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Manger-yum, mangiare l'igname, è un rito di desacralizzazione del raccolto, che è compiuto secondo i cerimoniali di offerte di primizie del Dahomey e del Togo. La festa è celebrata sempre dopo il raccolto, in epoca variabile (nel sud di Haiti a metà di ottobre), per ammetterlo all'uso profano dopo averlo riscattato, mediante offerta, dalla proprietà divina. Nel primo giorno della cerimonia, gli ignami, le banane e il pesce secco sono ammassati intorno al poteau-mitan nel perystile, sono segnati con croci di farina, spruzzati con libazioni e portati nel bagi (santuario dei loa) e deposti sul vevé del loa, cioè a suo diretto contatto. Coperti, poi, con foglie di mombin, sono sottoposti a un cerimoniale iniziatico, analogo al rito chiré aizan, già descritto nel rito iniziatico kanzo. Si compie così la sequenza del "mettere a letto gli ignami" (coucher des ignames). Nel giorno seguente c'è la sequenza detta il "levare degli ignami", (lever des ignames). In questa fase c'è il sacrificio di polli e/o di capre, i cui corpi sono deposti sul vevé. La mambo si ritira nel bagi o santuario e traccia sugli ignami, che hanno dormito, segni di farina di mais e di cenere. Poi, ciascuno dei presenti, secondo il suo rango, può prendere un tubero e tagliarlo in pezzi. Ogni tubero così tagliato deve essere "orientato", e il suolo deve essere baciato prima e dopo ogni operazione di taglio. A sera gli ignami sono bolliti e consumati, mentre le porzioni sacralizzanti che competono ai loa, sono seppelliti in un buco dinanzi all'altare.
Il cerimonialismo mortuario assume importanza fondamentale, in quanto occorre mettere intorno alla morte tutte le preucazioni che servono a difendere la famiglia e il gruppo da un rischio grave presente e che valgano a operare la trasformazione dell'anima del defunto in un loa benigno.
Col rituale déssunin, degradazione, si interrompe il vincolo che, attraverso l'iniziazione, è stato stabilmente costituito fra l'uomo, ora morto, e un determinato loa: se non si interrompesse questo vincolo, il loa mait-tete (quello che balla sulla testa), potrebbe vendicarsi. Il prete, dunque, si porta immediatamente accando al cadavere, chiama, il loa, recita formule, fino a quando il loa abbandona il corpo, che si agita e qualche volta solleva la testa (possibili contrazioni muscolari cadaveriche o artifici del prete che è coperto dal lenzuolo?). Può avvenire che il loa, lasciando il cadavere, si impossessi di uno dei presenti. Dopo la partenza del loa, il prete traccia una croce, a mezzo di farina bianca, sul cadavere e pone in un vaso bianco alcuni peli e la mondatura delle unghia della mano e del piede sinistro del defunto. A questi residui del morto aggiunge le piume di una gallina che ha prima "passato" più volte sul cadavere. Secondo A. Metrau il rito serve per imprigionare nel vaso bianco l'anima buona (bon-ange) del morto. Il vaso è perciò chiuso, siggillato e gelosamente conservato, fino al giorno in cui sarà riaperto ed esposto alle fiamme del bulé-zin. Poi avviene la vestizione del morto e la veglia funebre. Una volta seppellito il cadavere con l'osservanza di specifiche norme di difesa contro il rischio del suo "ritorno", pochi giorni dopo si inizia la novena, cui sono tenuti i parenti e gli amici più stretti. Intorno a un père-savane (prete della savana) il gruppo si riunisce ogni sera nella casa del morto, dinanzi a un tavolo trasformato in altare, sul quale sono collocati immagini, crocifissi, fiori, piccoli recipienti. Al termine del periodo di novena, al cimitero il père-savane canta un Libera e una croce permanente è posta nella tomba.
Nel nord di Haiti, sul finire dei riti mortuari, si celebra pure il rito della rottura della grossa giara detta canari (casser-canari). Una giara, prelimirnamente consacrata, viene riempita con cibi e bevande sacre, aspersa dal prete e portata in processione presso i vari alberi sacri. La giara, avendo in questo modo acquisito energia divina (nanm), è deposta accanto all'altare e coperta con una zucca capovolta. Il prete si avvicina alla zucca, agita il suo sonaglio e colpisce la zucca con un bastoncino. Un gruppo di hunsi, a questo punto, colpiscono con dei bastoncini la zucca, usandola come tamburo e volgono un canto al loa Padre Damballah e alla nazione Ibo, perchà la giara si rompa. Sui frammenti della giara il prete versa una libazione di rum e di cola. Poi i frammenti, nel rito successivo del bulé-zin, saranno gettati in un foro, nel mentre verranno sparate cariche di polvere e i tamburi saranno battutti violentemente.
Pochi giorni dopo la novena si procede alla cerimonia detta bulé-zin, "bruciare dei vasi" o "vasi ardenti", cerimoia propria del rituale iniziatico (esposta in questo sito a proposito del rito kanzo). Con l'accensione del fuoco nei vasi, si sollecita una energia numinosa (nanm) che agisce sui presenti purificandoli e che, secondo alcune relazioni, soddisfa gli stessi loa che vengono presso le fiamme e trasmettono salute e prosperità all'assemblea. Il numero dei "vasi ardenti" varia in rapporto al grado e all'importanza del defunto: quindi sette vasi per un comune fedele, ventuno vasi per un hungan.
Incerte appaiono le nozioni sul destino ultraterreno delle due anime che sono ospitate nel corpo delle creature, perché genericamente l'anima è pensata come una essenza disincarnata che ha, insieme, sia il carattere del Ti-bon-ange, sia quello del Gros-bon-ange. E' chiaro che il morto deve essere venerato e pacificato, altrimenti potrebbe perseguitare i parenti, trasforfandosi in zombi o spettro o apparendo in sogni e visioni. La mitologia voduista dell'aldilà prevede che l'anima disincarnata debba stazionare per un periodo più o meno lungo, in attesa delle definitiva liberazione, in fondo a un fiume o a un lago. Si crede che l'anima, dopo un certo tempo, desideri venire fuori da quel fondo e allora si organizza una cerimonia detta "estrazione dei morti" (weté mò na dlo), che, per il notevole peso di spese che comporta, è organizzata da più famiglie insieme. Con tale cerimonia l'anima viene liberata dalla sua sede acquatica e viene trasferita nel santuario in nuova condizione di loa. Attraverso il rito, in cui sono presenti fenomeni possessori, le anime vengono trasferite in appositi vasi che sottoposti alla cerimonia vivificante del bulé-zin, ricevono, quarantuno giorni dopo l'estrazione dell'acqua, un'offerta di cibo e sono costituiti in spiriti tutelari della famiglia, con funzioni analoghe a quelle dei loa. Manger-morts sono propriamente le offerte di cibi (senza sale e preparati completamente da uomini), cui si è tenuti nei riguardi degli antenati morti della famiglia, con l'intervento di un père-savane.
___________
La religione voduistica di Haiti non fa proselitismo, non combatte
i non credenti,
nè tanto meno li perseguita. Tiene unite delle persone, dei gruppi che
stanno
ai margini della società e che sono molto povere. Se da notizie di stampa
spesso si sente dire che molte donne vengono trascinate alla prostituzione grazie
alla
forza delle credenze vodu, questo non avviene tra gli haitiani o almeno ancora
non si è sentito dire: quelle famose donne avviate alla prostituzione
nei paesi occidentali sono per solito delle africane provenienti dalla Nigeria
o da paesi
vicini come il Ghana. Il vodu haitiano ha poco a che fare con quello originario
africano, essendo stato modificato anche da concezioni cattoliche, per cui è
evidente un sincretismo. Danza e canti sono alla base di questa religione ed
anche l'allegria chiassosa e contaggiosa,
e come spiega il sociologo, la religione entra quotidianamente nella vita dei
fedeli
per cercare di attenuare i loro problemi. Probabilmente c'è un eccesso
di ricorso
ai sacerdoti anche per malattie curabili dalla moderna medicina occidentale.
D'altra
parte
ci sono quei sacerdoti con due faccie, con due mani: cioè che, oltre a
proteggere dalla magia nera e dagli spiriti malefici, approfittano della buona
fede e vendono
"falsi servizi" e addirittura fanno pratiche di magia nera. Si è visto
che tali sacerdoti a volte sono uccisi. Sicuramente il tasso di analfabetismo
tra i seguici
del vodu ad Haiti è altissimo. Oggi ad Haiti ci sono poche scuole pubbliche,
mentre quelle private sono molto di più e per fortuna per la maggioranza
sono
cattoliche. Dall'intervista al rettore dell'Università Cattolica Notre-Dame
di Haiti, presente in uno dei video sottostanti, si evince la politica
attuale
della Chiesa cattolica nei confronti della cultura subalterna di Haiti.
Comunque il culto voduistico di Haiti non ha niente a che vedere con i caratteri
satanici che certa filmografia USA ha dato a personaggi, come lo zombie. Ad
Haiti la questione dello zombie è marginale, anche se in un lontano passato
il fenomeno, probabilmente legato a seppellimenti di persone sommariamente definite
morte, ha potuto
destare l'interesse e degli stessi haitiani e degli studiosi di etnologia, di
religioni e di coloro che nel XVIII secolo idealizzarono lo stato del "buon
selvaggio". Come si riferisce in questa ultima pagina, i morti della famiglia,
venerati secondo un iter prestabilito, diventano gli spiriti protettori della
famiglia; praticamente come i "penati" dell'antica Roma.
Sopra scene girate ad Haiti anni 1947-51.
Sopra documentario e intervista a sociologo.
Sopra intervista al Rettore Università Cattolica Notre-Dame di Haiti