e gambe, più volte alla settimana nelle ore centrali della giornata, è generalmente sufficiente nei mesi estivi. Nei mesi invernali o in condizioni di scarsa irradiazione solare, la sintesi cutanea si riduce significativamente. 

Sul piano alimentare, le fonti più rilevanti includono i pesci grassi (salmone, sgombro, tonno), l’olio di fegato di merluzzo, il tuorlo d’uovo e alcuni alimenti fortificati. Tuttavia, la dieta da sola difficilmente copre il fabbisogno giornaliero. 

Vitamina D bassa: i sintomi

La carenza di vitamina D è spesso asintomatica nelle fasi iniziali e viene identificata casualmente attraverso un esame ematochimico. Quando il deficit si protrae nel tempo, possono comparire astenia, dolori muscolo-scheletrici diffusi, maggiore suscettibilità alle infezioni e alterazioni del tono dell’umore. Nei bambini, una carenza grave può causare rachitismo, con deformità scheletriche e ritardo della crescita. Negli adulti, le conseguenze più frequenti sono osteopenia e osteoporosi, con conseguente aumento del rischio di fratture da fragilità. 

Quando prendere gli integratori di vitamina D?

L’integrazione di vitamina D è indicata quando l’esposizione solare e l’apporto alimentare risultano insufficienti a mantenere livelli ematici adeguati. La decisione terapeutica deve essere guidata dal medico, sulla base del dosaggio sierico della 25-idrossivitamina D, e non intrapresa autonomamente. La forma più utilizzata è il colecalciferolo (vitamina D3), disponibile in formulazioni per somministrazione giornaliera, settimanale o mensile per via orale. Il dosaggio e la frequenza di somministrazione vengono stabiliti in funzione del grado di carenza e delle caratteristiche del paziente. 

Come prevenire la carenza di vitamina D?

La prevenzione si basa su un’adeguata esposizione solare, una dieta che includa le principali fonti alimentari di vitamina D e uno stile di vita sano. È opportuno evitare l’abuso di alcol, poiché interferisce con il metabolismo epatico della vitamina D, e segnalare al medico l’assunzione di farmaci che possono ridurne i livelli, tra cui alcuni antiepilettici, corticosteroidi e rifampicina.

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A cura di mmaestri
Occhi: i sintomi da non sottovalutare
Data articolo:Tue, 14 Apr 2026 15:10:28 +0000

La vista è uno dei sensi più importanti per la qualità della vita. Attraverso il sistema visivo interpretiamo l’ambiente che ci circonda, leggiamo, lavoriamo e svolgiamo la maggior parte delle attività.

Il processo della visione è però estremamente complesso e dipende dalla perfetta integrazione tra diverse strutture dell’occhio e specifiche aree del cervello che elaborano gli stimoli luminosi.

La luce entra nell’occhio attraversando strutture trasparenti come la cornea, l’umor acqueo, il cristallino e il corpo vitreo fino a raggiungere la retina. Qui viene trasformata in impulsi nervosi che viaggiano lungo il nervo ottico fino al cervello, dove l’immagine viene interpretata.

Alterazioni in una qualsiasi di queste strutture possono provocare disturbi visivi. Nella maggior parte dei casi si tratta di sintomi benigni o temporanei. Tuttavia alcuni segnali non dovrebbero mai essere sottovalutati, perché possono rappresentare il primo campanello d’allarme di patologie oculari anche importanti.

Uno degli errori più frequenti è la tendenza asottovalutare alcuni sintomi oculari, pensando che siano semplicemente legati alla stanchezza o al computer. In realtà alcuni disturbi apparentemente banali possono essere il primo segnale di patologie oculari che, se riconosciute precocemente, possono essere trattate in modo molto più efficace. Ne parliamo con il dottor Lorenzo Crepaldi, oculista dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.

Miodesopsie (mosche volanti)

Le miodesopsie sono piccoli punti, filamenti o ombre che sembrano muoversi nel campo visivo. Molti pazienti le descrivono come “mosche volanti” o piccoli filamenti che si spostano quando si muove lo sguardo.

Questi fenomeni sono dovuti a piccole opacità del corpo vitreo, la sostanza gelatinosa che riempie l’interno dell’occhio.

Con il passare degli anni il vitreo può andare incontro a modificazioni strutturali che portano alla comparsa di queste opacità. Nella maggior parte dei casi si tratta di un fenomeno benigno. Tuttavia la comparsa improvvisa di numerose miodesopsie, soprattutto se associata a lampi luminosi (fotopsie), può indicare un distacco posteriore del vitreo o, più raramente, la presenza di lesioni retiniche.

Quando le mosche volanti compaiono improvvisamente o aumentano rapidamente di numero è sempre consigliabile effettuare un controllo oculistico per escludere eventuali problemi retinici.

Occhio rosso

L’arrossamento dell’occhio è uno dei sintomi oculari più frequenti. È causato dalla dilatazione dei vasi sanguigni della congiuntiva e può essere legato a diverse condizioni.

Le cause più comuni includono irritazioni della superficie oculare, allergie, infezioni congiuntivali o affaticamento visivo. Nella maggior parte dei casi si tratta di disturbi benigni e transitori.

Tuttavia quando l’occhio rosso è associato a dolore, sensibilità alla luce (fotofobia) o riduzione della vista, potrebbe indicare patologie oculari più importanti come cheratite, uveite o glaucoma acuto.

Lacrimazione eccessiva

La lacrimazione persistente, chiamata anche epifora, può essere causata da irritazioni della superficie oculare, allergie, infezioni o presenza di corpi estranei.

In alcuni casi può dipendere da un’alterazione del sistema di drenaggio delle lacrime, come nelle ostruzioni delle vie lacrimali.

Quando la lacrimazione è continua o associata ad altri sintomi oculari è utile effettuare una visita oculistica per individuare la causa e impostare il trattamento più adeguato.

Visione doppia (diplopia)

La diplopia è la percezione di due immagini di uno stesso oggetto.

Può essere monoculare, quando interessa un solo occhio ed è spesso legata a problemi della superficie oculare o del cristallino, oppure binoculare, quando dipende da un disallineamento tra i due occhi.

La comparsa improvvisa di visione doppia deve sempre essere valutata da uno specialista, poiché può essere associata anche a disturbi neurologici o muscolari.

Calo improvviso della vista

La riduzione della vista può manifestarsi con visione offuscata, presenza di ombre nel campo visivo o sensazione di una “tenda” davanti all’occhio.

Questo sintomo può essere associato a diverse patologie oculari, tra cui distacco di retina, occlusioni vascolari retiniche o patologie del nervo ottico.

In questi casi una valutazione oculistica tempestiva è fondamentale per evitare danni permanenti alla funzione visiva.

Riduzione del campo visivo

La perdita della visione periferica può dare la sensazione di osservare l’ambiente attraverso un tunnel. Nel contesto oculistico il glaucoma rappresenta una delle cause più frequenti di questo disturbo.

Si tratta di una patologia spesso asintomatica nelle fasi iniziali, che può provocare una progressiva riduzione del campo visivo.

Una diagnosi precoce consente di rallentare la progressione della malattia e preservare la funzione visiva.

Occhio secco e prurito oculare

La sindrome dell’occhio secco è una condizione molto diffusa e può provocare bruciore, sensazione di corpo estraneo, arrossamento e lacrimazione paradossa (ovvero eccessiva ma di scarsa qualità).

È particolarmente frequente nelle persone che trascorrono molte ore davanti al computer, dove la riduzione dell’ammiccamento favorisce l’evaporazione del film lacrimale.

Il prurito oculare invece è spesso associato a congiuntiviti allergiche, scatenate da pollini, polvere o pelo di animali.

Quando è importante rivolgersi all’oculista

Alcuni sintomi oculari richiedono una valutazione specialistica in tempi rapidi.

In particolare è importante rivolgersi rapidamente all’oculista in presenza di:

  • calo improvviso della vista
  • comparsa improvvisa di numerose mosche volanti o lampi luminosi
  • dolore oculare intenso
  • visione doppia improvvisa
  • perdita del campo visivo.

Tre consigli per proteggere la salute degli occhi

  • Effettuare controlli oculistici periodici, soprattutto dopo i 40 anni o in presenza di miopia elevata o familiarità per glaucoma.
  • Ridurre l’affaticamento visivo durante l’uso prolungato di computer e dispositivi digitali, facendo pause regolari.
  • Non trascurare la comparsa di sintomi oculari improvvisi o persistenti e rivolgersi allo specialista.

Molti disturbi oculari sono benigni, ma alcuni sintomi possono rappresentare il primo segnale di patologie che richiedono attenzione. Per questo motivo è sempre consigliabile non trascurare i cambiamenti della vista e sottoporsi a una valutazione oculistica quando i sintomi compaiono o persistono.

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A cura di mmaestri
Ormoni: cosa sono e a cosa servono
Data articolo:Mon, 13 Apr 2026 13:10:27 +0000

Gli ormoni sono molecole prodotte dalle ghiandole endocrine e rilasciate nel flusso sanguigno.

Pur essendo prodotti in piccole quantità, gli ormoni hanno un impatto significativo sull’organismo. Alterazioni nel livello degli ormoni, sia in aumento, sia in diminuzione, possono provocare problemi di salute.

Come prendersi cura della salute ormonale e quali sintomi non sottovalutare? Ne parliamo con il professor Andrea Lania, Responsabile dell’Unità Operativa di Endocrinologia e Diabetologia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano e docente di Humanitas University.

Ormoni: a cosa servono

Gli ormoni sono molecole, che possono essere proteine o steroidi derivati dai grassi, prodotte da ghiandole endocrine, come:

  • ipofisi
  • ghiandola pineale
  • timo
  • tiroide
  • ghiandole surrenali
  • pancreas.

Attraverso il sangue, gli ormoni agiscono come messaggeri chimici, trasportando informazioni e istruzioni da un tessuto a un altro, e hanno un ruolo fondamentale nella regolazione di vari processi vitali, tra cui:

  • accrescimento e sviluppo
  • metabolismo
  • funzione sessuale
  • riproduzione
  • sviluppo psichico e regolazione dell’umore.

Gli ormoni viaggiano attraverso il flusso sanguigno raggiungendo specifiche cellule che dispongono dei recettori corrispondenti per quel particolare ormone; se un ormone si lega al suo recettore, si scatena un effetto. Le cellule dotate dei recettori per un determinato ormone formano il suo tessuto bersaglio. Gli ormoni esercitano i loro effetti caratteristici sulle cellule bersaglio alterandone l’attività cellulare.

I recettori degli ormoni proteici interagiscono con la superficie cellulare attraverso proteine recettoriali, innescando una sequenza di eventi relativamente rapida. Al contrario, gli ormoni steroidei penetrano direttamente nelle cellule, interagendo con i recettori interni e provocando una risposta più lenta.

Quali fattori influenzano il corretto funzionamento degli ormoni?

I livelli ormonali sono influenzati da una varietà di fattori, tra cui la crescita e lo sviluppo, lo stress, le infezioni e i cambiamenti nell’equilibrio dei liquidi e dei minerali nel sangue.

Ormoni: i sintomi da non sottovalutare

La Società Europea di Endocrinologia consiglia di rivolgersi al medico in presenza dei seguenti segnali:

Salute ormonale: i consigli 

  • praticare regolare attività fisica, essenziale per un sano equilibrio ormonale. Sono sufficienti 1,5-2,5 ore alla settimana di esercizio fisico per aiutare l’organismo a produrre ormoni.
  • avere un’alimentazione sana, che comprenda molta frutta e verdure fresche, cereali integrali e ridurre al minimo i cibi confezionati. 
  • dormire almeno 7 ore a notte.
  • mantenere un buon apporto di vitamina D mangiando pesce grasso, come il salmone e le sardine. In inverno, quando l’esposizione al sole è scarsa, si può optare per l’assunzione di integratori di vitamina D, come l’olio di fegato di merluzzo.
  • consumare alimenti ricchi di iodio, come frutti di mare, alghe, uova e latticini.
  • consumare alimenti ricchi di calcio, come yogurt, mandorle, fagioli e verdure a foglia verde.
  • usare contenitori di vetro o di acciaio inossidabile invece di contenitori di plastica. Bere acqua dal rubinetto, ricordandosi di non mettere mai la plastica nel microonde.
  • migliorare la qualità dell’aria negli ambienti chiusi. L’aria dentro e fuori casa può contenere sostanze interferenti con il sistema endocrino. Passare regolarmente l’aspirapolvere, spolverare e far prendere aria alle camere sono azioni che possono ridurre la presenza di particelle di polvere.
  • scegliere con attenzione i prodotti per l’igiene e i cosmetici. Questi prodotti possono contenere sostanze interferenti con il sistema endocrino. Vanno evitati i cosmetici che contengono sostanze chimiche che alterano il sistema endocrino, come ftalati, parabeni e triclosan.
  • prestare attenzione ai propri sintomi.

Scopri le 10 raccomandazioni della Società Italiana di Endocrinologia e della Società Europea di Endocrinologia in occasione del World Hormone Day.

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A cura di mmaestri
Tumori testa-collo: i progressi in oncologia al Congresso AIOCC in Humanitas
Data articolo:Mon, 13 Apr 2026 12:57:02 +0000

Si terrà presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano il Congresso Nazionale AIOCC (Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica) dedicato ai progressi nell’oncologia dei tumori testa-collo. Alla sua dodicesima edizione, il Congresso Nazionale AIOCC 2026, dal titolo Verso nuove frontiere: innovazione e collaborazione nell’oncologia dei tumori testa-collo, sarà dal 15 al 17 aprile

Il Congresso, con presidenti tre specialisti di Humanitas, il professor Giuseppe Spriano, Responsabile dell’Unità di Otorinolaringoiatria, il professor Paolo Bossi, Responsabile dell’Unità di Oncologia Medica – Tumori testa-collo, cute e tumori gastroenterici e la professoressa Marta Scorsetti, responsabile di Radioterapia e Radiochirurgia, mira a rafforzare l’approccio internazionale e condiviso per un modello di oncologia integrata, grazie al confronto con specialisti e società scientifiche da tutto il mondo. 

In questo modo, l’evento 2026 può rappresentare un ponte tra laboratorio e pratica clinica, dando evidenza di come l’innovazione tecnologica e quella molecolare stiano influenzando attivamente la pratica terapeutica. 

Il programma del congresso 

I tre giorni di evento si aprono con una lectio magistralis del professor Alberto Mantovani, presidente di Fondazione Humanitas per la Ricerca ed esperto mondiale di infiammazione e immunologia, dedicata alla ricerca sulla immunoterapia e, in particolare, al rapporto tra tumori, infiammazione e immunità innata, e una seconda lectio magistralis del professor Robert Ferris della University of North Carolina, sull’interazione tra tumore e risposta immunologica. 

Tra gli altri incontri, un panel moderato dalla professoressa Marta Scorsetti e dedicato all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale per una valutazione sempre più precisa delle possibilità terapeutiche, con un aumento delle diagnosi precoci e una diminuzione degli effetti collaterali. Interverranno nel panel il dottor Alberto Paderno, specialista in Otorinolaringoiatria presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, il professor Christian Simon dell’Università di Losanna e il professor Hisham Mehanna dell’Università di Birmingham.

Due simposi plenari, con focus sulle prospettive e le sfide del prossimo futuro in oncologia, sono organizzati dalle società EHNS (European Head and Neck Society) e IFHNOS (International Federation of Head and Neck Oncologic Societies) e saranno inoltre esposti casi clinici multidisciplinari, con momenti di confronto diretto tra specialisti e modalità di supporto interattive. 

Cosa sono i tumori testa-collo? 

Le neoplasie a carico del distretto testa-collo in Italia rappresentano il 3% circa della totalità dei tumori e dai dati AIRTUM risultano interessare soprattutto la popolazione maschile. In particolare, le percentuali dei tumori orofaringei sono aumentate in tutta Europa, in associazione a un aumento delle infezioni da HPV, causa di circa il 60-70% di questi tumori, mentre altri, come le neoplasie della laringe, sono diminuiti (in questo caso in concomitanza di una diminuzione del consumo di tabacco). 

In generale la diagnosi precoce è fondamentale quando si parla di tumori testa-collo e aumenta il tasso di sopravvivenza fino all’80-90%, mentre se il tumore viene diagnosticato in fase avanzata le aspettative di guarigione sono sensibilmente più basse. 

Tumori testa-collo: prevenzione e trattamento 

Anche per questo tipo di tumore la prevenzione rappresenta un aspetto fondamentale. In particolare, per evitare l’infezione da HPV è importante sottoporre a vaccinazione contro questo virus le generazioni più giovani oggi candidabili, in modo che possano raggiungere una copertura con ciclo completo e beneficiare così successivamente di una prospettata riduzione di incidenza dei tumori orofaringei.

Per il trattamento dei tumori testa-collo è necessario mettere in campo un approccio multidisciplinare, in cui all’oncologo si affiancano specialisti in chirurgia, radioterapia, radiologia, anatomia patologica, nutrizione e logopedia, in modo che la presa in carico del paziente possa coprire tutte le aree di interesse. Oltre al raggiungimento della guarigione dal tumore, infatti, l’aspettativa è di poter garantire la migliore qualità di vita possibile ai pazienti interessati da questi tumori.


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A cura di mmaestri
In Humanitas arriva l’AI che aiuta i medici durante le visite. Così l’assistente virtuale compila il referto
Data articolo:Mon, 13 Apr 2026 10:04:09 +0000

L’IRCCS Istituto Clinico Humanitas avvia la collaborazione con Tandem Health con l’arrivo di un innovativo sistema di trascrizione basato su intelligenza artificiale, diventando tra i primi ospedali in Europa a introdurre questa tecnologia nella pratica clinica quotidiana.

La collaborazione partirà con le prime 9 Unità Operative con l’obiettivo di ridurre l’impegno compilativo dei medici durante le visite ambulatoriali e restituire tempo prezioso alla cura, migliorando la qualità della relazione con il paziente.

Si tratta di un sistema di supporto basato sull’AI che, durante la visita, trascrive automaticamente il colloquio tra medico e paziente e lo organizza in una prima bozza di referto clinico. In questo modo, il professionista sanitario può concentrarsi maggiormente sull’ascolto attivo, sul dialogo e sulla valutazione clinica, senza dover compilare documentazione in tempo reale.

Il sistema, allenato ad hoc per queste situazioni, si integra nei flussi clinici già esistenti, senza modificare le modalità operative dei medici e senza impatto sui pazienti. Durante la visita, il medico mantiene sempre il pieno controllo del processo clinico: ogni referto generato dal sistema viene revisionato, verificato e firmato dal professionista, che ne garantisce accuratezza. L’inserimento di questo strumento avviene nel rispetto delle normative vigenti in materia di protezione dei dati e privacy.

«Questo strumento ci permette di cambiare il modo in cui conduciamo la visita – afferma il prof. Andrea Lania, responsabile di Endocrinologia IRCCS Istituto Clinico Humanitas, e tra i primi a usare il dispositivo -: possiamo concentrarci di più sul paziente, guardarlo e ascoltarlo senza interruzioni, mentre l’intelligenza artificiale ci supporta nella compilazione del referto. Alla fine il contenuto resta sempre sotto la responsabilità clinica, è il processo che cambia».

«In un contesto sanitario caratterizzato da crescente complessità, strumenti di AI rappresentano un’evoluzione importante: più tempo per il paziente – afferma Riccardo Bui, Amministratore Delegato dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas e di Humanitas San Pio X -. L’intelligenza artificiale diventa così un alleato per migliorare l’esperienza di cura e la qualità dell’interazione medico-paziente».

«Siamo orgogliosi di affiancare Humanitas in un progetto che porta l’intelligenza artificiale europea, conforme e integrata, dentro la pratica clinica in modo concreto, sicuro e utile – dichiara Gionata Fiorentini, Country Director Italia di Tandem Health -. Il nostro obiettivo, grazie alla nostra tecnologia, è semplificare il lavoro documentale dei medici, migliorare la qualità della refertazione e restituire tempo prezioso alla relazione con il paziente. Crediamo che l’AI debba integrarsi nei flussi clinici esistenti in modo naturale, lasciando sempre al professionista il pieno controllo del processo clinico».

«L’innovazione tecnologica in sanità non riguarda più solo l’adozione di nuovi strumenti, riguarda la costruzione di infrastrutture che rendano il lavoro clinico più sostenibile, più efficiente e maggiormente centrato sul paziente», aggiunge Victor Savevski, Chief Innovation Officer del Gruppo Humanitas.

Humanitas, sempre più Smart Hospital

La collaborazione con Tandem Health, una delle realtà europee più importanti nel campo dell’AI clinica, si inserisce nel percorso di innovazione continua di Humanitas, che studia modi per integrare tecnologia e competenze mediche per migliorare i percorsi di cura. Un impegno che è valso a Humanitas il titolo di primo Smart Hospital italiano nella classifica Newsweek per 4 anni consecutivi.

Humanitas è da anni impegnata nello sviluppo e nell’applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito clinico e di Ricerca, anche grazie all’AI Center, uno dei primi centri integrati all’interno di un IRCCS, che riunisce medici, ricercatori e data scientist. Qui, in collaborazione con il prof. Matteo Della Porta, sono stati sperimentati primi modelli di compilazione con AI a supporto dell’attività ambulatoriale in ambito Oncoematologico. Nell’ambito della Ricerca, uno degli ambiti di frontiera di Humanitas AI Center è quello sui Digital Twin: rappresentazioni virtuali dei pazienti, generate dall’analisi di dati clinici, genomici, immagini mediche, trattamenti e risultati. Questi modelli, allo studio in ambito Oncoematologico, consentiranno di simulare l’evoluzione della malattia e di prevedere la risposta ai trattamenti in ogni paziente, personalizzando le cure in base alle caratteristiche individuali.

A livello clinico, negli ospedali Humanitas sistemi di AI sono già integrati nei mammografi, dove supportano i professionisti migliorando qualità e accuratezza degli esami per la diagnosi precoce del tumore al seno, e in Endoscopia, dove consentono di aumentare significativamente l’individuazione di lesioni e polipi durante la colonscopia.


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A cura di mmaestri


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